Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
SERVIRE LA COMUNITA’ E’ UN ONORE E OCCORRE DIGNITA’, ETICA E SENSO DELLO STATO
Odio la retorica “anti-casta”, che è stata la nefasta base ideologica del populismo. Mi piacerebbe
tanto, però, che la casta (ovvero: chi lavora alle dipendenze della Repubblica italiana) aiutasse a diradare i sospetti e le dicerie sul proprio conto.
Per esempio: le carte della Procura di Roma sulle attività dei membri del Garante della Privacy, sebbene soggette, come è ovvio, alle controdeduzioni degli avvocati difensori, non consentono di nutrire eccessive speranze sul rigore etico delle persone coinvolte: in teoria civil servants, servitori della comunità.
Sia ben chiaro: non ho niente contro le auto blu, considero ovvio che chi lavora per lo Stato sia, dallo Stato, equamente retribuito e degnamente assistito nelle sue attività. Ma il macellaio, santo cielo, me lo pago da solo, e dopo cinquant’anni di fortunato lavoro e di tasse felicemente versate (viva Padoa-Schioppa!) viaggio in economy perché la business, per me, è troppo cara.
Chiunque rivesta incarichi pubblici deve avere ben presente che vive di quattrini pubblici. E pretendere alberghi a cinque stelle da raggiungere in business class non dimostra una speciale preoccupazione in questo senso.
L’immoralità pubblica è dieci volte peggiore di quella privata. Non lede questo o quello, lede la comunità intera. Servire lo Stato non è facile, chiama fatica e pretende trasparenza. Bisogna sentirsi pronti. Sentirsi all’altezza.
Nel nostro Paese, duole dirlo ma va detto ugualmente, spesso si pensa che sia lo Stato che deve servire noi. Ed è da questo esiziale equivoco che dipende la maggior parte dei nostri mali: politici, culturali e morali.
(da Repubblica.it)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL NOBEL DELLA PACE RIDOTTO A UNA CIALTRONATA
C’è riuscita in un lampo, María Corina Machado. Nella storia ormai affollata del Premio Nobel per la Pace, è difficile trovare qualcuno che lo abbia reso così rapidamente grottesco.
Bastano poche ore, una stretta di mano, una foto nello Studio Ovale e la medaglia finisce nelle mani di Donald Trump, come un souvenir di lusso, come una mancia geopolitica, come un pegno consegnato a chi della pace ha sempre parlato solo quando serviva a sé stesso. Il punto non è solo il gesto, che già basterebbe. Il Nobel non si subaffitta, non si regala come una bottiglia di vino riciclata a fine cena, non è un gettone da spendere per ottenere attenzione o benevolenza. È un titolo personale, assegnato per ragioni precise, con una responsabilità simbolica enorme.
Quando lo trasformi in un omaggio politico, non stai allargando il suo significato: lo stai svuotando. E lo stai facendo davanti al mondo. Poi c’è la farsa istituzionale. Il Comitato Nobel si rifugia nel regolamento, nella liturgia delle procedure, nella formula rassicurante del “non si può revocare”. Bene. Ma esiste un punto in cui l’ostinazione a difendere la forma diventa rinuncia alla sostanza. Se un premio viene usato come strumento di propaganda personale, se viene consegnato al personaggio che meglio incarna il disprezzo per il diritto internazionale e per i
processi multilaterali, la questione non è giuridica. È morale. E il silenzio, in questi casi, è una scelta.
La parte più misera della storia, però, resta qui da noi. I liberali italiani da salotto e da social, quelli che qualche mese fa esultavano per il Nobel a Machado come se fosse una finale dei Mondiali. Quelli che, davanti a ogni dubbio, rispondevano con l’insulto automatico: “amico di Maduro”. Gente che dispensava patenti di democrazia con la sicurezza di chi confonde Wikipedia con l’analisi politica. Oggi tacciono. Oggi scoprono che la realtà è più complessa dei loro slogan. Machado ha fatto la sua scelta. Trump ha incassato. Il Nobel per la Pace è rimasto a guardare, immobile, come un trofeo esposto nella vetrina sbagliata. Resta da capire se a Oslo qualcuno provi ancora un minimo di vergogna. O se preferiscano restare lì, a custodire il regolamento, mentre il premio più famoso del mondo viene usato come una moneta fuori corso.
