Destra di Popolo.net

L’INPS E’ UNA SUCCURSALE DI FRATELLI D’ITALIA : ALESSANDRO DI MEGLIO DOMANI SARÀ NOMINATO COORDINATORE DELL’AREA LEGALE DELL’ISTITUTO DI PREVIDENZA. IL SUO GRANDE SPONSOR È FABIO VITALE, CONSIGLIERE DELL’INPS E DIRETTORE DI AGEA, CASSAFORTE DEL MONDO AGRICOLO, VICINISSIMO A FRANCESCO LOLLOBRIGRIDA

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

IL MOVIMENTO 5 STELLE PRESENTA UN’INTERROGAZIONE ALLA MINISTRA DEL LAVORO, MARINA ELVIRA CALDERONE: “VERIFICHI LA PIENA TRASPARENZA E IMPARZIALITÀ DELLA PROCEDURA. A PATTO CHE NON SIA STATA COMMISSARIATA DAL COLLEGA LOLLOBRIGIDA”

È l’ultimo miglio prima del traguardo. Fabio Vitale, consigliere dell’Inps, sta per vincere la sua partita: Alessandro Di Meglio sarà investito dell’incarico di coordinatore dell’area legale dell’istituto di previdenza. Vitale è molto più di un semplice consigliere. Vicinissimo al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida, che lo ha voluto alla guida di Agea, cassaforte del mondo agricolo, il dirigente è sempre più potente. L’eroe dei due mondi della destra, dall’agricoltura alla previdenza.
Secondo quanto risulta a Domani, nella prossima riunione del cda, in calendario mercoledì 13 maggio, sarà ratificata la nomina. Come aveva rivelato un’inchiesta di Fanpage.it, Di Meglio, ora responsabile legale nel Lazio, è sponsorizzato da Vitale: lo aveva conosciuto quando era direttore dell’Inps nel Lazio. Le traiettorie sono pronte a ritrovarsi. Affidando a Di Meglio dossier importanti.
L’Inps è sempre più a immagine e somiglianza di Fratelli d’Italia. Un passaggio che preoccupa le opposizioni. Dopo l’articolo di Domani, sulla possibile, imminente, nomina di Alessandro Di Meglio a coordinatore dell’area legale nazionale, vengono chiesti chiarimenti alla ministra del Lavoro, Marina Elvira Calderone.
Il Movimento 5 stelle ha annunciato un’interrogazione. «Riteniamo fondamentale che, prima della formalizzazione della nomina, la ministra verifichi la piena trasparenza e imparzialità della procedura. A patto che sia ancora lei la titolare di via Veneto e non sia stata commissariata dal collega Lollobrigida», ha detto il deputato del M5s, Dario Carotenuto.
La destra, dunque, è pronta alla conquista anche del ruolo dell’avvocatura dell’Inps, che consente di gestire i dossier più delicati. Di Meglio, attuale responsabile dell’area legale nel Lazio, resta il grande favorito della terna di nomi selezionata dalla commissione preposta alla prima scrematura.
A caldeggiare la sua promozione è Fabio Vitale, componente del Cda molto vicino al ministro dell’Agricoltura, Francesco Lollobrigida. Il dirigente ha creato un asse con la direttrice generale, Valeria Vittimberga, voluta in quella casella dal sottosegretario Giovanbattista Fazzolari. Sarà proprio Vittimberga, nella riunione del Cda di domani, a proporre il nome di Di Meglio al Consiglio di amministrazione, forte della maggioranza di destra.
L’operazione non ha incontrato nemmeno l’opposizione del presidente, Gabriele Fava, di area Lega. Anzi. Nella governance dell’istituto le due anime, meloniana e leghista, non sono mai entrate in rotta di collisione. Fava sta per prendere atto di una nomina che non gli dispiacerà: la promozione da funzionaria a dirigente di Enrica Conte, molto stimata proprio dal presidente. E per questo considerata una figura in ascesa nelle gerarchie interne. Insomma, tutti escono soddisfatti.
Ma il vero fulcro continua a essere Vitale, capace di svolgere il doppio ruolo di direttore di Agea (l’ente che eroga i finanziamenti in agricoltura) e di uomo-forte all’Inps. Di Meglio è un’operazione pianificata da tempo, visto che aveva lavorato con lui già quando era direttore regionale dell’Inps nel Lazio. Non è la prima volta che il nome di Di Meglio crea tensioni nell’istituto. La nomina a coordinatore regionale dell’Inps nel Lazio, nel 2018, era stato oggetto di una controversia legale, quando proprio Vitale era direttore nel Lazio.
Uno dei partecipanti all’interpello, Giuseppe Fiorentino, aveva presentato un ricorso. Il tribunale del lavoro di Roma, nel 2021, aveva dichiarato «l’illegittimità
della determina Inps (quella della nomina di Di Meglio, ndr) sotto il profilo della violazione delle norme di buona fede nel conferimento dell’incarico». Da qui la richiesta all’Inps di risarcire Fiorentino.
La dg Inps Valeria Vittimberga e il presidente Inps Gabriele Fava
L’istituto ha appellato la sentenza, ma la Corte d’Appello non si è mai pronunciata: ha dichiarato chiusa la controversia dopo l’accordo tra le parti, facendo decadere l’oggetto della lite. Una storia che, comunque, non concorre a portare serenità intorno alla prossima nomina. Il deputato del Pd, Arturo Scotto, intravede sul nome di Di Meglio «rischi di conflitti di interesse». A sintetizzare la vicenda è la senatrice M5s, Elisa Pirro: «FdI trasforma l’Inps in una succursale di Colle Oppio».
(da Domani)

