Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
LA COSA SAREBBE NOTA ALLE AUTORITA’ ITALIANE… TRA I LATITANTI NEGLI EMIRATI ANCHE IL BOSS DELLA DROGA RAFFAELE IMPERIALE E IL COGNATO DI FINI… ESTRADIZIONE PRATICAMENTE IMPOSSIBILE
Il superboss Matteo Messina Denaro, potrebbe nascondersi a Dubai. Lo scrive il settimanale OGGI, che pubblica un’inchiesta sui latitanti italiani nella città degli Emirati.
Alcuni espatriati italiani, uno dei quali vicino ad ambienti governativi, hanno detto che Messina Denaro un tempo conosciuto col soprannome di U Siccu, il magro, oggi all’età di 59 anni sarebbe ingrassato, quasi completamente calvo, e impossibile da riconoscere.
La presenza a Dubai del capo dei capi di Cosa Nostra, secondo una delle fonti del settimanale, sarebbe risaputa anche a Roma in ambienti investigativi e politici.
Il boss disporrebbe di un autentico passaporto italiano a controllo biometrico, in cui sarebbero riportate ovviamente false generalità, viaggerebbe molto, e da quando è iniziata la pandemia, nessuno più lo avrebbe visto in circolazione a Dubai.
Gli altri latitanti italiani invece preferiscono non muoversi.
Un trattato per l’estradizione tra Italia ed Emirati esiste dal 2018, ma le condizioni per applicarlo sono talmente complesse che finora è rimasto lettera morta, lasciando praticamente invariate le condizioni per la permanenza di personaggi come il trafficante di droga Raffaele Imperiale, il cognato di Fini Giancarlo Tulliani inseguito da ordini di cattura per riciclaggio, o il nobile milanese Alberico Cetti Serbelloni, condannato per un’evasione fiscale da un miliardo di euro.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
“BISOGNA DIRE CHE L’ITALIA E’ SOLO QUINTA IN EUROPA PER RICHIESTE DI ASILO, NON ESISTE ALCUNA EMERGENZA, IN ITALIA SOLO IL 5% DELL’INTERA RICHIESTA DI ASILO IN EUROPA”
La freddezza con cui è stata accolta in Europa la richiesta di solidarietà dell’Italia sui migranti “è un’ennesima doccia fredda che certifica il fallimento dell’intesa del 2019 a Malta” e l’assenza di una “prospettiva per rendere le frontiere esterne dell’Ue veramente europee”.
“Abbiamo un club di 27 Stati membri, ma – quando parliamo di richiedenti asilo o cittadini di Paesi terzi che fanno ingresso in modo irregolare – tutto si concentra a una manciata di Paesi. Il vero scandalo – se si guardano le statistiche dell’Unione Europea – è che ci sono tanti Paesi dove non arriva pressoché nessuno”.
Christopher Hein, docente di Diritto e politiche di immigrazione e asilo presso il Dipartimento di Scienze Politiche dell’Università Luiss Guido Carli, direttore per 25 anni del Consiglio italiano rifugiati (Cir), commenta con HuffPost il deludente esito dell’appello alla solidarietà lanciato martedì dal governo italiano nella doppia sede del vertice europeo con i Paesi africani a Lisbona e al Consiglio Affari generali a Bruxelles.
Di fronte ai grandi sbarchi dei giorni scorsi a Lampedusa, nessun Paese finora si è fatto avanti per accogliere una parte dei richiedenti asilo. Come commenta questo silenzio?
“È un’ennesima doccia fredda che certifica il fallimento del tentativo che si è fatto nel settembre 2019 a Malta: un’intesa politica – non un accordo – tra pochi Stati (Italia, Malta, Germania, Francia). Questo gruppo, nei fatti, non si è mai consolidato né allargato in modo significativo. Non sorprende, dunque, che la proposta della ministra Lamorgese – peraltro già avanzata a marzo – di un ricollocamento strutturale non abbia avuto accoglienza”.
Ancora una volta, l’Italia si ritrova sola nella gestione di un flusso migratorio che in realtà dovrebbe riguardare a tutta l’Ue...
