Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
E POI SI LAMENTA PERCHE’ QUALCUNO COMMENTA IL SUO POST INVOCANDO UN TRATTAMENTO SANITARIO OBBLIGATORIO
Che la Lega sia da sempre oppositrice del Ddl Zan, la legge contro l’omotransfobia che, dopo essere stata approvata alla Camera, è da mesi impantanata al Senato, è cosa nota.
Il provvedimento, che porta il nome del dem Zan, è sostenuta da Pd e Ms5, mentre per i leghisti non sono d’accordo nell’approvare il testo
Sicuramente contrario al Ddl Zan è il consigliere regionale umbro Daniele Carissimi, che ha invocato persino l’intervento della Madonna per bloccare la legge.
In un post su Facebook, l’avvocato Carissimi, ha chiesto addirittura una intercessione divina affinché il disegno di legge contro l’omotransfobia non veda la luce.
“Maggio è il mese mariano e alla Madonna rivolgo la mia richiesta di aiuto contro l’aberrazione del DDL Zan”, ha scritto il consigliere regionale, riportando poi il testo dell’Ave Maria. “Vi invito a rivolgere una preghiera per salvaguardare i fondamentali della nostra società naturale che difenderò fintanto che avrò forza di respirare”, ha detto in conclusione, lanciando questo accorato appello.
Forse la Madonna ha cose più serie a cui pensare, ma per il leghista è irrilevante.
E dato che il suo post trova più critiche che consensi, trova anche il tempo di polemizzare con chi, nei commenti, invoca per lui un TSO urgente. In fondo anche questa è un’invocazione…
(da agenzie)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
“IN CASO DI TERREMOTO IL PONTE UNIRA’ DUE CIMITERI”… “SOLO IL 25% DELLA POPOLAZIONE DI REGGIO E DI MESSINA RISIEDE IN ABITAZIONI ADEGUATE”
“Costruire il ponte sullo stretto antisismico con denaro pubblico significa scegliere
di unire due cimiteri in caso di terremoto, visto che solo il 25% della popolazione di RC e ME risiede in case adeguate. E non è questione di se, ma di quando”.
Parola del geologo Mario Tozzi che in un tweet boccia l’ipotesi di costruire il Ponte sullo Stretto di Messina, tema al centro del dibattito politico in questi giorni
Già in passato Tozzi aveva fermamente criticato il progetto per la costruzione di un ponte per unire la Calabria alla Sicilia.
Nel 2011, in un articolo su National Geographic, il geologo e conduttore televisivo aveva definito l’opera inutile, dannosa e diseducativa individuando una decina di problemi tecnici.
(da agenzie)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
DAVIDE E’ FURIOSO E AMAREGGIATO PER LA DIFFIDA DI CHI NON HA TITOLO PER PARLARE A NOME DEL MOVIMENTO
“Se vogliono andare in tribunale andremo in tribunale”. È furioso Davide Casaleggio.
Sul tavolo del suo ufficio a Milano è appena piombata la diffida di Vito Crimi. Nel testo si intima l’associazione ad “astenersi da qualsiasi trattamento dei dati degli iscritti, che non sia finalizzato alla consegna dei medesimi dati al Movimento entro 5 giorni”.
Il capo reggente dei 5 stelle è deciso a valersi del provvedimento d’urgenza ex. Articolo 700 del codice di procedura civile. Fuori dal giuridichese: la richiesta al tribunale è quella di far valere da subito l’obbligo di consegna del database degli attivisti “evitando che il tempo occorrente a far valere il proprio diritto nel processo ordinario di cognizione possa produrre un pregiudizio imminente e irreparabile”.
Come a dire: dacci i dati, perché altrimenti ci crei un danno grave.
O come lo interpretano in molti sia nella stanza dei bottoni M5s sia nel capoluogo lombardo: non ci fidiamo di che fine possano fare i dati qualora dovessimo aspettare l’esito di un processo.
Anche perché, al momento, non si vede come si possa evitare una guerra che di politico ha ben poco, con stracci che volano da una parte all’atra tra denunce, avvocati, carte bollate e tribunali.
Casaleggio è furioso e amareggiato. Nonostante il precipitare sempre più vorticoso dei rapporti con gli ex compagni di strada, chi l’ha sentito nelle ultime ore racconta che non si aspettava un tale inasprimento della situazione, soprattutto per i toni e i modi utilizzati.