(da La Notizia)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
IL GENERALE VIENE STIMATO INTORNO ALL’1-2%. POCO IN VALORI ASSOLUTI, MA MOLTO PESANTE PER UN PARTITO ALL’8% – L’AMORE CON I LEGHISTI “VECCHIO CONIO” NON È MAI SBOCCIATO
Nella cerchia di Matteo Salvini minimizzano lo strappo. Anzi, vista la consistenza della pattuglia
di dissidenti sul decreto Kiev, intorno al leader lumbard si tira quasi un sospiro di sollievo. Della serie: quello che doveva essere uno scossone come sempre si è rivelato una fantasia.
Nei rumors di Palazzo, qualcuno addirittura ipotizzava la nascita a breve di un gruppo autonomo dei folgorati da Vannacci. Ma con 2-3 deputati arruolati finora, è un miraggio. Anche se ufficialmente il rapporto con il generale diventato vicesegretario viene definito «sereno» da entrambi i fronti, in realtà intorno al ministro dei Trasporti un po’ di insofferenza inizia a montare.
C’è una Lega che non si sente (e già prima non sentiva) in simbiosi con l’autore del Mondo al contrario. E adesso prende coraggio, prospetta un Carroccio diverso. Prova ne è il manifesto che sarà lanciato alla kermesse di Roccaraso, nella tre giorni dal 23 al 25 gennaio. Evento ufficiale di partito, messo su da Claudio Durigon e Armando Siri, salviniani di ferro. Tutti i ministri convocati, il leader ci sarà. Nella bozza di manifesto emerge una Lega assai distante da quella a tinte vannacciane. Liberale, quasi gentile. Nel testo, che è stato spedito a Salvini ed è dunque in attesa di visto del capo, si parla di immigrazione anche come forma di accoglienza, «accogliere significa assumersi responsabilità». E certo tutti devono rispettare le
regole, ma «servono ingressi programmati».
Vannacci dice che i gay non sono normali? Nel manifesto si legge che «tutte le forme di convivenza fondate sull’amore rappresentano il motore emotivo, educativo e sociale della comunità».
Nel paragrafo sulla guerra e sulla sicurezza, crociata di Salvini per il 2026, c’è un passaggio che non appare casuale: «Abbiamo bisogno di individui che alimentano lo spirito e non di generali che arruolano eserciti». Non c’è bisogno di generali.
È la nascita di un correntone? Siri ci scherza su: «Nessuna corrente, l’unica che ci serve è quella elettrica, soprattutto adesso che è inverno, il resto sono fantasie». L’ideologo della Lega poi però si fa serio: «Il manifesto è una base su cui confrontarci. Come è fisiologico possono esserci sensibilità diverse, ma abbiamo un segretario che fa benissimo la sintesi».
In effetti forse solo Salvini può riuscire a evitare che impazzisca la maionese. A tenere cioè insieme l’ala nordista che sta rialzando la testa, il corpaccione del partito del Sud e i vannacciani irrequieti.
Anche se le tensioni sul decreto Kiev lasciano strascichi. Il generale, che su X attacca pure Tajani, la racconta così: «I due no alla Camera? Sono stati coerenti, come me”
Il militare nega di ambire alla formazione di un gruppo parlamentare, «speculazioni». Ma non chiude alla fondazione di un suo partito più in là, ipotesi che preoccupa anche FdI: «Al momento non è in agenda, ma in futuro non escludo nulla».