“Questo è vero solo in parte. Bisogna soffermarsi a vedere la situazione anche dall’altra parte: non abbiamo solo Lampedusa. Abbiamo anche le isole Canarie, le isole greche, la rotta balcanica dove c’è un aumento del flusso migratorio proveniente dalla Grecia; poi c’è una situazione di nuovo molto incerta che è quella dell’Ucraina. Non bisogna essere troppo italo-concentrati: l’immigrazione è un fenomeno che riguarda altri Paesi europei. È importante conservare la lucidità, e in questo aiutano le statistiche”
E cosa dicono queste statistiche?
“Dicono, ad esempio, che la Germania ha ricevuto lo scorso anno 122mila richieste d’asilo; quest’anno già 57mila. In Italia lo scorso anno sono state presentate poco più di 21mila richieste: come vediamo, c’è una grande differenza. Se mettiamo a confronto la situazione italiana con altri Paesi come Spagna, Francia e Grecia, vediamo che nel 2020 l’Italia era solo al quinto posto nel numero di richieste d’asilo, con molta distanza non solo dalla Germania ma anche dagli altri tre.
L’Italia ha ricevuto lo scorso anno un 5% della totalità dei richiedenti asilo nell’Unione europea, che erano 416mila. La popolazione italiana, con i suoi 60 milioni di abitanti, corrisponde circa al 12% della popolazione dell’Ue a 27. Questi sono alcuni dati di cui bisogna tener conto per inquadrare – non certo per giustificare – la fredda accoglienza alla richiesta italiana”.
Resta il fatto che qui ci arrivano per mare, dopo viaggi terribili, che troppo spesso finiscono in tragedia…
“A rendere urgente la situazione italiana è certamente questa modalità di arrivo, così tragica. È una modalità che riguarda soprattutto l’Italia, ma anche, in misura minore, Spagna, Grecia, Malta, Cipro. Non a caso questi cinque Paesi si sono messi insieme nel cosiddetto Med5, così da presentare ove possibile una posizione unica. La drammaticità degli arrivi, come abbiamo visto questo fine settimana con oltre duemila sbarchi a Lampedusa in 48 ore, è indubbiamente una questione che investe l’Italia più di ogni altro Paese”.
Proviamo a inquadrare la situazione degli sbarchi di questi giorni. Siamo di fronte a un’emergenza?
“A Lampedusa c’è un ovvio problema di gestione che avrebbe qualsiasi Paese nell’accogliere in una piccola isola in mezzo al mare più di duemila persone in due giorni. In termini di numeri assoluti, non siamo a livelli così alti: dal primo gennaio 2021, in totale, sono arrivate 13mila persone. Non è un numero totalmente non gestibile o da emergenza: in passato sono stati affrontati numeri molto maggiori (nel 2016 erano più di 180mila). Sono le modalità a essere drammatiche: se queste persone fossero arrivate all’aeroporto di Fiumicino o di Palermo con un documento di viaggio o un visto d’ingresso per motivi di richiesta d’asilo, nessuno griderebbe all’emergenza. Il problema è che queste persone non possono entrare in modo regolare: devono fare questi viaggi infernali perché nessuno dà loro un visto d’ingresso”.
Ora a raccoglierle dal mare non ci sono più neanche le navi delle ong. Pensare che c’è chi le chiamava taxi del mare…
“È un aspetto che tengo moltissimo a sottolineare: in questo momento non c’è nessuna nave di soccorso delle ong a navigare nel Mediterraneo centrale, e in 48 ore abbiamo visto arrivare più di duemila persone. Se ci voleva ancora un’evidenza che la teoria del pull factor del soccorso in mare è basata sul nulla, eccoci accontentati”.
Il tema dell’immigrazione mette a nudo le fragilità del progetto europeo?
“Assolutamente sì. Il vero scandalo – se si guardano le statistiche dell’Unione europea – è che ci sono tanti Paesi dove non arriva pressoché nessuno. Si tratta del Gruppo di Visegrád (Ungheria, Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia), di Austria e piccoli Paesi baltici, ma ormai anche di Danimarca e Finlandia, che hanno pochissime richieste d’asilo e pochissimi ingressi. Abbiamo un club di 27 Stati membri, ma – quando parliamo di richiedenti asilo o cittadini di Paesi terzi che fanno ingresso in modo irregolare – tutto si concentra a cinque Paesi.
