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SAPETE QUALI SONO LE CATEGORIE DI CUI GLI ITALIANI SI FIDANO MENO? I POLITICI E GLI INFLUENCER (E IN ALCUNI CASI LE DUE ATTIVITA’ SONO SOVRAPPONIBILI)

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

SECONDO IL “GLOBAL TRUSTWORTHINESS INDEX 2026”, I PIU’ “AFFIDABILI” SONO SCIENZIATI, MEDICI E INSEGNANTI – NELLA CATEGORIA “AZZECCAGARBUGLI”, I SONDAGGISTI PIACCIONO PIU’ DEGLI AVVOCATI – I GIORNALISTI SONO CONSIDERATI PIU’ ATTENDIBILI DEI CONDUTTORI DEI TELEGIORNALI – META’ CLASSIFICA PER I SACERDOTI, GIUDICATI COMUNQUE MIGLIORI DEI BANCHIERl

Gli italiani non si fidano dei politici, non è certo una novità. Lo è però forse il fatto che questa sfiducia non rappresenti affatto un’anomalia nazionale. Siamo in buona compagnia: se in Italia il 65% considera «inaffidabili» i politici (e solo il 12% li ritiene «affidabili»), in Germania, Regno Unito e Stati Uniti siamo al 67%, in Francia si arriva al 72%, in Spagna al 75%. In Romania addirittura all’83%. La crisi della rappresentanza, insomma, non è un’esclusiva nazionale: i politici sono in assoluto la categoria meno affidabile per i cittadini in quasi tutto il mondo. Lo dice una ricerca globale di Ipsos sulla fiducia nelle categorie professionali, condotta in 31 paesi a giugno e pubblicata ieri.
Secondo il «Global trustworthiness index 2026», però, c’è una categoria che in alcuni paesi riesce a fare persino peggio: gli influencer. In Italia ne diffida il 66%, mentre solo il 13% li considera affidabili. Se la sfiducia verso la classe politica mina i meccanismi della rappresentanza, anche il mondo della comunicazione non gode quindi di grande salute.
In fondo alla classifica di affidabilità troviamo (oltre ai ministri con il 15%) i pubblicitari (15%) e la new entry di questa edizione dell’indagine Ipsos: i chatbot, gli assistenti virtuali basati sull’intelligenza artificiale come ChatGpt o Claude. Solo il 20% degli italiani li considera affidabili. Va un po’ meglio per i giornalisti: 23% (e 22% per i conduttori dei telegiornali), sullo stesso livello di imprenditori e funzionari governativi (22%), banchieri e sacerdoti (23%).
All’estremo opposto medici, scienziati e insegnanti: sono le tre categorie più affidabili ovunque. Nel nostro Paese si fida dei medici il 61% dei cittadini, degli scienziati il 64% (+8%). Rispettivamente 3 e 7 punti sopra la media globale, e in crescita rispettivamente di 2 e di 8 punti rispetto al dato italiano registrato nel 2024.
La fiducia nei medici è in realtà è inferiore di cinque punti rispetto al picco del 2021, raggiunto nel pieno della pandemia, ma si tratta di un ritorno alla normalità con il dato che si riallinea ai valori del 2018 e 2019. Superato il momentum legato al Covid, il capitale di credibilità della professione rimane quindi solido.
Riscuotono buoni livelli di fiducia tra gli italiani anche le forze armate e quelle di polizia: 40% nel primo(in linea con la media globale), 42% nel secondo (ben 6 punti in più rispetto alla media). Sembra quindi che gli italiani siano innanzitutto alla ricerca di certezze e di stabilità: ci si affida alle competenze scientifiche e alla tutela dell’ordine, mentre il mondo della politica e le nuove forme di comunicazione faticano a rendersi credibili.
oprattutto, però, gli italiani sembrano fidarsi poco gli uni degli altri. Si fida delle «persone comuni» soltanto il 29%, contro il 34% mondiale (e in calo di ben 6 punti rispetto al 2024). È forse questo il dato più profondo e allarmante: la diffidenza cresce e non riguarda soltanto le élite ma attraversa anche le relazioni interpersonali e la società nel suo insieme.
Una piccola eccezione confortante riguarda infine i sondaggisti: gode della loro fiducia il 30% degli italiani, quattro punti più della media globale, mentre solo il 27% li considera inaffidabili. In tempi di sfiducia generalizzata, per chi misura l’opinione pubblica non è affatto un cattivo risultato.

(da “Corriere della Sera”)

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GLI HOUTHI SONO LA NUOVA SPINA NEL FIANCO DI MELONI. IL MINISTRO DELLA DIFESA CROSETTO VALUTA DI INVIARE LA MARINA MILITARE NELLO STRETTO DI BAB EL-MANDEB PER GARANTIRE IL TRANSITO DELLE NAVI ITALIANE, MESSO A REPENTAGLIO DALLE AZIONI DEI RIBELLI DELLO YEMEN

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’EVENTUALE VOTO DEL PARLAMENTO PER UNA MISSIONE AD ALTO RISCHIO … I “PARTIGIANI DI DIO”, IN GUERRA CONTRO L’ARABIA SAUDITA, SONO ARMATI FINO AI DENTI CON DRONI, MISSILI BALISTICI E RAZZI

