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IL “WALL STREET JOURNAL” RIVELA CHE IL PENTAGONO ERA PRONTO A COLPIRE L’IRAN MERCOLEDÌ SCORSO, MA L’ORDINE FINALE DALLA CASA BIANCA NON È ARRIVATO. PERCHÉ TRUMP HA DECISO DI FARE UN PASSO INDIETRO?

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

IN PRIMIS C’È IL TIMORE CHE UNO STRIKE NON CAMBIEREBBE LA SITUAZIONE: IL REGIME È ANCORA “FORTE” E L’OPPOSIZIONE È POCO ORGANIZZATA E DIVISA… IL RISCHIO È DI FINIRE TRASCINATI IN UN CONFLITTO LOGORANTE – C’È POI IL PROBLEMA DEL POSIZIONAMENTO MILITARE DEGLI AMERICANI NELL’AREA

Donald Trump era incline a ordinare un attacco contro l’Iran martedì e aveva chiesto al Pentagono di prepararsi. Gli ufficiali americani sono andati a dormire aspettandosi di ricevere l’ordine finale e colpire mercoledì.
Ma l’ordine – riporta il Wall Street Journal – non è mai arrivato: alle prese con punti di vista alternativi e divergenti all’interno dell’amministrazione sulla certezza della caduta del regime, Trump ha rinunciato al raid complice anche la mancanza di asset militari adeguati nell’area e il pressing di Israele e dei paesi arabi. A pesare anche il timore che un attacco avrebbe potuto prolungare il conflitto.
Donald Trump ha fermato, per ora, un’azione militare contro l’Iran ma i suoi collaboratori avvertono che tutte le opzioni restano aperte.
The Donald ha dovuto tener conto di molti fattori. Le intelligence, nei loro briefing, hanno sostenuto come il regime resti saldo e compatto. Uno strike non è destinato a cambiare le cose. Non ci sono certezze sul dopo in quanto l’opposizione è poco organizzata e divisa in mille correnti, con ulteriori divergenze. Trump ha detto di voler vincere. Bene, qui non esiste alcuna garanzia di vittoria ed è alto il rischio di finire trascinati in un conflitto logorante.
Il Pentagono ha, al momento, un dispositivo robusto in Medio Oriente. Migliaia di uomini, la rete di basi, le stazioni che spiano e tracciano vettori, una buona quota di caccia e unità navali in grado di lanciare dozzine di cruise. […] uno schieramento che può attuare raid […] ma non è sufficiente per una manovra più ampia. Inoltre, sarebbero poche le munizioni e le batterie antimissile necessarie a contrastare la rappresaglia dei pasdaran. Sono sistemi costosi e ne servono tanti per affrontare lo sciame di vettori
Adesso gli americani hanno ordinato lo spostamento della portaerei Lincoln dall’Asia verso l’Oceano Indiano, dove arriverà tra circa una settimana insieme ad altre navi lanciamissili. Possibile il trasferimento di altro materiale dagli Stati Uniti e dall’Europa.
Sulla Casa Bianca hanno poi pesato gli appelli, mescolati a tentativi di mediazione, degli alleati. Arabia Saudita, Oman, Qatar, Turchia hanno chiesto a Trump di evitare iniziative belliche suscettibili di accrescere l’instabilità in tutta la regione, timore determinato da esigenze nazionali e valutazione complessiva dello scacchiere. Interessante anche l’atteggiamento di Tel Aviv.
Almeno tre le tesi emerse sui media: 1) Lo Stato ebraico avrebbe evitato di incoraggiare gli Usa a colpire perché non vi sarebbero le condizioni favorevoli ed ha bisogno di tempo per migliorare le difese. 2) Gli israeliani, di solito interventisti, pur riconoscendo che la teocrazia vive un’epoca difficile, condividono lo scetticismo su effetti «politici» degli strike.
3) Il premier Netanyahu ha dialogato, attraverso i russi, con l’Iran per stabilire regole di ingaggio: se voi non ci colpite, noi non vi colpiamo. Ieri un nuovo contatto telefonico con Vladimir Putin e la notizia di una prossima missione del capo del Mossad negli Stati Uniti. Resta l’imprevedibilità di Tr
(da agenzie)

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GLI AMERICANI BOCCIANO “THE DONALD”: IL CONSENSO SULL’OPERATO DEL PRESIDENTE SULL’IMMIGRAZIONE È SCESO DAL 50% AL 40%

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

E IL 46% VORREBBE L’ABOLIZIONE DELL’AGENZIA ANTI-IMMIGRATI

In Minnesota la tensione è sempre alle stelle. Nuovi filmati mostrano sempre più chiaramente che Renee Nicole Good cercava di scappare e non voleva investire l’agente che l’ha uccisa, ma Trump continua a sostenere che l’agente Jonathan Ross ha sparato per legittima difesa e ai manifestanti che chiedono il ritiro della polizia federale anti immigrati da Minneapolis risponde mandando nello Stato altri mille uomini dell’Immigration and Customs Enforcement.
Inoltre il Dipartimento di Giustizia ha aperto un’indagine sul governatore del Minnesota Tim Waltz e il sindaco di Minneapolis Jacob Frey per presunta ostruzione all’attività dell’Ice
Trump reagisce alle proteste inasprendo la repressione e l’Ice, diventato quasi un suo esercito personale, si sente onnipotente: continua a usare metodi brutali e anche veri e propri abusi, in alcuni casi denunciati dagli stessi ispettori di questo corpo paramilitare federale
In Minnesota, intanto, arresti e maltrattamenti anche per di nativi delle tribù Oglala Sioux e Ojibwe. Sotto tiro per il colore della loro pelle, denuncia il capo tribù, Frank Star: «Trattano come clandestini noi che siamo americanissimi, i primi americani».
La volontà di Trump di continuare col pugno di ferro è evidente e le minacciose parole di Miller confermano che si sta pensando anche a usare contro i manifestanti norme straordinarie come l’Insurrection Act. Durezza apprezzata da molti nella destra radicale.
Basti pensare che l’agente che ha ucciso la Good non solo non è stato fin qui messo sotto accusa, ma è diventato milionario: 21 mila cittadini gli hanno mandato soldi attraverso due siti,
GoFundMe e GiveSendGo, sui quali sono state lanciate (non da lui) sottoscrizioni a suo favore. Ieri le donazioni avevano già ampiamente superato il milione di dollari.
Ma se la linea dura contro gli immigrati è stata una delle chiavi della vittoria elettorale di Trump, l’eccessiva durezza e gli abusi dell’Ice, le deportazioni anche in carceri straniere senza processo, potrebbero costare caro al presidente e ai repubblicani nel voto di midterm a novembre.
I sondaggi dicono che gli americani che giudicano positivamente l’operato del presidente sull’immigrazione sono scesi in pochi mesi da numeri superiori al 50% all’attuale 40% (sull’economia, tallone d’Achille di Trump, i consensi sono al 36%), mentre i cittadini che vorrebbero addirittura la soppressione dell’Ice sono passati dal 27% del giugno scorso all’attuale 46%
(da agenzie)

