Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’INDICAZIONE DEL GOVERNO A STANZIONE E AGLI ALTRI È DI “RESISTERE”, NONOSTANTE LO SPUTTANAMENTO
Una telefonata ai colleghi. Un messaggio nella chat di gruppo: «Così non si può andare
avanti». Guido Scorza si è dimesso ieri sera dal collegio del Garante per la privacy. Avevano deciso di resistere dopo la notifica degli avvisi di garanzia da parte della procura di Roma ma ieri l’avvocato, esperto di digitale, ha deciso di rompere il fronte e consegnare le «dimissioni irrevocabili» nelle mani del presidente Pasquale Stanzione.
Scorza, come Stanzione e gli altri due membri del collegio, Agostino Ghiglia e Ginevra Cerrina Feroni, sono indagati per peculato e corruzione. Nel mirino della procura di Roma le spese e alcune decisioni in presunto conflitto di interesse: Scorza è uno dei fondatori dello studio E-Lex, dove ancora lavora la moglie. E lo studio ha difeso grandi clienti davanti al Garante
«Lascio uno dei lavori più belli che una persona possa fare», racconta oggi, definendo l’incarico una missione civile prima ancora che istituzionale. «Lo avevo sognato da quando, trent’anni fa, incontrai Stefano Rodotà e Giovanni Buttarelli», dice. «E lo lascio proprio per rispetto di quel sogno».
«Un giorno che purtroppo non è oggi e non è vicino, ci si renderà conto e si capirà che questo momento difficile dell’autorità non è dovuto ad errori o omissioni di chi ci ha lavorato, ma è dovuto a fattori estranei all’autorità e a patologie e derive di un sistema che non ha ancora trovato un punto di equilibrio sostenibile tra diritti, libertà e poteri», dice Scorza in relazione alle inchieste della magistratura e giornalistiche, su tutte quella di Report che aveva sollevato il caso Garante.
«Ma proprio perché quel giorno non è oggi ed è lontano — dice Scorza — non lo si può sfortunatamente aspettare oltre. Il Paese
ha bisogno oggi di un garante per la protezione dei dati personali che prima di avere autorità abbia autorevolezza non solo effettiva ma anche percepita. E le persone, a cominciare dal personale del Garante, hanno bisogno e diritto a che niente sia lasciato di intentato perché il Garante riconquisti il prima possibile quella fiducia percepita senza la quale un diritto già fragile perché è poco noto».
Al momento le dimissioni di Scorza restano isolate. Gli altri componenti dell’Autorità restano fermi, come tra l’altro gli chiede il governo. Ieri la premier Giorgia Meloni, da Tokyo, ha detto: «Sulle dimissioni ho già risposto, sull’inchiesta non ho elementi per giudicare, mi rimetto alla magistratura», facendo dunque capire che per lei non c’è nessuna necessità di un passo indietro. Cosa che invece chiedono le opposizioni, con il centrosinistra in prima linea, che chiedono all’intero collegio di andare via.
Anche perché non è chiaro dove possa realmente portare l’inchiesta della procura di Roma: la Guardia di finanza ha appena cominciato gli accertamenti sia sulle spese sia su alcuni dossier caldi. Sui quali, oltre a possibili contatti in conflitto di interessi, ci sarebbero state pressioni della politica.
Su tutti, la storia della multa a Report con Ghiglia che ha incontrato Arianna Meloni nella sede di FdI poco prima che la multa venisse comminata alla trasmissione di Sigrido Ranucci. Per quello — visto che c’era andato con l’auto di servizio — Ghiglia dovrà rispondere di peculato.
(da Repubblica)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
LE TARIFFE DELLA LUCE SONO SALITE IN MEDIA DEL 20,2% SUL 2024. MAZZATA ANCHE PER IL COSTO DI VOLI NAZIONALI (+16,3%), BURRO (+13%), IL CIOCCOLATO (+10,9%), I SERVIZI RICREATIVI E SPORTIVI (+9,8%), AGRUMI (+9,4%)
Oro e argento alle stelle. Ma non solo. L’anno appena chiuso lascia in eredità rincari record per i gioielli ma anche per prodotti di largo consumo come il caffè, che segnano rialzi a doppia cifra e sopra la soglia del 20%. A fargli compagnia c’è ancora
l’energia. All’opposto, i prezzi sono in picchiata per gli smartphone e, a tavola, per l’olio d’oliva, con ribassi superiori al 14%. Ad analizzare i listini del paniere nel 2025 è un’indagine del Ccr, il Centro di formazione e ricerca sui consumi, classificando gli alti e bassi dell’inflazione.