Da Rousseau si sottolinea velenosamente che una medesima richiesta è arrivata anche dall’avvocato Silvio Demurtas.
Un piccolo riassunto: nel caos pazzesco che è diventato il Movimento, davanti ad alcuni ricorsi, il tribunale di Cagliari ha stabilito che i 5 stelle attualmente non hanno un responsabile legale, nominando a tal fine proprio l’avvocato Demurtas. Pronunciamento contro il quale Crimi ha fatto ricorso, venendo bocciato.
Ecco la linea di Casaleggio, che disconosce Crimi quale legale rappresentante dei 5 stelle: se Demurtas ha presentato un’analoga richiesta, significa che Crimi non ha titolo ad avanzarla, o che per lo meno la materia è controversa, consentendogli di prendere tempo e tenere sotto chiave in un server il database tanto agognato dai colonnelli pentastellati.
Niente database, niente possibilità di votare Giuseppe Conte capo politico, un loop che tiene inchiodato l’intero partito in un limbo dal quale rischia di uscire a pezzi. Perché Casaleggio non ha nessuna intenzione di fare un passo indietro, convinto di avere ragione, convinto di poterla ottenere, se costretto, anche da un tribunale.
Una soluzione per avviare intanto il nuovo Movimento ci sarebbe, ma piace molto poco a Conte e a gran parte dei maggiorenti pentastellati.
Ovvero quella di procedere intanto alle votazioni per l’organo collegiale a cinque votato a inizio anno, votazione a seguito della quale Crimi è formalmente decaduto. Non piace politicamente per l’incertezza assoluta del risultato che ne uscirebbe fuori.
E non piace perché comunque prevederebbe un qualche tipo di accordo con il figlio del co fondatore, che dovrebbe attivarla su Rousseau del quale detiene le chiavi.
È anche una questione di soldi. Casaleggio continua a pretendere 450mila euro, cifra che comprende le morosità di tutti i parlamentari eletti nel 2018, senza distinzione alcuna per espulsi e fuoriusciti.
L’ultima offerta del Movimento arriva a quota 200mila, un calcolo che comprende gli arretrati solo di chi è attualmente nel Movimento.
Colmare questa distanza potrebbe sbloccare la situazione, “ma ormai siamo al braccio di ferro, la cosa è andata troppo avanti, dubito che si arriverà a un accordo da quel punto di vista”, dice chi ha sentito il fondatore di Rousseau.
Alcuni dirigenti pentastellati hanno presentato a Conte una soluzione: tassiamo con un’una tantum i parlamentari per colmare il “buco” che c’è tra domanda e offerta, all’incirca un migliaio di euro a testa, in modo tale da archiviare la questione e ripartire senza il fardello di una decisione del tribunale da attendere.
Soluzione che convince poco l’ex premier, che teme di diventare estremamente impopolare nel gruppone parlamentare esordendo alla guida con una richiesta pecuniaria.
Gli espulsi anti-draghiani intanto si organizzano. Ieri una riunione che ha visto partecipare 14 deputati e 5 senatori, e continuano le interlocuzioni anche con le teste più pesanti cadute dopo il no al governo dell’ex governatore della Bce, come Barbara Lezzi e Nicola Morra.
È soprattutto quest’ultimo a meditare l’opportunità di dare vita a liste civiche sul territorio che si possano appoggiare a Rousseau per portare avanti i temi fondativi della creatura di Beppe Grillo.
Casaleggio al momento aspetta, in altre faccende affaccendato, e timoroso che mettere la firma su un’operazione che elettoralmente potrebbe racccogliere un bottino piuttosto magro possa essere controproducente.
“Non abbiamo nessuna preclusione, nei confronti di Casaleggio”, dice Pino Cabras, deputato e rappresentante del gruppo dei fuoriusciti che hanno dato vita a L’Alternativa c’è, una prudenza dettata dal fatto che anche da quelle parti la figura di Casaleggio raccoglie consensi non unanimi.
“Ma sarebbe interessante organizzare con loro eventi, per esempio sull’innovazione”, aggiunge Cabras, specificando che “non vogliamo dare le chiavi della macchina in mano a nessuno, ma una collaborazione potrebbe essere importante”.
