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SOLO ORA CHE ALEMANNO E’ USCITO DA REBIBBIA VI ACCORGETE DEL PROBLEMA DELLE CARCERI?

INTERVISTA A FILIPPO BLENGINO DEI RADICALI ITALIANI CHE DA ANNI VISITA CARCERI E ISTITUTI MINORILI… PERSONALE INSUFFICIENTE, ALLARME PSICHIATRICO E GOVERNO MELONI

Gianni Alemanno è uscito dal carcere di Rebibbia dopo un anno e mezzo di reclusione per i reati di traffico d’influenze e abuso d’ufficio. Da dietro le sbarre, con lettere e diari, si è impegnato nel mettere in luce condizione disumana in cui versano i carcerati in Italia. Ha avuto soprattutto il merito di portare il tema della carceri nella parte destra dello schieramento, sdoganandolo finalmente come un qualcosa di trasversale a tutte le parti politiche. Una parte fondamentale dello Stato di diritto. Peccato che, ad accoglierlo fuori, ci sia stato qualcuno che non sempre ha condiviso queste idee, come il generale Vannacci che ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”. Noi abbiamo parlato di carcere con chi se ne occupa da anni, i Radicali Italiani. Prima Marco Pannella e le sue memorabili lotte, ora una squadra di giovani sta cercando di tenere viva quella fiamma di libertà e diritti. Abbiamo intervistato il loro segretario Filippo Blengino, lui Caino lo difende sì, con le unghie e con i denti, anche in collaborazione con Nessuno Tocchi Caino, l’associazione affiliata al Partito Radicale Transnazionale che da anni si batte contro la pena di morte in tutto il mondo. Blengino ha visitato carceri in tutta Italia, oltre che tutti i minorili del nostro Paese, e ci ha raccontato la dura realtà delle patrie galere.
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Con la questione Alemanno si è riacceso, anche se solo per un attimo, il riflettore sulle condizioni dei carcerati italiani…
Sì, noi siamo stati in autunno nella sezione in cui era incarcerato Alemanno, e tra l’altro è la stessa sezione in cui sono tuttora incarcerati i fratelli Bianchi e Schettino. È una sezione di Rebibbia, del famoso reparto G8, che sicuramente soffre sovraffollamento, difficoltà col caldo eccetera, ma è la sezione migliore di Rebibbia, questo senza ombra di dubbio. Perché mentre queste persone comunque riescono ad avere dei percorsi lavorativi, a fare qualcosa, le altre migliaia di persone che sono a Rebibbia sono letteralmente lasciate a loro stesse. Secondo me
questo la dice anche un po’ lunga… Alemanno ha descritto in maniera puntuale la gravità della situazione della sua sezione che è una delle migliori, quindi immaginiamoci le peggiori.
Certo che la cosa che dispiace è che una persona che comunque ha scritto diversi diari dal carcere, messaggi anche molto belli, ripresi dal Presidente del Senato, poi vada con un manettaro di ferro come Vannacci…
Lascia un po’ perplessi visto che Vannacci ha detto: “Tra Abele e Caino sono sempre dalla parte di Abele e Caino deve marcire in carcere”.
Tra l’altro la cosa che lascia anche perplessi è che Alemanno è iscritto a Nessuno Tocchi Caino — un’associazione radicale che si occupa di carcere — da ben prima di essere stato incarcerato, ed è stato iscritto intorno agli anni ’80-’90 al Partito Radicale. Proprio perché era ovviamente lontano da molti nostri temi, ma legato a quelli della giustizia e del carcere in generale. Quindi, a differenza di altri, io credo che lui sia autentico sul tema del carcere, e non solo perché lo ha vissuto. Ma proprio in virtù della sua posizione potrebbe usarla meglio per far valere le giuste istanze dei detenuti.
Ma un’iniziativa in collaborazione Radicali-Alemanno?