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
“CON LA DIVISA NON SI PUO’”: E DOVE STA SCRITTO?… SE LO AVESSERO FATTO PER GLI ISRAELIANI UCCISI DA HAMAS SCOMMETTIAMO CHE NON SAREBBERO STATI SANZIONATI?
È arrivata una contestazione disciplinare dal Viminale per Claudio Mariotti e altri nove Vigili del fuoco (sei dei quali toscani) che il 22 settembre scorso, a Pisa, durante la manifestazione sui lungarni nel giorno dello sciopero generale proclamato dalla Usb a sostegno della Global Sumud Flotilla e di Gaza, hanno osservato un minuto di silenzio inginocchiandosi.
Mariotti, pompiere da 38 anni – leva militare nel 1989, poi sei anni da discontinuo fino all’assunzione nel 1996 – e sindacalista Usb, racconta al Corriere della Sera che il gesto è stato compiuto «come portatori di buona volontà dell’Unicef», ricordando che il Corpo nazionale dei Vigili del fuoco è ambasciatore Unicef grazie a un accordo rinnovato nel 2024 dal sottosegretario Prisco.
«Ci siamo inginocchiati per esprimere solidarietà alle vittime»
«Ci siamo inginocchiati per esprimere solidarietà alle vittime, in particolare ai bambini – spiega – anche perché sulla nostra uniforme portiamo la spilla Unicef e in questo genocidio sono morti migliaia di piccoli innocenti. Non c’è stata alcuna azione anticostituzionale. Eppure vengono colpiti dirigenti sindacali e lavoratori durante uno sciopero e una manifestazione pienamente legittimi».
La contestazione disciplinare riguarda la “forma” della partecipazione alla protesta, in particolare il fatto che il gesto sia avvenuto indossando la divisa. Secondo il Viminale, questo avrebbe «discreditato tutto il Corpo». Un’accusa che Mariotti respinge: «Abbiamo sempre rappresentato la nostra categoria nei luoghi di rivendicazione con i nostri dispositivi di protezione individuale, così come fanno i metalmeccanici con la tuta o i sanitari con il camice».
Cosa rischiano i vigili del fuoco?
Ora i Vigili del fuoco coinvolti rischiano sanzioni che vanno dalla sospensione con decurtazione dello stipendio fino, seppur in via remota, al licenziamento. I lavori della commissione disciplinare inizieranno il 29 gennaio con l’audizione di un pompiere di Roma, seguita da quelle degli altri colleghi. Il sindacato Usb annuncia battaglia e convoca per il 28 gennaio, alla vigilia delle audizioni, un convegno a Roma, nella sala Aci di via Marsala (ore 15), dal titolo: «Contro la repressione della libertà d’espressione e la militarizzazione del Corpo».
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI ANTIGONE
Nonostante anche gli ultimi numeri ci dicano che la criminalità in Italia è in calo, il governo ha
annunciato un altro pacchetto sicurezza. Anzi due: il primo avrà la forma del decreto legge, dunque immediatamente operativo, mentre il secondo quella del disegno di legge, la cui discussione si potrà trascinare a livello parlamentare. È quindi evidente come non sia per combattere la criminalità che l’esecutivo guidato da Giorgia Meloni continua senza sosta a lavorare a norme repressive e illiberali. È piuttosto per stravolgere lo stato di diritto, nel quale non ha mai creduto, per reprimere le espressioni di dissenso, per affermare il proprio sovranismo razzista nella guerra all’immigrazione.
Come già in passato, e anche in vista delle elezioni politiche del 2027 e della campagna elettorale che si aprirà nei prossimi mesi, il governo conta sul fatto che siano la cattiveria, l’irrazionalità, la sostituzione delle ragioni della forza a quelle del diritto a pagare in termini di consenso presso l’opinione pubblica. Nuovi aumenti di pene, nuove aggravanti, anche e in particolare verso i minorenni. È solo con la reazione penale che questo governo sa fingere di affrontare i problemi del paese. Come da anni accade, veniamo distratti dalle vere questioni.