Da quelle parti si guarda piuttosto ad Alessandro Di Battista, perché “in questa fase potrebbe riunire l’opposizione al governo, e lo inviteremo a fare una battaglia comune su questo”. Al momento l’unica vera battaglia è però quella che continua tra il partito e Rousseau, che sta già lasciando macerie dietro di sé, e che si preannuncia ancora lunga e sanguinosa.
(da Huffingtonpost)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
DUEMILA IN PIAZZA A DENUNCIARE LA POLITICA DI NEGAZIONE DEI DIRITTI DEL POPOLO PALESTINESE DA PARTE DI UN PREMIER A PROCESSO PER CORRUZIONE
Dopo la manifestazione pro-Israele che si è tenuta ieri 11 maggio nel quartiere ebraico di Roma, la risposta a sostegno della popolazione palestinese passa da Milano. In piazza del Duomo, infatti, si è tenuto il sit-in “(R)esistiamo”, evento organizzato dai Giovani palestinesi d’Italia e Assopace Palestina a cui hanno aderito associazioni e gruppi del territorio milanese come Cantiere Milano.
L’iniziativa arriva dopo l’escalation militare registrata in Israele e nella Striscia di Gaza negli ultimi giorni.
Il raduno anticipa una serie di manifestazioni in diverse città italiane promosse dagli stessi organizzatori del sit-in di oggi pomeriggio, che si svolgeranno in concomitanza con l’anniversario dell’esodo palestinese del 1948 noto come Nakba.
«La manifestazione nasce dall’iniziativa delle due realtà filo-palestinesi e dall’adesione di realtà sociali della città di Milano attive da decenni come la nostra», fanno sapere a Open dall’organizzazione Cantiere, «tuttavia non c’è stato il supporto istituzionale o di personalità della politica”
Rende di più farsi vedere sul palco pro-Israele a Roma che denunciare la violazione dei diritti dei palestinesi.
(da agenzie)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
IRONIA SUL WEB: “SE MI CONTRADDICI, TI CANCELLO”, “RENZI MANO DI FORBICE”
Sul social, la sezione riminese aveva replicato alla partecipazione del partito a una
manifestazione pro-Israele a Roma, mentre è in corso il conflitto con i palestinesi. Dopo la cancellazione del profilo scatta l’ironia: “Se mi contraddici ti cancello”, “Quattro elettori e un funerale”, “Bannati senza gloria”, “Renzi mani di forbice” e “Rimini Viva non deve morire” sono solo alcuni dei titoli cinematografici proposti dagli utenti
È finita con una cancellazione da Twitter e l’ironia del web lo scontro via social tra il profilo di Italia Viva e quello della sezione di Rimini del partito di Matteo Renzi. Terreno di scontro sono le nuove tensioni tra Palestina e Israele, dopo l’annuncio del partito di aver preso parte alla manifestazione pro-Israele a Roma: “La nostra delegazione in piazza al Portico di Ottavia a Roma per difendere il diritto ad esistere dello Stato di Israele”, si legge nel tweet del partito.
Ma nella formazione c’è chi non è d’accordo con questa presa di posizione, ricordando le sofferenze e i soprusi ai danni della popolazione palestinese dei Territori Occupati: “E i palestinesi no? Ma scherziamo?”, ha replicato il profilo di Italia Viva Rimini. Risultato: la risposta è scomparsa e cercando sul popolare social il profilo della sezione riminese del partito si nota che è stato cancellato.
Un provvedimento che ha scatenato l’inevitabile reazione social, tra chi ipotizza un’operazione di censura e chi, invece, ha risposto con ironia, tanto da lanciare un #cineRiminiViva, hashtag usato per commentare i fatti d’attualità con titoli di celebri film storpiati.
E allora fioccano le proposte: da “Se mi contraddici ti cancello” a “Quattro elettori e un funerale”, fino a “Bannati senza gloria”, “Renzi mani di forbice” o “Rimini Viva non deve morire”. E c’è chi, infine, ripropone la famosa foto ritoccata dalla quale Josif Stalin fece eliminare il suo ministro degli Interni e organizzatore delle Grandi purghe, Nikolaj Ivanovič Ežov, dopo che quest’ultimo fu riconosciuto colpevole di spionaggio e tradimento.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
LA DIGOS INDAGA SUL FERIMENTO DEI DUE GIOVANI A POCA DISTANZA DALLA SINAGOGA… COME MAI SALVINI E MELONI NON FANNO UN POST DI CONDANNA?