Gli Houthi avanzano sul terreno e, secondo un rapporto di Conflict Armament Research, stanno sperimentando «armi che nessun altro gruppo armato possiede». Con Hormuz strozzato e i Partigiani di Dio ormai padroni della costa yemenita sul Mar Rosso e delle isole di Bab el-Mandeb, il ministro italiano della Difesa, Guido Crosetto ha ordinato alla Marina di prepararsi a garantire il transito delle navi italiane. […]
«Abbiamo deciso, con il capo di Stato Maggiore, di non aspettare che sia Aspides a decidere se le navi possono passare o no», ha detto il ministro Crosetto a La Spezia, dove è intervenuto alla quarta edizione del Forum Risorsa Mare.
Per ora si tratta di uno stato di allerta, Crosetto non ha specificato quali misure siano al vaglio né quali mezzi navali potrebbero essere inviati nell’area: «Non decido adesso» quante navi militari italiane saranno inviate per garantire la navigazione nello stretto di Bab el-Mandeb, «valuteremo con il governo e con il Parlamento cosa sarà necessario fare». In una nota, la Marina conferma di aver ricevuto l’input del ministro a «verificare» se sia possibile «richiamare sotto comando nazionale» forze italiane già presenti nell’area o se serva «una nuova e specifica autorizzazione del Parlamento».
La priorità, sottolinea il capo della Difesa, è ripristinare i traffici: «Si tratta di navi che, se mandiamo, mandiamo a protezione dei mercantili».
Ma c’è anche un tema di «interessi nazionali e sicurezza degli italiani»: «Monitorare e proteggere i mari, sia in superficie sia nei fondali, significa tutelare la propria sicurezza, la propria prosperità e il proprio futuro», ha concluso il ministro.
Immagini del satellite europeo Sentinel-2, confrontate dall’account specializzato in analisi geospaziali Egypt’s Intel Observer, mostrano che tra l’8 e il 16 settembre gli Houthi hanno scavato circa 20 chilometri di trincee sulle alture attorno allo Stretto di Bab el-Mandeb: si preparano a difendersi da un eventuale contrattacco delle forze sostenute da Riad, mentre controllano dall’alto la rotta marittima. Oltre all’avanzata territoriale, gli esperti di armamenti del Conflict Armament Research (Car), dopo una missione in Yemen, segnalano un salto nelle capacità militari dei ribelli.
Oltre a droni, missili balistici, razzi e sistemi anticarro, hanno individuato moduli di navigazione ed eliche potenzialmente utilizzabili in «siluri circuitanti», sistemi subacquei che amplierebbero notevolmente la capacità degli Houthi di colpire bersagli in mare. L’Iran resta decisivo, secondo il britannico Car, nei rifornimenti. Ma il gruppo starebbe ormai sviluppando anche una propria capacità di ricerca e produzione locale.
Il fronte più caldo resta quello saudita, con nuovi attacchi incrociati. Riad ha colpito le province yemenite di Hajjah e Taiz mentre a Taif i detriti di un drone intercettato hanno ucciso un cittadino yemenita residente nel Regno: è la prima vittima annunciata da Riad dall’inizio della nuova escalation. […]
Secondo fonti iraniane citate da Reuters, la Cina – interessata a evitare che la guerra investa ancora di più le rotte energetiche da cui dipende anche la propria economia – ha trasmesso il messaggio all’Iran. Che ha scaricato la responsabilità sugli Stati Uniti: la stabilità regionale, ha risposto il regime dei Pasdaran – passa dalla fine della guerra nella regione.
Le sponde del conflitto coincidono con quelle del Mar Rosso. Secondo l’Onu, più di 100 mila yemeniti hanno lasciato le proprie case nelle ultime settimane; oltre 2 mila hanno attraversato il mare su piccole imbarcazioni verso Gibuti.

(da agenzie)

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GIORGIA CONTRO GIORGIA

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL 10 OTTOBRE 2017, IN OCCASIONE DEL VOTO DI FIDUCIA SUL ROSATELLUM, GIORGIA MELONI BOCCIO’ LA GIORGIA MELONI DI OGGI

La tecnica è collaudata. Mentre mercoledì Giorgia Meloni serviva sulla tavola imbandita dell’opinione pubblica il piatto forte, l’abolizione del bollo (limitata alle auto di media e piccola cilindrata) e per ora a termine (per il solo 2027, anno delle elezioni), altre prelibatezze, ma più difficili da digerire, passavano decisamente in secondo piano, nascoste nelle pieghe del menù. A cominciare dall’amaro: la cancellazione della tassa più odiata dagli automobilisti ridimensionata, seduta stante, dalla decisione di ridurre, in parallelo, lo sconto sulle accise del diesel da 17 a 12 centesimi. Con tutto quello che ne consegue in termini di rincari al distributore per il gasolio.
Bisognava invece inforcare gli occhiali per scorgere, nelle note sugli allergeni, la pietanza meno insidiosa: la fiducia che si fa strada alla Camera in terza lettura sulla legge elettorale (con finte preferenze e premio di maggioranza bulgaro), presentata agli italiani come la panacea contro l’instabilità dei governi repubblicani. Che detto dall’esecutivo più longevo della storia suona già da solo come una contraddizione in termini. Ma a conti fatti, che sarà mai? L’arte di comunicare contraddicendosi, del resto, è un vecchio vizio che a Meloni, finora, gli italiani hanno sempre perdonato.
Quando furono i 5 Stelle a proporre il taglio parziale del bollo auto Giorgia liquidò, con piglio da statista, l’iniziativa come degna di Cetto La Qualunque. Quanto all’ipotesi di porre la fiducia sulla legge elettore bisogna andare decisamente più indietro nel tempo per scoprire cosa ne pensasse all’epoca l’attuale presidente del Consiglio: “Approvare con il voto di fiducia, impedendo al Parlamento di discutere, una legge elettorale che impedirà ai cittadini di scegliersi il proprio governo e i propri rappresentanti sarebbe semplicemente scandaloso. E la domanda di Fratelli d’Italia è: il presidente Mattarella dov’è?”. Così, il 10 ottobre 2017, in occasione del voto di fiducia sul Rosatellum, Giorgia Meloni bocciò la Giorgia Meloni di oggi.