Le norme sulla sicurezza emanate lo scorso aprile – dopo che un
ennesimo colpo di mano governativo trasformò un disegno di legge in decreto, così sottraendolo al dibattito del Parlamento – sono state definite da Antigone, come recita il titolo di un volumetto da noi pubblicato sul tema, “Il più grande attacco alla libertà di protesta della storia repubblicana”. Erano d’accordo con noi l’Osce (Organizzazione per la Sicurezza e la Cooperazione in Europa), il Commissario sui Diritti Umani del Consiglio d’Europa, ben sei Special Rapporteur delle Nazioni Unite, che scrissero pareri e lettere accorate chiedendo alla maggioranza di tornare sui propri passi e non approvare un simile scempio dei principi costituzionali. Non furono ascoltati. Va di moda, da un lato e dall’altro dell’oceano, infischiarsene del diritto internazionale.
Le nuove norme si muovono nella stessa, drammatica direzione. Uno Stato autoritario che vieta ai sudditi di manifestare, che allarga a dismisura la possibilità di comminare divieti amministrativi di abitare parti di città (il cosiddetto Daspo urbano, per cui – in presenza di nessun crimine e senza alcuna supervisione giurisdizionale – si cacciano intere categorie di persone da stazioni, porti, infrastrutture), che riconfigura il rapporto tra cittadino e poliziotto, scrivendo nero su bianco che il secondo è intoccabile e non è soggetto alle stesse regole che valgono per il primo. Se passeranno le norme annunciate, il poliziotto non sarà iscritto dal Pm nel registro degli indagati quando un fatto potenzialmente criminoso appare compiuto nell’adempimento di un dovere.
Per quanto riguarda in particolare le carceri, si autorizzano operazioni sotto copertura della polizia penitenziaria, che avrà
mano libera e nessun vincolo giurisdizionale in un’istituzione carceraria che sempre più sta essendo trasformata nel luogo del conflitto. L’operato dell’amministrazione penitenziaria si salda d’altro canto perfettamente allo spirito governativo: è recente l’emanazione di una circolare che dispone una sperimentazione su body cam di cui dotare la polizia penitenziaria. In strutture carenti di videocamere ambientali ordinarie, spesso rotte o malfunzionanti, invece di ripristinare una videosorveglianza capace di garantire tanto le persone detenute quanto i poliziotti in caso di qualsiasi forma di violenza (e difatti la storia ci insegna che solo i processi per tortura in carcere nei quali sono disponibili videoregistrazioni vanno avanti nelle aule di tribunale), si sceglie di puntare su dispositivi che il singolo poliziotto può accendere e spengere a proprio piacimento.
Le norme sull’immigrazione del nuovo pacchetto sicurezza sono il vero marchio di questo governo. Come a Trump, anche a Meloni i giudici vanno stretti. E allora si tolgano di mezzo, ad esempio introducendo la possibilità per il governo di vietare a imbarcazioni l’attraversamento delle acque territoriali senza alcuna supervisione giudiziaria, conducendo i migranti a bordo in paesi anche diversi da quello di provenienza, dove potranno venire privati della libertà; oppure introducendo la possibilità di espellere lo straniero che si suppone sgradito, pur senza che si sia verificata la commissione di alcun reato; o ancora ampliando le strutture di trattenimento come i Cpr, autentici luoghi della non-legge. Disposizioni cui si aggiunge la riduzione delle ricongiunzioni famigliari e quella dei percorsi di sostegno per i minori stranieri non accompagnati
È stato d’altra parte proprio il governo italiano, assieme a quello danese, a redarre una pubblica dichiarazione che sostiene sfacciatamente la necessità di allentare le maglie della Convenzione Europea sui Diritti dell’Uomo per quanto riguarda il trattamento degli stranieri. Detto in altre parole: i diritti della Convenzione devono valere per i cittadini europei ma non per gli africani, gli asiatici, i sudamericani. La fortezza Europa deve poter avere mani libere nel respingere gli immigrati anche verso paesi dove verranno uccisi, torturati, affamati. Non siamo noi a dovercene preoccupare.