Volentieri. Anzi, quando siamo andati abbiamo anche cercato di parlargli, ma lui in quell’occasione non ha voluto vederci. Però se c’è l’occasione, sì. Il tema per me rimane lo stesso: non è che il carcere non va bene così ma non va bene solo per Marco e va bene per Abdul. È una questione molto ampia, complessa, che riguarda sia gli italiani che gli stranieri, e che va affrontata con provvedimenti totalmente divergenti rispetto a quelli portati avanti dai suoi amici.
Vannacci ha detto anche che per lui la soluzione al sovraffollamento non è l’amnistia ma più carceri. È solo uno slogan?
Sì, più che altro è una cosa che si dice da anni e nessuno ha mai realizzato più carceri, per il semplice fatto che quelle che ci sono già cadono a pezzi, quindi prima di costruirne altre bisognerebbe sistemare quelle attuali. E lo stanziamento di risorse richiederebbe un intervento tale da rendere più facile, letteralmente, buttare giù alcune carceri e ricostruirle da zero. Ma poi non è questa la soluzione, come sappiamo, dove ci sono più sanzioni, più pene, più aumenti di pena, più carceri non
è che la criminalità scende, anzi al contrario. I paesi con tassi di criminalità minori sono quelli in cui il carcere è meno presente. Lascia il tempo che trova questa cosa.
Poi io credo che vada benissimo l’amnistia, benissimo l’indulto, però le vedo come misure estremamente emergenziali. Secondo me serve proprio un pacchetto… Il fatto che uno come Alemanno venga incarcerato e portato a Rebibbia, per dei reati di cui peraltro l’abuso d’ufficio è stato anche abolito. Beh io credo che qualcosa non funzioni.
C’è anche un tema di giustizia…
Sì, esatto. Dovrebbe essere un luogo di extrema ratio, non un luogo in cui chiunque può entrare, anche solo per stare due mesi.
Mi racconti un po’ i carceri che hai girato e i problemi che hai visto da vicino?
I problemi, purtroppo, ormai sono cronici, e mi rendo conto che ogni anno diciamo sempre le stesse cose. Sono gli stessi da anni, e la reazione della politica è la stessa da anni, non è cambiato praticamente nulla, dai governi di sinistra ai governi di destra. La deriva manettara di tenere tutti in carcere l’hanno sempre avuta tutti, tranne quando la Corte Europea ha condannato l’Italia con la sentenza Torreggiani, e allora hanno dovuto in qualche modo diminuire la popolazione carceraria.
Le cose più toccanti, più forti, sono sempre legate alle persone che si incontrano. Si incontrano agenti di polizia penitenziaria che vivono comunque anche loro il carcere, vivono anche loro una sorta di ergastolo in qualche modo, in condizioni molto difficili: sono sottopagati, hanno stipendi da fame, spessissimo vengono catapultati dalla Sicilia a Bolzano, spesso dormono in caserme fatiscenti e con turni di lavoro particolarmente massacranti.
C’è il tema degli educatori, in un sistema che dovrebbe poggiare alla base sul concetto costituzionale di rieducazione del reo. Nel momento in cui un educatore ha a che fare con 100-150 detenuti, ovviamente non sa neanche come si chiamano, non sa cosa hanno fatto, non li conosce. Quindi in un carcere come Torino, dove ci sono 1500 detenuti e 8 educatori, diventa difficile gestire questa macchina del presunto reinserimento.
Poi c’è il tema dei detenuti, e quindi qui c’è l’allarme psichiatrico — non solo i suicidi, che sono sempre in aumento, ma anche detenuti con disturbi seri, magari
con doppia diagnosi legati anche a tossicodipendenze in alcuni casi, e poi detenuti che invece maturano patologie psichiatriche stando in carcere. Dalle, tra molte virgolette, “banali depressioni” fino a patologie più complesse. E il carcere ovviamente non ha gli strumenti per gestire questa cosa. Chiusi i manicomi, queste persone non sono state reindirizzate da qualche altra parte, sono state messe in carcere e amen. Le carceri sono diventate anche un po’ dei manicomi criminali.
Poi l’altro tema vero è che il detenuto tipico italiano, nella maggior parte dei casi, entra in carcere e sta letteralmente dal mattino alla sera in sezione a guardare il soffitto.