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“LE MOSCHEE METTETELE A CASA VOSTRA, TOPI” . SU FACEBOOK APPARE UN VIDEO IN CUI UN SOVRANISTA AIZZA IL CANE CONTRO UN VOLANTINO ELETTORALE DEI CANDIDATI DEL PD ALLE COMUNALI, MARGHERITA FONTE E MATTIA COSTANTINI: “VI MERITATE DI FINIRE SBRANATI VIVI”

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

IL COORDINATORE DELLA CAMPAGNA MARTELLA SINDACO, MATTEO BELLOMO, DEFINENDOLO “SIAMO A UNA MINACCIA POLITICA E PERSONALE ESPLICITA, VIOLENTA, ALLUCINANTE”

Scoppia la polemica attorno a un video pubblicato su Facebook da un giovane veneziano che aizza il suo cane contro un volantino elettorale dei candidati del Pd alle comunali, Margherita Fonte e Mattia Costantini. L’autore del video, in dialetto, dice: “Le moschee a Venezia potete metterle a casa vostra”, per poi incitare l’animale a mordere il volantino e tenerlo tra i denti. “Questa è la fine che meritate, sbranati vivi”, dice. E ancora: “topi”.
A commentare il filmato è intervenuto il coordinatore della campagna Martella Sindaco, Matteo Bellomo, definendolo “una minaccia politica e personale esplicita, violenta, allucinante. Alla nostra piena solidarietà verso Margherita e Mattia – afferma – si accompagna una denuncia politica molto netta. Alcuni evidentemente non hanno capito cosa significhi campagna ‘con il sorriso’, o ‘non attaccheremo mai gli avversari’. E non fanno, infatti, altro che attaccare gli avversari, deformare la realtà e dipingere scenari apocalittici”.
“Simone Venturini e tutta la sua coalizione – conclude Bellomo – condannino immediatamente l’accaduto smentendo chi sceglie di alimentare una campagna costruita sulla paura, sull’odio e sulla demonizzazione dell’avversario”.

(da agenzie)

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FRATELLI COLTELLI. L’INCONTRO TRA GIULI E MELONI E LA FAIDA NEL PARTITO: “REGENI NON C’ENTRA, GIULI VUOLE RIPRENDERSI IL MINISTERO”

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

IL CASUS BELLI PER LA CACCIATA DI DUE NOMI DI PESO DALLO STAFF, DIETRO IL CASO BIENNALE?

