Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
“IN IRAN REPRESSIONE DEI DIRITTI UMANI, L’EUROPA DEVE FARE DI PIU’”
La segretaria del Partito Democratico, Elly Schlein, ospite dello speciale per i 30 anni di Porta
a Porta, ha duramente criticato il cosiddetto Board of Peace per Gaza, definendolo “una Onu a pagamento fatta su misura per gli interessi di Trump”, per cui l’Italia “deve dire no”. È fondamentale per Schlein, che “funzionino le Nazioni Unite e che l’Italia difenda le sedi multilaterali, invece di contribuire a crearne di private che rischiano invece di minarne l’autorità”.
Schelin ha poi aggiunto che il Board of Peace rappresenta un tentativo di indebolire la diplomazia multilaterale tradizionale, perché mira a costruire strutture che favoriscono solo interessi politici ed economici di pochi. Ha quindi esortato il governo italiano a rifiutare questa logica e a sostenere le istituzioni internazionali esistenti, sottolineando come l’Italia abbia contribuito a fondarle e abbia quindi il dovere di difenderle: “Il nostro ruolo è rafforzare le istituzioni multilaterali, non smantellarle come sta facendo Trump”.
La solidarietà all’Iran
La leader dem ha poi parlato della situazione in Iran, condannando la brutale repressione dei diritti umani e la censura di Internet: “Il regime teocratico sta colpendo i diritti fondamentali dei cittadini, più di 12mila persone sono state vittime delle proteste. Dobbiamo stare al fianco degli iraniani che lottano per la libertà e la democrazia. La democrazia va sostenuta”. Ma, aggiunge Schlein “Portare la democrazia non significa imporla, ma fare uno sforzo diplomatico concreto, dialogando con i Paesi vicini e cercando soluzioni sostenibili”.
Parlando di politica europea, la segretaria del Pd ha poi rilanciato la necessità di rafforzare l’unità dell’Unione: “L’Europa deve superare la logica dell’unanimità e costruire un grande piano comune di investimenti. Non si può gestire un continente come un condominio, serve una vera integrazione. Un grande piano comune di investimenti permetterebbe all’Europa di conquistare autonomia strategica e difendere i propri interessi. Solo cosi potremo ridurre la dipendenza dagli altri Paesi e affermare un’autonomia strategica, evitando di essere schiacciati dall’aggressività americana”.
“Ricostruire il Pd e difenderne la pluralità”
Alla fine del suo intervento, Schlein ha poi parlato del Partito Democratico e del percorso di ricostruzione interna: “Il Pd nasce dall’incontro di culture diverse ed è ancora un partito plurale. Negli ultimi anni abbiamo ricostruito la nostra identità, rafforzando il partito e preparando una leadership più solida. Stiamo costruendo un partito più forte. Nel 2022 in molti ci davano per morti, e invece ci siamo rialzati”.
(da Fanpage)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
L’ASSOCIAZIONE A DELINQUERE TRAVESTITA DA POLIZIOTTI ORMAI E’ UNA MILIZIA PRIVATA DEL CAPOGANG: HANNO ARRESTATO UN BIMBO DI 5 ANNI E UNA BAMBINA DI 10 ANNI
Quattro alunni del distretto scolastico di Columbia Heights, nel nord di Minneapolis, tra cui un bambino di 5 anni e una bambina di 10 anni, sono stati fermati nelle ultime due settimane dagli agenti dell’Immigration and Customs Enforcement (Ice). Lo hanno fatto sapere le autorità locali. La sovrintendente distrettuale, Zena Stenvik, ha riferito in una conferenza stampa che il bambino è stato arrestato insieme al padre nel vialetto di casa dopo essere tornato dalla scuola materna.
Stenvik ha dichiarato che gli agenti hanno pattugliato i quartieri, circondato le scuole, seguito gli autobus e fermato gli studenti in vari momenti della giornata. Generando paura e preoccupazione tra famiglie e insegnanti.
