ROBERTO VANNACCI? UN PARACULO. IL FILOSOFO FRANCESCOMARIA TEDESCO: “PIÙ CHE LA MISTICA DELLA MORTE, IL GENERALE COLTIVA L’ETICA DEL GIARDINIERE PER LA SALVEZZA DEL PROPRIO GIARDINO PICCOLO-BORGHESE MINACCIATO DALLE ERBACCE. CIÒ CHE DOMINA IL SUO DISCORSO PUBBLICO NON È L’ETICA DEL SACRIFICIO, MA LA PAURA. DEL DIVERSO, DELL’INVASIONE, DEGLI ‘ANORMALI’, CHE IL PROPRIO FRAGILE MONDO TUTTO IMMAGINATO CROLLI PER COLPA DI QUALCUN ALTRO”
“IL GENERALE HA CAPITO COME FUNZIONANO LA SINISTRA ITALIANA (CHE ABBOCCA), IL GIORNALISMO ITALIANO (DEL TUTTO GOVERNATO DALL’HYPE), GLI ELETTORI (IDEM). TROVATE, SLOGAN, PAROLE D’ORDINE PER GONZI”
Heinrich Himmler si riteneva la reincarnazione del Duca di Sassonia e re dei Franchi
Orientali Enrico I, del quale fisicamente non aveva niente […]. Forse l’unica, involontaria e ironica analogia consiste nel fatto che […] Himmler aveva fatto l’allevatore di polli, ed Enrico era detto l’Uccellatore.
Himmler amava circondarsi in privato di dodici convitati […]. La dozzina, questo numero altamente simbolico, è assurto agli onori della cronaca nelle ultime settimane perché il generale Roberto Vannacci […] ha detto che i suoi compagni di partito sono i rifiuti degli altri, quello che avanza, e – ha concluso – “a me sta bene, voglio la sporca dozzina”.
Naturalmente il riferimento è al celebre film Quella sporca dozzina, e non alla paccottiglia esoterica dei nazisti, coi quali mi pare che Vannacci non condivida alcunché. La sporca dozzina del film è un manipolo di galeotti che viene reclutato per una missione suicida, e questo certo ha a che fare con una certa retorica del sacrificio marziale a cui Vannacci ammicca.
Scrive, nel Mondo al contrario: “Molto spesso definisco il mio reparto militare come la mia famiglia ‘per scelta’ proprio a sottolineare il profondo sentimento che mi salda agli altri elementi che condividono con me rischi, paure, fatica, gioie, disavventure e anche, se necessario, la morte”. Ed è, quello della morte, un tema caro al fascismo e al neofascismo, che ne adotta i simboli, come il teschio col pugnale degli Arditi.
Nel suo Il fascismo e noi. Un’interpretazione filosofica (Einaudi 2025), Roberto Esposito ha scritto che il trascendentale del fascismo è la morte, sia data che ricevuta, precisando più avanti che la pulsione di morte del fascismo si risolve necessariamente in un anelito vitale che corrisponde alla morte dell’altro.
Inoltre, di tale estetica e retorica della morte, il fascismo riprende solo gli aspetti estrinseci, dal momento che la sua natura piccolo-borghese cozza con quest’idea dell’estremo sacrificio.
Semmai, sacrificio altrui. Ed è qui che sta la natura piccolo-borghese del fascismo e del neofascismo, su cui si può costruire forse l’unica analogia con Futuro Nazionale. Infatti qui non si vuole dire che – nonostante i continui riferimenti di Vannacci e dei suoi (si pensi a Furgiuele che apostrofa gli accoliti come ‘camerati’) – il generale sia fascista, refrain che non spiega niente.
Quel che invece si vuole sottolineare è il prestito al consumo di una certa retorica, e questo sì rappresenta un’analogia con l’approccio opportunistico del fascismo. “Consumo anziché devozione”, scriveva Jesi.
Il linguaggio del fascismo italiano, per Jesi, “è fatto di ‘trovate’ anziché di rituali nel vero senso della parola”. Ed è in questo che consiste l’analogia: nelle ‘maschie’ fanfaronate reboanti alle quali non crede neanche il generale. Il quale però ha capito come funzionano nell’ordine la sinistra italiana (che abbocca), il giornalismo italiano (del tutto governato dall’hype), gli elettori (idem).
Trovate, slogan, parole d’ordine per gonzi. Più che la mistica della morte, il generale coltiva, vien fatto di dire, l’etica del giardiniere per la salvezza del proprio giardino piccolo-borghese minacciato dalle erbacce. Ciò che domina il suo discorso pubblico non è l’etica del sacrificio, ma la paura. Futuro Nazionale è la sporca dozzina che non fa paura, ma ha paura. Paura del diverso, paura dell’invasione, paura degli ‘anormali’, paura che il proprio fragile mondo tutto immaginato crolli per colpa di qualcun altro.
Francescomaria Tedesco
per “il Fatto quotidiano”
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