(da La Notizia)

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BEBE’, IRPEF E BOLLO: MELONI SA GOVERNARE SOLO CON INUTILI BONUS. SUL BOLLO AUTO IL RISPARMIO SARA’ DI SOLI 12 EURO AL MESE

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

IL BONUS NATALE DEL 2024 DA 100 EURO, PER POCHI NUCLEI FAMILIARI, E’ IL SIMBOLO DEL FLOP… IMPALPABILE IL TGLIO DEL CUNEO FISCALE CON POCHE DECINE DI EURO AL CETO MEDIO

Un mancettificio a ciclo continuo, in azione a Palazzo Chigi, che ha prodotto tante parole e nessun effetto reale sulla ricchezza. È finito nel dimenticatoio il “bonus Natale”, che il governo Meloni aveva lanciato in pompa magna a fine 2024 con la nobile motivazione di sostenere i redditi più bassi. Ma i 100 euro, destinati solo alle fasce di reddito fino a 28mila euro con figli a carico, sono stati elargiti a una platea limitata. Dando un sostegno impalpabile alle persone in difficoltà.
Eppure, era stata ideata come misura elettorale per le Europee, poi i soldi erano pochi ed è stata trasformata nel “bonus tredicesime”.
Tra le tante mance non è stata la prima, ma la più clamorosa in termini di flop.
Risparmi minimi
La sospensione di un anno del bollo per auto e moto è quindi solo l’ultima mancia in ordine di tempo ed è anche quella a maggiore impatto mediatico dell’esecutivo in carica.
L’intervento, come annunciato dalla presidente del Consiglio, riguarda il 70 per cento dei veicoli e garantisce, in media, un risparmio annuo di pochi spiccioli al mese. Altroconsumo ha stimato «un vantaggio da 113 a euro a 142 euro» all’anno. Anche se fosse un po’ più alto, il risultato non cambierebbe di molto. Si parla di circa 12/13 euro al mese a persona per un impegno di spesa statale di 2,3 miliardi di euro. Fondi prelevati dalle casse delle regioni che attendono, fiduciose, il rimborso dello Stato. Altissima spesa, bassissima resa.
L’effetto, però, è quello del risparmio su una tassa una tantum, quindi di un sollievo momentaneo, ideale per spingere verso l’alto i consensi. Infatti Giorgia Meloni ha lanciato il battage comunicativo del governo che toglie le tasse, innescando la polemica social con Matteo Renzi. «Mi davi del venditore di pentole», ha scritto il leader di Italia viva in riferimento alle critiche della premier sulla sua promessa di cancellare il bollo. «Hai scoperto la differenza tra annunciare e realizzare», la replica di Meloni. Con il senatore di Iv che ha contrattaccato: «Hai annunciato molto, hai realizzato poco».
Scontro a parte, la pressione fiscale resta a livelli altissimi, a fine 2026 dovrebbe attestarsi al 42,9 per cento. Gli interventi generici non contribuiscono a mettere somme sostanziose nelle tasche dei lavoratori. Secondo un sondaggio pubblicato dalla Stampa nei mesi scorsi, 4 italiani su 10 hanno dichiarato di sentirsi più povero. E 5,7 milioni di euro, per l’Istat, è in condizione di povertà assoluta.
Sanità: le malattie della povertà non sono scomparse, e le disparità crescono
Gira e rigira, le mance danno titoli, ma non servono. Un caso di scuola è stato il taglio del cuneo fiscale. Il secondo scaglione dell’aliquota Irpef è passato dal 35 al 33 per cento. Un’iniziativa inserita nell’ultima manovra, con grandi squilli di fanfare, per un costo di 3 miliardi di euro. Il beneficio è stato impercettibile per le buste paga del ceto medio.
La quantificazione è in poche decine di euro per i redditi intorno ai 30mila euro, qualcosa in più per i redditi tra 45mila e 50mila euro. Il vantaggio è stato divorato in pochi mesi dall’aumento dell’inflazione, che ad agosto ha sfondato il tetto del 3 per cento, arrivando al 3,3 per cento.
La spirale rischia di diventare inarrestabile: i costi dell’energia e del carburante si scaricano sui beni di prima necessità. Tra l’altro, proprio a inizio legislatura, Meloni aveva rinnovato il bonus benzina di 200 euro, istituito dal governo Draghi. Un cerchio che si chiude.
Pensioni da caffè
Altra misura cucita addosso alla propaganda è quella del bonus bebè, che ha riaggiornato una vecchia azione del governo Renzi.
Nell’ultima manovra è stata prevista l’erogazione di 1.000 euro una tantum (per i nuclei familiari con Isee inferiore a 40mila euro) per i nuovi nati nel 2026. Se l’intervento sarà confermato, si vedrà in futuro. Le politiche per la natalità passano dagli spot, non da un investimento strutturale. Presa in prestito, questa volta da Berlusconi, l’idea della social card, un buono spesa per le fasce più deboli: la carta Dedicata a te che concede 500 euro per un numero limitato di beni. La spesa per le casse pubbliche, in questo caso, ammonta a poco meno di 600 milioni di euro.
Di mancia in mancia, il capitolo previdenziale resta un altro paradigma della destra al potere. Le pensioni minime a mille euro sono state la grande chimera dell’era di Silvio Berlusconi. Una promessa buona per tutte le stagioni, che non è stata mai realizzata. Il governo Meloni non ha fatto granché, a dispetto delle parole di Matteo Salvini. Lo scorso gennaio la rivalutazione dell’Inps ha portato l’assegno da 603 euro a 611 euro, un aumento di 8 euro al mese. Un caffè al bar per una settimana. A conti fatti, l’unica categoria che ha usufruito di una reale detassazione è quella delle partite Iva con la flat tax per chi fattura fino a 85mila euro.
La tassazione agevolata è in questo caso un vantaggio realistico. Mentre un intervento spot, come quello sul bollo auto, ha una gittata limita. In questo caso servirà per coprire il buco nero degli aumenti del carburante. Dopo la sospensione del bollo per il 2027, non ci saranno altri interventi per frenare i rincari alla pompa. Ma Meloni potrà raccontare di aver tagliato le tasse. Fino alla prossima mancia.