Il nucleo del problema, in fondo, è che l’Unione europea non ha una competenza per dire: tu, Olanda, devi prendere 10mila persone. Questa competenza non c’è perché non è prevista dal Trattato di Lisbona. La Commissione europea può appellarsi, può chiedere, ma non può prescrivere: tutto resta sempre su base volontaria perché il principio della sovranità nazionale, su questa materia, resta invariato”.
Si parla tanto di superare il Regolamento di Dublino, ma alla fine siamo sempre fermi lì…
“È proprio così. Adesso abbiamo la nuova proposta – che non si chiama più Dublino ma Regolamento sulla gestione dell’asilo e dell’immigrazione, all’interno del nuovo Patto che la Commissione ha presentato il 23 settembre dell’anno scorso e adesso è in fase di dibattito. Se guardiamo il testo, però, ci accorgiamo che lo spirito di Dublino – secondo cui la competenza per la richiesta d’asilo è sempre del primo Paese di approdo – rimane sostanzialmente invariato: non c’è un vero superamento, per niente. Sui Paesi esposti al Mediterraneo, di frontiera esterna sensibile come l’Italia, resta la pressione di dover gestire una grandissima parte dei richiedenti asilo. Si prevede una correzione attraverso un meccanismo di ricollocamento che però resta molto timido, sempre su base volontaria. Nella sostanza, il principio della responsabilità del primo Paese di arrivo è rimasto. La ministra Lamorgese, insieme ai suoi colleghi del Mediterraneo, ha giustamente chiesto di più. Lo ha detto anche Draghi nel suo discorso al Parlamento, quando ha commentato il Patto proposto dalla Commissione europea”.
Dunque, stiamo aspettando un Patto che comunque riteniamo insufficiente. Non c’è la prospettiva di proporre qualcosa di un po’ più ambizioso
“Purtroppo, è una prospettiva che non si intravede, e non vedo neanche come si possa concludere questa partita, date le posizioni molto molto divergenti tra il Med5 da un lato e il gruppo di Visegrád dall’altro estremo. La Commissione si è arrampicata sugli specchi per trovare un complicatissimo meccanismo di solidarietà intra-europea che include, ad esempio, la famosa sponsorship per il ritorno, dove i Paesi invece di accettare un richiedente asilo dal primo Paese d’arrivo possono scegliere di facilitare il ritorno del richiedente che non ha ottenuto la protezione. Francamente, però, è tutto campato in aria, non potendo obbligare gli Stati membri. L’altro problema è che abbiamo tutt’ora il principio di unanimità su queste questioni, per cui tutti devono essere d’accordo: cosa praticamente impossibile”.
La frontiera marittima italiana è destinata a non diventare mai una vera frontiera europea?
“Mai dire mai, tutto può cambiare, anche nei Paesi dell’est che per ora bloccano qualsiasi reale cambiamento. Per ora, la frontiera marittima italiana resta italiana. Bisognerebbe trovare un gruppo di Stati all’interno dell’Unione – i cosiddetti volenterosi – che si mettano insieme per fare le proprie regole, secondo il modello dell’Europa a due velocità. Certo, il contesto politico oggi non aiuta”.
Quale impatto avranno le elezioni dei prossimi mesi in Germania e poi in Francia?
“La situazione in Germania cambierà, il 26 settembre ci saranno le elezioni politiche. Con alta probabilità il partito Verde entrerà nel futuro governo federale; non si sa ancora se arriveranno a presentare il cancelliere, ma è una possibilità concreta. Questo comporterà dei cambiamenti: sull’immigrazione i Verdi tedeschi hanno un’idea molto più vicina a quella italiana. In questi mesi di campagna elettorale, però, Berlino ha le mani legate: in questo momento nessuno vuole esporsi più di tanto su un tema che viene considerato caldo. Questo discorso vale anche per la Francia, dove abbiamo madame Le Pen determinata a prendersi l’Eliseo, e per la Spagna, dove il premier Sánchez fa i conti con la batosta di Madrid”.
Nelle ultime ore si è menzionata la possibilità che l’Ue sigli con la Libia un accordo sull’immigrazione come quello voluto dalla Germania con la Turchia: in sostanza, soldi (6 miliardi nel caso dell’intesa Bruxelles-Ankara firmata nel 2016) in cambio dell’impegno a fermare i flussi… Cosa ne pensa?