«Il senso di sicurezza nella nostra comunità e intorno alle nostre scuole è stato scosso e i nostri cuori sono spezzati», ha affermato. Tra gli arrestati ci sono anche uno studente diciassettenne delle superiori arrestato mentre si recava a scuola. E una studentessa diciassettenne fermata insieme alla madre la scorsa settimana. Oltre a una bambina di 10 anni arrestata mentre si recava a scuola con la madre due settimane fa.
Le famiglie
Le famiglie dei minori hanno richieste di asilo attive e nessuna di loro ha ricevuto ordini di espulsione. Le autorità per l’immigrazione non hanno rilasciato dichiarazioni su questi arresti. Ma un giorno prima che fossero resi pubblici il capo della Border Patrol Gregg Bovino ha assicurato alla stampa che l’Ice non avrebbe lasciato Minneapolis nonostante l’ondata di dinieghi espressa nelle ripetute proteste. Giustificando la propria presenza affermando che il loro obiettivo è quello di trattenere persone senza documenti con precedenti penali.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
SUL PALCO CON LUI SOLO LEADER DI SECONDA FILA
«Abbiamo la possibilità di mettere fine a decenni di guerre e bagni di sangue e costruire un
futuro di successo, portare la pace, non solo in Medio Oriente ma nel mondo intero». Lo ha detto Donald Trump presiedendo a Davos la cerimonia di firma della carta fondativa del Board di Pace, l’organismo pensato per supervisionare la tregua a Gaza ma allargatosi via via ben oltre, a promuovere «la stabilità» e «garantire una pace duratura nelle aree colpite o minacciate da conflitti». Un mandato globale così ambizioso da porlo di fatto in contrapposizione all’Onu. Ragione per la quale i Paesi europei uno dopo l’altro hanno declinato l’invito Usa a farne parte: prima la Francia di Emmanuel Macron – ormai in aperto conflitto con Trump -, poi il Regno Unito di Keir Starmer, infine anche l’Italia di Giorgia Meloni, dietro lo «scudo» dell’articolo 11 della Costituzione. Senza contare la Danimarca.
Nel suo secondo intervento a Davos nell’arco di due giorni, Trump ha infatti evocato le Nazioni Unite proprio per sottolinearne l’irrilevanza. Ricordando a più riprese i suoi meriti nell’aver «messo fine a otto guerre nell’ultimo anno», il presidente Usa ha sottolineato come l’Onu «poteva avere un ruolo ma non ne ha avuto alcuno, non ci ho mai parlato». Trump vedrebbe bene dunque al suo posto il club di leader “prescelti” del suo Board di Pace.
Chi c’era (e chi no) sul palco con Trump
A fianco a lui sul palco allestito a Davos c’era sì qualche decina di leader, ma ben pochi di quelli che contano davvero. A presentarsi al tavolo dove Trump ha presieduto alla firma della Carta del Board di Pace sono stati super-fan di Trump come il presidente argentino Javier Milei e il premier ungherese Viktor Orban, i leader di Indonesia e Uzbekistan, Kosovo e Paraguay, Azerbaijan e Bulgaria. Non esattamente delle teste di serie mondiali. E i player più rilevanti del processo che hanno accettato di entrare nel Board – Turchia, Egitto, Qatar, Arabia Saudita, Emirati Arabi – si sono fatti rappresentare da ministri. Nessuna traccia dunque dei leader del Medio Oriente direttamente coinvolti su Gaza, compreso il premier israeliano Benjamin Netanyahu. Inseguito da un mandato di cattura internazionale per crimini di guerra, tanto quanto il russo Vladimir Putin, che pure avrebbe accettato l’invito insieme al fido alleato, il bielorusso Alexander Lukashenko. E nessuna traccia come detto di alcun capo di Stato o di governo dell’Europa occidentale. Trump comunque ha fatto buon viso a cattivo gioco.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
A DAVOS IL POLITICO DEM CHE STA DIVENTANDO L’ANTITRUMP ACCOLTO DA APPLAUSI
Una ginocchiera firmata Trump come gadget del tycoon perché i seguaci possano inchinarsi al sovrano. L’ha presentata, ironicamente, il governatore della California Gavin Newsom durante il suo intervento a Davos, accolto da risate e applausi.