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LA SOLITA GIORGIA: DA TOKYO MELONI APRE ALL’IPOTESI DI UNA PRESENZA MILITARE ITALIANA IN GROENLANDIA, MA SOLO ALL’INTERNO DELLA CORNICE NATO E “SENZA UNA VOLONTÀ DIVISIVA”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

UNA POSIZIONE PARACULA PERCHÉ IRREALIZZABILE, PER NON METTERSI CONTRO L’AMICO TRUMP… I SALTI MORTALI DELLA DUCETTA PER NON CONDANNARE LE MINACCE DEL COATTO DELLA CASA BIANCA SULL’ARTICO

A chiusura della sua visita in Giappone, a Tokyo, Giorgia Meloni apre all’ipotesi di una presenza italiana in Groenlandia, ma all’interno della cornice Nato e “senza una volontà divisiva”. La premier ha ribadito di ritenere improbabile un’invasione militare via terra da parte degli Stati Uniti e di essere convinta che il tema del predominio dell’isola verrà risolt0.
“Ritengo che la questione del rafforzamento della sicurezza e della presenza degli alleati in Groenlandia sia un tema serio, che però sta nell’ambito della del dialogo all’interno dell’Alleanza Atlantica, cioè la Groenlandia va considerato territorio di responsabilità della Nato”, ha dichiarato in un punto stampa all’ambasciata d’Italia a Tokyo.
“La questione che gli americani pongono è una questione seria, ovviamente, e credo che il ragionamento di rafforzare la nostra presenza sia un ragionamento sicuramente necessario da fare all’interno dell’Alleanza Atlantica. Credo che quello però sia l’ambito nel quale discutere questa materia, anche per quello che eventualmente riguarda la nostra presenza”.
Insomma la premier non chiude all’invio di soldati nell’Artico, ma sotto l’ombrello dell’Alleanza atlantica. “Penso non vada fatto l’errore di leggere quello che stanno facendo gli altri Paesi europei come una volontà divisiva. La Nato ha già scritto nei propri documenti che oggi l’Artico è strategico, quindi sta già
rispondendo a una domanda politica di un problema che esis
Quindi gli alleati stanno ragionando all’interno di questo contesto, e io ritengo che il dibattito vada fatto all’interno della Nato, anche per cercare di non muoversi in ordine sparso, cioè di dare un senso a quello che si sta facendo”, ha spiegato.
“Quindi ripeto, io non lo leggerei come divisivo nel rapporto con i nostri alleati americani, lo leggerei come una risposta rispetto a una preoccupazione che gli americani hanno e una capacità dei paesi dell’Unione Europea di assumersi le proprie responsabilità”.
Rispetto alle minacce di Donald Trump sulla Groenlandia “conosciamo i metodi assertivi del presidente americano. Credo sia un modo per segnalare con maggiore forza una problematica reale, perché al di là di quello che prevedono i trattati, siamo onesti, negli ultimi anni forse c‘è stata una sottovalutazione di un’area che con lo scioglimento dei ghiacci diventa particolarmente importante”, ha osservato.
(da agenzie)

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IL PIANO CASA DEL GOVERNO? SARA’ SOLO UNA SPECULAZIONE DEI PRIVATI

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

COORDINATO DA UN EX MANAGER DI UNA MULTINAZIONALE IMMOBILIARE SI BASA SU FONDI PRIVATI INTERNAZIONALI E I PRECEDENTI SONO UN DISASTRO