“La commissaria Ylva Johansson ha subito smentito un’idea di questo genere: è un totale non senso perché Libia e Turchia sono due Paesi non comparabili – già era difficile la costruzione che la Turchia fosse un cosiddetto Paese terzo sicuro, figuriamoci la Libia. Non si può pensare di replicare ciò che si è fatto nel 2016 con la Turchia perché la Libia – come è stato ampiamente dimostrato – non è un porto sicuro. Già il fatto di aver delegato, con l’accordo del 2017, la questione alle guardie costiere libiche lascia aperti molti punti. È impossibile che la Libia diventi un Paese stabile nel giro di un anno: mi auguro che diventi uno Stato di diritto, ma ci vorrà del tempo. Con questo non voglio dire che la Turchia sia uno Stato di diritto, ma rispetto alla Libia in un certo senso lo è. Dobbiamo anche ricordare che l’Ue si è resa ricattabile firmando l’accordo con Ankara: si è messa nelle mani di Erdoğan, delegando a lui la questione”.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
DON CARMELO: “NON SI PUO’ CHIAMARE EMERGENZA A MENO DI NON VOLERSI SOTTRARSI ALLE PROPRIE RESPONSABILITA'”
Una terra, quella di Lampedusa, da sempre soggetta agli sbarchi dei migranti. Le
soluzioni provate negli ultimi anni, con diversi governi, sono state molte, ma ogni anno la situazione sembra incontrollabile.
“Ho visto uomini e donne molto provati, c’erano anche dei bambini. Tutti nei loro corpi portavano i segni della sofferenza”, dice don Carmelo La Magra, parroco di Lampedusa, che lunedì insieme ai volontari della parrocchia San Gelardo, ha portato acqua, succhi di frutta e coperte termiche ai migranti rimasti per ore sul molo Favaloro prima di essere trasferiti nell’hotspot di contrada Imbriacola, al collasso dopo la raffica di arrivi che ha portato sulla più grande delle Pelagie oltre 2mila persone.
Un flusso consistente ma non inaspettato secondo il parroco.
“Con l’arrivo del bel tempo le partenze aumentano – dice -, è un fenomeno che si ripete puntuale ogni anno, eppure ancora ci si ritrova impreparati, colti alla sprovvista da qualcosa che non si può chiamare emergenza a meno di non volersi sottrarre alle proprie responsabilità”
Immagini, quelli dei migranti ammassati sul molo, che colpiscono dritte al cuore.
“Qualcuno cercava di riparo dal sole sotto i cartoni, qualcun altro tentava di dormire in mezzo ai rifiuti. Chiedevano acqua, erano assetati, e camminavano a piedi scalzi tra la sporcizia”. Stipati in una striscia di cemento in condizioni igienico-sanitarie disumane.
“Sul molo ci sono solo due bagni, molto sporchi già prima degli ultimi sbarchi perché nessuno ne cura la pulizia”, racconta. Sui social il prete ha postato le immagini delle bottiglie di plastica piene di urina e sotto ha scritto: “Governo dei migliori vergogna”.
“Centinaia di persone. Sarebbero bastati anche solo cinque italiani lasciati in quelle condizioni per poche ore a suscitare lo sdegno di un’intera nazione”.
E ancora: “Manca la volontà politica di affrontare il fenomeno – conclude don Carmelo -. Lo si tratta da un punto di vista economico, sanitario, di sicurezza, ma mai si lavora a un’accoglienza vera. Nessuno propone soluzioni, vedo solo tanta propaganda”.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
“INDAGINI SUI FONDI LEGA COORDINATE DA COLONNELLI, NON DA GENERALI”… MA GLI OBIETTANO: “IN UN PAESE SERIO DOPO UN’ORA IL PREMIER AVREBBE CHIESTO LE SUE DIMISSIONI, COSI’ SI DIMOSTRA COMPLICE”
Il presidente del Consiglio Mario Draghi è intervenuto nell’Aula della Camera per il
suo primo ‘question time’. La prima interrogazione a cui ha risposto è quella che parte dall’inchiesta giornalistica di Fanpage.it, che vede coinvolto il sottosegretario dell’Economia Claudio Durigon.