(da editorialedomani.it)

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IN ITALIA AUMENTA TUTTO: COMPRARE CASA COSTA IL 4% PIU’ DI UN ANNO FA, MA CHI LAVORA GUADAGNA MENO CHE NEL 1990

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

INFLAZIONE CORRE AL +3,3% SU BASE ANNUA MENTRE I SALAR REALI SONO SCESI DEL 6,6% RISPETTO AL 1990

I prezzi dei generi alimentari di prima necessità decollano, benzina e diesel crescono di giorno in giorno, l’inflazione aumenta inesorabilmente e il costo della vita diventa semore più difficile da sostenere, mentre da oltre 35 anni gli stipendi restano al palo, come certificato a luglio dall’Ufficio Parlamentare di Bilancio in una analisi che due mesi fa ha dipinto un quadro desolante in cui le retribuzioni reali dei dipendenti del settore privato sono addirittura crollate del 6,6% rispetto all’inizio degli anni Novanta.
È la tempesta perfetta per le famiglie, per i giovani e per i lavoratori italiani: da un lato un potere d’acquisto limitato, complici i salari “da fame”; dall’altro un’inflazione che cresce erodendo i risparmi, i beni di prima necessità che subiscono continui e inarrestabili rincari e il mercato immobiliare che registra aumenti vertiginosi e proibitivi per chiunque abbia il sogno di comprare casa, in un cortocircuito che sta allargando ulteriormente le già ampie disuguaglianze sociali.
Ad agosto 2026 inflazione aumentata del 3,3% su base annua
A pesare come un macigno sui bilanci familiari è innanzitutto la spinta inflazionistica. Nel mese di agosto 2026, secondo i dati ufficiali dell’Istat pubblicati ieri, l’indice nazionale dei prezzi al consumo ha registrato una crescita del 3,3% su base annua, in netto aumento rispetto al 2,9% del mese di luglio. Su base mensile l’incremento è stato dello 0,5%. A trainare questa accelerazione sono stati principalmente i beni energetici, con quelli regolamentati balzati dal 14,8% al 18,6% e quelli non regolamentati passati dall’11,4% al 17,0%. Salgono prepotentemente anche i beni durevoli, che passano dallo 0,7% all’1,3%, e gli alimentari non lavorati, che si attestano al 3,8%. Sebbene il cosiddetto “carrello della spesa” registri una lieve frenata scendendo all’1,0%, i prodotti ad alta frequenza d’acquisto schizzano invece al 4,3%. Complessivamente, il divario tra la crescita dei prezzi dei beni (al 4,1%) e quella dei servizi (al 2,4%) si sta allargando in modo significativo, portando l’inflazione media acquisita per il 2026 al 2,9%.
L’Unione Nazionale Consumatori: “Rischio Caporetto per il ceto medio”
Una situazione che per l’Unione Nazionale Consumatori rischia di trasformarsi in una vera e propria emergenza nazionale. “I prezzi volano. L’inflazione decolla e si prospetta un autunno caldo sul fronte dei prezzi. Infatti, il caro carburanti e il caro energia hanno già innescato in agosto una spirale inflazionistica che, senza un intervento immediato del Governo che raddoppi lo sconto sulle accise del gasolio, intervenga su benzina, azzeri gli oneri di sistema sulle bollette e riduca l’Iva sul gas al 5%, andrà del tutto fuori controllo, entrando in un pericoloso avvitamento e trasformandosi in una Caporetto anche per il ceto medio, quello che questo Esecutivo dice di voler aiutare”, ha dichiarati Massimiliano Dona, presidente dell’associazione.
L’associazione ha calcolato che a trainare l’inflazione sono stati i costi per abitazione, elettricità e gas (saliti del 9,1% rispetto ad agosto 2025), provocando una stangata annua di 365 euro per una famiglia media e di 394 euro per una coppia con due figli. A questo si aggiungono i trasporti (+6,1%), per un aumento complessivo del costo della vita che arriva alla cifra monstre di 1199 euro per una coppia con due figli e si attesta a 882 euro per una famiglia tipo.
I rincari: +6,3% per le zucchine, +10% per riscaldarsi
A rendere ancora più cupo il quadro sono i rincari specifici registrati nell’ultimo mese, che colpiscono duramente sia i beni di uso comune che i servizi. La classifica stilata dall’Unione Nazionale Consumatori sui rialzi di agosto vede svettare il trasporto marittimo, che complice la stagionalità ha registrato un balzo del 37,6%, influenzato prepotentemente anche dal caro carburanti. Volare in Europa costa il 13,3% in più, mentre i pacchetti vacanza nazionali sono rincarati dell’11,8%.
Ma a spaventare di più, in vista dell’accensione dei riscaldamenti, è il quarto posto occupato dal gasolio per riscaldamento, già schizzato in alto del 10,7% in pieno agosto. Preoccupa anche il gas naturale, che segna un +6,2% sebbene in estate i termosifoni siano stati spenti ovunque. Il caro vita colpisce in modo trasversale: dai computer portatili (+8,2%) agli stabilimenti balneari (+6,6%), passando per la benzina che segna un +6,3% e il carburante diesel a +5,3%, a dimostrazione che lo sconto di 14 centesimi sulle accise si è rivelato inadeguato.
Anche fare la spesa ortofrutticola è un salasso, con zucchine e zucche rincarate del 6,3%, insalata a +5,5% e verdure a foglia al 4,3%. Dal punto di vista territoriale, l’inflazione morde in modo disomogeneo. L’Unione Consumatori ha evidenziato che la città con il maggior aggravio annuo è Rimini, con una spesa aggiuntiva di 1128 euro a famiglia. Seguono Bolzano con 1094 euro e Verona con 1055 euro di spesa supplementare, mentre le città con l’inflazione in assoluto più alta d’Italia sono Reggio Calabria (+4,6%), Siracusa (+4,5%) e Macerata (+4,3%). Di contro, le città “più risparmiose” sono Benevento e Piacenza, che pur avendo inflazione bassa registrano comunque rincari annui superiori ai 540 euro. A livello regionale, il Trentino Alto Adige, il Friuli Venezia Giulia e il Veneto sono i territori più tartassati.
Cresce anche il prezzo delle abitazioni: +4% su base annua
Se fare la spesa o pagare le bollette è diventata un’impresa, acquistare un’abitazione è un autentico miraggio, specialmente per i più giovani. I dati Istat relativi al secondo trimestre del 2026 – pubblicati questa mattina – confermano un mercato immobiliare sempre più elitario, con i prezzi delle case acquistate per fini abitativi o per investimento in crescita del 4% su base annua, seppur in lieve decelerazione rispetto al 5,1% del primo trimestre 2026. La situazione nelle grandi metropoli è esplosiva: Torino ha registrato una forte accelerazione, con i prezzi schizzati dell’8,5% rispetto al 3,8% del trimestre precedente. Roma segue a ruota con rincari pesanti pari al 6,4%, mentre Milano segna una crescita del 2,4%. A livello nazionale, la crescita tendenziale dei prezzi è più marcata nel Centro (+5,1%) e nel Nord-Est (+4,2%). L’indice dei prezzi colpisce implacabilmente sia le nuove costruzioni, che segnano un +5%, sia le abitazioni già esistenti, che aumentano del 3,7%. Tutto questo avviene in un contesto in cui, dopo due anni di espansione, i volumi di compravendita si sono sostanzialmente stabilizzati, portando la variazione media acquisita per il 2026 a un pesante +3,8%.
In Italia salari reali scesi del 6,6% rispetto al 1990
L’ondata di costi e rincari – che sembra non risparmiare nessun settore – si infrange contro il muro degli stipendi bloccati. A luglio l’Ufficio Parlamentare di bilancio (Upb) ha certificato, dati alla mano, chi lavora oggi in Italia porta a casa, al netto dell’inflazione, meno di quanto guadagnava un lavoratore all’inizio degli anni Novanta. In un arco di tempo di 35 anni, le retribuzioni lorde sono scese in media del 6,6 per cento in termini reali. Un’anomalia mortificante, tutta italiana, confermata tristemente anche dai dati Ocse su base Eurostat: nel periodo tra il 1990 e il 2020 l’Italia è stata l’unico Paese tra le economie avanzate a veder diminuire il proprio salario medio annuo a prezzi costanti, mentre in altre nazioni dell’Europa centrale gli stipendi raddoppiavano e nei Paesi baltici arrivavano persino a triplicare.
A questa stagnazione salariale cronica si è sommata una preoccupante spaccatura del mercato del lavoro, caratterizzata dalla forte diffusione del part-time e da una segmentazione per contratti e qualifiche che ha allargato la forbice delle retribuzioni lorde. Lo shock inflazionistico degli ultimi anni ha dato il colpo di grazia finale: a inizio 2025 i salari reali italiani risultavano ancora inferiori del 7,5 per cento rispetto al 2021, registrando la performance peggiore in assoluto tra le grandi economie dell’Ocse.