«Alessandro Giuli non ha le posizioni di Fazzolari. Da questa storia della Biennale è uscito sconfitto e ha capito che in quest’ultimo anno che gli resta al governo deve provare a incidere facendo ciò che pensa davvero». In altre parole, il ministro stanco di sentirsi ‘commissariato’ da FdI avrebbe approfittato del pasticcio sul docufilm su Giulio Regeni per imprimere una svolta al suo ministero.
A quanto apprende Open, è questa la lettura che circola in ambienti vicini al partito nel day after dell’ennesimo terremoto che ha investito il Mic e l’incontro a palazzo Chigi con Meloni non è servito a cancellare i sospetti, anche se ha certamente abbassato la tensione.
Come ha anticipato il Corriere domenica 10 maggio, Giuli alla fine ha messo alla porta Emanuele Merlino, capo della segreteria tecnica e “fedelissimo” del potente sottosegretario alla presidenza del Consiglio Giovanbattista Fazzolari. Oltre che Elena Proietti, alla guida della sua segreteria personale ed ex dirigente di Fratelli d’Italia in Umbria considerata vicina ad Arianna Meloni.
Il casus belli dell’allontanamento di Merlino sarebbe da ricercare negli strascichi della polemica nata dal mancato finanziamento del docufilm su Giulio Regeni, bocciato dalla commissione che assegna i contributi ministeriali.
Una «inaccettabile caduta» secondo il ministro, che inizialmente aveva preso le distanze dalla decisione sostenendo che non fosse una scelta politica. Tra i parlamentari di Fratelli d’Italia però circola una lettura diversa in queste ore. Dopo aver subito la linea Fazzolari sul caso Biennale, che attraverso Merlino avrebbe spinto per il pugno duro contro Pietrangelo Buttafuoco sulla riapertura del padiglione russo, Giuli si sarebbe deciso a cambiare passo. A liberarsi una volta per tutte dal “commissariamento” in cui si è ritrovato dal giorno del suo arrivo al Collegio Romano, quando ereditò il capo della segreteria tecnica dal predecessore Gennaro Sangiuliano. Un altro giornalista prestato alla politica.
La frattura dopo il caso Biennale
È questa la ricostruzione che prende quota tra chi conosce bene gli equilibri interni di via della Scrofa, proprio mentre nel pomeriggio il ministro si intrattiene per più di un’ora a Palazzo Chigi per un incontro chiarificatore con la premier.
Regeni sarebbe stato soltanto un «pretesto». Dietro le decisioni di Giuli ci sarebbe piuttosto il tentativo di riacquistare margini di autonomia dopo mesi di convivenza complicata con pezzi del partito che al Mic pesavano più del ministro. Ufficialmente, infatti, il capo della segreteria tecnica è accusato di non aver avvertito il ministro della possibile grana Regeni che si stava profilando in commissione. Una giustificazione che nel partito non convince: «Può anche essere che il film su Regeni abbia fatto da detonatore», ragiona qualcuno. «Ma non rimuovi una figura come Merlino per una cosa così, soprattutto a un anno dal voto. Suona più come una scusa».
Il ruolo di Merlino
Emanuele Merlino, figlio di Mario, volto storico di Avanguardia nazionale, è considerato un «purissimo» della Fiamma. Uno che conosce in maniera «viscerale» la destra e la sua storia. Non certo un semplice funzionario. Chi ha lavorato a stretto contatto con lui ultimamente racconta di ritardi e lentezze nella gestione dei dossier. «Ma il problema non è tecnico», riflette qualcuno. «Con la fine della legislatura dietro l’angolo non è credibile rivedere solo ora la squadra perché non funziona. È piuttosto un problema politico. E arriva proprio dopo il pasticcio della Biennale», quando Giuli si sarebbe ritrovato schiacciato su una linea non sua. «Lì Merlino ha tenuto una posizione netta contro Buttafuoco, quella di Fazzolari».
Il caso ha lasciato il segno. Il ministro avrebbe preferito una linea più morbida da quella che è stato spinto a tenere. Una vicenda che a Giuli «ha fatto male due volte: umanamente, per lo scontro con l’amico Pietrangelo, e politicamente», perché avrebbe portato alla luce le sue difficoltà nell’imporre una linea autonoma. Da qui un’insofferenza crescente. «Merlino era il migliore che aveva nel suo ministero. Il suo unico ‘problema’ è che era un uomo di Fazzolari». Ora, azzerato il vertice, il numero uno della Cultura spera di «uscire dal commissariamento» e giocarsi in autonomia l’ultima fase della legislatura.
(da Open)

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PER L’OMICIDIO DEL BRACCIANTE BAKARI SAKO ARRESTATI I CRIMINALI RAZZISTI: SONO CINQUE RIFIUTI UMANI ITALIANI

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

SOLO UNO DI LORO E’ MAGGIORENNE

Secondo quanto ricostruito dagli inquirenti è stato un ragazzo di 15 anni (ne compirà 16 tra qualche giorno) a sferrare i fendenti all’addome di Bakari Sako, con un coltello o un cacciavite, uccidendolo. Il 35enne originario del Mali è stato accerchiato all’alba di sabato scorso 9 maggio, da un gruppo di cinque giovani e ferito mortalmente da uno di loro in piazza Fontana, nel centro storico di Taranto. Sono cinque i fermi disposti, quattro dalla procura minorile e uno della procura ordinaria. Il maggiorenne è Fabio Sale, di 20 anni, i quattro minori hanno tra i 15 e i 16 anni. Per tutti l’accusa è di omicidio aggravato dai futili motivi.
Accerchiato, spintonato. Poi la fuga e l’aggressione del 15enne con gli amici
Sako sarebbe stato ucciso con tre fendenti al petto e al torace. Colpi che non gli hanno dato scampo. Decisive per le indagini sono state le immagini registrate dalle telecamere di sicurezza. Il bracciante è stato prima circondato e aggredito con pugni e spintoni. Poi ha cercato di fuggire ma è stato rincorso e colpito tre volte nella ona toracica e addominale con un’arma da taglio che il 15enne portava con sé. Bakari Sako, originario del Mali, aveva 35 anni. Era arrivato a Taranto nel 2022, aveva un regolare permesso di soggiorno, nessun precedente penale ed era inserito nella comunità degli immigrati. Quel giorno stava andando a lavoro, con la sua bici. Secondo quanto riporta il Corriere della Sera lascia nel suo paese d’origine due mogli, entrambe incinte. Bambini che non vedranno mai il loro padre.
(da agenzie)