L’esponente leghista, non sapendo di essere ripreso dalle nostre telecamere, a proposito delle indagini sui finanziamenti della Lega, ha detto: “Quello che indaga della Guardia di Finanza, il generale lo abbiamo messo noi…”.
Il deputato Forciniti (L’alternativa c’è) ha chiesto a Draghi se intenda rimuovere il sottosegretario al Mef, braccio destro di Salvini nel Lazio: “Quelle di Durigon sono parole gravissime, sia se millantava con spacconeria, perché gettano discreto sulla Guardia di Finanza e sul Mef, sia se Durigon potesse davvero vantare un credito di riconoscenza nei confronti di qualcuno che sta indagando sul suo stesso partito. In ogni caso tertium non datur, è evidente che Durigon non può rimanere in quel ministero un minuto in più”.
Draghi ha risposto così, senza alludere ad alcuna richiesta di dimissioni da parte sua: “Onorevole Presidente, onorevoli deputati l’interrogazione ha ad oggetto alcune affermazioni dell’on. Durigon verosimilmente riguardanti un’indagine che ha visto coinvolti diversi professionisti e un’istituzione privata. Sentito il Comando generale della Guardia di finanza, si segnala che l’indagine oggetto dell’interrogazione è stata svolta dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di finanza di Milano, nell’esercizio delle funzioni di polizia giudiziaria, alle dipendenze e sotto la direzione della Procura della Repubblica di Milano”.
“Il codice di procedura penale art. 329 recita al comma 1: gli atti di indagine compiuti dal pubblico ministero e dalla polizia giudiziaria, le richieste del pubblico ministero di autorizzazione al compimento di atti di indagine e gli atti del giudice che provvedono su tali richieste sono coperti dal segreto fino a quando l’imputato non ne possa avere conoscenza e comunque non oltre la chiusura delle indagini preliminari. In altre parole gli agenti di polizia giudiziaria possono riferire solo al magistrato titolare dell’indagine. I Reparti della Guardia di finanza che hanno svolto le suddette attività investigative sono comandati da ufficiali con il grado di Colonnello. Nessun ufficiale Generale ha svolto ruoli direttivi nelle investigazioni oggetto dell’interrogazione. Peraltro, si evidenzia che tali ufficiali non rivestono qualifiche di polizia giudiziaria e pertanto non possono ricoprire un ruolo di diretto intervento nell’ambito delle indagini eseguite di iniziativa o su delega dell’Autorità giudiziaria”.
“I Reparti operativi del Corpo, peraltro – ha proseguito Draghi – sono dotati di piena autonomia organizzativa; il carattere gerarchico che connota la struttura del Corpo stesso non altera mai il rapporto di dipendenza funzionale dall’Autorità Giudiziaria delegante, che per legge assume la direzione delle indagini. Infine, la stessa procura di Milano, in data 29 aprile, ha confermato piena fiducia ai militari della Guardia di finanza evidenziandone la professionalità, il rigore e la tempestività negli accertamenti loro delegati”.
Il deputato Colletti ha replicato: “In quale paese civile un sottosegretario potrebbe dire di controllare un generale della Guardia di Finanza che sta indagando sul suo stesso partito. In quale paese un sottosegretario rimarrebbe al proprio posto? Lei non ha detto nulla per più di una settimana? Perché voi, i suoi ministri, siete così omertosi? In un paese serio un presidente del Consiglio specchiato dopo un’ora dalla pubblicazione del servizio di Fanpage avrebbe imposto le immediate dimissioni del sottosegretario, o ne avrebbe decretato la revoca immediata. Il sottosegretario ha giurato nelle sue mani, lei ne ha la responsabilità politica, non la Lega. Questa vicenda dimostra il substrato valoriale del suo governo e della sua maggioranza. Cosa bisogna fare per ottenere la dimissione di un politico? Servono soltanto due parole: ‘revoca immediata’ e con questa risposta lei si è dimostrato complice”.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
ALL’ASSEMBLEA CONGIUNTA TUTTI CONTRO IL SOTTOSEGRETARIO CHE HA APERTO ALL’OPERA ALL’INSAPUTA DEI PARLAMENTARI
La scommessa sul Ponte sullo Stretto, rilanciata dal sottosegretario siciliano alle infrastrutture Giancarlo Cancelleri rinnegando tra le altre cose le sue posizioni di un tempo fermamente contrarie all’opera cara a Silvio Berlusconi, è dichiarata perdente dai parlamentari Cinque Stelle.