Il Piano Casa del governo Meloni non è ancora partito e già spuntano le prime polemiche. A scatenarle è la figura di un ex manager di una multinazionale del settore immobiliare, Mario Abbadessa, che dovrebbe prendere la guida del progetto. Il suo ruolo ha sollevato domande e critiche sul coinvolgimento nel Piano di fondi di investimento privati. Il loro è “un modello che si fonda sulla speculazione”, ha detto Benedetta Scuderi, eurodeputata dei Verdi, a Fanpage.it. “I grandi fondi privati in questo momento sono il cancro del diritto all’abitare. Utilizzano una casa come un asset, quello che cercano è l’aumento dei prezzi”.
Da mesi il governo annuncia e poi rinvia un prossimo intervento contro la crisi abitativa. Giorgia Meloni a inizio anno ha fissato un obiettivo concreto: 100mila abitazioni a prezzi calmierati da
costruire nei prossimi dieci anni. Il problema è che mancano i soldi. Finora c’è poco meno di un miliardo di euro, diviso su cinque anni da qui al 2030. Quasi nulla. L’economista Carlo Cottarelli ha addirittura ipotizzato, sul Foglio, che servirebbero 25 miliardi di euro per i progetti previsti.
Se c’è bisogno di soldi, ma lo Stato non è disposto a metterli, può chiederli ai privati. Sembra andare in questa direzione l’ultima ‘mossa’ del governo. Mario Abbadessa, da un decennio a capo del settore italiano della multinazionale immobiliare Hines, ha lasciato l’azienda a inizio 2026. Secondo retroscena ancora non confermati ufficialmente, sarà incaricato di coordinare i progetti del Piano Casa, anche per attirare più finanziamenti privati.
Scuderi: “Lo Stato dà soldi ai privati, loro fanno profitti e le case restano inaccessibili”
Abbadessa ha già gestito con Hines progetti come la rigenerazione dell’ex Trotto a Milano, o i futuri studentati nell’area degli ex Mercati generali a Roma. Ha contatti di alto livello nel mondo dei fondi di investimento privati italiani e stranieri. Proprio quelli da cui si potrebbe bussare per chiedere di compensare la mancanza di fondi sul Piano Casa. Ma quali sono i rischi?
“La partnership pubblico-privata, per come sta andando finora soprattutto in Italia, è fallimentare”, ha sottolineato Scuderi. “Il caso più eclatante è quello degli studentati. Si danno finanziamenti e agevolazioni fiscali ai grandi fondi, e poi gli stessi grandi fondi fanno profitti, non mettendo gli alloggi a prezzi effettivamente calmierati”.
Il problema è che i prezzi dovrebbero essere più bassi della media, ma “di quale media stiamo parlando? Se io costruisco un appartamento di lusso, come spesso avviene, poi posso anche mettere un prezzo più basso di quello medio, ma sarà comunque inaccessibile a chi ne avrebbe bisogno.” Insomma, “lo Stato dà soldi a chi quegli appartamenti li costruirebbe comunque, e poi ci va a vivere chi un appartamento di lusso potrebbe permetterselo”, ha attaccato l’eurodeputata.
L’attivista: “Cosa fa chi non si può permettere una doppia a 700 euro al mese?”
“Ciò che bisogna chiedersi è: chi ci guadagna di più da questa scelta sul Piano Casa? I privati, che costruiranno a due soldi migliaia di alloggi e ne guadagneranno miliardi, o le persone che una casa non riescono a permettersela?”, ha dichiarato a Fanpage.it Mattia Santarelli, presidente dell’associazione Ma quale casa, attiva nel settore dell’abitare e dell’edilizia sostenibile.
Santarelli ha fatto esempi citando proprio Abbadessa: “Con Hines ha costruito in Italia migliaia e migliaia di alloggi etichettati come edilizia ‘sociale,’ ‘convenzionata’ o ‘riqualificazione’. E lo ha fatto, in molti casi, gestendo rapporti con capitali anche internazionali, dal Kuwait per esempio”. Ma ne sono venuti fuori “alberghi di lusso in cui una stanza singola ‘convenzionata’ costa 600 euro (in Via Giovenale a Milano), una doppia 700 euro e un monolocale 1300 euro (nei futuri spazi agli ex Mercati Generali a Roma)”.
È un modello che “piace a qualcuno, ai pochi che se lo potrebbero permettere sicuramente, o ai qatarioti che guadagneranno con esso. È lecito. Ma a noi, a chi non riesce a
pagare 700 euro per un posto in doppia, tutto questo non piace e anzi fa arrabbiare”.
Le alternative: regole più stringenti e più fondi pubblici
Non è certo un approccio inventato dal governo Meloni, quello dei progetti edilizi in cui coinvolgere grandi fondi di investimento privati in cerca di profitti. È una tendenza in atto da anni. Per Santarelli, servirebbe il “coraggio” di “investire più in politiche abitative pubbliche che in armi”, e di “dire ai privati che se vogliono partecipare a finanziare case pubbliche sono i benvenuti, ma che da quelle opere pubbliche devono accettare di non guadagnare i miliardi che sognano”.
Servono “case pubbliche, che rimangano pubbliche e che siano gestite dal pubblico, con prezzi bassi, accessibili per chi non ce la fa. Imponiamo ai finanziatori privati di minimizzare il proprio margine di profitto. Grideranno al sacrilegio, ma non sarebbe altro che una sacrosanta forma di redistribuzione”, ha concluso Santarelli.
Scuderi ha insistito: “Dobbiamo mettere norme stringenti su cosa vuol dire affitto ‘calmierato’, cosa vuol dire ‘prezzo di mercato’, e quali tipi di alloggi stiamo andando a costruire. Non ci può essere, come avviene con gli studentati, una parte che resta a prezzo calmierato per dieci o dodici anni e poi finisce del tutto in mano ai privati”.
Cosa può e deve fare l’Europa
Qui torna la questione dei soldi. Finché servono quelli dei grandi fondi, è difficile uscire dal sistema che Scuderi e Santarelli denunciano. Si è già detto che ci saranno anche dei fondi europei, che secondo l’europarlamentare andrebbero usati
soprattutto per la “ristrutturazione e il recupero dell’edilizia abbandonata, molta di cui è pubblica”. C’è spazio per la collaborazione pubblico-privato, ma “a precise condizioni: con una parte che resta totalmente pubblica, e un affitto che non superi il 25% del reddito di una famiglia di ceto medio-basso”.
Certo, se in Italia bisogna fare passi avanti, anche l’Europa non può tirarsi indietro. Il piano del governo Meloni è “il nulla. Centomila posti in dieci anni? Sono forse quelli che servirebbero solo a Roma, e nei prossimi tre anni, non dieci”. Ma anche a Bruxelles e Strasburgo serve più attenzione sul tema della casa.
“Il piano casa proposto dal commissario europeo Jørgensen non si occupa abbastanza della lotta alla speculazione, e di cosa vuol dire davvero rendere una casa accessibile. Abbiamo fatto più proposte sul tema. Ad esempio, che il costo della casa – bollette, affitto e tutte le spese – non superi il 30% del reddito. Ma sono state respinte”.
(da Fanpage)

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INTERVISTA AL MATEMATICO ODIFREDDI: “TRUMP COME HITLER, MELONI E’ ASSERVITA AGLI USA”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“VIVIAMO UNA NUOVA FASE DI NEOIMPERIALSMO: LA FORZA HA SOSTITUITO IL DIRITTO”… “TRUMP INCARNA UN POTERE CHE IGNORA REGOLE E DEMOCRAZIA”