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MARINA BERLUSCONI E I CONTATTI CON IL PD PER LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

IL NOME PREFERITO E’ QUELLO DI PIER FERDINANDO CASINI

Il prossimo presidente della Repubblica si elegge a inizio 2029. Prima ci saranno le elezioni. E sarà quindi la nuova maggioranza a mandarlo al Quirinale. E, scrive La Stampa, gli uomini che rispondono a Marina Berlusconi e al Partito Democratico stanno intensificando i contatti. In ballo c’è Gianni Letta che parla della questione con Dario Franceschini e Francesco Boccia, secondo fonti di Forza Italia. Entrambi vicini a Elly Schlein. Il nome scelto sarebbe quello di Pierferdinando Casini.
La convergenza
La strana convergenza tra Mediaset e Pd deriva dalla necessità che il successore di Sergio Mattarella non sia la diretta espressione della destra meloniana. Intanto balla anche un incontro tra Marina Berlusconi e Schlein. Di cui Letta ha il mandato di verificare la fattibilità. E sul tavolo c’è anche la legge elettorale. E proprio di legge elettorale ha parlato ieri Meloni. Magnificando la possibilità che porti stabilità garantendo un premio di maggioranza. E così criticando implicitamente chi tifa per il pareggio. Tra i quali ci sarebbe proprio Marina B. Che invece preferirebbe un proporzionale. Con la possibilità di una non-vittoria che finisca per scardinare l’attuale quadro politico.
(da agenzie)

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SORPRESA, CALANO I PREZZI DEI VOLI

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

LA SCOMMESSA DELLE COMPAGNIE AEREE PER SCONGIURARE UN CALO DELLE PRENOTAZIONI ESTIVE

Per settimane, i timori per la mancanza di carburante per aerei sembravano presagire un’estate da incubo, con migliaia di voli cancellati e tanti altri a rischio. In realtà, rivela un’indagine del Financial Times, da qualche settimana i prezzi dei voli sono tornati a scendere, con le compagnie aeree che stanno abbassando i prezzi per scongiurare un calo delle prenotazioni. Da un’analisi sui dati di Google Flights, emerge che diverse compagnie aeree europee stanno abbassando le tariffe per l’estate nel tentativo di rilanciare le prenotazioni.
L’inaspettato calo dei prezzi
L’analisi del quotidiano britannico prende in esame le tariffe più basse disponibili su Google Flights per alcune delle principali rotte europee verso il Mediterraneo. Tra il 9 aprile e il 6 maggio, i prezzi per una settimana di vacanza a luglio sono scesi in 27 delle 50 tratte considerate. In quindici casi, il calo è stato pari o superiore al 10%, mentre su otto rotte la riduzione ha superato il 20%. Il caso più evidente citato dal Financial Times è quello dei voli tra Milano e Madrid, dove la discesa ha raggiunto il 44%.
Anche alcune ricerche effettuate da Open su Google Flights per una settimana di vacanza, da lunedì 29 giugno a domenica 5 luglio, confermano la lettura del Financial Times e mostrano prezzi bassi o comunque nella fascia «tipica» dalla piattaforma. Per un Milano-Palermo, Google segnala 42 euro come prezzo del volo più economico, in calo rispetto a uno e due mesi fa. Sulla tratta Roma-Maiorca, il prezzo minore rilevato è di 36 euro, anche in questo caso in discesa. Più alta, ma comunque allineata alla media storica indicata dalla piattaforma, la tariffa per Milano-Tokyo: 709 euro, con un intervallo abituale tra 670 e 810 euro. Due screenshot di Google Flights che mostrano la discesa dei prezzi dei biglietti aerei nelle ultime settiman
La mossa delle compagnie aeree per convincere i clienti
Il nodo, più che la domanda in sé, sembra essere la cautela dei consumatori. Andrew Lobbenberg, analista di Barclays, parla al Financial Times di una «partita di fiducia» tra compagnie aeree, agenzie di viaggio e clienti: molti rimandano la prenotazione, aspettano l’ultimo momento o scelgono mete più vicine. Per questo, sostiene, vettori e tour operator sono spinti a offrire prezzi più bassi per sbloccare la domanda. Una dinamica confermata anche dall’amministratore delegato di Wizz Air, József Varadi, secondo cui «è possibile stimolare la domanda, ma a un costo». E nel breve periodo, questo si traduce proprio in una riduzione delle tariffe.
Il rischio cancellazione e i prezzi più alti per chi aspetta
Il paradosso è che i prezzi bassi di oggi non garantiscono che la situazione resti così fino all’estate. Alcune compagnie hanno già tagliato alcune tratte e, secondo le stime citate dal Financial Times, tra il 5 e il 15% dei voli potrebbe essere cancellato nei mesi estivi, a seconda dell’evoluzione della crisi nello Stretto di Hormuz. I passeggeri che hanno già prenotato verrebbero con ogni probabilità riprotetti su altri voli, mentre chi aspetta potrebbe trovarsi davanti a meno posti disponibili e tariffe più alte. Insomma, i cieli quest’estate non resteranno vuoti e il mercato dei voli estivi non rischia di diventare più caro. Piuttosto, molto più imprevedibile.
(da Open)