L’Italia – uno dei paesi fondatori del Consiglio d’Europa, quando il ricordo della guerra appena conclusa trovava tutti d’accordo che mai più avremmo voluto vivere quelle tragedie – è oggi in prima linea nel sostenere che il mondo si divide tra chi deve essere tutelato e chi può essere mandato a morire, tra chi ha diritto di parola e chi deve essere sbattuto in galera. Il governo conta sul fatto che queste posizioni crudeli, contrarie al diritto e contrarie ai diritti, paghino in termini elettorali. Ma noi smentiamoli. Ne va del nostro futuro democratico.
Susanna Marietti
Coordinatrice Antigone
(da ilfattoquotidiano.it)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
PERCHE’ I SOVRANISTI NON SONO SCESI IN PIAZZA PER IL POPOLO IRANIANO? PERCHE’ SE NE FOTTONO? QUESTA E’ LA DOMANDA DA PORSI
In piazza del Campidoglio a Roma svettano gli striscioni di Amnesty International e del Movimento ‘Donna, vita, libertà’ che hanno lanciato l’appuntamento. ‘Vergogna’ recita quello di Amnesty a sfondo giallo. Sono diverse le anime della popolazione iraniana in piazza, con momenti di tensione tra il movimento ‘Donna vita libertà’ e una decina di manifestanti a sostegno di Reza Pahlavi, in piazza con l’antica bandiera monarchica dell’Iran.
Questi ultimi sono stati poi allontanati. Mentre proseguono gli interventi al microfono di attivisti e associazioni in solidarietà alle proteste in Iran, la piazza si è andata va via riempiendo. Tante le bandiere portate dalle diverse anime che hanno aderito alla manifestazione. Ci sono i vessilli dei partiti- Pd, Avs e Rifondazione comunista – accanto a quelli delle sigle universitarie. Ma anche una bandiera ucraina e una dell’Unione europea.
Le antiche bandiere della monarchia iraniana si affiancano a quelle odierne, ma con il simbolo al centro cancellato e la scritta: “no alla teocrazia”. In piazza anche una rappresentanza del popolo curdo con bandiere gialle, rosse e viola.
Alcuni manifestanti hanno portato la foto simbolo delle proteste, in cui una ragazza iraniana senza velo accende una sigaretta con il ritratto di Khamenei in fiamme. Tanti slogan sugli striscioni: “proteggere il diritto di protesta”, “no alla pena di morte”, “no alla dittatura islamica”, “democrazia in Iran”, “basta esecuzioni”. Da una piazza del Campidoglio piena fino a oltre la metà si alza di frequente il coro “libertà per l’Iran”.
Foto di gruppo per il campo largo alla manifestazione a sostegno delle proteste in Iran, al Campidoglio a Roma. La segretaria del Pd Elly Schlein, il presidente del M5s Giuseppe Conte e i leader di Avs Angelo Bonelli e Nicola Fratoianni hanno tenuto insieme un improvvisato punto stampa. “La piazza c’è”, hanno poi commentando Schlein e Conte parlottando fra loro. In piazza c’è anche il segretario di Più Europa, Riccardo Magi.
“Assolutamente dobbiamo dare un segnale anche concreto per stare vicino a tutti i cittadini, le associazioni e soprattutto gli iraniani, giovani, donne in particolare, studenti universitari, dissidenti. Che sono preoccupatissimi per la repressione violenta che in questo momento il regime, un regime ovviamente dispotico, un regime dittatoriale, sta imprimendo. Una svolta violenta che condanniamo con la massima fermezza e siamo qui a testimoniare la nostra massima solidarietà”, ha detto Conte.