“Trump sta instaurando un regime dittatoriale, il paragone con Hitler non è esagerato”. Piergiorgio Odifreddi non usa giri di parole e, in questa intervista a Fanpage.it, delinea un quadro geopolitico che definisce di “neoimperialismo esplicito”. Al centro della sua analisi c’è l’America di Donald Trump, un Paese che ha deciso mostrare il suo vero volto, quello della forza in spregio a ogni regola: dal tentato golpe in Venezuela alle mire coloniali sulla Groenlandia, passando per le minacce a Iran, Colombia, Cuba e Messico e soprattutto per la folle proposta di portare le spese militari da 1.000 a 1.500 miliardi di dollari all’anno.
Ma la riflessione del matematico si sposta rapidamente dai confini internazionali a quelli interni, dove vede profilarsi un’ombra inquietante. Odifreddi evoca senza mezzi termini il paragone con il nazismo, descrivendo quello di Trump come un tentativo di instaurare un regime basato su milizie – quelle dell’ICE – che agiscono impunemente come una moderna Gestapo. Gli Stati Uniti, secondo il saggista, stanno compiendo il passaggio verso una vera e propria dittatura oppressiva.
In questo terremoto planetario, Odifreddi riserva però le critiche più aspre alla politica di casa nostra, denunciando la “postura asservita” di Giorgia Meloni, una presidente “politicamente senza coraggio” che pur avendo costruito la sua immagine sulla forza, appare oggi “imbarazzante e inginocchiata” a Trump, incapace di una visione autonoma e in costante attesa del beneplacito di Washington su ogni dossier, dall’Ucraina alla Groenlandia, dal Venezuela all’Iran.
Professore, guardando alla situazione globale, dall’Iran al Venezuela fino alle mire sulla Groenlandia, che fase storica stiamo attraversando?
Credo che stiamo vivendo una fase di neocolonialismo o neoimperialismo. Ma c’è una differenza fondamentale rispetto al passato. Siamo usciti da decenni, soprattutto dopo la Seconda Guerra Mondiale, in cui azioni di questo genere si facevano in giro per il mondo, ma quasi sempre sotto traccia o con una parvenza di giustificazione legale. Oggi non è più così: siamo di fronte a un agire esplicitamente indifferente alle regole. Trump ha dimostrato chiaramente di fregarsene delle norme internazionali e persino di quelle del suo Paese; anzi, ne va fiero, lo considera un punto di forza. È l’uso della forza nuda e cruda: sa di essere armato fino ai denti e agisce di conseguenza.
A proposito di armi: l’entità della spesa militare statunitense è mostruosa. Ma a che scopo?
Esatto. Gli Stati Uniti spendono ormai una cifra folle: mille miliardi di dollari all’anno. Per intenderci, è circa metà dell’intero debito pubblico italiano. Agli inizi della guerra in Ucraina erano 800 miliardi; siamo passati a 1000, un aumento del 20%. Ma la proposta per quest’anno è di arrivare a 1.500 miliardi. Parliamo di un incremento del 50%. Perché accumulare così tante armi quando hai già una superiorità schiacciante? Se sommiamo i 1.500 miliardi degli USA ai 500 spesi dall’Europa, arriviamo a 2.000 miliardi su un totale mondiale di 2.700. La Russia spende circa 150 miliardi, un decimo della NATO. L’impressione è che l’Occidente stia chiudendo i ranghi e si prepari effettivamente a una guerra su vasta scala. L’obiettivo non è la difesa, è il dominio planetario attraverso la forza.
In questo scenario s’inserisce il caso del Venezuela, con il rapimento di Maduro in spregio a ogni norma di diritto
internazionale.
Rapire un capo di Stato è un’azione singolare, ma non inedita. Mi ricorda Bush padre negli anni ’90 con l’invasione di Panama: presero Noriega, lo portarono negli Stati Uniti e lo tennero in galera per vent’anni. Per Maduro il destino sembra lo stesso. Ma il problema è più ampio e va ben oltre il Venezuela: ora si parla della Colombia, dove persino un presidente democraticamente eletto come Petro viene bollato come “narcotrafficante” solo perché non si allinea a Trump. E poi c’è Cuba, con il cappio al collo dopo la fine dell’era Castro. Trump vuole la resa incondizionata e il controllo delle risorse, come il petrolio venezuelano. E chissà cosa accadrà anche con il Messico…
E poi c’è la Groenlandia, un caso in cui stanno emergendo tensioni molto, molto profonde.
La Groenlandia è un caso interessantissimo perché mette contro alleati NATO. L’Europa alza le barricate, ma nessuno nota il paradosso: l’approccio di Trump potrebbe essere il più “democratico”. Lui vuole scavalcare la Danimarca, che è una potenza coloniale in Groenlandia dal Cinquecento, per parlare direttamente con i 50.000 abitanti locali. Se passasse l’idea che si può trattare con i nativi aggirando la potenza occupante, crollerebbe il castello di carte delle ex colonie europee. Pensate alla Francia, che ha territori in tutti i continenti – Martinica, Guyana, Nuova Caledonia, eccetera – e li chiama “territori d’oltremare” per non dire colonie. Trump scardina la vulgata comune: da un lato usa la forza bruta, dall’altro mette in crisi il colonialismo d’ufficio dell’Europa.
Vent’anni fa si parlava di “esportare la democrazia”. Oggi quel velo sembra caduto e Trump parla esplicitamente di controllo delle risorse.
Non si fa più nemmeno finta. Della democrazia non importa nulla a nessuno. Se il sistema rimane uguale ma il leader si inginocchia agli Stati Uniti, a Washington va bene: è quello che potrebbe accadere in Venezuela dove, in fondo, non c’è stato alcune regime change. I cinesi auguravano ai nemici di “vivere in tempi interessanti”, alludendo ai tempi in cui succedevano disastri. Ci siamo dentro. E trovo inconcepibile che l’Europa non proponga una soluzione diversa. La Meloni crede di essere una statista dicendo che la questione Groenlandia si risolve con la NATO o l’UE, ma è solo un modo per fare la voce più grossa. La vera soluzione democratica sarebbe l’ONU, il Consiglio di Sicurezza, il superamento del colonialismo dei singoli Stati.
In questo quadro l’Ucraina sembra sparita dai radar, per non parlare di Gaza. Trump sosteneva di poter chiudere la guerra tra Mosca e Kiev in 24 ore, ma evidentemente è stato smentito dai fatti. Cosa crede accadrà su quel fronte?
Trump è un ignorante, non conosce la storia, né quella remota né quella recente. Pensa che i trattati di pace si risolvano con un affare o una minaccia di dazi, come se dovesse vendere un grattacielo. Si gloria di aver risolto guerre che in realtà proseguono o rispetto alle quali non ha mai “toccato palla”, come tra India e Pakistan. Ricordiamoci il Vietnam: Nixon fu eletto nel ’68 per fare la pace, ma ci vollero cinque anni di trattative segrete a Ginevra per arrivare a un accordo nel ’73, con bombardamenti feroci nel mezzo. Trump è scemo o finge, perché
sa che mostrare i muscoli funziona con il suo elettorato. La questione ucraina è nata per il pericolo delle truppe NATO ai confini russi, o almeno questa è la versione che Mosca sostiene da anni e della quale dovremmo in qualche modo tener conto; Putin non firmerà mai un accordo che permetta a francesi e inglesi di stabilirsi lì militarmente. Servirebbero i Caschi Blu, truppe internazionali neutrali, non questi affaristi che giocano a fare gli statisti.
Passiamo alla politica interna americana. Le milizie per il controllo dell’immigrazione ICE stanno agendo con una violenza che molti definiscono “orwelliana”. Lei vede un pericolo reale per la tenuta democratica degli USA
È una situazione estremamente pericolosa. Accusare ogni piccolo dittatore di essere come Hitler è spesso una sciocchezza, ma nel caso di Trump il paragone regge. Sta instaurando un regime. Queste truppe per il controllo dell’immigrazione sono, nei fatti, una sorta di Gestapo. Gli Stati Uniti sono un Paese spezzato in due: da una parte l’America profonda, agricola, meno istruita che lo vota; dall’altra le coste colte e progressiste, New York e la California. Trump vuole controllare le città democratiche con l’esercito.
Siamo passati dalla “dittatura soft” di Aldous Huxley ne Il mondo nuovo – dove il controllo avviene tramite televisione, distrazione e droghe – alla “dittatura hard” di Orwell in 1984. Mi dicono che negli aeroporti controllano i telefoni e i social media per vedere se hai scritto qualcosa contro il Presidente. È un clima di terrore poliziesco. Ho vissuto e insegnato in America per 25 anni e ho sempre avuto timore della polizia locale, ma oggi
siamo alla militarizzazione totale.
Crede che una nuova guerra civile negli Stati Uniti sia fantascienza?
È difficile, perché l’esercito è centralizzato e federale. Tuttavia, le tensioni sono ai massimi. Vedere il sindaco di New York, un socialista vero, giurare in una stazione della metropolitana dismessa in segno di sfida è un segnale forte. Ma quando lo Stato centrale manda truppe federali contro il volere dei sindaci e si inizia a sparare sui manifestanti, come già accaduto, il clima diventa quello degli anni ’60 e ’70, quelli dei quattro morti in Ohio cantati da Neil Young. Gli USA di oggi rischiano di somigliare all’Iran grazie a Trump, un uomo che chiamava Biden “Sleepy Joe”; ma onestamente, meglio uno che dorme che uno fin troppo sveglio con il dito sul bottone nucleare.
Un’ultima riflessione sull’Italia. Come giudica il silenzio di Giorgia Meloni rispetto alle manovre di Trump? Sembra più trumpiana di Trump stesso…
Usando un linguaggio caro alla destra, direi che la Meloni non ha le “pa***”. Si è sempre presentata come il leader carismatico, la donna forte, ma davanti a Trump è diventata imbarazzante, totalmente supina ai suoi voleri. Aspetta di sapere cosa pensa lui prima di esprimersi su questioni cruciali come l’Ucraina. Forse è ostaggio di una coalizione divisa, con Salvini che ha posizioni diverse, e deve fare i salti mortali per restare in sella. Però, per chi fa dell’orgoglio nazionale una bandiera, vedersi così inginocchiati davanti al potente di turno è davvero umiliante. Se fossi un uomo di destra, non sarei affatto soddisfatto di come viene servito e onorato il Paese in questo momento dalla
Presidente del Consiglio.
(da Fanpage)

