CHI E’ ALAA FARAJ, L’EX STELLA DEL CALCIO BOLLATO DA ROGGERO COME SCAFISTA
PER DIECI ANNI E’ STATO COSTRETTO A COMBATTERE IN CARCERE PER PROVARE LA SUA INNOCENZA… COME MAI PER LUI NESSUN SOVRANISTA E’ ANDATO IN PELLEGRINAGGIO IN CARCERE, HA RACCOLTO FIRME E CHIESTA LA SUA LIBERAZIONE?
Con malcelato disprezzo, a lui il gioielliere Mario Roggero si è riferito definendolo “lo scafista che ha ammazzato trenta persone a cui Mattarella ha dato la grazia”. Ma Alaa Faraj, per il quale a ottobre – anche alla luce delle “crepe investigative” già sottolineate dalla Corte d’appello di Messina e di nuovi elementi raccolti dai legali – i giudici decideranno se revisionare il processo in cui lui e altri ragazzi sono stati condannati, non ha mai impugnato un’arma per uccidere. E non lo hanno fatto neanche gli altri che adesso come lui attendono di capire se ci sarà un’altra verità giudiziaria sulla traversata che hanno affrontato e si è conclusa con una strage.
A vent’anni, Alaa Faraj era una delle stelle del calcio libico. Non un Messi certo, ma uno che già si era fatto notare e sognava i campi europei. Ma all’epoca la Libia era infiammata dalla guerra civile, non c’era spazio per i sogni. Lui ci ha provato a uscire legalmente dal Paese con un visto universitario, ma dall’Europa non è mai arrivata una risposta. E allora lui e gli altri – avversari in campo, amici fuori, compagni nel corso di una traversata terribile – hanno deciso di imbarcarsi. Non lo aveva detto ai suoi, non aveva detto che avrebbe tentato di fuggire via mare neanche agli amici più stretti.
Quel viaggio è un incubo di onde e vento, su una carretta del mare a due ponti, piena fino a scoppiare di esseri umani. La renderà universalmente nota il capolavoro di Gianfranco Rosi, “Fuocoammare” che è il racconto di una delle tante stragi nel Mediterraneo. Quando il barcone su cui Alaa e altri calciatori libici viaggiano viene soccorso, si scopre che nella stiva 49 persone sono morte soffocate.
Alaa e gli altri non ne avevano idea, erano sopra, sul ponte. Inizialmente vengono sentiti solo come persone informate sui fatti, poi fermati per traffico di uomini insieme a un ragazzo marocchino. A differenza di tutti gli altri sono nordafricani, alcune confuse testimonianze li indicano come collaboratori del comandante. E inutilmente lui che era al timone ha detto e ripetuto di aver fatto tutto da solo e che a bordo dell’organizzazione che ha gestito il viaggio non c’era nessuno. Inutilmente, i cinque calciatori e il ragazzo marocchino hanno fornito “versioni compatibili fra loro, coerenti, identiche nel corso del tempo”, si riconosce nelle carte del processo. Inutilmente i loro legali hanno fatto notare come i testimoni che li accusavano siano spariti, che il riconoscimento è stato fatto senza la tecnica del birillo – mettendo a confronto i sospettati con persone fisicamente simili, esaminate da dietro uno specchio – prevista dal codice, che fra loro ci sia addirittura una donna all’epoca neanche in grado di riconoscere alcuni congiunti fra le vittime.
Le condanne sono arrivate, sono state confermate, solo dopo dieci anni – grazie al lavoro del pool difensivo che ha seguito i sei ex ragazzi – diversi tribunali hanno aperto le porte al possibile riconoscimento di una verità giudiziaria alternativa. Alcuni si sono lasciati andare, altri hanno patito di più la detenzione, arrivando persino a cucirsi la bocca in segno di protesta, Alaa ha provato a costruire comunque, in qualche modo la sua vita.
Dietro le sbarre ha studiato, prima l’italiano, poi ha ripreso il percorso universitario che la fuga dalla Libia ha interrotto. Nella lingua imparata dietro le sbarre ha scritto un’infinita serie di lettere a quella che all’epoca era la sua docente in un laboratorio, poi è diventata la sua confidente, quindi la compagna, oggi la moglie.
Per lui è stata la stessa Corte d’appello di Messina a suggerire di ricorrere all’istituto della grazia. Dopo aver riconosciuto l’esistenza di più di qualche “crepa investigativa” e palese “umana perplessità” sulle impostazioni alla base dei precedenti giudizi, hanno scritto: “vi è un solo istituto che questi casi può consentire lo scarto che indubbiamente esiste tra il diritto e la pena legalmente applicata e la dimensione morale dell’effettiva colpevolezza ed è l’istituto della grazia”.
Che quest’anno, in forma parziale, è arrivata. “Oltre a questo – fa notare la sua legale, l’avvocata Cinzia Pecoraro – il mio assistito, ha ottenuto anche la sospensione e l’esecuzione della pena, che riguarda proprio la circostanza della messa in dubbio della sentenza di condanna. Quindi, è stata la stessa corte di appello di Messina che ha messo in dubbio la condanna, ritenendo ammissibile la revisione e ritenendo che le nuove prove, da me presentate, fossero davvero rilevanti. Pertanto dire che è uno scafista che ha ammazzato trenta persone, è un’ affermazione piuttosto grave”
Poco prima che Alaa Faraj tornasse un uomo libero, la sua odissea, i suoi dieci lunghi anni dietro le sbarre, i suoi sogni – quelli tramontati e i nuovi tutti da costruire – hanno preso forma in un libro, che racconta la storia di tanti finiti dietro le sbarre dopo essere sopravvissuti al mare senza neanche sapere perché.
(da Fanpage)
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