Un coro di no all’assemblea congiunta da Federica Dieni a Mauro Coltorti. Critico Stefano Patuanelli. “Ci troveremo a doverne discutere con atti parlamentari, quindi è necessario un confronto”, ha spiegato il reggente 5S, Vito Crimi, bollando l’uscita del sottosegretario come “non opportuna”.
Ma Cancelleri non demorde, propone gli Stati Generali delle infrastrutture siciliane e rilancia: “Sono pronto a fare di tutto per la compattezza del Movimento ma per una volta vorrei che quel no che non è ideologico possa essere rimesso al centro del nostro dibattito interno e cominciare a ragionare a quello che può essere un progetto per il Sud”.
E ancora: “Guardiamo con sana invidia l’alta velocità che arriva in Calabria. Ma se vuoi portarla in Sicilia il treno non ci arriva.. sul traghetto non entra!”.
L’altra bomba la spara il capogruppo M5S alla Camera: “Non mi sarei aspettato una fuga in avanti su un giornale prima della discussione con il M5S”, ha detto Davide Crippa. Spara anche il senatore e geologo Ruggiero Quarto: “Avrei preferito parlare del rischio frane, del rischio alluvioni, dei 44 miliardi che servono per mettere in sicurezza il paese dal rischio idrogeologico, di adeguamento del costruito a rischio sismico o del 40% di perdite della rete idrica. Invece ci troviamo ancora a parlare del Ponte sullo Stretto. Non ho preclusioni ideologiche ma oggi parlare di ponte è prematuro perché mancano le necessarie conoscenze scientifiche”.
Affonda la proposta anche il senatore Giuseppe D’Ippolito: “Io non ho competenze tecniche ma faccio presente che la posizione del M5S è un dato acquisito in Parlamento. Noi abbiamo detto no alla proposta di Stefania Prestigiacomo (FI) consacrando la nostra posizione in atti parlamentari su cui non mi sento di tornare indietro. Tu dichiari che si farà in 10 anni se ci sarà il via libera senza problemi al decreto Semplificazioni. Ma se questo testo dev’essere il viatico per fare il Ponte diventa allora un incentivo a non votarlo”.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
IL DISASTRO DEL VINCOLO DELL’UNANIMITA’
A Pechino qualcuno starà sorridendo. L’Unione europea è preoccupata, a giusto
titolo, per le misure liberticide che il governo cinese continua a adottare e attuare a Hong Kong, oltre che nei confronti della minoranza uigura in Xinjiang.
Per i ministri degli Esteri Ue, riuniti a Bruxelles, l’argomento era inevitabile né deve sorprendere che, dinanzi alla gravità dei recenti sviluppi, dal dibattito sia emersa una condanna pressoché unanime della linea dura imposta dai cinesi.
Oltre che sulle drammatiche violazioni di diritti fondamentali ai danni della comunità uigura, l’attenzione si concentra sulla recente legge di sicurezza nazionale per Hong Kong, che introduce un controllo di Pechino sulla scelta dei candidati alle elezioni della città, limitando fortemente la democrazia e il pluralismo che dovrebbero essere garantiti dalla sua costituzione (basic law). Tra l’altro, la legge ha portata extra-territoriale, consente cioè di perseguire penalmente anche persone fisiche o giuridiche straniere, sul territorio di Stati che abbiano un trattato di estradizione con la Cina, per l’eventuale sostegno da esse offerto a quanti a Hong Kong si oppongono alla repressione realizzata dal regime.
La situazione è indifendibile, anche per chi come la Germania ha solidissimi rapporti economici e commerciali con la Cina e tuttavia non si nasconde quando si tratta di richiamare al rispetto di diritti umani basilari.
Eppure l’Unione europea non è riuscita a pronunciarsi all’unanimità: tutti d’accordo tranne l’Ungheria, sicché si è preso tempo per cercare di superare il veto di Budapest.