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UN GOVERNO CHE DISCREDITA L’ITALIA ACCUSA I VIGILI DEL FUOCO DI PISA DI AVER SCREDITATO IL CORPO PER AVER RESO OMAGGIO ALLE VITTIME DI GAZA

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

EVIDENTEMENTE CI SI PUO’ INGINOCCHIARE SOLO AI POTERI FORTI E ALLA FECCIA SOVRANISTA INTERNAZIONALE

Fa discutere il caso della contestazione disciplinare inviata dal Viminale a dieci Vigili del fuoco per essersi inginocchiati in onore delle vittime di Gaza alla manifestazione tenutasi lo scorso 22 settembre. È successo a Pisa, dove durante lo sciopero generale indetto dalla Usb a sostegno della Global Sumud Flotilla e Gaza, “io e altri Vigili del fuoco abbiamo osservato un minuto di silenzio mettendoci in ginocchio”, racconta uno dei pompieri, Claudio Mariotti, intervistato dall’agenzia Dire.
Un gesto fatto “da portatori di buona volontà dell’Unicef, perché il Corpo nazionale Vigili del fuoco è ambasciatore Unicef con un accordo rinnovato lo scorso 2024 dal sottosegretario Prisco”, spiega, ma evidentemente poco grafito dal ministero dell’Interno che gli ha notificato una contestazione disciplinare.
Ciò che viene contestato a lui e ad altri nove colleghi sarebbe “la forma” con cui hanno partecipato. Secondo quanto riferisce il vigile, per il ministero, “usando l’uniforme avremmo discreditato tutto il Corpo”. E le ripercussioni potrebbero essere molto gravi. “Saremmo passibili di un provvedimento disciplinare che potrebbe arrivare alla sospensione con la decurtazione dello stipendio o, anche se l’ipotesi è remota, al licenziamento”, dice.
Il prossimo 29 gennaio dovrebbero cominciare i lavori della commissione disciplinare, che ascolterà uno ad uno i vigili coinvolti. Mariotti, che è anche sindacalista Usb e componente del Coordinamento nazionale Vigili del fuoco, con una carriera di 38 anni alle spalle, difende il gesto compiuto da lui e i suoi colleghi: “Ci siamo inginocchiati per esprimere la nostra solidarietà alle vittime, in particolare bambini, visto che nella nostra uniforme portiamo la spilla dell’Unicef e in questo
genocidio sono morti migliaia di piccoli innocenti. Non c’era nessuna azione anticostituzionale. Invece, colpiscono dirigenti sindacali e lavoratori nell’ambito di uno sciopero e una manifestazione pienamente legittimati dall’agire sindacale”, insiste. “Abbiamo sempre rappresentato la nostra categoria in ogni luogo di rivendicazione indossando i nostri dispositivi di protezione individuale che ci contraddistinguono come Vigili del fuoco, così come fanno i metalmeccanici con la tuta da lavoro o i sanitari con i camici bianchi”, aggiunge.
Intanto il sindacato di base ha annunciato un convegno, che si terrà a Roma il 28 gennaio, “contro la repressione della libertà d’espressione e la militarizzazione del Corpo”. I pompieri “quando scioperano e manifestano non devono farlo con l’uniforme, non possono cioè farsi riconoscere in quanto Vigili del fuoco che stanno protestando, né tantomeno parlare in pubblico per difendere le ragioni per le quali stanno manifestando. È la tesi sostenuta dal ministero degli Interni che sta contestando a dieci di loro di aver difeso le ragioni del popolo palestinese davanti a piazze gremite da migliaia di persone che protestavano contro il genocidio, all’interno degli scioperi e delle mobilitazioni di questo autunno”, riassume Usb. Quindi, “riteniamo dover alzare un allarme di pericolo per la democrazia nel Paese, dove governo e amministrazioni pubbliche stanno alimentando un clima di paura contro chi osa rappresentare una voce diversa”. Secondo Usb, “le contestazioni disciplinari hanno l’obiettivo di intimidire un’intera categoria, anche in vista del riordino del settore”, ovvero “la riforma del Corpo con la quale questo governo vuole equiparare i pompieri
ad operatori di pubblica sicurezza”. Oggi “difendere i Vigili del fuoco sotto attacco significa difendere la libertà di tutti”
Fratoianni annuncia interrogazione al governo: “Ecco la democrazia di Meloni”
La storia è arrivate anche alle orecchie della politica. Il leader di Avs Nicola Fratoianni presenterà un’interrogazione in Parlamento per chiarire le ragioni della contestazione del Viminale. “Quel che è certo è che il governo Meloni ha proprio la memoria corta perché, oltre a dimenticare ciò che sta accadendo a Gaza ancora oggi, sembra non ricordare nemmeno ciò che così ostinatamente dice di difendere. Annunciare provvedimenti disciplinari (sospensione, decurtazione dello stipendio, persino il licenziamento) per dei vigili del fuoco che – nel settembre scorso a Pisa – si sono inginocchiati per un minuto di silenzio, in solidarietà con le vittime di Gaza è davvero un’enormità incredibile e inaccettabile”, dichiara
“Evidentemente Piantedosi pensa che sia una colpa aver indossato l’uniforme durante una manifestazione di solidarietà ed impegno civile. Quella stessa uniforme – prosegue il leader di SI – che rappresenta i valori della Repubblica, della democrazia, della solidarietà. È chiaro che per la destra quei valori valgono solo quando non disturbano questo governo, i loro amici criminali di guerra e la loro complicità”. Fratoianni esprime piena solidarietà ai vigili raggiunti dall’avviso. “Abbiamo un governo che li vuole eroi quando fa comodo, li punisce quando hanno una coscienza. Quella stessa maggioranza che vuole militarizzare il Corpo dei vigili del fuoco pretende ora di soffocare ogni voce dissidente. Noi saremo al loro fianco, perché
– conclude Fratoianni – difendere questi lavoratori significa difendere la libertà di tutti noi che crediamo fermamente in un mondo di pace, di solidarietà tra popoli e di convivenza”.
(da Fanpage)

