I DIPENDENTI DI ALCUNE GELATERIE TEDESCHE GESTITE DA ITALIANI RACCONTANO DI ESSERE TRATTATI COME DEGLI SCHIAVI: SONO COSTRETTI A LAVORARE FINO A 14 ORE AL GIORNO IN CAMBIO DI PAGHE DA FAME E, SPESSO, IN NERO
L’INCHIESTA DEL MAGAZINE DEL QUOTIDIANO “SUDDEUTSCHE ZEITUNG”: IN COPERTINA C’È UNA GELATAIA CON UN PIGIAMA A RIGHE CHE RICORDA QUELLO DEI DEPORTATI NEI CAMPI DI CONCENTRAMENTO
La foto di una ragazza che porge una coppa di gelato, indossando una camicia a righe che ricorda le divise dei prigionieri, e accanto un titolo che è un pugno nello stomaco: «In Germania siamo trattati come schiavi».
Ci sono le gelaterie italiane e le condizioni di lavoro dei loro dipendenti italo-brasiliani, legati a doppio filo alla storia dell’emigrazione bellunese, al centro della corposa storia di copertina pubblicata dal magazine della Süddeutsche Zeitung di Monaco, uno dei più importanti quotidiani tedeschi.
Un lungo articolo firmato da Stéphanie Mercier che riporta testimonianze di lavoratori oriundi – con nomi fittizi «per proteggere la loro identità» – su orari di lavoro di 12-14 ore al giorno in violazione alle norme tedesche, lavoratori presentati fittiziamente come a chiamata ma in realtà a tempo pieno, stipendi pagati in parte in busta paga e in parte in nero, settimane di lavoro da 80 ore. Ma anche “liste nere” di lavoratori che hanno fatto causa e che i proprietari delle gelaterie si segnalano a vicenda su Whatsapp.
Un servizio che chiama in causa esplicitamente Longarone e la Val di Zoldo, rimarcando il flusso importante di lavoratori italo-brasiliani che arrivano nelle gelaterie tedesche da Urussanga, la cittadina gemellata proprio con Longarone.
«Il legame è tuttora importante dal punto di vista economico», sottolinea il servizio. «Longarone e la vicina Val di Zoldo sono considerate i centri dell’artigianato del gelato italiano. Dagli anni Cinquanta le famiglie della regione hanno aperto centinaia di gelaterie in Germania. Così il gemellaggio è diventato presto un’amicizia di convenienza: i proprietari italiani delle gelaterie avevano bisogno di forza lavoro, gli italo-brasiliani di una prospettiva. Il loro vantaggio: il passaporto italiano».
Un corposo dossier, quello pubblicato ieri dalla Süddeutsche Zeitung, che ha fatto fare un salto sulla sedia al sindaco di Val di Zoldo, Camillo De Pellegrin. Perché «anche tra i gelatieri, come in ogni settore, ci sono persone che si comportano male. Ma è inaccettabile che una intera categoria venga attaccata così in modo generalizzato. E a gestire gelaterie in Germania non ci siamo solo noi zoldani e longaronesi, ma anche trevigiani e imprenditori da altre parti del Veneto».
Il sindaco De Pellegrin non parla per semplice dovere istituzionale: la sua è una famiglia di gelatieri in terra tedesca, il fratello Augusto è da alcuni mesi presidente dell’Uniteis, la storica associazione dei gelatieri italiani in Germania, e soprattutto come primo cittadino di Val di Zoldo sta portando avanti da anni una battaglia contro il fenomeno delle norme sugli oriundi utilizzate in America del Sud per ottenere il passaporto italiano, o per meglio dire europeo.
La sua scelta di esporre la bandiera del Brasile dal balcone del municipio fece discutere tutta Italia, dando una mano al successivo giro di vite normativo sulle cittadinanze iure sanguinis, per diritto di sangue.
È un De Pellegrin su tutte le furie, dunque, quello che contesta il corposo servizio del quotidiano di Monaco sul mondo delle gelaterie italiane in Germania.
«Un attacco vile a tutta una categoria, a partire da quell’immagine con la ragazza vestita quasi da carcerata e la parola “schiavi” scritta sopra», tuona De Pellegrin. «È inaccettabile che una testata così importante, attraverso le parole di dipendenti italo-brasiliani, dipinga i gelatieri come persone che sfruttano i lavoratori, che li privano della libertà, che li schiavizzano».
«Io sono figlio di gelatieri in Germania», ricorda De Pellegrin, «mio padre, grazie alla sua attività, ha dato lavoro e opportunità per il futuro a tantissimi italo-brasiliani e italo-argentini, e non solo. E la collaborazione tra lui che offriva impiego e loro che mettevano il loro lavoro è sempre stata proficua per tutti».
Il sindaco di Val di Zoldo, peraltro, sospetta che dietro le lamentele degli oriundi italo-brasiliani riportate dalla testata tedesca sulle condizioni di lavoro nelle gelaterie italiane ci sia proprio la dibattuta questione dei riconoscimenti della cittadinanza.
Ma c’è un’altra questione che il servizio, sottolinea De Pellegin, lascia in ombra. «Quando il giornale tedesco scrive di gelatieri italiani che sfruttano il personale, parla dei gelatieri nati in Italia o di quei proprietari di gelaterie in Germania che hanno anche la cittadinanza italiana ma vengono dal Brasile? Perché il fenomeno potrebbe benissimo riguardare gli oriundi che hanno aperto locali in Germania, e ce ne sono molti, e che assumono poi altri brasiliani».
(da corrierealpi)
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