(da Fanpage)

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“NON LASCIO L’ORGOGLIO NAZIONALE ALLE PERSONE SBAGLIATE”. IL CT DELLA NAZIONALE TEDESCA JURGEN KLOPP SI SCAGLIA CONTRO LE SVASTICHELLE DI AFD CHE HANNO RECENTEMENTE VINTO IN SASSONIA: “POSSO ESSERE ORGOGLIOSO DI ESSERE TEDESCO, PUR ESSENDO APERTO, INCLUSIVO, AMICHEVOLE E ACCESSIBILE”

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

L’EX TECNICO DEL LIVERPOOL NEL 2004 DICEVA DI CREDERE NELLO STATO SOCIALE, NEL 2019, DOPO LE ELEZIONI DEL PARLAMENTO EUROPEO, AVEVA ESPRESSO LA SUA INSODDISFAZIONE RIGUARDO LA CLASSE POLITICA CHE, A DETTA SUA, LAVORA COSTANTEMENTE PER RENDERE LE PERSONE SPAVENTATE DEL FUTURO. NEL 2018 DOPO LA VITTORIA DI DONALD TRUMP AVEVA TUONATO: “NON È POSSIBILE CHE L’AMERICA SIA UN PAESE COSÌ IMPORTANTE E ALLA FINE IL PRESIDENTE DEGLI STATI UNITI SIA TRUMP”