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MILANO CITTA’ PER MILIONARI, LA STORIA DI AMANDA: “CON UNO STIPENDIO NORMALE SI VIVE AL LIMITE DELLA POVERTA’”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“NEOLAUREATI, IMPIEGATI E DIPENDENTI PUBBLICI QUI SONO CON LE SPALLE AL MURO”

A sancirlo, adesso, sono anche le classifiche internazionali. È l’ultimo report di Henley&Partners, che incorona Milano come città con più milionari al mondo: qui, all’ombra della Madonnina, ogni 12 abitanti (contando anche neonati e anziani) c’è un super ricco. Più delle capitali della finanza globale come Londra (dove il rapporto è uno ogni 41), New York (uno ogni 22), Parigi (uno ogni 14). Ma qual è il rovescio della medaglia? “In questa città impiegati, insegnanti, lavoratori pubblici e figure analoghe sono ormai i nuovi poveri”, racconta oggi Amanda Ricupero, giovane assistente sociale che dal Sud si è trasferita nel capoluogo lombardo sette anni fa.
La casa è un privilegio
“Sono qui da anni e ancora oggi mi sento precaria, dal momento che ho deciso di non acquistare una casa. Impossibile per me concepire di indebitarmi fino al collo per potere vivere, in ogni caso, un po’ più in alto della soglia di povertà”, spiega oggi a Fanpage.it.
Una situazione non certo personale ma più emblematica che mai di ciò che sta accadendo a Milano, dove un appartamento costa il doppio rispetto alla media italiana, mentre l’affitto grava del 72 per cento sulla busta paga di un lavoratore (la soglia di sostenibilità è del 30 per cento circa, come accade ad esempio nelle più importanti realtà urbane della Svizzera).
“Nel mio lavoro si dice “la casa prima tutto”. Ma è davvero così? Credo proprio di no. La casa da noi è un privilegio. Ma non per chi come me ha un semplice lavoro da dipendente. Quale società mette alle strette in questo modo le persone, i giovani, i lavoratori, anche laureati, persone comunque che cercano onestamente un lavoro per potere vivere con dignità?”.
Milano e i nuovi poveri
I segnali tangibili di una metropoli che, mentre post Expo (e Olimpiadi di Milano-Cortina 2026) viene lanciata come un proiettile nell’olimpo delle realtà più attrattive e scintillanti del globo, lascia indietro i suoi abitanti. Del resto che significa
realmente attrattività se rimane un concetto riservato a pochissimi eletti come milionari, manager di altissima formazione, investitori, star locali e internazionali, e la forbice tra ricchi e poveri cresce ogni anno di più? “Io, da povera dipendente assistente sociale, mi occupo ormai di altre persone poverissime. Sempre più frequentemente, purtroppo, vedo quanto sia difficile ormai lavorare a Milano e dintorni. Case, monolocali e stanze introvabili, prezzi folli che superano uno stipendio medio… più del periodo in cui io sono arrivata qui, solo pochi anni fa. Perché non si fanno politiche abitative e di regolazione del mercato degli affitti? E ancora, perché non si vedono all’orizzonte aumenti degli stipendi?
La città che respinge i suoi abitanti
Sì perché anche a Milano, dove il costo della vita è schizzato alle stelle (è la città più cara d’Italia per i consumi, il 62 per cento in più di Napoli), le buste paga sono ferme a 20 anni fa. E così, nel frattempo, giovani neolaureati senza una famiglia alle spalle che può pagare il canone d’affitto o garantire un anticipo per la casa, dipendenti pubblici tra insegnanti, tranvieri, impiegati, infermieri e ancora piccoli imprenditori come negozianti e ristoratori, camerieri e lavoratori essenziali che fanno funzionare la città vengono confinati nelle periferie o addirittura espulsi al di fuori dei confini comunali, verso l’hinterland o la provincia.
Un problema? Non certo per chi non usufruisce dei servizi pubblici, dal momento che può pagare profumatamente quelli privati. Ovvero quelli che stanno diventando gli abitanti più rappresentativi del capoluogo-vetrina internazionale: paperoni e i manager che possono permettersi scuole internazionali da oltre
30mila euro di retta annuale, sanità e cure sempre più privatizzate (con il lasciapassare di Regione Lombardia), macchine veloci e mezzi personali per gli spostamenti, attici e maxi appartamenti all’interno dei nuovi sviluppi immobiliari a misura di ultra ricco.
E gli altri, quasi un milione di persone invisibili? Se ne vanno per mettere su famiglia da un’altra parte, fanno i pendolari dai quartieri dormitorio, riversandosi in città giusto il tempo del turno di lavoro. Mentre la rabbia sociale e il senso di esclusione non sono più solo quelli delle case popolari. “Quello che vedo e sento raccontare dalle persone sono solo ingiustizie. Ogni mattina osservo inoltre i volti stanchi di persone che viaggiano sul treno. Spero che non sia gente ormai arresa e che ha deposto qualsiasi forma di ribellione contro un sistema che li sfrutta e non li tutela”.
(da Fanpage)