Di certo il primato va ai gioielli, i cui prezzi nell’anno sono saliti in media del 22% con lo schizzare in alto delle quotazioni dell’oro, bene rifugio per eccellenza di fronte all’incertezza della geopolitica. Al secondo posto il caffè, i cui listini al dettaglio sono cresciuti del 20,7%, portando ad aumenti sia sugli scaffali dei supermercati sia per la tazzina al bar.
Sul podio, al terzo posto, l’energia elettrica sul mercato tutelato, con le tariffe della luce salite in media del 20,2% sul 2024, anche se in quest’ultimo caso le tariffe sul mercato libero sono scese del 7,1%. Seguono il cacao in polvere (+19,5%), che come il caffè risente dei cambiamenti climatici e della crisi delle materie prime, i voli nazionali (+16,3%), il burro (+13%), il cioccolato (+10,9%), i servizi ricreativi e sportivi (+9,8%), altri agrumi (+9,4%) e i pacchetti vacanza nazionali (+9,4%).
Ma nell’altalena dei prezzi, altri prodotti nel 2025 vanno giù. E’ il caso di cellulari e smartphone, costati il 14,7% in meno rispetto all’anno precedente. Anche l’olio d’oliva, dopo i rincari degli ultimi anni, è costato sensibilmente meno, in media il -14,5% sul 2024.
Per computer portatili, palmari e tablet i prezzi sono scesi in media del 13,6%; in discesa anche lo zucchero (-9,6%), gli apparecchi per la pulizia della casa (-9,2%), i televisori e apparecchi per la ricezione, registrazione e riproduzione d
immagini e suoni (-8,1%). Diversi i fattori che incidono sull’andamento dei prezzi.
“Alle quotazioni delle materie prime letteralmente schizzate alle stelle negli ultimi anni a causa dei cambiamenti climatici e dei tagli alle produzioni, si sono aggiunte nell’ultimo anno crescenti tensioni geopolitiche”, sottolinea il presidente del comitato scientifico del Ccr, Furio Truzzi. Ma a ciò si associano anche “fenomeni speculativi, come i rialzi nel settore dei trasporti e del turismo, dove le tariffe variano a seconda della domanda da parte dei consumatori, realizzando rincari del tutto ingiustificati”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
“SONO CONVINTI DI AVER FATTO TUTTO BENE E LA BUTTANO ADDOSSO AI SINDACI, E LA BUTTANO ADDOSSO ALL’IDEOLOGIA DELLA SINISTRA. MA LORO SONO LÌ DA TRE ANNI. LA SICUREZZA È UNO DEGLI ARGOMENTI SU CUI VINCIAMO ALLE PROSSIME ELEZIONI”
L’ex presidente del Consiglio dal palco dell’assemblea di Italia Viva: “A Milano parlare di
discontinuità rispetto a Sala è fare un favore a Salvini”. Poi l’annuncio di Pietro Bartolo in Italia Viva
“Il problema sicurezza è molto più grave di quello che sembra”, mentre “loro sulla sicurezza sono convinti di aver fatto tutto bene”. L’affondo di Matteo Renzi dal palco dell’assemblea di Italia Viva contro il governo Meloni parte da qui, dalla sicurezza. Renzi fa riferimento ad Abanoub Youssef, il ragazzo di 18 anni morto a La Spezia dopo essere stato accoltellato a scuola.
“Sono andato a dormire sconvolto ieri, quando abbiamo letto la notizia di un ragazzo di 18 anni che con un coltello in classe ha ucciso un suo compagno per una storia legata a una foto di una fidanzata”.
Da qui l’attacco contro il governo: “Sono convinti di aver fatto tutto bene e la buttano addosso ai sindaci, e la buttano addosso all’ideologia della sinistra”. Ma “loro – incalza l’ex presidente
del Consiglio – sono lì da quattro anni, noi li abbiamo incalzati in Parlamento, dopo di che però la gente rimane in Albania, dopo di che però fanno decreti che servono semplicemente ad aumentare la fuffa e la propaganda”, dice riferendosi all’ultimo provvedimento in tema di delinquenza soprattutto giovanile.
Ed è proprio la sicurezza, secondo Renzi, “uno degli argomenti su cui vinciamo alle prossime elezioni”. E ancora: “Noi siamo orgogliosi di aver salvato la gente in mare”, continua rispondendo a chi, da destra, critica i governi precedenti sull’immigrazione. “Perché un pezzo dell’identità italiana è che se uno sta affogando lo prendi e lo salvi senza chiedergli la fedina penale”.
Standing ovation in platea, soprattutto in prima fila dove siede il sindaco di Milano Beppe Sala. Ed è proprio a Milano, la città che ospita l’assemblea, che Renzi dedica una parte del suo discorso, entrando a gamba tesa nella polemica sulla discontinuità che ha creato forti tensioni in questi giorni tra il sindaco e il Partito democratico.