Noi in carcere non è che andiamo sabato e domenica, andiamo tutta la settimana, spesso anche durante i giorni lavorativi. E, a prescindere da quando andiamo, tendenzialmente i laboratori, le scuole, le biblioteche le vediamo sempre vuote, perché manca il personale. Per cui queste persone hanno un accesso minimo all’istruzione, molti sono anche analfabeti, non parlano l’italiano. Per carità, esistono dei corsi base, però non c’è un percorso strutturato, molte carceri non hanno neanche le superiori.
Il lavoro, che dovrebbe essere il vero fulcro del carcere, non esiste. Viene fatto a rotazione ed è per il 90-95% lavoro interno al carcere: pulizia delle scale (i famosi “scopini”), oppure il vitto (i “portantini”) — cioè lavori interni all’amministrazione penitenziaria, e normalmente si fanno rotazioni, turni di tre mesi. Quindi magari uno lavora tre mesi e poi non lavora per nove mesi. Tutti questi sono sintomi di una grave crisi del sistema carcerario, che va posta in termini di umanità, ma anche in termini di economicità. Noi vediamo, nel momento in cui si applicano misure in cui il lavoro viene posto al centro — quindi misure alternative al carcere, in cui la persona sta fuori ma ha obblighi, controlli, vincoli — che il tasso di recidiva passa dal 70 al 10%. Quindi allo Stato conviene, in termini sociali e in termini economici, evidentemente non in termini elettorali…
Tu hai girato anche tutti i minorili d’Italia, lì la situazione è ancora più delicata…
Sì, è più delicata, anche perché è ovviamente un ambiente molto più complesso. Si diceva una volta che la giustizia minorile fosse il fiore all’occhiello della giustizia italiana, forse lo era. Poi è arrivato questo governo, con i vari decreti, tra cui il
Decreto Cutro, è riuscito a sovraffollare anche i minorili, come forse non era mai successo nella storia repubblicana. E tra l’altro, dal 2003 non avevamo più registrato suicidi nei minorili, e purtroppo, ultimamente, ne abbiamo registrati di nuovo.
Il vero tema dei minorili, più ancora che negli adulti, è proprio la questione psichiatrica. Perché questi ragazzi sono lasciati a loro stessi. Non sono ragazzi che hanno bisogno solo di reinserimento sociale o di essere “rieducati”: hanno bisogno proprio di essere educati. Sono ragazzi piccoli, di 15-16 anni, molte volte minori stranieri non accompagnati, spessissimo con fortissimi disagi psichici. Noi, quando andiamo nei minorili vediamo ragazzi che si tagliano le braccia, ci raccontano di ragazzi che ingoiano pile, lamette, gesti autolesivi anche importanti.
Lì c’è proprio il cuore del tema dell’allarme psichiatrico, e anche in questo caso la gestione con le sbarre non riesce a cogliere il problema: cioè tutelare la vita del minore, e insieme il problema sociale di portare quella vita verso una strada di legalità e rispetto delle regole. Invece, tenendo lì questa persona, semplicemente si ammala, sta ancora peggio, e quando esce — visto che notoriamente le carceri sono l’università del crimine per eccellenza — commetterà nel 70% dei casi non solo un altro reato, ma spesso un reato anche più grave. Quindi è un cane che si morde la coda.
Invece ci sono delle realtà virtuose, da prendere ad esempio?
Ci sono stati degli esperimenti in questi anni. Esistono carceri che hanno la fortuna, per una questione geografica, puramente casuale, di non avere particolare sovraffollamento, e quindi di essere un po’ più tranquilli. Ci sono poi degli istituti “premio”, ad esempio quella di Fossano, Bollate, dove una persona con una condanna definitiva anche lunga, ma con buona condotta, riesce ad accedere. Questi sono esempi positivi, ma sono una goccia di positività in una caraffa di problemi strutturali, che riguardano tutti: personale, detenenti, detenuti.
L’altro giorno hanno messo sotto sequestro un carcere, una cosa che non era mai successa nella storia repubblicana, tanto per dirne una. Eppure a livello mediatico se ne parla sempre poco, ma non è una questione di serie B, è una questione di tenuta. È lì che si vede la tenuta dello Stato di diritto, è lì che si misura la giustizia.