Aggressione al Ghetto Ebraico durante la manifestazione indetta dalla Comunità Ebraica al Ghetto di Roma in solidarietà alla popolazione d’Israele
Secondo le informazioni apprese erano le ore 18.30 di mercoledì 12 maggio quando due ragazzi, un palestinese di ventisei anni e un siriano di ventuno, si sono rivolti alla Polizia di Stato presente sul posto durante la cerimonia al Portico di Ottavia raccontando di essere stati aggrediti e picchiati da quattro persone nei pressi del luogo della manifestazione, vicino a piazza San Bartolomeo all’Isola, a poca distanza dalla Sinagoga.
Attivata la macchina dei soccorsi con la chiamata al Numero Unico delle Emergenze 112 con la richiesta di un’ambulanza, è intervenuto il personale sanitario, che ha medicato sul posto il giovane siriano, mentre il palestinese è stato trasportato in ospedale.
Da quanto si apprende i due al momento dell’aggressione avevano la bandiera della Palestina. Sul caso indaga la Digos e le indagini sono in corso. Al vaglio le telecamere di sorveglianza presenti in zona, le cui immagini potrebbero aver immortalata l’aggressione o i responsabili in fuga.
A destare preoccupazione – oltre alla gravità dell’aggressione Roma – è il luogo: il pestaggio è avvenuto all’altezza del ponte dei Quattro Capi, quello che unisce l’Isola Tiberina con il Lungotevere. Proprio lì, a pochissimi metri, stava per prendere il via la manifestazione/veglia pro-Israele a cui hanno partecipato moltissimi politici italiani.
Poco prima delle 18, i poliziotti che erano impegnati nel servizio di ordine pubblico per la manifestazione pro-Israele hanno ricevuto la segnalazione di un pestaggio avvenuto a pochi metri da lì. Una volta giunti sul ponte dei Quattro Capi, gli agenti hanno trovato due ragazzi pieni di lividi sul volto. Si tratta di un palestinese di 26 anni e di un siriano di 20.
Uno dei due ragazzi, all’arrivo della Polizia, stringeva ancora nel pugno la bandiera della Palestina. E, proprio lui, avrebbe raccontato agli agenti di esser stato picchiato da un gruppetto di coetanei (tre o quattro persone). I due sarebbero stati aggrediti d’improvviso, proprio nella zona della manifestazione pro-Israele e proprio pochi istanti prima dell’inizio della veglia.
(da agenzie)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
LA GESTIONE SCELLERATA DELLA DEPORTAZIONE DI DECINE DI PALESTINESI DA GERUSALEMME EST PER FAR POSTO AI COLONI ISRAELIANI… UNA SERIE DI PROVOCAZIONI DELLA DESTRA AL GOVERNO A CUI HAMAS NON VEDEVA L’ORA DI RISPONDERE
La guerra è guerra ovunque, l’orrore è orrore ovunque. E vedere i razzi sul cielo di
Tel Aviv e di altre numerose città israeliane, fa male agli occhi quanto vedere i raid aerei israeliani sopra Gaza, rappresaglia contro rappresaglia, morti civili contro morti civili. L’orrore è ovunque, ma le responsabilità non si possono tacere.
E non si può non ricordare, soprattutto, che quanto vediamo ora è figlio di mesi di soprusi e di provocazioni dell’estrema destra israeliana, quella che sta attualmente al governo, contro i palestinesi.
Intendiamoci: sbrogliare la matassa del conflitto israelo-palestinese non è materia semplice, a meno di non essere tifosi di una o dell’altra parte.
Però non possiamo far finta di non vedere quel che è successo a Gerusalemme Est negli ultimi mesi, con la distruzione di decine di stabili palestinesi nel quartiere di Sheikh Jarrah, né con la più recente decisione di deportarne altre decine – la decisione della corte è stata rinviata, ma è bastata l’attesa a scatenare l’inferno – sempre per far spazio agli insediamenti dei coloni israeliani.