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SANZIONI UE AI COLONI ISRAELIANI, LA SVOLTA DEI 27 PAESI

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

TAJANI: “BASTA AGGRESSIONI AI CRISTIANI” (AI PALESTINESI INVECE SI PUO?)… L’IRA DELLO STATO TERRORISTA DI ISRAELE: “OLTRAGGIOSO”

L’Unione europea ha deliberato oggi per la prima volta di sanzionare i coloni israeliani ritenuti responsabili di azioni violente in Cisgiordania: vengono colpiti dalle nuove sanzioni Ue, come ha riassunto il ministro degli Esteri francese Jean-Noël Barrot, «le organizzazioni israeliane colpevoli di sostenere la colonizzazione estremista e violenta della Cisgiordania, così come i loro dirigenti». A deliberare la decisione sono stati oggi i ministri degli Esteri dei 27 riuniti a Bruxelles. L’opzione delle sanzioni mirate contro i protagonisti delle peggiori violenze anti-arabe in Cisgiordania – assalti a persone, case, villaggi – era sul tavolo dell’Ue da tempo, ma sino al mese scorso la decisione era sempre stata bloccata da Paesi recalcitranti, in particolare dall’Ungheria.
La svolta Ue dopo la sconfitta di Orbán
Ora che Viktor Orbán ha perso le elezioni e a Budapest si è insediato il nuovo governo di Péter Magyar, e che hanno indurito la posizione verso Israele anche tradizionali alleati di peso come Italia e Germania, nessun Paese Ue ha più posto ostacoli all’adozione della decisione. Al contempo il Consiglio Esteri ha anche deciso di imporre nuove sanzioni ai principali dirigenti di Hamas, «movimento terroristico che deve essere imperativamente disarmato ed escluso da qualsiasi partecipazione al futuro della Palestina», ha ricordato ancora Barrot nel celebrare la doppia decisione. «Era ora che passassimo dall’impasse ai fatti. Estremismi e violenze hanno conseguenze», gli ha fatto eco l’Alta rappresentante Ue per la politica estera Kaja Kallas.
Tajani: «Inaccettabili le aggressioni ai cristiani»
Ad appoggiare le sanzioni Ue ai coloni è stata dunque anche l’Italia di Giorgia Meloni. Lo ha confermato il ministro degli Esteri Antonio Tajani parlando ai cronisti al termine della riunione, spiegando che a contribuire all’indurimento della posizione dell’Italia verso Israele sono state anche le ripetute aggressioni o provocazioni contro obiettivi cristiani, in Cisgiordania ma anche in Libano o dentro Israele stesso. «Sono troppe e inaccettabili; c’è un atteggiamento aggressivo che non ci piace», ha detto Tajani enumerando i casi susseguitisi nelle ultime settimane – dal divieto al Cardinale Pierbattista Pizzaballa di dire messa al Santo Sepolcro nella Domenica delle Palme all’agguato a una suora a Gerusalemme, dagli attacchi ai cristiani in Cisgiordania alla distruzione di una statua della Madonna da parte di un soldato nel sud del Libano. «Sono tutte cose che non vanno. Così come noi proteggiamo sempre i cittadini di religione ebraica in Italia, vogliamo che ci sia un atteggiamento duro di condanna nei confronti degli attacchi a minoranze religiose in Israele», ha detto Tajani.
La carta dell’embargo sui prodotti dei coloni
Altre misure punitive verso Israele per le sue recenti decisioni e condotte per il momento non ne sono state decise, anche se qualcos’altro potrebbe muoversi nei prossimi mesi. Sul fronte del blocco doganale alla messa in commercio nell’Ue di prodotti venduti da imprese basate in insediamenti israeliani illegali in Cisgiordania, in particolare, i ministri degli Esteri dei 27 hanno deciso di chiedere alla Commissione di predisporre una proposta che sarà poi esaminata dai governi stessi. Non sono invece neppure entrate nel menu della discussione di oggi, dopo la chiara opposizione espressa già all’ultimo Consiglio Esteri in particolare da Italia e Germania, altre azioni più forti contro Israele, come sanzioni ai ministri oltranzisti stessi (Itamar Ben-Gvir e Betzalel Smotrich) o la sospensione anche solo parziale dell’Accordo di Associazione Ue-Israele – strada per la quale una petizione popolare ha raccolto nei mesi scorsi oltre 1 milione di firme dopo la mobilitazione di movimenti pro-palestinesi e partiti di sinistra.
L’ira di Gerusalemme: «Decisione oltraggiosa»
La sola decisione di sanzionare dirigenti ed organizzazioni oltranziste degli insediamenti ebraici oltre la Linea Verde ha però già provocato l’ira funesta del governo israeliano. «Israele respinge fermamente la decisione di imporre sanzioni a cittadini e organizzazioni israeliane. L’Ue ha scelto in modo arbitrario a causa delle sue opinioni politiche e senza alcun fondamento», protesta il ministro degli Esteri dello Stato ebraico, Gideon Sa’ar. Secondo cui l’equilibrismo con cui l’Ue ha contemporaneamente deliberato anche nuove sanzioni a Hamas sarebbe la classica toppa peggiore del buco. «Oltraggioso e inaccettabile», per Sa’ar, «il paragone che l’Ue ha scelto di fare tra cittadini israeliani e terroristi di Hamas, un’equivalenza morale completamente distorta». «Israele ha sempre difeso diritto degli ebrei a stabilirsi nel cuore della nostra patria. Nessun altro popolo al mondo ha un diritto alla propria terra così documentato e consolidato come quello del popolo ebraico alla Terra d’Israele. Questo è un diritto morale e storico, riconosciuto anche dal diritto internazionale, e nessun soggetto può sottrarlo al popolo ebraico», conclude la replica al veleno il ministro degli Esteri di Benjamin Netanyahu. «Qualsiasi tentativo di imporre opinioni politiche attraverso le sanzioni è inaccettabile e non avrà successo».
(da agenzie)