Sulle risoluzioni sull’Iran, ha aggiunto, “la strumentalizzazione è venuta da tutti. Abbiamo detto dall’inizio che eravamo assolutamente d’accordo con la mozione che è stata presentata. Abbiamo chiesto soltanto un impegno in più, cioè una condanna verso opzioni militari unilaterali”.
Progressisti uniti sull’Iran? “Noi ci siamo e il Pd è sempre stato al fianco del movimento Donna vita e libertà”, ha commentato Schlein. “E’ importantissimo per noi essere qua a dare piena solidarietà e supporto al popolo iraniano nella sua lotta per la libertà”, ha aggiunto ricordando che “il regime sta facendo una brutale repressione, si parla di oltre 12.000 morti ammazzati dal regime nelle manifestazioni, si parla del fatto che stanno facendo pagare le famiglie per restituire i corpi delle vittime del regime. Hanno bloccato internet e dicono che vogliono tenerlo bloccato
fino a marzo”.
“Non è accettabile, serve che la comunità internazionale e l’Unione Europea usino ogni leva diplomatica e facciano ogni sforzo per isolare il regime, per evitare che anche dai paesi vicini possa arrivare alcuna forma di supporto a questa repressione. Siamo qui per sottolineare il supporto alla autodeterminazione del popolo iraniano”.
“Siamo qui in piazza per condannare il massacro brutale che sta avvenendo ai danni delle ragazze e dei ragazzi iraniani che stanno lottando per la democrazia a Teheran e nelle altre città iraniane. Soprattutto per dare voce a loro, perché il problema principale che c’è adesso è il silenzio che il regime vuole, e vuole questo silenzio perché non vuole che ci sia una mobilitazione delle democratiche e dei democratici di tutte le opinioni pubbliche europee che possono fare pressione sulla comunità internazionale sul regime di Teheran. É necessario intensificare le sanzioni, è necessario rendere la vita difficile a un regime che crollerà prima o poi, ma che può fare ancora tanti morti e tanti massacri”, ha detto il segretario di Più Europa Riccardo Magi.
“Oggi è importante anche dire che c’è un’attenzione fortissima della comunità internazionale: l’Unione Europea purtroppo è sempre lenta e fa sempre tardi a svegliarsi, ma speriamo che possa anche avere il suo ruolo nell’ampliare e nel rendere più dure le sanzioni, perché se è accaduto quello che sta accadendo nei giorni scorsi, cioè le più ampie manifestazioni che ci fossero nel paese dal 2009, cioè da quando c’erano state le proteste dopo i brogli elettorali, è anche per effetto delle sanzioni europee. In
Italia, sarebbe stato importante avere un segnale unitario del Parlamento italiano: purtroppo non c’è stato perché c’è sempre chi deve fare un posizionamento personale o di partito in più”.
“Mi pare naturale essere unitariamente al fianco di un popolo di lotta, per la sua libertà, per la democrazia, per i diritti civili. Per quel che ci riguarda, penso ad Avs, ma credo di poter parlare a nome di tutto il campo progressista, siamo sempre al fianco dei popoli che lottano per la loro libertà”, ha detto Fratoianni parlando con i cronisti.
“Siamo tutti e tutte insieme e lo siamo non da oggi, lo dico a chi dalle parti del centrodestra gioca in modo strumentale accusandoci di ambiguità – aggiunge -. L’indirizzo dell’ambasciata iraniana lo conosciamo bene perché ci siamo stati molte volte, quando questa vicenda non era sotto i riflettori del mondo, quando la situazione non era quella che viviamo in questo momento e dunque per noi. Per noi è assolutamente naturale essere qui oggi, come siamo sempre stati dalla parte dei popoli che lottano per la libertà”.