“E’ la nuova ginocchiera firmata da Trump e sono disponibili online, le ultime erano esaurite comunque queste sono disponibili, anche in stock”, ha detto Newsom fra risate ed applausi di una buona parte del panel del Forum cui partecipava.
Esaurite perchè si “stanno vendendosi i nostri studi legali. Molte università americane si stanno vendendo. E sì, anche molti leader aziendali si stanno
vendendo a questa amministrazione. Vendono i nostri valori, vendono il nostro futuro. Vendono ciò che rende grande l’America, e questo mi spezza il cuore”, ha detto Newsom. “Le persone devono reagire – ha proseguito il governatore che potrebbe correre alle presidenziali americane del 2028 -. Devono trovare il coraggio delle proprie convinzioni. Quest’anno ricorre il 250simo anniversario degli Stati Uniti d’America. Duecentocinquanta anni. Il meglio della Repubblica romana, della democrazia greca, dei poteri dello Stato sullo stesso piano, dello Stato di diritto, della sovranità popolare. Ditemi se questo rispecchia l’America di cui leggete oggi”.
“Donald Trump è una specie invasiva”. Lo ha detto il governatore della California Gavin Newsom nel suo intervento al World Economic Forum a Davos spiegando che Trump ha colonizzato il partito repubblicano e lo ha reso irriconoscibile. Newsom ha inoltre raccontato che ieri sera avrebbe dovuto parlare a un evento alla Usa House “ma si sono assicurati che io non parlassi. Hanno fatto in modo che l’evento venisse cancellato. Ed è questo che sta accadendo negli Stati Uniti d’America. Libertà di espressione, libertà di riunione, libertà di parola: un’America al contrario”.
(da agenzie)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
NORDIO LO USA SPESSO COME UN TAXI PER ANDARE E TORNARE NEL SUO VENETO
I ministri del governo Meloni non resistono al fascino del volo di stato. In poco più di tre anni
sono stati autorizzati in ben 429 occasioni, con una media superiore a undici al mese. Significa uno ogni due giorni e mezzo, ferie incluse.
Il 2025 è stato comunque l’anno più parsimonioso sotto questo punto di vista per l’esecutivo sovranista. C’è stato infatti un minor impiego dei voli blu, classificati per motivi istituzionali o di sicurezza: il contatore si ferma a 113. Dati in linea con i precedenti governi e inferiori all’anno della sbornia da volo di stato, il 2023, quando sono stati autorizzati 165 volte (a cui si sommano i 30 voli di fine 2022). Era l’esordio al potere per la compagine scelta dalla presidente del Consiglio, Giorgia Meloni.
I costi per le casse pubbliche sono significativi: la stima minima è di almeno 13mila euro per un volo andata e ritorno per una meta vicina. Ma in linea di massima si parla di un esborso medio di circa 25-30mila euro. Insomma, dall’insediamento della leader di Fratelli d’Italia alla guida dell’esecutivo la spesa sarebbe quantificabile in oltre 10 milioni di euro. Ma si tratta di una stima, appunto, che serve a rendere l’idea dell’incidenza sulle casse statali, dato che ogni volo ha un costo a sé. Sempre meglio dei 23 milioni di euro (all’anno) che Palazzo Chigi sborsa per gli staff della premier, i vice, ministri senza portafogli, e sottosegretari.
I voli di stato danno molto da fare alla struttura di Palazzo Chigi, che fa capo al sottosegretario Alfredo Mantovano, deputata a valutare ed eventualmente validare le richieste di ministri. Dal conteggio, è esclusa la premier, che per motivi di sicurezza non viene “tracciata”.
Come è fisiologico, i ministri maggiormente beneficiari dei voli di stato sono Antonio Tajani (Esteri), che lo ha preso in 38 circostanze, e Guido Crosetto (Difesa), che ne ha usufruito una dozzina di volte: entrambi per i loro compiti istituzionali hanno maggiore necessità di spostarsi.
Non mancano casi singolari. Uno di questi riguarda il volo di stato del ministro degli Affari regionali, Roberto Calderoli, usato il 18 maggio per tornare da Venezia a Roma alla fine del festival delle regioni e delle province, che vedeva Luca Zaia,
all’epoca presidente del Veneto, nel ruolo di padrone di casa. Calderoli non poteva mancare. Il Guardasigilli, Carlo Nordio, ha invece un volo di stato sotto casa. Spesso programma l’atterraggio nella sua regione natia come punto di arrivo delle sue missioni istituzionali.