«Non voglio lasciare l’orgoglio nazionale nelle mani delle persone sbagliate». Jürgen Klopp, l’attuale ct della Nazionale tedesca, durante una conferenza stampa in cui ha annunciato le sue prime convocazioni, ha preso posizione contro l’avanzata dell’estrema destra in Germania dopo la recente vittoria di AfD in Sassonia-Anhalt.
D’altronde quando l’ex allenatore del Liverpool parla non è mai banale, soprattutto riguardo la politica.
Nel 2004, dopo la vittoria del premio come allenatore tedesco dell’anno alla guida del Mainz, diceva di credere nello stato sociale, nel 2019, dopo le elezioni del Parlamento Europeo, aveva espresso la sua insoddisfazione riguardo i risultati delle urne e la classe politica che, a detta sua, lavora costantemente per rendere le persone spaventate del futuro. Non da meno era stato nel 2018 dopo la vittoria di Donald Trump: «Non è possibile che l’America sia un Paese così grande e importante e alla fine il presidente degli Stati Uniti sia Donald Trump».
Cosa pensa Klopp dell’ascesa di Afd
«Abbiamo avuto delle elezioni in cui alcuni pensavano che andasse bene, e altri pensavano: “Mio Dio, cosa sta succedendo qui?», ha commentato Klopp. Pur sottolineando di non essere un esperto di politica, ha aggiunto: «Dal mio punto di vista di sportivo, posso dire che mi piacerebbe riprendermi la bandiera per me stesso, per noi. Non voglio lasciare l’orgoglio nazionale alle persone sbagliate». E ha aggiunto: «Posso essere orgoglioso di essere tedesco, pur essendo aperto, inclusivo, amichevole e accessibile», ha proseguito, sottolineando che il calcio «può promuovere un senso di comunità, far sentire davvero il potere dello sport».

(da Open)

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CAMBIANO LE POLTRONE MA I CULI SONO SEMPRE GLI STESSI

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

SE L’EDITORIA E’ ALLO SCATAFASCIO E’ ANCHE PERCHE’ GLI EDITORI NON HANNO IL CORAGGIO DI AFFIDARSI A PERSONE CON IDEE NUOVE

Mario Sechi dal 22 settembre 2026 sarà il nuovo direttore responsabile dell’Agenzia Dire. Lo ha comunicato l’editore al comitato di redazione in data odierna. Sechi, classe 1968, giornalista e scrittore, è stato direttore de l’Unione Sarda, del Tempo, dell’agenzia di stampa Agi e di Libero.
Stefano Valore, editore della testata, ringrazia il direttore uscente Nico Perrone per il lavoro svolto in questi anni. “La scelta di Sechi punta a dare nuovo slancio e aprire una stagione di innovazione all’Agenzia di stampa Dire, che rappresenta un importante punto di riferimento nello scenario dell’informazione italiana”, dichiara Valore.

(da agenzie)

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“L’ONDA NERA” SI E’ SCHIANTATA A STOCCOLMA. LA COALIZIONE GUIDATA DAI SOCIALDEMOCRATICI DI MAGDALENA ANDERSSON VINCE UFFICIALMENTE LE ELEZIONI IN SVEZIA, OTTENENDO 176 SEGGI. A QUOTA 173 SEGGI LA COALIZIONE DI CENTRODESTRA DI ULF KRISTERSSON, CHE SI E’ DIMESSO DA PREMIER.