“Chi chiede discontinuità a Milano chiede discontinuità rispetto a un centrosinistra che vince. La discontinuità a Milano di cognome fa Salvini”, attacca Renzi. “Quindi quelli che, dopo aver visto a Milano l’Expo, le Olimpiadi, una crescita straordinaria della città, si mettono in testa di chiedere la discontinuità, ricordino che stanno facendo il miglior regalo possibile a Matteo Salvini. Sala non era Pisapia, il secondo mandato di Sala non è stato come il primo, e il prossimo sindaco comunque non sarà come Sala. È normale e fisiologico che ci siano delle modifiche ma parlare di discontinuità significa fare
un regalo a Salvini”.
Sala raccoglie l’assist e ringrazia. Parla di politica a livello nazionale ribadendo quel “noi dobbiamo vincere” che ripete spesso. “Siete persone che lavorano e io sono vicino a voi”, dice dal palco del viaggio dei renziani verso la loro “casa riformista”.
Il sindaco ringrazia i riformisti anche per lo “sforzo fatto in questi anni per tenere insieme il centrosinistra”. Sala spiega come non ci sia nulla di male “ad andare a casa di Prodi”, perché “se non ci mette insieme non si vince”.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
LA USAVA MADURO PER LE TRANSAZIONI DI GREGGIO, LA USA PUTIN PER AGGIRARE LE SANZIONI… TRUMP È IN PALESE CONFLITTO DI INTERESSI, AVENDO INVESTITO SVARIATI MILIARDI SUL SETTORE TRAMITE I FIGLI, FACENDO AFFARI ENORMI
Tether si è imposta come lo strumento vitale per PDVSA (Petróleos de Venezuela, S.A.), la compagnia petrolifera statale, permettendole di aggirare le sanzioni dell’Occidente e diventando la valuta di riferimento per regolare le transazioni di greggio. Allo stesso tempo, ha rappresentato un’ancora di salvezza per i venezuelani comuni, travolti dal crollo verticale del bolívar, che negli ultimi 10 anni ha perso il 99,8% del suo valore contro il dollaro (il peso argentino è crollato del 94,5%, la lira turca dell’80%).
Come le più diffuse stablecoin, Tether mantiene un rapporto di parità di 1 a 1 con il dollaro statunitense, offrendo quel rifugio dal rischio che alcune monete nazionali non sono più in grado di garantire.
Anche Vladimir Putin negli ultimi mesi ha cercato un corridoio alternativo per evitare che l’economia russa resti senza ossigeno, costruendo una rete finanziaria invisibile che scorre attraverso i
mercati digitali. Al centro di questa rete, sia in Venezuela che in Russia, c’è un italiano: Giancarlo Devasini.
Ex chirurgo plastico, di Torino, terzo uomo più ricco d’Italia proprio grazie alla sua Tether, Devasini non solo vuole comprare la Juventus (ed è per questo che i tifosi di calcio lo conoscono) ma di fatto offre alla Russia un’infrastruttura finanziaria utile a sviare le sanzioni imposte a Mosca dopo l’invasione dell’Ucraina, ripristinando i canali di scambio commerciale con i principali partner, Cina e India.
Pilastro di questa strategia è il “Regime Legale Sperimentale”, una normativa firmata da Putin e diventata pienamente operativa l’anno scorso. La legge ha rimosso il divieto storico sull’uso degli asset digitali, ma con una distinzione.
Mentre l’utilizzo di criptovalute resta vietato per i cittadini russi nelle transazioni quotidiane, è diventato il metodo di pagamento ufficiale per le grandi compagnie statali di import-export.
È stata la realpolitik di Elvira Nabiullina a guidare questa svolta. La rigorosa governatrice della Banca Centrale di Mosca, nota per la sua avversione verso le monete virtuali, ha capito che con il rublo diventato “tossico” l’unica porta rimasta aperta è quella delle stablecoin.
Il cuore di questa beffa tecnologica risiede nel fatto che la Russia, per eludere il blocco dell’Occidente, si è affidata a un gettone digitale che replica esattamente il valore del dollaro, la moneta del nemico.
Tether (ticker USDT) permette a Mosca di muovere miliardi in pochi secondi fuori dai canali tradizionali e bypassando il circuito SWIFT: sono come messaggi su WhatsApp, invisibili ai
radar del Dipartimento del Tesoro americano e impossibili da bloccare anche per le banche europee
I fondi vengono inviati alle controparti asiatiche da due nuovi exchange (a Mosca e San Pietroburgo) dedicati al commercio internazionale e convertiti all’istante in yuan o rupie. Questo meccanismo permette al Cremlino di aggirare le sanzioni e di importare microchip e componenti a uso duale, inclusi materiali cruciali per l’apparato militare necessari a sostenere la guerra in Ucraina.