Per ora nulla di fatto, se ne riparlerà nei prossimi giorni. Il governo ungherese si era già opposto a sottoscrivere conclusioni del Consiglio Esteri critiche nei confronti della Cina. Pesano le relazioni amichevoli tra i due Paesi, “altamente apprezzate” da Pechino, e l’intensa collaborazione economica e sanitaria. Nei mesi scorsi, ad esempio, l’Ungheria si è precipitata ad acquistare vaccini cinesi anti-Covid, non autorizzati in Europa. Con una certa soddisfazione della Repubblica popolare.
Per carità, ciascuno deve essere libero di perseguire i propri “interessi nazionali”, ma qui si pone un problema di fondo. Se anche per emettere una semplice dichiarazione – non per inviare cannoniere – l’Unione europea resta impigliata nella regola dell’unanimità e quindi nella possibilità di blocco da parte di ogni singolo Paese membro, sarà ancora molto lunga la strada da percorrere perché l’Ue sia considerata un protagonista della politica internazionale.
Esperti autorevoli raccomandano gradualità e prudenza prima di metter mano a eventuali riforme. Certo, le regole vanno ben meditate, come va valutato con cura il quadro fragile in cui ci muoviamo. Però, francamente, qualche dubbio sull’assetto attuale è lecito esprimerlo.
È difficile far funzionare una società se il suo Consiglio di amministrazione è tenuto ad adottare le sue deliberazioni all’unanimità. Altrettanto problematico sarebbe gestire un condominio con quella regola. D’altra parte, se il Consiglio europeo elegge il proprio presidente a maggioranza qualificata (art. 15.5 Tue), è singolare che per una dichiarazione si preveda l’unanimità.
E se al Consiglio europeo di Milano del 1985 ci si fosse adagiati su quel criterio, la storia sarebbe andata in un’altra direzione. Invece, con lungimiranza e coraggio, la presidenza italiana (Craxi, Andreotti) scelse di procedere a maggioranza sul voto per l’apertura della Conferenza per la riforma dei trattati con l’Atto Unico. Si opposero tre Paesi – Danimarca, Grecia e Regno Unito – su dieci, allora eravamo in dieci, ma la decisione fu adottata.
Nel momento in cui si comincia, con tante riserve tra le stesse istituzioni comunitarie, a discutere di futuro dell’Europa, forse potrebbe essere utile riflettere un attimo su come si prendono le decisioni in Europa.
Oggi siamo paralizzati davanti a una mera espressione di solidarietà per chi vede conculcati i propri diritti, domani avremo sul tavolo scelte ancora più pesanti, a impatto diretto. Se penseranno a materie come le risorse per la ripresa o il contrasto all’immigrazione illegale, gli ungheresi (e altri) certamente difenderanno l’unanimità a spada tratta. E’ un dato di fatto. La domanda è se ci si debba fermare qui e continuare a far sorridere i cinesi.
(da Huffingotinpost)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
SCOPERTI 87 OPERATORI SANITARI NON VACCINATI, NONOSTANTE SIA UN OBBLIGO DA APRILE
I carabinieri dei Nas, d’intesa con il ministero della Salute, hanno ispezionato in tutta Italia 572 strutture sanitarie e socio-assistenziali per anziani e disabili, Rsa comprese, nell’ambito di una campagna di controlli sull’intero territorio nazionale per verificare la corretta erogazione dei servizi di cura con particolare attenzione alla misure di prevenzione anti-Coronavirus.
In circa il 25% delle strutture ispezionate – 141 su 572 – sono emerse delle irregolarità. Il bilancio complessivo è di 197 violazioni penali e amministrative, 36 persone denunciate all’autorità giudiziaria e 136 segnalate alle autorità amministrative.
Sei residenze sono state sospese o chiuse per abusivismo o altre gravi criticità e 87 operatori sanitari tra infermieri, fisioterapisti, operatori socio-assistenziali e personale destinato al contatto diretto con gli anziani sono stati ritrovati sprovvisti di vaccinazione, divenuta obbligatoria ad aprile sulla base di un apposito decreto del governo. Il fenomeno è stato riscontrato in almeno 42 strutture socio-sanitarie.
Inoltre, alcuni interventi dei carabinieri condotti nelle città di Pescara, Genova, Torino e Catania hanno rilevato situazioni di anziani abbandonati, non accuditi in relazione alle patologie di cui soffrono e alle loro esigenze fisiologiche e motorie. In alcuni casi si è arrivati anche alla mancata somministrazione di farmaci essenziali per garantire le terapie necessarie.