A maggio, per esempio, di ritorno dalla partecipazione a un evento a Chisinau. Partito da Roma, ha fatto tappa nella capitale della Moldova e quindi è rientrato a Venezia. A febbraio, invece, per andare in Turchia ha scelto l’aeroporto di Treviso dove lo ha accolto (e lo ha riportato) il “volo blu”. Il ministro dello Sport, Andrea Abodi, ha chiesto il volo per essere a Trieste lo scorso 14 ottobre in occasione dell’evento, promosso dal suo stesso dicastero, intitolato “Sport di base e Bolkestein”.
Nel ruolo di moderatore c’era Massimiliano Atelli, già capo di gabinetto di Abodi e ora presidente della Commissione indipendente di controllo sui conti delle squadre della serie A di calcio. A spingere il ricorso al volo di stato è anche il Piano Mattei, uno dei capisaldi della propaganda meloniana, che ha intensificato i viaggi verso l’Africa. Un emblema è il volo di gennaio del sottosegretario all’Ambiente, Claudio Barbaro, a Dar es Salaam in Tanzania.
(da Domani)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
A DAVOS L’EUROPA HA TROVATO FINALMENTE UN LEADER AUTOREVOLE, PECCATO CHE SIA CANADESE
A Davos l’Europa ha trovato finalmente un leader. Calmo, realista, autorevole. «L’ordine mondiale è rotto, siamo entrati nell’età brutale», ha esordito con lancinante consapevolezza. Era forse Merz, il cancelliere tedesco?
«Ci viene detto che le grandi potenze possono fare quello che vogliono e i deboli devono conformarsi per sopravvivere». Ispirato, schietto, senza complessi. Sarà stato Starmer, il primo ministro inglese?
«Per comodità ci siamo adeguati a un sistema che sapevamo ingiusto, ma adesso saremo costretti a cambiare. Guai, però, se ci chiudessimo nella nostra piccola fortezza. Siamo una media potenza, ma non siamo impotenti». Che visione, che apertura e che orgoglio. Si trattava sicuramente di Sanchez, il premier spagnolo.
«Dobbiamo fare affidamento sulla forza dei nostri valori, ma anche sul valore della nostra forza. E raddoppiare le spese della difesa, rivolgendoci alle nostre industrie». Un sovranismo continentale, enunciato con grinta: che fosse Giorgia Meloni?
«Cooperando con le altre medie potenze esistenti al mondo, potremo costruire un nuovo ordine basato sui nostri valori: rispetto, solidarietà, sviluppo sostenibile, integrità territoriale». Ah no, era Macron, senza gli occhiali a specchio.
«Ma per contare di più dobbiamo agire insieme. Perché, se non sei al tavolo, significa che sei nel menu».
Firmato: Mark Carney, primo ministro di Ottawa.
Ora ci siamo. Il leader che l’Europa aspettava è un canadese
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
I PAESI EUROPEI HANNO RIFIUTATO DI FAR PARTE DEL CIRCO BARNUM DI TRUMP COMPOSTO DA CAPI AUTORITARI, MONARCHI ASSOLUTI E DIVERSI CRIMINALI
Lo strambo comitatone “per la pace” escogitato da Trump, teoricamente incaricato di ridare
un assetto accettabile a Gaza e altri luoghi precedentemente devastati o brutalizzati dagli stessi che ora si propongono di rimetterli in piedi, sembra la materializzazione del celebre aforisma di Groucho Marx: “Non vorrei mai fare parte di un club che accetti tra i suoi membri uno come me”.
Indipendentemente dalla risposta di Russia e Cina, già adesso è un cartello di soli capi autoritari e monarchi assoluti. I paesi europei hanno rifiutato di farne parte ma si sa che su di loro grava lo stigma imperdonabile della democrazia: un bell’impedimento, in un momento storico come questo.