Devasini è una figura anomala: enorme capacità di influenza, visibilità limitata. Controlla il 47% di Tether, gigante finanziario con una capitalizzazione di 186 miliardi di dollari.
Forbes stima il patrimonio personale di Devasini in 22,4 miliardi di dollari, alle spalle di Giovanni Ferrero e Andrea Pignataro. La sua notorietà è aumentata quando ha sfidato John Elkann con un’offerta da 1,1 miliardi per acquistare la Juventus, respinta perché ritenuta insufficiente.
Al suo fianco, alla guida di questa sorta di “banca centrale ombra”, c’è il CEO Paolo Ardoino, il cui pacchetto del 20% in Tether gli ha permesso di accumulare 9,5 miliardi (quinto tra i grandi ricchi italiani).
Con basi operative tra Hong Kong, Londra e la Svizzera, il quartier generale a El Salvador, Tether opera al di fuori dei confini normativi tradizionali.
La Procura federale di Manhattan e il Dipartimento di Giustizia USA monitorano da tempo ogni movimento della società. Le indagini, inizialmente concentrate su sospette frodi bancarie, si sono allargate fino a coprire il ruolo di Tether nel facilitare il
riciclaggio di denaro e l’evasione delle sanzioni Usa-Ue.
Sebbene Devasini e Ardoino non siano stati raggiunti da provvedimenti personali, un duro report dell’ONU ha descritto la loro stablecoin come lo strumento principale per attività criminali e di riciclaggio nel Sud-est asiatico. Secondo le stime dell’economista Asdrúbal Oliveros, quasi l’80% dei proventi petroliferi del Venezuela viene incassato attraverso token come Tether, Circle Internet Group e Paxos.
Già nel 2021 l’azienda aveva patteggiato 18,5 milioni di dollari con la Procura di New York guidata da Letitia James, la stessa giudice che ha messo sotto accusa Donald Trump per frode civile. Quell’inchiesta aveva svelato come, per lunghi periodi, Tether non avesse riserve sufficienti a coprire i token emessi, avendo prestato centinaia di milioni alla società “gemella” Bitfinex per ripianare perdite occulte. Da allora, Tether ha collaborato con le autorità americane per bloccare decine di portafogli digitali, tra cui alcuni legati al commercio di greggio venezuelano.
Una portavoce della società ha confermato che l’azienda rispetta le leggi, operando a stretto contatto con l’OFAC (Office of Foreign Assets Control) «e supporta costantemente le forze dell’ordine congelando gli indirizzi riconducibili ad attività illecite o violazioni delle sanzioni, agendo prontamente in risposta a ogni richiesta legittima».
Il punto chiave di questa vicenda è l’ambiguità dell’amministrazione Trump. Al fine di distruggere il canale alternativo, dovrebbe dichiarare guerra al mondo delle criptovalute, soffocandone la liquidità e quanto di innovativo c’è
nel settore, ormai alternativo alle monete “fiat” emesse dai governi.
La verità è che con la sua stessa famiglia coinvolta a man bassa nei guadagni miliardari in criptovalute – in plateale spregio al conflitto di interessi – un’azione di forza americana contro le monete digitali appare improbabile. I figli Donald Jr., Eric e Barron Trump promuovono World Liberty Financial, la famiglia ha diritto al 75% dei ricavi netti su un business valutato 1,5 miliardi di dollari.
Mentre la “Dottrina Donroe” di Trump riesce a espellere fisicamente gli avversari dalle Americhe e a consolidare il controllo attuale, e forse futuro, su scenari chiave come Venezuela e Groenlandia, il limite di questa prova di forza risiede nella paralisi decisionale di Washington sul fronte cripto, che si traduce in una tolleranza obbligata verso quel “dark web” valutario dove i byte di Devasini garantiscono a Caracas e a Mosca ossigeno finanziario e casse piene, nonostante la propaganda occidentale.
La partita decisiva non si gioca più solo nei porti caraibici o tra i ghiacci dell’Artico. Finché i token di Tether, agganciati al dollaro, passeranno di mano invisibili, l’obiettivo di Putin resterà a portata di mano: resistere, evadere e sopravvivere.
da “Utopie e distopie”
la newsletter di Luca Ciarrocca
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’IMPORTANTE E’ NASCONDERE IL PROBLEMA DEL BOSCO DELLA DROGA
Milano si prepara a ospitare le Olimpiadi invernali e, per farlo, ha già investito milioni di euro
tra sponsorizzazioni, cantieri e svariate riqualificazioni della città. Sotto questa superficie luccicante resta, però, una domanda scomoda: che fine fanno i problemi che non stanno bene in cartolina? Perché il rischio, sempre più concreto, è che invece di affrontarli si scelga di spostarli, o meglio, di nasconderli.