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INTERVISTA A SHERVIN HARAVI, AVVOCATA E ATTIVISTA DEI DIRITTI UMANI IN IRAN: “IN IRAN E’ UNA RIVOLUZIONE, SERVONO ATTACCHI INFORMATICI PER BATTERE IL REGIME”

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

“FATE PRESTO PER FERMARE IL MASSACRO”

“Quella che sta vivendo l’Iran è una rivoluzione, partita dai commercianti e che ora coinvolge tutta la popolazione. C’è una situazione drammatica che ha portato a questo momento di non ritorno. Ma si deve fare presto se si vuole intervenire e fermare questo massacro: mi hanno raccontato che dai tetti delle case versano l’acqua bollente sulle persone che manifestano per poi sparargli negli occhi”. A parlare a Fanpage.it è Shervin Haravi, avvocata e attivista dei diritti umani iraniana, che ha spiegato cosa sta succedendo in Iran e perché la comunità internazionale deve intervenire al più presto.
Cominciamo innanzitutto col definire quello che sta succedendo in Iran. È solo una protesta o c’è qualcosa di più?
“Questa è una rivoluzione. E la conferma è arrivata nel momento in cui si è estesa a tutte le 31 regioni del Paese e a oltre 500 città. Sono proteste che sono iniziate il 28 dicembre e stanno continuando ancora adesso, nonostante la repressione violenta da parte del regime. Tra l’altro, secondo dati di ultima ora, sono entrate più di 5000 milizie irachene per aiutare il regime nel proseguire questo massacro.
Quindi allo stato si parla di vera e propria rivoluzione che coinvolge persone con hijab e senza hijab, credenti e non credenti, donne, uomini, giovani, anziani che, nonostante siano disarmati, sono scesi nelle piazze. Adesso i dati sono sempre più allarmanti perché si parlava nei primi giorni di 500 persone uccise. Adesso ne sarebbero oltre 12mila. Dati interni ci dicono che si è arrivati a circa 20mila persone uccise durante le manifestazioni. Vengono uccisi con kalashnikov e mitragliatrici, quindi con armi da guerra”.
Quali sono le radici di questa rivoluzione?
“Si parte da una crisi economica profonda. I primi a scendere in piazza e a fare lo sciopero nei bazar sono stati i commercianti, che non riescono più a vendere i prodotti acquistati, nonostante abbiano sempre rappresentato la parte conservatrice e quindi quella che ha sempre appoggiato il clero della Repubblica islamica.
I commercianti sono insorti e nell’arco di pochi giorni sono stati appoggiati dagli studenti delle università, dai lavoratori di vari settori, da quello degli infermieri a quello degli insegnanti. Sono stati coinvolti tutti i ceti sociali perché anche nelle testimonianze si è sempre parlato di questa impossibilità di arrivare a fine mese. Così possiamo capire la drammaticità della situazione economica e le difficoltà quotidiane, come la mancanza di corrente durante il giorno, la mancanza di acqua, frigoriferi vuoti, impossibilità di comprare anche un po’ di yogurt o un po’ di pane. Quindi veramente è una situazione drammatica che ha portato a questo momento di non ritorno”.
Per quanto riguarda il blackout informatico, alcuni dicono che potrebbe durare fino a marzo. Ha ancora dei parenti in Iran? È
riuscita a mettersi in contatto con loro in qualche modo?
“In questi otto giorni abbiamo avuto la possibilità di sentire soltanto due persone della nostra famiglia. La prima l’abbiamo sentita perché un nostro parente è all’estero e quindi si è appoggiato alla rete Starlink ed è riuscito attraverso questo dispositivo a mettersi in contatto con alcuni che poi tra l’altro non sono a Teheran. Sono in altre città che comunque anche stanno vedendo un massacro veramente devastante, come è stato confermato anche dalle ultime testimonianze di ragazzi che stanno rientrando in Italia e che ho sentito in questi giorni. Uno di loro mi diceva che dai tetti delle case versano l’acqua bollente sulle persone che stavano manifestando per poi sparargli negli occhi.
E c’è da dire che tutto questo va in contrasto invece con quello che continua a dire la Repubblica islamica. I suoi rappresentanti parlano ancora di negoziato, ma non si può pensare di negoziare con un regime del genere, che uccide i propri cittadini e che ha finanziato per decenni i gruppi terroristici. Se pensiamo alla politica estera della Repubblica Islamica, quest’ultima si è basata molto sul finanziare Hamas, Hezbollah, Huthi, al-Shabaab. Quindi, per far sì che non attaccassero direttamente l’Iran
Però al tempo stesso ha investito i soldi degli iraniani in questo tipo di politiche fallimentari. Per non parlare anche dei rapporti con il Venezuela. Anche lì, sono stati fatti 2 miliardi di investimenti con il denaro degli iraniani, ennesimo esempio di politiche fallimentari che hanno portato a quello che stiamo vedendo oggi”.
È vero che è stato chiesto un riscatto fino a 10mila euro alle
famiglie per ricevere per far tornare indietro i corpi dei manifestanti uccisi?
“Purtroppo se queste somme siano precise o meno è difficile sempre da dire però comunque vengono chieste per avere indietro i corpi delle persone che sono state uccise. Io mi sento in difficoltà perché umanamente solo se ci si immedesima e si immagina che un proprio parente viva la stessa situazione si riesce veramente ad agire, a dare una mano al popolo iraniano. E adesso? Abbiamo oggi la possibilità, attraverso le tecnologie e gli strumenti che hanno specialmente gli Stati Uniti, di fare degli attacchi informatici ai centri di comando del regime, mettere in difficoltà le comunicazioni tra i Pasdaran e l’intelligence e tutte le strutture interne del regime”.
Cosa deve essere fatto per evitare ulteriori massacri?
“Ripristinare la possibilità degli iraniani di comunicare con l’estero. In secondo luogo, fare attacchi informatici, quindi mettere in difficoltà il regime, sequestrare i beni del regime all’estero, operare anche con le azioni diplomatiche, quindi espellere i rappresentanti della Repubblica islamica che sono nell’Unione europea. Sono tutti strumenti che inevitabilmente metterebbero in difficoltà il regime. E poi cercare di unire i leader occidentali su questa linea: se anche la vogliamo mettere su un altro piano, su quello economico ad esempio, immaginiamo un Iran libero. Noi sappiamo che l’Iran è un Paese ricchissimo di risorse minerarie, tra i primi nel mondo per gas, petrolio e anche rame, oltre ad altre risorse minerarie importanti e poi pensiamo invece a tutto il konw how che abbiamo noi in Italia o comunque all’estero, le infrastrutture e tutte le
collaborazioni che si possono fare. Ma dobbiamo fare presto: non c’è tempo, adesso già è tardi.
Noi dovremmo veramente dare un aiuto concreto. Lo possiamo fare con un’informazione giusta, attraverso le manifestazioni che ci saranno in questi giorni, ma anche attraverso un impegno a far muovere la politica e non solo quella nazionale. Io ci tengo a ribadire che non c’è colore politico. Io invito la maggioranza, l’opposizione, invito tutti a mobilitarsi. Stiamo parlando di diritti umani. E la Repubblica islamica è un pericolo per tutto il mondo non soltanto per il popolo iraniano”.
(da Fanpage)