Ulteriori situazioni critiche sono state rilevate a causa del sovraffollamento, della mancanza di trattamenti riabilitativi e per la presenza di personale privo di abilitazioni professionali, nonché per la detenzione di farmaci non idonei o scaduti, per i quali si è proceduto al sequestro di 72 confezioni.
Gli interventi di chiusura o sospensione delle attività irregolari hanno determinato il conseguente ricollocamento degli anziani presso le abitazioni dei propri familiari o il trasferimento in altre strutture idonee.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
A MONCALIERI GLI INQUILINI DEI PALAZZI DI FRONTE NON AVEVANO DI MEGLIO DA FARE CHE CHIAMARE I VIGILI
Presi dalla passione fanno sesso in un prato pubblico ma l’avventura costa cara. 
O almeno per lei: la donna, italiana di 46 anni, è stata multata per 10mila euro mentre lui è riuscito a dileguarsi. È successo domenica scorsa a Moncalieri, in borgata Santa Maria, alle porte di Torino.
La coppia si è fatta trascinare dal momento e si è appartata in un campo di via Juglaris: molti, dai balconi, hanno assistito comodamente alla scena e tanti hanno allertato gli agenti della polizia municipale.
Quando i vigili sono arrivati, l’uomo si è rivestito in fretta ed è fuggito. Lei era ancora lì. Ha provato a negare dicendo di essersi solo sdraiata sull’erba, ma poi ha ammesso tutto. “E’ il mio fidanzato”, ha aggiunto.
Ha anche spiegato che l’uomo, 38 anni, anche lui residente a Torino, era con lei alla vicina fermata del bus ad aspettare il mezzo quando si sono fatti travolgere dalla passione.
Una passione che a lei costerà 10mila euro per atti osceni in luogo pubblico: da quando è stato depenalizzato, si tratta di un illecito amministrativo punibile con una sanzione da cinquemila a trentamila euro, e diventa reato penale solo nell’eventualità che agli atti osceni abbia assistito un minore.
E’ molto probabile, comunque, che la “stangata” da diecimila euro arrivi alla fine anche al poco cavalleresco fidanzato: quando i vigili lo avranno identificato con sicurezza gli manderanno per raccomandata, come una qualunque multa, la sanzione da pagare.
(da agenzie)
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Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile
LA DESTRA CIVILE E SOCIALE NON HA NULLA A CHE VEDERE CON DUE SOGGETTI DEL GENERE
Giorgia Meloni supera Matteo Salvini. Ieri a DiMartedì Nando Pagnoncelli ha illustrato i risultati di una serie di sondaggi sulle opinioni degli italiani. Il campione di Ipsos si è espresso sul governo Draghi e sulle adozioni alle coppie omosessuali.
Ma anche su Nicola Zingaretti mancato candidato sindaco di Roma. E soprattutto, ha detto la sua su una questione che oggi sembra piuttosto spinosa.
Ovvero: chi è il vero leader della destra italiana? E il responso è stato chiarissimo: per il 32% degli italiani è Giorgia Meloni. Solamente per il 28% questa figura la incarna Matteo Salvini.
Anche se la maggioranza del campione (il 40%) dice che non è nessuno dei due . Ma che Meloni stia sopravanzando Salvini anche nelle preferenze sulla popolarità è un fatto acclarato già da tempo.
Già nei giorni scorsi si era capito che la lotta per la leadership nel centrodestra potrebbe risolversi con una clamorosa e imprevedibile (fino a qualche mese fa) incoronazione a candidato premier della coalizione per Giorgia Meloni.
Per il FT “Giorgia Meloni, l’astro nascente dell’estrema destra italiana sta capitalizzando la decisione della Lega di fare un’inversione di marcia e abbracciare il governo di Mario Draghi”. Questo perché “la collaudata strategia della Lega ‘un piede dentro, un piede fuori’, messa a punto con l’ex leader Umberto Bossi, questa volta affronta un ostacolo preoccupante. Ovvero proprio la Meloni, che ha scelto di restare da solo all’opposizione.
(da agenzie)
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