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GLOVO E DELIVEROO SOTTO SCACCO: LA SPINTA DI PM, POLITICA E SINDACATI PUO’ STRAVOLGERE IL FOOD DELIVERY IN ITALIA

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

PIATTAFORME ACCUSATE DI CAPOLARATO, SI SALVA SOLO JUST EAT CHE NEL 2021 HA ASSUNTO I RIDER

Per anni, il food delivery italiano ha vissuto su un equilibrio fragile: consegne rapide, prezzi bassi e rider pagati una miseria. Un modello fondato sulla promessa della flessibilità, ma anche su un’ambiguità che sta diventando sempre più difficile da evitare: quanto è davvero autonomo un lavoratore che riceve gli ordini da un’app, viene valutato da un algoritmo, si muove dentro zone stabilite dalla piattaforma e dipende dalle consegne per la parte principale del proprio reddito
Questa domanda non è nuova. Anzi, è la stessa che i sindacati e diverse procure in giro per il mondo si fanno ormai da anni.
La novità è che da qualche mese la pressione su Glovo e Deliveroo – le due principali piattaforme di food delivery che non assumono i propri rider – si è intensificata: il commissariamento, le inchieste per caporalato, l’istruttoria dell’Antitrust, ma anche il decreto Primo maggio del governo e l’atteso recepimento della direttiva europea sul lavoro di piattaforma. Al punto che vale la pena chiedersi se il settore stia finalmente per cambiare pelle. Non per volontà delle aziende, quanto per la tempesta perfetta che si è creata attorno a loro.
Il fronte giudiziario: l’inchiesta del 2021, il commissariamento e il faro dell’Antitrust
Il primo fronte è quello giudiziario. Nel 2021, una maxi-indagine della procura di Milano impone alle piattaforme di regolarizzare circa 60mila rider e fa ciò che la politica fino a quel momento non è riuscita a fare, ossia accendere i riflettori sulla sicurezza sul lavoro. Quello scossone produce risposte molto diverse da parte dei colossi del settore. Nel 2023, dopo sette anni di attività, Uber Eats lascia l’Italia, sostenendo che nel nostro paese non ci sono «opportunità di crescita sostenibile a lungo termine». Just Eat sceglie la strada del lavoro subordinato, firmando un accordo con Cgil, Cisl e Uil e inquadrando i propri rider come dipendenti assunti con il contratto nazionale della logistica. Glovo e Deliveroo, invece, continuano a difendere il modello fondato su lavoro autonomo e parasubordinato.
A cinque anni di distanza da quell’indagine, la procura di Milano è tornata a scuotere il mondo del food delivery. Lo scorso febbraio, Glovo e Deliveroo sono finite sotto amministrazione giudiziaria con l’accusa di caporalato. Secondo la tesi dei magistrati, circa 40mila rider attivi a livello nazionale avrebbero lavorato per anni in condizioni di sfruttamento, con paghe inferiori fino al 90% rispetto ai minimi della contrattazione collettiva. Nei giorni scorsi arriva l’ultima mazzata, con l’Autorità Garante della Concorrenza e del Mercato che annuncia di aver avviato un’istruttoria nei confronti di alcune società del gruppo Glovo e di Deliveroo. Secondo l’Antitrust, le aziende avrebbero comunicato «informazioni ingannevoli riguardo al loro impegno etico e alla loro responsabilità sociale verso i rider».
Il caso Just Eat, che ha scelto la strada del dialogo con i sindacati
Dei tre colossi del food delivery che operano in Italia ce n’è uno che è riuscito a schivare tutte queste inchieste. Si tratta di Just Eat, che dopo l’indagine del 2021 ha acconsentito ad assumere i propri rider. Takeaway.com Express Italy, la società di Just Eat in Italia, ha firmato con Filt Cgil, Fit Cisl e Uil Trasporti un accordo per applicare ai rider il contratto nazionale della logistica. Nell’intesa si legge che i contratti di lavoro subordinato a tempo indeterminato «costituiscono la forma comune di rapporto di lavoro» con cui il lavoratore svolge la propria attività. Un rider che lavora 30 ore a settimana prende circa 1.500 euro con tredicesima, ferie, malattia e infortuni.
Il testo prevede anche part-time, lavoro intermittente, pause, riposo settimanale, retribuzione oraria, indennità aggiuntive, rimborsi chilometrici, coperture assicurative. Insomma, tutti quei diritti che fino a prima del 2021 erano sempre stati negati ai rider. «Oggi Just Eat è presente in oltre 40 città. Hanno storicizzato la loro presenza e stanno vendendo bene il fatto di essere gli unici ad aver assunto i propri dipendenti», spiega Danilo Morini, funzionario della Filt Cgil che ha seguito fin dalle prime battute le vicende di Just Eat. «Dal primo contratto del 2021 abbiamo firmato tre accordi integrativi, riuscendo ogni volta a ottenere qualcosa. Il modello tiene, ma sempre in attesa di capire cosa succederà alle altre piattaforme».