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

VA MALE L’ESTREMA DESTRA CON IL PARTITO DEI “DEMOCRATICI SVEDESI” DI JIMMIE ÅKESSON, I SOVRANISTI HANNO PERSO 11 SEGGI

La notizia era ormai nell’aria da giorni, sin dalla chiusura dei seggi in Svezia, dopo il voto di domenica 13 settembre. I socialdemocratici di Magdalena Andersson hanno vinto le elezioni, e torneranno ora a guidare il Paese, dopo un intervallo di 4 anni. Non un successo schiacciante, ma una vittoria di misura, con 176 seggi per il blocco di centro-sinistra e 173 per quello degli avversari. Un testa a testa fino all’ultima scheda, in un’elezione che ha coinvolto 6626 distretti. Ora nelle mani di Andersson non sono solo le redini del Paese, ma anche quelle di una discussione all’interno del suo schieramento, segnato da posizioni non sempre facili da conciliare. Il candidato sconfitto, Ulf Kristersson, si dimette commentando: ora per Andersson «condizioni complesse per la formazione del prossimo governo».
I risultati dopo lo scrutinio dell’ultimo seggio
Dopo lo scrutinio dell’ultimo seggio elettorale a Goteborg, si può ormai finalmente parlare di un risultato quanto meno ufficioso, in quanto il conteggio è terminato, ma il risultato è ancora soggetto alla certificazione formale nei prossimi giorni. Sono 176 i seggi del cosiddetto ‘blocco rosso-verde’, capitanato da Magdalena Andersson, contro i 173 della coalizione guidata dall’avversario Ulf Kristersson, con uno scarto sul centrodestra di circa 44 mila voti su quasi 6,7 milioni di voti validi. In testa, si conferma proprio il partito dei Socialdemocratici, seguito dal partito di Sinistra, dal partito di Centro e dai Verdi ambientalisti.
Una vittoria con 99 seggi per i socialdemocratici, otto in meno rispetto a quelli vinti nelle elezioni del 2022. Al secondo posto, si conferma il partito del primo ministro uscente, quello dei Moderati, con 70 seggi. Terzi invece i Democratici Svedesi, forza di ultra-destra data come in costante rimonta nelle scorse settimane: solo 62 seggi, 11 in meno rispetto alle elezioni del 2022, che avevano segnato il loro ingresso nel panorama politico nazionale, sebbene fossero rimasti esclusi dalla coalizione di centro-destra.
Il messaggio di Andersson dopo la vittoria
In un messaggio alla Svezia pubblicato su Instagram, Magdalena Andersson ha commentato dopo giorni si silenzio il risultato delle elezioni che la vedono vincitrice. «Il popolo svedese ha votato per spingere la Svezia avanti», è il titolo di un video in cui ribadisce l’intenzione di perseguire gli obiettivi espressi in campagna elettorale: rilancio della crescita economica, riduzione dell’alto tasso di disoccupazione, transizione climatica, buon funzionamento di scuole, sanità e assistenza agli anziani, politica migratoria ragionevole e una tassazione che fermi gli ingiusti patrimoni.
E poi il doveroso commento, dopo giorni in cui si è a lungo parlato delle divisioni che insidiano la stabilità di una sua possibile coalizione: «Capisco che molti si chiedano cosa accadrà nel prossimo futuro. Ora prenderà il via il lavoro parlamentare, proprio come regolato dalla nostra Costituzione», è la premessa. Ma «voglio guidare la Svezia con un nuovo spirito di collaborazione, lontano dai conflitti fine a se stessi e verso una direzione basata sull’unione e sulla comunità». E, infine, un messaggio alle «persone che ultimamente non si sono sentite benvenute nel nostro Paese», bersagliate – tra le altre iniziative – da manifesti sugli autobus che invitavano i migranti – soprattutto quelli somali – a tornare a casa loro usufruendo dei contributi statali per il rimpatrio: «A voi voglio dire: ora inizia una nuova fase».
Le sfide per Andersson
Dopo la vittoria, a Andersson spetta quindi il duro compito di far quadrare i conti. Non in termini numerici, bensì programmatici: i quattro partiti della coalizione di centro-sinistra che dovrà cercare di riunire sotto lo stesso tetto, presentano infatti posizioni diverse su economia, ambiente e immigrazione.
I Verdi e Sinistra sostengono politiche sociali e climatiche più incisive, mentre il Centro mantiene un approccio economico più liberale e, nelle settimane scorse, aveva escluso la possibilità di partecipare ad un governo che vedesse cariche di ministro affidate ad esponenti del partito di Sinistra. Anche sui migranti, i Socialdemocratici si sono, negli ultimi anni, mostrati sempre più inclini ad adottare politiche molto più restrittive, mentre Verdi e Sinistra sono più favorevoli all’accoglienza.
Le dimissioni di Ulf Kristersson
In una lettera postata sui social media e indirizzata a Andreas Norlén, presidente del Riksdag, il parlamento monocamerale svedese, il primo ministro uscente, Ulf Kristersson ha rassegnato le sue dimissioni: «Ora è il presidente del Parlamento che guiderà la prossima fase del percorso verso un nuovo governo. Chiedo pertanto di essere sollevato dall’incarico di primo ministro per consentire l’avvio immediato di tale lavoro», si legge nel comunicato.
Un documento nel quale Kristersson si toglie anche qualche sassolino dalla scarpa, alludendo ad una fragile alleanza all’interno del centro-sinistra e presagendo tempi duri: «I risultati elettorali potrebbero aver creato condizioni complesse per la formazione del prossimo governo poiché le diverse dichiarazioni dei partiti prima del giorno delle elezioni potrebbero costituire un ostacolo a qualsiasi possibile formazione di governo o coalizione».
Il calo dei consensi dell’estrema destra: il boomerang del voto degli stranieri
Niente brindisi per i Democratici Svedesi, che nel 2022 avevano visto il loro leader Jimmie Akesson in festa guidarli a passi di danza in una conga – una vivace danza cubana di origine africana – improvvisata, per festeggiare il record di consensi di un quinto dei voti alle elezioni. Questa volta il leader, che nel tempo libero si dedica anche alla musica suonando la tastiera nel gruppo rock svedese Bedårande Barn, si è trattenuto nel loro quartier generale in un hotel vicino al centro di Stoccolma per un breve discorso, lungo sei minuti, senza parlare con i giornalisti. Pochi i motivi per esultare, visto il calo di consensi di 3 punti nelle elezioni di domenica scorsa.
I ripensamenti sulla linea anti-islamica
«Sapevamo che c’era sempre la possibilità di essere puniti dopo questi quattro anni di collaborazione (con il governo), ma non pensavo che il calo sarebbe stato così drastico», è l’analisi di Richard Jomshof, 57 anni, veterano del partito e autore di un libro sull’Islam intitolato “Kafir” (infedele in arabo). Reuters riporta come, nonostante le dichiarazioni caute del leader Jimmie Akesson, siano stati gli stessi componenti ai vertici del movimento a riconoscere che il divieto sul velo islamico, proposto nel giugno 2026 ed esteso a tutte le sue forme rispetto alla precedente previsione che parlava solo di burqa e niqab, potrebbe aver spinto gli oppositori alle urne.
Il peso del voto della comunità straniera
Del resto, un’analisi condotta dalla società di analisi basata sull’intelligenza artificiale Vera Policy per Reuters, avrebbe mostrato che il centrosinistra avrebbe ottenuto 73mila voti in più, rispetto al 2022, nei 786 distretti in cui almeno il 50% degli abitanti era nato all’estero o i cui genitori erano entrambi nati all’estero. Inoltre, proprio in questi distretti, l’affluenza alle urne sarebbe aumentata di circa 3 punti percentuali, raggiungendo il 67,5%, e il 67% degli elettori di origine non europea (circa il 13% degli aventi diritto al voto), avrebbe espresso la propria preferenza per il centrosinistra. Proprio a loro si era rivolta una contestata campagna pubblicitaria in arabo durante la campagna elettorale del 2026, con Magdalena Andersson nei materiali e messaggi rivolti agli elettori arabofoni.

(da Open)

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IL PARENTE DI DONALD CHE NON RISOLVE CONFLITTI MA FA AFFARI D’ORO: JARED KUSHNER, GENERO DI TRUMP, VA IN GIRO PER IL MONDO COME NEGOZIATORE DIPLOMATICO AMERICANO, SI FA NUOVE AMICIZIE E ARRICCHISCE IL SUO PORTAFOGLIO

Settembre 18th, 2026 Riccardo Fucile

I MILIARDI DI DOLLARI RACCOLTI DALLA SUA SOCIETA’ “AFFINITY PARTNERS” IN ARABIA SAUDITA, QATAR ED EMIRATI ARABI UNITI… GLI INVESTIMENTI IN ISRAELE NELLA SOCIETÀ DI LEASING AUTOMOBILISTICO “SHLOMO” (110 MILIONI DI DOLLARI) E NELLA COMPAGNIA ASSICURATIVA “PHOENIX FINANCIAL” (300 MILIONI) .. CHARLES KUSHNER, PAPA’ DEL MIRABILE DIPLOMATICO CHE NON RISOLVE NULLA IN MEDIO ORIENTE E IN UCRAINA, E’ AMBASCIATORE AMERICANO IN FRANCIA (ERA STATO CONDANNATO NEL 2024 PER FRODE FISCALE)