Proprio come sta accadendo – o rischia di accadere – con il cosiddetto “bosco della droga” di Rogoredo e San Donato, dove Fanpage.it è stata nelle scorse settimane per documentare cosa accade davvero al suo interno: quello che abbiamo trovato è un “non-luogo” più “vivo” e più grande che mai, dove l’eroina costa due euro e la vita spesso ancora meno, e dove, ogni giorno, transitano migliaia di persone invisibili agli occhi delle amministrazioni.
Cosa rischia di succedere al “bosco della droga” di Rogoredo
“Da tempo l’area tra Rogoredo e San Donato non assomiglia più al luogo che aveva fatto il giro delle cronache nazionali. Il bosco è stato bonificato, ripulito, riconsegnato alla città. Ma lo spaccio non è affatto scomparso: semplicemente si è spostato”, ha
spiegato a Fanpage.it l’assessora al Welfare di San Donato, Francesca Micheli, in un momento storico in cui le Olimpiadi rischiano di accentuare ancor di più il fenomeno, trasferendolo a San Donato.
Ed è proprio qui il punto politico, prima ancora che sociale. Perché se lo spaccio “si sposta”, significa che non è stato risolto. È stato solo accompagnato altrove. Detto in altre parole: nascosto dagli occhi dei riflettori e, soprattutto, a quelli dei turisti. In questo caso: “Lungo i binari, sotto i cavalcavia della tangenziale, negli spazi irregolari e marginali che non appartengono davvero a nessuno e che, per questo, diventano terreno fertile per un’economia criminale che non interrompe mai il proprio flusso”.
In questo scenario, secondo Micheli, non reggerebbe più la logica del “spostare il problema”, una formula che, già in passato, ha guidato interventi emergenziali, soprattutto in vista di grandi eventi. In questo caso, “se le Olimpiadi dovessero spingere il fenomeno ancora più a sud della città, il risultato sarebbe soltanto una sua ulteriore frammentazione, in territori più difficili da monitorare e ancora meno attrezzati per assorbire un flusso così complesso”, ha continuato l’assessora. Perché l’illusione che basti “allontanare” ciò che disturba la vista dei quartieri più centrali cancella un fatto ormai evidente: lo spaccio si adatta, cambia forma, occupa ciò che trova. Non scompare.
Quale potrebbe essere, dunque, la soluzione? Secondo Micheli, “risposte multilivello”, capaci di mettere attorno allo stesso tavolo istituzioni locali, enti sovraterritoriali, livelli regionali e autorità statali. E un “lavoro interdisciplinare stabile, non
episodico, tra forze dell’ordine, servizi sanitari per le dipendenze, operatori sociali, unità di strada, medici, psicologi, associazioni del terzo settore, esperti urbani e chi conosce le dinamiche del lavoro e dell’inclusione”.
C’è poi una parola che viene spesso usata e su cui servirebbe fare una riflessione: sicurezza. “Significa davvero sicurezza aumentare il numero delle pattuglie?”, si è domandata l’assessora. La risposta è no, se quella presenza non è inserita in una strategia più ampia. Perché “militarizzare non è mettere in sicurezza. Sicurezza è continuità, è presa in carico, è luce negli spazi abbandonati, è presenza sociale prima ancora che repressiva”. E, soprattutto, è impedire che il problema rinasca cento metri più in là.
E se è vero che nell’area intorno a Rogoredo e San Donato esistono realtà che lavorano ogni giorno per dare assistenza a chi vive o frequenta il bosco, è altrettanto vero che lasciarli soli mentre la politica pensa solo a “ripulire” in vista di un evento internazionale è un errore. “Serve un approccio straordinario, un vero fare insieme”, ha rincarato Micheli a Fanpage.it, prima di concludere. “Lo dobbiamo alle persone delle nostre città, a chi si sposta ogni giorno con i mezzi e vive tra paura e compassione, alle famiglie dei tanti invisibili di Rogoredo, compresi anche gli spacciatori, spesso vittime di un sistema che li rende insieme vittime e carnefici. Lo dobbiamo ai nostri spazi nelle città e al futuro dei figli, affinché possano vivere in sicurezza e con dignità”. Perché altrimenti l’alternativa, come dicevamo, è nasconderli, ma i problemi nascosti, prima o poi, tornano sempre a chiedere il conto. E lo fanno nel modo peggiore.
(da Fanpage)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
SONDAGGIO IPSOS: SI’ 54% NO 46%… SONDAGGIO EUMETRA SI’ 52,7% NO 47,3%
Il fronte del Sì è ancora in vantaggio ma il margine è diminuito secondo gli ultimi sondaggi che hanno sondato l’opinione degli italiani sul referendum sulla giustizia. Vediamo nel dettaglio che cosa è emerso
Il referendum sulla giustizia dovrebbe tenersi i prossimi 22 e 23 marzo, secondo le date fissate dal governo. Ora che però, la raccolta firme per un quesito alternativo lanciata da un comitato di giuristi ha raggiunto le 500mila sottoscrizioni, la consultazione potrebbe slittare.