Ed è un peccato che non si riesca a farlo vedere, perché sarebbe veramente importante entrare con le telecamere, far vedere alle persone il carcere per com’è. Perché la gente pensa o all’hotel, o alle tute arancioni di Netflix, mentre c’è una realtà fatta di odori, di difficoltà, di urla, di caldo. Secondo me, far percepire alla gente cos’è davvero aiuta anche a capire che quello semplicemente non è il modo migliore per rieducare, usiamo anche la parola “punire” una persona: è semplicemente vendetta.
Abbiamo parlato del Decreto Cutro, abbiamo parlato di una linea politica orientata all’inasprimento delle pene, dal punto di vista del governo Meloni è stato fatto qualcosa sul fronte carcerario?
Hanno fatto una marea di danni su tutti i fronti. Sui minorili, in particolare, il Decreto Cutro li ha intasati di più. Ma io credo che questo governo sia estremamente pericoloso anche nelle piccole cose. Fino all’anno scorso, nei minorili, il dipartimento disponeva che gli agenti di polizia penitenziaria non fossero in divisa ma in borghese, con abiti civili. Questa cosa aveva un senso pedagogico, perché nel momento in cui i detenuti minorenni vengono riconosciuti come categoria più fragile ha a che fare sì con personale di polizia ma non in divisa, in modo da non creare tutta quella distanza.
Invece il governo ha deciso di obbligare tutti gli agenti a rimettere la divisa, e loro stessi non erano contenti. Sono piccole cose, ma raccontano della voracità con cui questo governo interviene anche sul carcere. Sono intervenuti anche sulle donne rispetto ai minori in carcere, sugli ICAM: una volta era obbligatorio il differimento della pena quando la donna era incinta o aveva un figlio minore di tre anni; adesso il differimento è diventato facoltativo, quindi il giudice può comunque ordinare la reclusione.
Nel carcere per adulti loro millantano di aver sbloccato concorsi pubblici per la polizia penitenziaria, è vero, ma il problema è che strutturalmente mancano psicologi, mediatori culturali. Ci sono carceri composte da 700-800 persone straniere che hanno un solo mediatore culturale, magari di un singolo paese africano — come se per tutta l’Europa ci fosse un solo mediatore culturale. Chiaro
che non basta. Eppure il mediatore culturale è una figura fondamentale, perché previene.
È proprio questo il tema: mentre noi cerchiamo di porre l’accento sulla prevenzione — su questo come su tutti i temi — loro puntano sulla reazione. Quindi meglio avere più polizia, meglio avere il taser, addirittura adesso la polizia penitenziaria avrà la possibilità di infiltrarsi in maniera segreta per percepire, capire, e forse addirittura dirigere alcune azioni dei detenuti, una cosa totalmente incostituzionale. Eppure lavorare sulla prevenzione, sull’educazione, sull’istruzione, costerebbe anche meno. Ma è meglio dire, come diceva Delmastro ‘l’intima gioia l’idea di far sapere ai cittadini come noi sappiamo trattare e incalziamo chi sta dietro quel vetro e non lo lasciamo respirare ‘.
Forse il tema più grande non è solo cosa è stato fatto, ma cosa non è stato fatto. Perché i richiami sul sovraffollamento li facciamo costantemente, ma sono iniziati ad arrivare anche richiami non solo dall’Europa, ma anche da esponenti di destra. Il Presidente del Senato, che è di destra, l’anno scorso è stato molto esplicito nel chiedere un intervento. Anche da Alemanno sono andati un po’ tutti, quindi c’è stata comunque una sorta di sommossa da parte delle istituzioni. Coglierla, anche con un intervento “camuffato” che riducesse un po’ la vergogna per cui in celle pensate per due persone ne stanno nove, sarebbe il minimo sindacale…

Michele Larosa
(da mowmag.com)

This entry was posted on sabato, Giugno 27th, 2026 at 15:28 and is filed under Politica. You can follow any responses to this entry through the RSS 2.0 feed. You can leave a response, or trackback from your own site.

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