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LA SICUREZZA E’ SOLO UNA SCUSA, COLPIRE IL DISSENSO E’ IL VERO OBIETTIVO DEL GOVERNO SOVRANISTA

Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile

ALTRO CHE MERITOCRAZIA, LE NOMINE DI AMICI SENZA QUALIFICHE DIMOSTRA IL VERO VOLTO DEL SOVRANISMO DEGLI SCAPPATI DI CASA

Il governo prosegue nella sua corsa verso il controllo del dissenso. Dopo il fondamentale decreto contro i rave party, che evidentemente imperversavano per tutta Italia arrecando danni gravissimi alle strutture fatiscenti e isolate in cui si ritrovano i partecipanti, siano passati al decreto sicurezza che introduce una specie di fattispecie di reati per coloro che protestano. Ed ora siamo ad una nuova ondata di provvedimenti restrittivi delle libertà ammantati dalla promessa di mantenere l’ordine e garantire ai cittadini città senza microcriminalità: l’ultimo caso di cronaca di ieri, il ragazzo accoltellato in una scuola a La Spezia, in realtà, dimostra che finora la ricetta securitaria serve solo alla propaganda e non risolve alcunché.
L’esempio americano è sempre lì ad orientare la nostra presidente del Consiglio la cui piaggeria nei confronti di Donald Trump sconcerta e imbarazza. Non una parola è venuta in merito dell’omicidio di una donna , indifesa e disarmata, freddata con spirito da killer da un membro dei nuovi squadroni della morte messi in giro per tutta l’America dal presidente.
Per l’omicidio del razzista Charlie Kirk si è arrivati all’insulto istituzionale di un minuto di silenzio nella nostra Camera, come se l’odio che seminava quel personaggio fosse pari alle parole di
pace del non-violento reverendo Martin Luther King. E poi perché non un minuto di silenzio per l’omicidio della povera Renee Nicole Good. Non era forse più meritevole di considerazione una donna che si preoccupava di difendere i diritti dei migranti dalle violenze di uno che disprezzava i neri perché non avevano un cervello come i bianchi e sosteneva che le condanne a morte dovrebbero essere veloci e trasmesse in televisione? Un ayatollah ad honorem
La deriva estremista del governo che non esita ad usare tutte le strade per penalizzare le amministrazioni di sinistra. Dopo aver ridisegnato la mappa dei comuni di alta collina e di montagna intitolati a ricevere contributi dello stato per escludere quelli dell’Appennino centrale dove governa la sinistra a favore di quelli alpini dove governa la destra, si è dedicata a scardinare i sistemi scolastici di queste regioni che sono tra i migliori d’Italia.
Ma che importa? L’obiettivo è un altro e ben chiaro. L’ottica in cui agisce questo governo è quella della partigianeria, dell’interesse di cordata e di clan. L’ondata di nomine di amici e camerati senza nessuna qualificazione (addirittura un concessionario di automobili di Frosinone chiamato al ministero della Cultura – forse per spirito futurista?) aveva già indicato qual era la direzione di marcia del governo. Altro che merito, come aveva detto la premier nel suo discorso di investitura. Siamo tornati ai tempi più cupi del clientelismo, e, inevitabilmente, dell’affarismo come questo giornale denuncia – inascoltato – ogni giorno. Ed è perfettamente in linea con questo clima lo scatenamento degli appetiti di una pletora di personaggi insediati nelle numerosissime authority, ai quali, poverini, non bastano i 225.000 euro stabiliti dal governo Renzi come tetto massimo degli emolumenti. Ha iniziato il miracolato Renato Brunetta il quale, invece di dover abbandonare l’inutile poltrona del Cnel, a suo tempo presa di mira dal referendum costituzionale del 2016, aveva avanzato l’ipotesi di un congruo aumento della propria indennità.
Sulle sue orme si è mosso il presidente dell’autorità sui Trasposti Nicola Zaccheo che ha portato la propria indennità a 311.000 euro. In effetti l’inflazione ha morso sul carrello della spesa, e magari anche sul costo dei biglietti ferroviari. Ultimo arrivato, Pasquale Stanzione, garante della Privacy, sul quale si sono accessi i fari della giustizia per malversazioni varie. Mentre i soldi per gli alti papaveri mulinano allegramente, il governo è piuttosto intento a varare altri provvedimenti liberticidi. Sta arrivando “il fermo di prevenzione”, la possibilità di trattenere in questura o in galera – non è chiaro – chi si presume possa commettere un reato. Siamo a Minority Report. Se uno ha una faccia un po’ così, come cantava Paolo Conte, allora lo si mette dentro. Come accadeva al mio bisnonno, in odore di anarchia – repubblicanesimo, quando un esponente della famiglia reale passava per la Romagna. Non hanno nulla da dire i difensori rocciosi delle libertà individuali? La piaggeria nei confronti della premier arriva a far cadere fette prosciutto davanti ai loro occhi. O, forse, sono a raccogliere vongole.
(da editorialedoma

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