Il comitato infatti ha avviato un contenzioso con il governo e ha presentato un ricorso al Tar per chiedere la sospensione del decreto che ha individuato l’election-day. I giudici si pronunceranno il prossimo 27 gennaio.
In attesa di nuovi sviluppi, proseguono i sondaggi che misurano l’opinione degli elettori sulla riforma. .
Secondo la rilevazione da Ipsos-Doxa per diMartedì su La7, se si votasse oggi i favorevoli al referendum sarebbero al 54% mentre i contrari il 46%. C’è da dire che nell’ultimo periodo, il fronte del No ha recuperato. Lo stesso istituto un mese fa stimava una distanza più ampia: 57,9% per il Sì, 42,1% per il No.
Secondo il sondaggio di Eumetra, i favorevoli sarebbero il 52,70% mentre i contrari si attestano attorno al 47,30%. Un divario più stretto dunque, di circa cinque punti.
(da Fanpage)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
L’UE REAGISCE COMPATTA: “LA SOVRANITA’ NON SI NEGOZIA”
Donald Trump ha deciso di trasformare la Groenlandia in una leva commerciale, O, più
precisamente, in un ostaggio economico. Da Washington infatti, è arrivato l’annuncio di nuovi dazi contro otto Paesi europei, Danimarca, Norvegia, Svezia, Francia, Germania, Regno Unito, Paesi Bassi e Finlandia, con un aumento progressivo: 10% a partire dal primo febbraio, 25 % da giugno. La motivazione, esplicitata senza troppi giri di parole sul suo social Truth, è provocatoria: le tariffe sono un modo per mettere pressione sull’Europa, anche se non porteranno all’ “acquisto completo e totale della Groenlandia”. In altre parole, Trump conferma che il territorio non è in vendita ma anche che le sanzioni economiche servono a esercitare influenza politica e a far capire che gli Stati Uniti possono punire un alleato strategico se lo ritengono opportuno. Insomma, non si tratterebbe quindi di una disputa commerciale, né di un braccio di ferro su acciaio, auto o tecnologia, ma di una pressione economia diretta
su un territorio autonomo. Una mossa che segna un nuovo salto nel rapporto tra Stati Uniti ed Europa: un alleato strategico che viene però trattato apertamente come controparte da punire.
Una scelta che arriva dopo giorni di tensioni crescenti. Il tentativo diplomatico più recente, e cioè l’incontro tra il vicepresidente JD Vance e i ministri degli Esteri danese e groenlandese, si era chiuso infatti senza risultati. Per questo Trump ha scelto un’altra strada, quella della minaccia economica, decisa ancora una volta senza passare dal Congresso. Una decisione che si inserisce in una visione molto più ampia, rivendicata dallo stesso presidente, del ruolo degli Stati Uniti nei confronti dell’Europa
Nelle sue dichiarazioni, infatti, Trump ha rivendicato una sorta di “credito storico” degli Stati Uniti nei confronti dell’Ue: decenni senza dazi, alleanze militari, protezione strategica. Ora, sostiene, è il momento di “restituire”. Non in termini di cooperazione, ma di concessioni unilaterali. Dentro questa cornice, la Groenlandia viene descritta come un territorio indifeso e incapace, secondo Trump, di resistere alle mire di Russia e Cina. Un racconto che ignora deliberatamente la realtà: la presenza Nato nell’Artico, il ruolo della Danimarca, e soprattutto il diritto del popolo groenlandese a decidere del proprio futuro
Proprio il rafforzamento della presenza militare europea sull’isola, nell’ambito delle missioni Nato nell’Artico, è indicato da Trump come il motivo diretto della “punizione”. I dazi colpiscono infatti i Paesi che hanno partecipato o sostenuto l’invio di contingenti. L’Italia, che non ha preso parte a questa
specifica missione, è invece rimasta fuori dalle misure, almeno per ora, anche se il governo non ha escluso un possibile coinvolgimento futuro nelle operazioni nell’area.
Il paradosso è dunque evidente: gli Stati Uniti restano formalmente il perno dell’Alleanza Atlantica, ma agiscono come se l’Europa fosse un avversario strategico. Non è certo la prima volta nell’ultimo anno. Ma è forse la prima in cui la leva commerciale viene utilizzata in modo così esplicito per mettere in discussione la sovranità territoriale di un alleato e ridefinire i rapporti di forza all’interno dello stesso campo occidentale.