In compenso c’è Orbán, forse in quanto erede di Attila. Di quale etica e quale estetica sia capace un pool di “ricostruttori” capitanato da Trump, è una domanda che sarebbe meglio non farsi. Metaforicamente parlando, e immaginando il radioso futuro neo-immobiliare di Gaza, credo che l’obiettivo assomigli a: mettere la cravatta a un cadavere e poi vedere che effetto fa.
Siamo nel pieno di una nuova epoca della storia umana, l’Evo post-reale, e dunque è impossibile fare previsioni su quanto accadrà. La sola certezza è che potrebbe accadere di tutto, dal momento che le Nazioni Unite hanno già approvato la costituzione di questo nuovo club privé il cui scopo, non recondito, è prenderne il posto. Nel caso che Trump proponesse all’Onu l’autoscioglimento, non è escluso che la proposta venga ritenuta sensata e opportuna dalla maggioranza dei Paesi membri. Specie se il Palazzo di vetro avesse un valore immobiliare appetibile.
(da Repubblica)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
C’È CHI FA PATTUGLIAMENTI IN MACCHINA, SEGNALANDO PERICOLI SULLE CHAT, CHI SI APPOSTA DAVANTI AGLI ALBERGHI DOVE ALLOGGIANO GLI AGENTI, SUONANDO E CANTANDO TUTTA LA NOTTE PER IMPEDIRE LORO DI DORMIRE, E CHI HA “CONVERTITO” IL PROPRIO NEGOZIO PER AIUTARE GLI IMMIGRATI CHE NON ESCONO DI CASA PERCHÉ TEMONO DI ESSERE PORTATI VIA
«Sono stato preso, ammanettato, fatto salire sulla loro macchina. Mi hanno rilasciato dopo un’ora dicendo: “Sei bianco, con te non ci divertiamo”. Quello che stanno facendo gli agenti dell’Ice alla comunità soprattutto nera è orribile». Kenny Callaghan, pastore della All God’s Children Minneapolis Community Church, non misura le parole.
La sua chiesa progressista, aperta soprattutto alla comunità Lgbtqia+, si trova all’angolo tra la 31esima strada e Park Avenue, a pochi isolati dal luogo in cui il 7 gennaio è morta Renee Good, la donna uccisa dall’agente Jonathan Ross con tre colpi di pistola. Nonostante la neve e una temperatura a -12 gradi Celsius, i cittadini di Minneapolis da tre settimane scendono in strada contro quella che loro chiamano l’invasione dell’Ice.
Ci sono quelli che fanno i pattugliamenti in macchina, segnalando possibili pericoli in chat su Signal. Ci sono i giovanissimi che di sera vanno davanti agli alberghi nei quali alloggiano gli agenti portandosi strumenti musicali e amplificatori, suonando e cantando tutta la notte per impedire loro di dormire.
C’è un gruppo che si è appostato sul tetto di un edificio di fronte al Whipple Building – il palazzo vicino all’aeroporto che funge da quartier generale dell’Ice – per contare quante persone vengono portate dentro, dal momento che le autorità non danno numeri ufficiali. Ci sono le mamme bianche che fanno sorveglianza davanti alle scuole per essere sicure che le mamme immigrate possano accompagnare i figli senza venire arrestate.
Ci sono i gruppi WhatsApp, c’è la distribuzione gratuita dei fischietti arancioni, ci sono i corsi via Zoom con più tremila partecipanti per diventare “consitutional observer” che è poi quello che stavano facendo Renee e Becca quella tragica mattina.
È la resistenza di una città che non vuole piegarsi «Ci sono immigrati spaventati che non escono neanche per fare la spesa perché hanno paura di essere portati via. Per questo abbiamo deciso di raccogliere tutto qui e poi distribuirlo a chi ne ha bisogno» dice Anna, social media manager del sexy shop Smitten Kitten.
La nuova guerra civile americana passa anche da queste suggestioni, da due visioni opposte dell’America: una autoritaria, l’altra accogliente. È stata di Anna l’idea di trasformare il sexy shop in quartier generale di aiuto.