(da agenzie)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
“NON C’ERA POSTO, NON C’ERANO BRANDE, HO CHIESTO PIÙ VOLTE UNA BARELLA, MA MI HANNO RISPOSTO: ‘NON CE NE SONO DISPONIBILI’” … DOPO OLTRE SEI ORE SU UNA SEDIA DI METALLO, IL 60ENNE SI È SDRAIATO TERRA, STESO SOPRA UNA COPERTA
Una foto scattata in un momento di angoscia. Senza badare a forme di pudore o di privacy:
«Voglio mostrare il corpo di mio marito».
Un corpo malato, adagiato per terra, in un corridoio di ospedale, una coperta leggera a fargli da materasso, un tubicino agganciato da qualche parte che porta ad una sacca di plastica, per il drenaggio dei liquidi. L’urina dentro. Ospedale di Senigallia. Ancona.
L’uomo a terra, si chiama Franco e ha 60 anni. È malato di tumore. Ha passato undici ore al Pronto soccorso dell’ospedale cittadino. Molte le ha trascorse in attesa. Seduto su una scomoda sedia di metallo o sdraiato sul pavimento. Non c’era posto. Non c’erano brande. «Almeno dateci una barella», ha chiesto più volte la moglie Cecilia.
Franco ha un tumore al colon. Domenica pomeriggio non riesce a urinare, è gonfio, non si sente bene. Il giorno dopo, Cecilia, non chiama l’ambulanza e lo carica sull’auto. Arrivano al Pronto soccorso. Racconta: «Franco entra intorno alle 8.20 di lunedì 12 gennaio, in codice arancione». Soffre. È seduto su una sedia. Di tanto in tanto Cecilia fa un cenno, ferma qualcuno, chiede assistenza.
Il tempo passa. Nessuno interviene. Franco è sulla sedia da tre ore. Il tumore è localizzato nella parte finale del colon. Stare seduti non migliora la situazione. Anzi. Accentua i dolori. Che diventano fortissimi. «Alle 11.30 finalmente lo visitano e gli applicano un catetere. Vengono drenati un litro e ottocento millilitri di urina».
Cinque ore dopo l’ingresso al Pronto soccorso Cecilia chiede per l’ennesima volta una lettiga, il marito non ce la fa più a stare seduto. La risposta è sempre la stessa: «Non ce ne sono disponibili». Franco viene sottoposto a ecografia e a una nuova visita. Cecilia spera che dopo gli accertamenti gli diano un letto.
Niente. Il marito continua a stare seduto sulla sedia di metallo. Gli vengono somministrati antidolorifici, una flebo di morfina. «Sei ore seduto sono troppe per chiunque, figuriamoci per un malato oncologico. Franco stava per crollare».
È a questo punto che Cecilia raccatta una coperta e la stende a terra. Quando poi il marito si addormenta prende il telefonino e scatta la foto. In seguito Cecilia racconterà la storia a un esponente del Movimento 5 Stelle di Senigallia, Paolo Battisti. «Rendila pubblica, ti prego. Ciò che è successo a Franco non può essere archiviato come caso isolato. Sofferente, costretto a giacere a terra in ospedale. È umiliante».
Battisti esegue e pubblica sui social. Aggiunge: «Era così esausto che ha potuto trovare sollievo solo sul pavimento». Alle quattro del pomeriggio, dopo otto ore passate nel corridoio che porta all’astanteria, davanti alla stanza delle ecografie, un’infermiera ha portato una barella.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
LE MATTANE DEL TYCOON HANNO PORTATO A UN CALO DEGLI STUDENTI STRANIERI… CROLLA ANCHE LA PRODUTTIVITÀ DEGLI ATENEI USA
Le università americane hanno meno nuovi iscritti stranieri rispetto agli ultimi anni. E perdono
posizioni nei vari ranking internazionali che classificano gli atenei in base a diversi criteri. Il primo dei due cali, quello nel numero degli studenti provenienti dall’estero (-17% rispetto al 2024-2025) è una conseguenza immediata delle politiche dell’amministrazione Trump, che hanno reso molto più difficile ottenere i visti per motivi di studio.