Il pretesto della sicurezza
Trump giustifica l’operazione richiamando la necessità di installare un nuovo sistema di difesa missilistica, il cosiddetto Golden Dome. Le spiegazioni tecniche restano vaghe, infarcite di riferimenti a “angoli”, “limiti” e “metriche” mai realmente chiariti. Il messaggio politico, invece, è profondamente diretto: senza la Groenlandia, sostiene il presidente Usa, la sicurezza degli Stati Uniti sarebbe a rischio. E se la sicurezza nazionale è in gioco, ogni mezzo, come abbiamo già visto, diventa legittimo.
Nel frattempo, a Copenaghen, la risposta è arrivata prima ancora dell’annuncio ufficiale: migliaia di persone si sono infatti radunate davanti al municipio, sventolando bandiere danesi e groenlandesi. Una distesa di rosso e bianco attraversata da uno slogan ripetuto in lingua inuit, “Kalaallit Nunaat”, il nome della Groenlandia nella lingua del suo popolo. I cartelli, ironici e durissimi allo stesso tempo, “Make America go away”, “Giù le mani dalla Groenlandia”, hanno accompagnato una protesta che va chiaramente oltre la difesa di un’isola: “Qui c’è in gioco il
diritto all’autodeterminazione”, hanno spiegato i manifestanti, “e il diritto internazionale non può essere sospeso perché un alleato è più potente”.
Le mobilitazioni continueranno nei prossimi giorni anche in altre città danesi, spiegano, mentre a Copenaghen è arrivata una delegazione bipartisan del Congresso americano. Ufficialmente, per rassicurare il governo danese e le autorità groenlandesi. Di fatto, per ribadire che Trump non rappresenta l’intero Paese. Un messaggio che trova conferma anche negli ultimi sondaggi: la maggioranza degli americani, infatti, non sostiene affatto l’idea di “comprare la Groenlandia”.
L’Europa prova a fare fronte comune
Intanto, dopo l’annuncio dei dazi, Bruxelles si è immediatamente attivata. L’Unione eruropea ha infatti convocato una riunione di emergenza degli ambasciatori dei Ventisette, con il tentativo di mantenere una linea umanitaria, consapevoli che la partita va ben oltre il commercio: “Sovranità e integrità territoriale non sono negoziabili”, ha dichiarato Roberta Metsola, presidente del Parlamento Europeo, con un post su X (ex Twitter). Le minacce tariffarie, avverte, rischiano solo di innescare una spirale pericolosa e di indeoplie proprio quel fronte occidentale che proprio Trump dice di voler difendere. Anche le capitali europee hanno reagito con toni insolitamente netti: Londra ha infatti definito la volontà di Trump “completamente sbagliata”, Parigi ha parlato di “minacce inermi e inaccettabili”, nel frattempo Berlino ha invocato una risposta coordinata. Non è ancora chiaro se e quando arriveranno contromisure, è però chiaro che il terreno dello scontro si è spostato dalla diplomazia alla
coercizione.
Nel cuore dell’Artico, tra basi militari e ghiacci che si ritirano, la Groenlandia è diventata insomma qualcosa di più di un punto su una mappa, un luogo ora in cui si sta mostrando una frattura più profonda. Non solo tra Stati Uniti ed Europa, ma tra due modi diversi di intendere l’ordine internazionale: da una parte il diritto, le regole condivise e i confini che non si negoziano; dall’altra la forza e l’idea che tutto possa diventare merce di scambio. Questa volta non si discute più solo di acciaio, di lavatrici o di percentuali di export. La posta in gioco è più semplice e più grave allo stesso tempo: capire se le regole valgono ancora per tutti, o solo finché non intralciano gli interessi di chi è più forte.
(da Fanpage)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
UN LUNGO REPORTAGE RACCONTA LO STATO DELL’IMPIANTO A MENO DI UN MESE DALL’INIZIO DEI GIOCHI
I ritardi nei lavori dell’Arena di Santa Giulia, destinata a ospitare le partite di hockey durante le Olimpiadi invernali di Milano-Cortina, sono finiti anche sul New York Times. «A meno di un mese dall’inizio delle Olimpiadi invernali di Milano, l’arena che ospiterà uno degli eventi più importanti dei Giochi è ancora un cantiere aperto», scrivono infatti Motoko Rich e Giuseppina de La Bruyère in un lungo reportage che racconta questa l’anomalia italiana: l’impianto è stato inaugurato nel weekend del 9-11 gennaio con le 7 partite della fase finale della Coppa Italia e della IHL Serie A. Una inaugurazione arrivata a meno di un mese dall’inizio delle gare delle Olimpiadi, che inizeranno il 5 febbraio. «Nelle due precedenti edizioni delle Olimpiadi invernali in Cina e Corea del Sud (2022 e 2018, ndr) gli organizzatori avevano ospitato le partite di prova con un anno di anticipo», ricorda il New York Times.