Jared Kushner, il genero del presidente americano Donald Trump (ha sposato sua figlia Ivanka), è una sorta di ministro ombra delle sue amministrazioni. Durante il primo mandato di Trump, Kushner ha seguito dossier importanti, dai trattati commerciali, alla riforma della giustizia per espandere le misure alternative al carcere, agli accordi di Abramo tra Israele e alcuni Paesi arabi.
Nel secondo mandato è diventato il principale negoziatore diplomatico americano, insieme a Steve Witkoff, nonostante avesse promesso di tenersi lontano dal governo e mentre gestisce un fondo d’investimento privato finanziato da alcuni dei governi stranieri con cui stanno trattando gli Stati Uniti.
La sua società di private equity Affinity Partners ha infatti raccolto miliardi di dollari da fondi sovrani di Arabia Saudita, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Ora una lunga inchiesta di Dexter Filkins sul New Yorker ricostruisce nel dettaglio l’attività di Kushner come inviato del presidente Trump per la guerra a Gaza, il conflitto in Ucraina, i rapporti con l’Iran e altre crisi mediorientali e i suoi conflitti di interesse, con risvolti inquietanti.
«Le autocrazie del Golfo hanno affidato alla società di investimento di Kushner la gestione di miliardi di dollari, ma un suo amico ha spiegato che, prima di allora, «Jared aveva investito solo in poco più di un piano pensionistico».
«Tutti i Paesi del Medio Oriente investono nel fondo di Jared e gli leccano i piedi, così da ottenere favori politici dall’amministrazione Trump» ha aggiunto il suo conoscente (usando un’espressione più colorita).
«Kushner ha dei conflitti di interesse», dice a Filkins Virginia Canter, ex consulente legale della Casa Bianca e avvocata specializzata in etica presso la Securities and Exchange Commission. «Dovrebbe lavorare per il popolo americano, ma in realtà ha enormi incentivi finanziari a favorire gli interessi dei suoi investitori».
Kushner, 45 anni, laureato a Harvard nonostante il curriculum scolastico modesto (è stato ammesso alla prestigiosa università dopo che il padre Charles aveva promesso una donazione da 2,5 milioni di dollari in concomitanza con l’avvio del suo corso di studi), viene da una famiglia di costruttori del New Jersey.
Il padre — oggi ambasciatore americano in Francia — nel 2004 è stato condannato per frode fiscale, finanziamenti illeciti ai partiti e intimidazione di testimoni. La testimone intimidita era la sua stessa sorella, Esther, che aveva detto di non sapere nulla delle donazioni a diversi politici che Charles aveva fatto a suo nome.
Charles, per zittirla, ha mandato una prostituta a sedurle il marito. Alla fine di tutta la vicenda ha ricevuto una sentenza di due anni di carcere.
È stato allora che Jared Kushner ha preso in mano le aziende di famiglia (ed è il motivo per cui si è interessato in seguito alle misure alternative al carcere). In tutto questo non è un dettaglio minore che Charles Kushner, seppur pregiudicato, sia diventato ambasciatore in Francia per Trump. […]
Tutto questo ha influito sulle posizioni di Jared quando si è trovato a fare da negoziatore in Medio Oriente. […] Finora i suoi sforzi non hanno portato la pace a Gaza. La sospensione dei bombardamenti massicci è arrivata solo per l’intervento diretto di Trump su Netanyahu.
La popolazione continua a soffrire la fame e la fine della guerra è ancora lontana: a Gaza si continua a morire. Intanto Kushner ha fatto «due ingenti investimenti in Israele: 110 milioni di dollari nel Gruppo Shlomo, una società di leasing automobilistico, e circa 300 milioni di dollari in Phoenix Financial, una compagnia assicurativa».
Filkins ricostruisce anche come la sua amicizia con il principe saudita Mohammed bin Salman (M.B.S.) sia stata, già all’epoca della prima presidenza Trump, fondamentale per l’ascesa di M.B.S. nella regione, dalla crisi con il Qatar iniziata nel 2017 (quando l’Arabia Saudita ha di fatto bloccato l’accesso al Paese), all’omicidio di Jamal Khashoggi, all’arresto del cugino di M.B.S., Mohammed bin Nayef, che sarebbe stato il primo nella linea di successione del Regno saudita e ora è stato sostituito da bin Salman.
«All’inizio del 2017, M.B.S. si stava preparando a destituire il suo rivale Mohammed bin Nayef. Entrambi disponevano di fedeli armati e i funzionari dei servizi segreti americani temevano lo scoppio di violenze. M.B.S. chiamò Kushner per discutere i suoi piani, in una conversazione che fu registrata di nascosto.
“Kushner disse a M.B.S. che tutti all’interno del governo statunitense, ad eccezione delle agenzie di intelligence, erano dalla sua parte”, mi ha riferito un ex funzionario dei servizi segreti regionali, spiegando di aver visto una trascrizione della telefonata. “Era il via libera”» scrive il New Yorker (Kushner ha smentito questa versione). Intanto bin Nayef, arrestato dalle autorità saudite nel 2020, rimane ai domiciliari.
L’investimento da due miliardi di dollari da parte dell’Arabia Saudita nel fondo di Kushner è arrivato dopo, nel 2021: inizialmente il comitato saudita incaricato di valutarlo aveva detto di no, perché non era giudicato sufficientemente affidabile.

(da “Corriere della Sera”)

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