Se n’è vantato lo stesso dipartimento di Stato in un post su X del 12 gennaio: «Abbiamo revocato più di 100.000 visti, 8.000 dei quali per motivi di studio, (…) a persone che hanno problemi con la legge degli Stati Uniti (…). Continueremo a deportare questi mascalzoni per rendere l’America più sicura».
In realtà, non solo per i supposti criminali, ma per tutti gli stranieri è diventato più difficile (e meno appetibile, visto che a un certo punto il permesso potrebbe essere revocato) ottenere un visto per studiare in America.
Fanno eccezione solo poche università prestigiosissime come Harvard, che quest’anno ha il numero più alto di iscritti stranieri (6.749) dal 2002. Ed è sempre Harvard l’unico ateneo americano che si mantiene, seppure con qualche difficoltà, nei primi posti dei ranking che cercano di stabilire dove si possa studiare con maggiore profitto.
In quello compilato dall’università di Leida, che si basa sulla
produttività dei vari atenei (conteggiando ad esempio gli articoli pubblicati sulle riviste accademiche), Harvard scivola dal primo al terzo posto e rischia di annegare nel mare delle università cinesi che occupano 16 delle primi 20 posizioni.
In questo caso Donald Trump non c’entra: il calo di produttività e di appetibilità non è attribuibile ai robustissimi tagli ai finanziamenti decisi dal presidente per punire il mondo universitario, in cui il verbo Maga stenta ad attecchire. Gli studi che fanno avanzare la ricerca (e poi finiscono sulle riviste scientifiche) durano infatti anni e quindi la carenza di fondi non può avere già avuto dei contraccolpi visibili sulla produttività.
(da Corriere della Sera)
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Gennaio 17th, 2026 Riccardo Fucile
ALLA FACCIA DELLA PACE. QUESTO DIVIETO “POLITICO” DELL’ATTIVITÀ UMANITARIA INTERNAZIONALE È FORSE LA NOVITÀ PIÙ RILEVANTE, NONCHÉ LA PIÙ OSCENA, DEL NUOVO DISORDINE MONDIALE
E Gaza? Da quando, in ottobre, è entrato in vigore il “cessate il fuoco”, l’esercito israeliano ha
ucciso più di quattrocento palestinesi: alla faccia della pace. Le ong, indispensabili per un minimo di soccorso medico, logistico, alimentare, ancora non hanno accesso libero perché Israele le ritiene infiltrate da Hamas, o potenzialmente tali: e questo divieto “politico” dell’attività umanitaria internazionale è forse la novità più rilevante, nonché la più oscena, del nuovo disordine mondiale.
Médecins sans Frontières ha più volte denunciato questo scandalo che è sotto gli occhi di tutti, ma, come molte altre cose, viene messo nel conto dei tempi nuovi. Considerare normale ciò che non lo è: è la ricetta per adeguarsi al futuro. Anzi, al
presente.
Il piano di pace, parola da usare con le molle, prevede che Hamas deponga le armi e Israele si ritiri: ma nessuna delle due circostanze sembra, al momento, verosimile, e l’annunciato insediamento di un Comitato per l’amministrazione di Gaza, composto da “figure tecniche” e supervisionato da un Consiglio di Pace guidato da Trump (pensa che roba!), è scritto sulla carta ma non si vede come possa essere messo in opera
Nel frattempo l’attenzione mediatica su Gaza, che ha visto momenti molto intensi, e piuttosto efficaci per l’informazione di ciò che resta delle opinioni pubbliche, si è affievolita fino a quasi sparire. Così funzionano i media, a ondate, a flussi emotivi. Schiacciati sul momento. È un difetto? Lo è. Ma ha le sue contromisure.
Basta cercare di fare memoria, di non vivere solo sull’onda del momento, e ogni tanto domandarsi: e Gaza? Come sta andando, a Gaza? Sta andando male, ragazzi. Tende stracciate dal vento, e nubi nere all’orizzonte.
(da Repubblica)
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