Deportazioni e insediamenti abusivi, vale la pena di ricordarlo, visto che quelle case appartengono ai palestinesi da almeno 70 anni, come ha ricordarto anche l’Onu, parlando di “sfratti forzati” e di “insediamenti israeliani illegali”
E non possiamo far finta di non vedere le restrizioni rigidissime imposte nel nome della pandemia di Covid-19 agli arabo-palestinesi durante il Ramadan, in un Paese che viaggia verso l’immunità di gregge, mentre ai gruppi di ultra-destra israeliani veniva consentito di sfilare nei medesimi luoghi scandendo slogan come “Morte agli arabi”, impunemente.
E ancora, non possiamo far finta di non vedere la repressione brutale delle proteste che ne sono scaturite, con centinaia di manifestanti palestinesi colpiti a sangue dalla polizia e dall’esercito israeliano.
La pioggia di missili di Hamas e la conseguente contro-rappresaglia israeliana su Gaza sono diretta conseguenza di questa serie di eventi, nei quali è difficile non scorgere – a meno di non chiudere gli occhi – chi è l’aggressore e chi la vittima, chi il provocatore e chi il provocato.
Poi, certo, i guerrafondai si reggono il gioco a vicenda: Hamas usa Netanyahu, e viceversa, per radicalizzare lo scontro, fomentare l’odio verso il nemico e capitalizzare politicamente il conflitto. E, presto o tardi, forse già è accaduto ieri, i torti si sommano in misura tale da nascondere ogni ragione, e seppellire ogni responsabilità.
Però non possiamo nasconderci dietro a un dito, né tantomeno dietro alla retorica dell’unica-democrazia-del-Medio-Oriente: dietro le bombe che cadono su Gaza e Tel Aviv c’è l’ignobile gestione israeliana della questione di Gerusalemme Est, degli insediamenti dei coloni nei Territori palestinesi, più in generale.
Tutto il resto è propaganda. E, ancora una volta, l’ennesima, orrore.
(da Fanpage)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
IL RAPPORTO DI SAVE THE CHILDREN … COME MAI I NOSTRI POLITICI (SOVRANISTI E NON) NON VANNO IN PIAZZA PER DENUNCIARE ANCHE I CRIMINI DI ISRAELE?
L’81 per cento dei minori palestinesi detenuti nelle carceri gestite da Israele ha subito percosse fisiche e l’89 per cento abusi verbali, l’86 per cento è stato sottoposto a perquisizioni corporali, con umiliazione e vergogna; l’88 per cento non ha ricevuto cure adeguate e tempestive, anche quando esplicitamente richieste e a quasi la metà (il 47 per cento) è stato negato il contatto con un avvocato.
È quanto rivela il rapporto di Save The Children “Senza Difesa” visionato da noi di TPI in esclusiva.
Percosse, abusi psicologici e isolamento sono solo alcuni dei trattamenti disumani a cui sono soggetti i minori palestinesi all’interno del sistema di detenzione militare israeliano che l’Organizzazione Internazionale ha denunciato nel rapporto.
Attraverso le testimonianze di oltre 470 minori detenuti negli ultimi dieci anni provenienti da tutta la Cisgiordania, il rapporto “Senza Difesa” evidenzia come la maggior parte dei soggetti intervistati sia stato portato via dalla propria casa di notte, bendato, con le mani dolorosamente legate dietro la schiena.
A molti non è stato detto il motivo per cui venivano arrestati o dove stavano andando, né offerta la possibilità di difendersi e di servirsi di un avvocato.
“Hanno distrutto la porta d’ingresso, sono entrati nella mia stanza, mi hanno coperto il viso con un sacchetto e mi hanno portato via. Hanno detto a mio padre che sarei tornato il giorno dopo. Sono tornato dopo 12 mesi”, ha detto Abdullah (nome di fantasia) che da minorenne è stato arrestato ben sei volte.
Ogni anno centinaia di minori palestinesi come Abdullah vengono detenuti dalle autorità israeliane, e sono gli unici al mondo a essere sistematicamente perseguiti attraverso un sistema giudiziario militare invece che civile. Al momento sono 160. L’accusa più comune è il lancio di pietre, per il quale la pena massima è 20 anni di carcere
Dopo il loro arresto, i minori vengono trasferiti in centri dove vengono interrogati. Secondo le testimonianze raccolte nel rapporto visionato in esclusiva da TPI i detenuti sono costretti a giacere a faccia in giù sul pavimento di metallo di veicoli militari, senza poter usare il bagno, privati di cibo e acqua, aggrediti fisicamente.