L’ultimo accordo, firmato a febbraio di quest’anno, introduce anche un premio di risultato, legato a parametri di presenza e produttività, e apre tavoli su rimborsi chilometrici, spese telefoniche, copertura assicurativa per il furto dei mezzi, welfare e organizzazione locale. Tutto questo non significa che il modello Just Eat sia totalmente privo di problemi. Innanzitutto, perché rispetto al 2021 ha perso quote di mercato rispetto ai concorrenti che non assumono i propri rider. In più, fa sapere la Filt Cgil, la nuova proprietà ha da poco presentato un’istanza di licenziamento collettivo (che non riguarda i rider, ma altre figure) per ridurre i costi.
Altro che lavoretti: per molti rider le consegne sono la prima fonte di reddito
In tutti i discorsi sui rider, il nodo giuridico più controverso si concentra su una domanda: chi organizza davvero il lavoro? Le piattaforme sostengono che il rider sia libero di collegarsi quando vuole e di accettare o rifiutare le consegne. I
sindacati rispondono che questa libertà è molto limitata, perché il lavoro viene regolato di fatto dall’algoritmo. Chi consegna cibo a domicilio, inoltre, viene spesso descritto come una persona in cerca un lavoretto occasionale per arrotondare lo stipendio, ma la realtà è molto diversa.
Un report elaborato dalla Nidil Cgil ha tracciato l’identikit di chi sono i rider italiani e ha portato a galla risultati per certi versi sorprendenti. Il 91,7% di chi ha risposto al questionario è uomo, con una forte presenza di lavoratori migranti (la componente pakistana rappresenta da sola un quarto del totale). Per più di tre rider su quattro (il 76,4%), il food delivery è la principale fonte di reddito, mentre il 72,9% dice di lavorare sei o sette giorni alla settimana. Il guadagno medio per consegna si colloca molto spesso tra 2 e 4 euro lordi. E in quella cifra c’è tutto: non solo la consegna, ma anche i tempi di attesa, gli spostamenti, i costi del mezzo, il carburante, la manutenzione, il telefono.
La spinta della politica: dalla direttiva Ue al decreto Primo maggio
Accanto alla questione giudiziaria e a quella sindacale, ce n’è una politica. Su questo fronte, il prossimo passaggio decisivo sarà il recepimento della direttiva europea sul lavoro di piattaforma, approvata a fine 2024 e attesa entro la fine dell’anno. La norma introduce la presunzione legale di subordinazione, impone maggiore trasparenza sugli algoritmi e prevede una supervisione umana sulle decisioni automatizzate. Un cambio di prospettiva che potrebbe incidere direttamente sul modello usato finora da Glovo e Deliveroo.
Nel frattempo, il governo Meloni è intervenuto con il decreto Primo maggio, che secondo Morini contiene un elemento positivo ma ancora insufficiente: «Presuppone che il rider abbia caratteristiche da lavoro dipendente, salvo che l’azienda dimostri il contrario. Si inverte l’onere della prova». Per il sindacalista, il provvedimento non esaurisce il tema: «Quel decreto non è sufficiente perché parla prevalentemente di rider. Non risponde a quello che dice la direttiva europea». I sindacati, insomma, si aspettano altre iniziative da parte dell’esecutivo di Giorgia Meloni per recepire appieno la direttiva Ue entro fine anno, senza accontentarsi delle novità annunciate con il decreto Primo maggio.e
Cosa succede ora a Glovo e Deliveroo?
Proprio l’ultimo intervento legislativo del governo potrebbe scombinare le carte e reindirizzare il lavoro della procura di Milano con Glovo e Deliveroo. «Il commissariamento dura quanto il processo penale. Alla dirigenza delle due società è stata affiancata una figura che rimarrà fino a quando non verranno rimossi gli elementi contestati», spiega Francesco Melis, funzionario della Nidil Cgil. «La trattativa con la procura – sottolinea il sindacalista – era finalizzata ad alzare le retribuzioni che sono valse alle due piattaforme le accuse di caporalato. Ora che il quadro è cambiato, con il decreto Primo maggio, la procura potrebbe non accontentarsi più della questione economica».
L’intervento del governo, insomma, crea una sorta di convergenza tra politica, magistratura e sindacati, tutti uniti nel chiedere a Glovo e Deliveroo di assumere i propri rider. «Le piattaforme sono in difficoltà, per loro la strada si sta facendo sempre più stretta», osserva Melis. Di fronte a una simile pressione, gli scenari sul tavolo sono diversi: cedere alle richieste e assumere i rider, sperare di cavarsela con paghe più elevate e accordi con i sindacati oppure abbandonare l’Italia, come ha fatto Uber Eats nel 2023. Di certo c’è solo che la strada scelta finora – ossia comprare tempo e far finta di niente – non sarà percorribile ancora per molto.
(da Open)