Lo stereotipo italiano
I ritardi nei lavori nel palazzetto dell’hockey riguardano gli spalti, gli skybox, le aree ospitalità, i bar e i servizi. Da ultimare anche la pista secondaria, quella che le squadre dovranno usare
per gli allenamenti. Tutto questo non fa che confermare lo stereotipo italiano: il New York Times scrive infatti che «in Italia la corsa all’ultimo minuto è considerata una caratteristica nazionale». Ma riporta anche l’ottimismo del consigliere comunale e presidente della Commissione Olimpiadi e Paralimpiadi Milano Cortina 2026 Alessandro Giungi: «Sono assolutamente fiducioso che l’arena sarà pronta il 5 febbraio».
Oltre 1.000 operai edili stanno lavorando su turni 24 ore su 24 per garantire il completamento dell’arena. Non si tratta però solo di finire i lavori in tempo ma anche di assicurare agli atleti le condizioni per poter giocare. Alcuni giorni fa, Bill Daly, il vice commissario della NHL, aveva detto in una intervista che la lega non manderà i suoi atleti alle Olimpiadi se il ghiaccio non sarà sicuro o non soddisferà gli standard di sicurezza richiesti per i suoi giocatori: «Se il ghiaccio è impraticabile, è impraticabile… se i giocatori ritengono che il ghiaccio non sia sicuro, non giocheremo. È semplice».
Come si prepara il ghiaccio
Preparare una pista per l’hockey su ghiaccio è un lavoro complesso: per giorni o addirittura settimane, i produttori di ghiaccio raffreddano centinaia di lastre sottili, uno strato alla volta. Si tratta di un processo che richiede tempo perché il ghiaccio deve assestarsi e deve poi superare alcuni stress test per garantire di poter sostenere tre partite al giorno, la frequenza prevista durante i Giochi. Già durante la partita tra Varese e Caldaro disputata il 9 gennaio durante le Milano Hockey Finals si era verificato il primo problema: un buco nel ghiaccio della pista. Il match era stato interrotto per circa 5 minuti e per
risolvere la situazione si era dovuto ricorrere anche a un annaffiatoio.
(da agenzie)
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Gennaio 18th, 2026 Riccardo Fucile
IL DELFINO DI MARINE LE PEN FOTOGRAFATO CON L’EREDE DELLA FAMIGLIA NOBILIARE… UN ALTRO SCAPPATO DI CASA CHE STREPITA CONTRO LE ELITE E POI NE FREQUENTA I SALOTTI
Anche Jordan Bardella è finito nel mirino del gossip francese. Il leader del Rassemblement
National è stato infatti visto insieme a Maria Carolina di Borbone, giovane aristocratica e discendente della storica dinastia delle Due Sicilie, nel corso di un evento organizzato per celebrare i 200 anni de Le Figaro.
I due sono stati “paparazzati” mentre lasciavano insieme la serata al Grand Palais di Parigi, e il video che li ritrae diretti verso la stessa auto è diventato virale, superando il milione di visualizzazioni sui social.
Un lungo articolo di Le Monde racconta che la famiglia Borbone «vive tra Parigi, Roma e Monaco. Proprio a Montecarlo, in occasione del Gran Premio di Formula 1 del maggio 2025, Jordan Bardella e Maria Carolina si sarebbero conosciuti».
La giovane aristocratica, grande appassionata di moto, sarebbe
stata poi protagonista di un piccolo incidente poco dopo l’incontro con il “delfino” di Marine Le Pen: rimasta coinvolta in uno scontro mentre era in sella alla Harley-Davidson ricevuta in regalo dai genitori, è stata ricoverata temporaneamente in terapia intensiva all’ospedale Princesse-Grace.
La critica di Le Monde
L’uscita pubblica della coppia ha suscitato curiosità, ma anche numerose critiche. Secondo il quotidiano parigino, non è passata inosservata la contraddizione tra l’immagine politica di Bardella e la sua vita privata: proclamarsi come la voce di «un popolo dimenticato» e «l’autentico portavoce di una Francia disprezzata dalle élite», pur apparendo accanto all’erede di una fortuna di centinaia di milioni di euro proprio mentre i contadini marciavano verso Parigi con rabbia, ha suscitato commenti e sorrisi tra i cronisti presenti, scrivono i giornalisti Ariane Chemin e Ivanne Trippenbach.
Chi è Maria Carolina di Borbone?
Maria Carolina, nata a Roma 22 anni fa, è la figlia di Carlo di Borbone-Due Sicilie, esponente del ramo italo-francese dei Borbone, e di Camilla Crociani, erede della società di alta tecnologia Vitrociset, fondata dal padre Camillo Crociani. Ha una sorella più giovane di due anni, Maria Chiara.
(da agenzie)
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