«Raccogliamo e distribuiamo prodotti per la pulizia, pannolini per i bambini, ma anche le sigarette: la gente ha diritto ai vizi», racconta nel sottoscala del negozio, tra il via vai dei volontari e sotto il controllo di un omone grande e grosso messo lì a fare da sicurezza dopo le minacce ricevute online. Lungo Lake Street, in questa zona piena zeppa di murales e ristoranti etnici, i cartelli sulle porte dei negozi parlano chiaro: questo locale non dà permesso agli agenti dell’Ice di entrare senza un regolare mandato.
«Le infermiere che non vanno in ospedale, gli operai che non vanno nelle fabbriche, le scuole che sono tornate all’insegnamento online come ai tempi del Covid. La gente non va al ristorante, non va a fare la spesa, non va più a comprare»,
dice Julia Decker, direttore delle politiche dell’Immigrant Law Center of Minnesota, per spiegare come è cambiata la vita di tutti i giorni, mentre sui telefonini arrivano le immagini dell’ennesimo arresto, un anziano portato via da casa, al gelo, in canottiera e ciabatte e poi rilasciato perché regolare cittadino.
Nessuno pensa che gli agenti dell’Ice se ne andranno a breve, ma nessuno vuole smettere di protestare. Con la mente sono tutti alla prossima manifestazione, il 23 gennaio: una sorta di sciopero generale, scuole chiuse, attività sospese. Lo farà anche Lynette: la mattina in cui è stata uccisa Renee, lei era lì a due passi. Ha visto l’arrivo degli agenti, ha sentito gli spari. «Il pensiero che lei fosse ancora viva, che forse poteva essere salvata mi rende furiosa».
È anche per questo che continuerà a resistere pacificamente, usando i fischietti e le palle di neve come arma, come la fine toccata al provocatore di ultra destra Jack Lang e alla sua marcia contro gli immigrati: cercava lo scontro, è stato preso a gavettoni di acqua gelata.
(da La Stampa)
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Gennaio 22nd, 2026 Riccardo Fucile
IL RELIGIOSO, CHE GUIDA L’ASSISTENZA SPIRITUALE DELLE TRUPPE USA, SI SCAGLIA CONTRO LA POLITICA DELLA CASA BIANCA: “OFFUSCA L’IMMAGINE DEGLI STATI UNITI” – NEI GIORNI SCORSI, TRE IMPORTANTI CARDINALI AMERICANI, VICINI ALLE POSIZIONI DI LEONE XIV, HANNO DIFFUSO UN DURO COMUNICATO CONTRO IL CALIGOLA DI MAR-A-LAGO
L’arcivescovo americano Timothy Broglio, Ordinario militare della Chiesa cattolica negli Usa,
ha detto che per i soldati «sarebbe moralmente accettabile disobbedire agli ordini» se la loro coscienza li ritenesse ingiusti. Monsignor Broglio ne ha parlato alla rete britannica Bbc a proposito delle minacce di Trump alla Groenlandia che «offuscano l’immagine degli Stati Uniti nel nostro mondo».
Già tre cardinali di primo piano della Chiesa americana, gli arcivescovi di Chicago, Washington e Newark, tutti vicini alle posizioni di Leone XIV, avevano diffuso domenica un comunicato che criticava con durezza le «politiche distruttive» di Trump.
Le parole dell’Ordinario militare evocano l’obiezione di coscienza e sono tanto più significative perché Broglio, 74 anni, nato da genitori italiani e fino all’anno scorso presidente della conferenza episcopale, fa parte dell’ala conservatrice dei vescovi americani, spesso indulgente con il presidente Usa.
Del resto «abbiamo il diritto internazionale e abbiamo principi morali che dovrebbero guidare tutti noi», ha spiegato l’arcivescovo che guida i cappellani militari cattolici dell’esercito: «La Groenlandia è territorio della Danimarca, la Danimarca è un alleato e fa parte della Nato, non sembra ragionevole che gli Stati Uniti attacchino un Paese amico».
L’arcivescovo pensa in particolare ai militari cattolici sotto la sua responsabilità spirituale. Certo, «sarebbe molto difficile per un soldato, un marine o un marinaio disobbedire da solo a un ordine del genere».
(da agenzie)
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