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I RETROSCENA OPPOSTI DI CORRIERE E FOGLIO SU GIULI E MELONI: “POSSO ANDARMENE”, ANZI NO: “CHIEDO SCUSA”

Maggio 12th, 2026 Riccardo Fucile

“GRANDE E’ LA CONFUSIONE SOTTO IL CIELO DELLA CULTURA”… SPUNTA ANCHE L’ANEDDOTO SU BUTTAFUOCO

«Ho sbagliato, mi scuso». Anzi no. «Posso sempre andare via». Dopo la nota di Palazzo Chigi che ieri ha svelato l’incontro della premier Giorgia Meloni con il suo ministro della Cultura Alessandro Giuli i retroscena dei giornali non convergono su quanto si sono detti i due.
Secondo il Corriere della Sera, che sostiene che l’iniziativa sia partita da via del Collegio Romano, Giuli è arrivato per scusarsi: «Ho capito di aver sbagliato, di aver provocato un problema al governo e al partito».
Secondo Il Foglio invece Giuli vede spettri come Macbeth e il suo Macduff è Federico Mollicone, responsabile cultura di FdI. E a Meloni avrebbe detto: «Non ce la faccio. Io posso andare via. Io non volevo farlo, me lo avete chiesto voi».
La convocazione di Giuli si è resa necessaria perché via della Scrofa e Palazzo Chigi erano molto irritati con il Mic per la storia della cacciata di Proietti e Merlino. Secondo le chat quella del ministro della Cultura sarebbe stato «un harakiri». Ovvero un gesto degno di Yukio Mishima, intellettuale giapponese che il ministro apprezza. Giuli «chiede e ottiene un incontro» con Meloni, è il racconto del Corriere, che per primo ha parlato della cacciata dei due fedelissimi di FdI dal ministero. Sempre secondo il racconto la presentazione di Giuli cosparso con il capo di cenere è anche un modo per ristabilire i rapporti di forza.
L’aereo perduto
Terminato l’incontro Giuli doveva partire per Bruxelles ma a causa di uo sciopero il suo volo viene cancellato. Intanto Il Foglio dice che Meloni ha detto a Giuli: «Ti abbiamo sempre difeso. Di chi ti fidi?». E che lui intanto prepara anche l’addio del suo capo di gabinetto Valentina Gemignani. Secondo Giuli il capo della segreteria tecnica Merlino era un informatore di Mollicone. E la sua capa di gabinetto lo sabota. Secondo il quotidiano ieri Meloni lo ha cercato per chiedere l’incontro.Il retroscena su Buttafuoco
E intanto, a proposito della lite alla Biennale, si svela un retroscena interessante: Meloni chiese a Buttafuoco di fare il ministro e Buttafuoco rispose: «C’è chi meglio di me lo può fare, Alessandro». Insomma, per un soffio non abbiamo avuto un governo schierato con l’Ucraina con dentro un ministro che vuole invitare i russi alle kermesse. La prova definitiva del fatto che in Italia la situazione è disperata, ma non seria.
(da Open)

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