“Mi hanno arrestato mentre andavo a scuola a un posto di blocco militare. Hanno perquisito la mia borsa e mi hanno parlato in ebraico, una lingua che non capisco. Mi hanno ammanettato, buttato a terra e calpestato sulla schiena”, ha raccontato Fatima (nome di fantasia), arrestata quando aveva 14 anni.
Per i ragazzi intervistati dagli operatori umanitari di Save The Children, l’esperienza della detenzione è stata “crudele”, “disumanizzante”, “umiliante” e “terrificante”. Secondo Amina (nome di fantasia) arrestata a 15 anni, in carcere “non ti senti un essere umano”. “Siamo stati trattati come animali”, ha raccontato.
Anche Issa, come gli altri, è stato arrestato all’età di 15 anni. Nella sua brutale testimonianza, racconta di essere stato aggredito verbalmente dai militari durante tutto il tempo dell’interrogatorio. “Hanno messo una pistola sul tavolo per spaventarmi. Hanno detto brutte parole, parolacce. Non voglio pensare a quelle parole…La prigione era un posto orribile. Suonavano le sveglie a mezzanotte, alle 3 e alle 6, per non farci dormire a lungo, e se non ti svegliavi venivi picchiato. Sono stato picchiato più volte con bastoni di legno. Ho ancora mal di schiena a causa di un pestaggio particolarmente duro”, ha raccontato.
Fino alla metà dei minori intervistati da Save the Children per il rapporto visionato in esclusiva da TPI ha riferito di essere stato tenuto in isolamento, a volte per diverse settimane.
Più della metà di questi ha affermato di non essere stato autorizzato a vedere le proprie famiglie e in alcuni casi è stato fatto credere loro che le famiglie li avessero abbandonati, facendoli sentire spaventati, soli e rifiutati.
Oltre a raccontare in modo dettagliato l’esperienza dei bambini all’interno del sistema detenzione israeliano, il rapporto “Senza Difesa” rivela anche il profondo impatto della detenzione sulle vite dei ragazzi sin dal loro rilascio, con la stragrande maggioranza che afferma che queste esperienze li hanno cambiati per sempre.
Anche dopo la scarcerazione, i minori spesso lottano con insonnia, incubi, disturbi alimentari, cambiamenti comportamentali, rabbia o sentimenti di depressione, nonché strascichi fisici come stordimento, dolori muscolari cronici, mal di testa e tremori incontrollabili.
Una delle conseguenze più gravi denunciate dal dossier di Save The Children è la “normalizzazione” dell’esperienza detentiva. “La frequenza con cui avvengono gli arresti e le detenzioni fa sì che alcuni bambini finiscono per vedere la detenzione come normale o inevitabile”, si legge nel rapporto.
“La stragrande maggioranza (il 96 per cento) di ex detenuti crede che tutti i bambini palestinesi alla loro età rischino di essere incarcerati. Alcuni dichiarano che finire in carcere è ‘inevitabile’ data l’occupazione”.
“Non ricordo tutti i dettagli della mia detenzione, solo alcune parti. Cerco di non pensarci, è normale per me. Ci sono passato così tante volte che è diventato parte della mia vita”, racconta Rami (nome di fantasia), detenuto a 17 anni.
(da TPI)
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Maggio 13th, 2021 Riccardo Fucile
LA ONG RIPRENDE L’ATTIVITA’ “NECESSARIO COLMARE DESOLANTE VUOTO”
Medici Senza Frontiere (MSF) è pronta a tornare in mare con una nuova nave, la Geo Barents, per salvare le vite di migranti e rifugiati che tentano la disperata traversata dalla Libia. La ong annuncia oggi il rilancio delle proprie attività di ricerca e soccorso nel Mediterraneo centrale, dove da inizio anno sono morti oltre 500 uomini, donne e bambini.
Al momento attuale, come ricordato da HuffPost, non ci sono navi umanitarie nel Mediterraneo centrale.
Sono quasi tutte in fermo amministrativo, per inchieste giudiziarie in corso o per controlli della Guardia Costiera nell’ambito dei cosiddetti ‘Port State Control’, i controlli sul rispetto degli standard di navigazione.
Ma le partenze dalla Libia – a dispetto della teoria basata sul nulla del cosiddetto pull factor – sono aumentate, e le persone continuano a morire annegate, in quello che Claudia Lodesani, presidente di MSF, definisce un desolante vuoto di capacità di soccorso”.
“Come organizzazione medico-umanitaria assistiamo persone vulnerabili ovunque nel mondo da 50 anni. Di fronte alle morti incessanti e alla colpevole inazione degli Stati, siamo obbligati a tornare in mare per portare soccorso, cure e umanità, facendo la nostra parte per fermare queste tragedie evitabili”, spiega Lodesani, presidente di MSF.
Da inizio anno più di 500 uomini donne e bambini sono morti nel tentativo di attraversare il Mediterraneo centrale.
Il terribile naufragio del 22 aprile ha provocato almeno 130 morti, altri sono seguiti nelle settimane successive. Chi sopravvive rischia di essere intercettato dalla guardia costiera libica supportata dall’Unione Europea e riportato con la forza in Libia (7.000 solo quest’anno). La maggior parte di loro finisce rinchiuso arbitrariamente in pericolosi centri di detenzione dove sono esposti a maltrattamenti, stupri, sfruttamento e perfino la morte.
“Il nostro ritorno nel Mediterraneo, per il settimo anno consecutivo, è il risultato diretto delle sconsiderate politiche di non-assistenza da parte dell’Europa, che condannano le persone a morire in mare”, prosegue Lodesani.
“Negli anni i governi europei, in particolare Italia e Malta come stati costieri più coinvolti, hanno progressivamente abbandonato l’attività di ricerca e soccorso, hanno smesso di assistere le persone in pericolo e hanno deliberatamente ostacolato, se non criminalizzato, l’azione salvavita delle organizzazioni in mare. Queste politiche hanno lasciato alla deriva migliaia di uomini, donne e bambini, a rischio di annegare lungo il confine meridionale d’Europa.”
MSF chiede che venga interrotto al più presto il supporto dell’Europa alla guardia costiera libica e al ritorno forzato delle persone in Libia, e che venga ripristinata una efficiente capacità di ricerca e soccorso per fermare le morti in mare.
“Non possiamo restare in silenzio di fronte a questa catastrofe deliberata”, conclude la presidente di MSF. “Il supporto dell’Europa a questo drammatico ciclo di sfruttamento e sofferenza deve cessare al più presto. Gli Stati membri devono garantire che venga riattivato con urgenza un meccanismo di ricerca e soccorso dedicato e proattivo, guidato dagli Stati, nel Mediterraneo centrale.”
La ong è scesa per la prima volta in mare nel 2015 per supplire al vuoto lasciato dalla chiusura di Mare Nostrum e rispondere a un numero inaccettabile di morti. Da allora le équipe mediche di MSF hanno operato su sette diverse navi umanitarie, anche in partnership con altre organizzazioni, partecipando a oltre 680 soccorsi e contribuendo ad assistere oltre 81.000 persone.
La Geo Barents batte bandiera norvegese. È stata costruita nel 2007 e ha operato come nave per le analisi geologiche prima di essere noleggiata da MSF e adeguata alle attività di ricerca e soccorso. La sua lunghezza totale è di 76,95 metri, ha due ponti per accogliere le persone soccorse, uno per gli uomini, l’altro per donne e bambini.
Ospita una clinica, una stanza ostetrica e una per le visite, dove le équipe di MSF svolgeranno le attività di assistenza medica. La nave è dotata di due gommoni veloci (rhib) che verranno utilizzati durante le operazioni di soccorso. A bordo 20 operatori di MSF e 12 persone per l’equipaggio marittimo. La nave dovrebbe arrivare nel Mediterraneo tra circa due settimane.
MSF è un’organizzazione medico-umanitaria internazionale indipendente che da 50 anni fornisce soccorso medico a popolazioni vulnerabili, oggi in 87 paesi. Dalla fine degli anni ’90 è attiva anche in Italia, in particolare agli sbarchi, in centri di accoglienza e in aree ad alta marginalità sociale. Da marzo 2020 ha supportato le autorità sanitarie italiane contro la pandemia di Covid-19, negli ospedali lombardi, tra i medici di base, in strutture per anziani, carceri e comunità vulnerabili.
(da agenzie)
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