Destra di Popolo.net

TRA MATTARELLA E GERVASONI LA MELONI SCEGLIE DI DIFENDERE GERVASONI

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

FA LA GARANTISTA QUANDO LE FA COMODO

Ha fatto scalpore la notizia della perquisizione del professor Marco Gervasoni nell’ambito dell’indagine sulle minacce a Mattarella. Giorgia Meloni ieri ha difeso il professore, senza farne il nome esplicitamente. Ma in altre occasioni è stata molto meno garantista.
“Mi auguro ci siano ragioni solidissime per una retata con perquisizioni affidate ai Ros nei confronti di 11 persone tra cui giornalisti, professori e professionisti accusati di una ‘rete sovranista’ su internet e forse di ‘vilipendio al presidente della Repubblica’. Attendiamo di conoscere le gravissime accuse alla base di questa azione giudiziaria, in mancanza delle quali ci troveremmo davanti a un episodio che ricorda sinistramente i peggiori regimi autoritari”, ha scritto la leader di Fratelli d’Italia sui social. Cosa è successo? Perché si è arrivati alle perquisizioni dei Ros?
Racconta La Stampa:
I post e i contenuti multimediali offensivi nei confronti di Mattarella risalgono al periodo tra aprile 2020 e febbraio 2021 e prendono di mira le scelte fatte dall’Italia per contrastare la diffusione del Covid-19. Il Reparto indagini telematiche del Ros – coordinato dal procuratore di Roma, Michele Prestipino e dai pm Eugenio Albamonte e Gianfederica Dito – ha ricostruito la rete relazionale e le abitudini social delle persone coinvolte, di età compresa tra i 44 e i 65 anni.
È stata rilevata la diffusione nel web di plurime condotte offensive nei confronti del Capo dello Stato che, stando a quanto scrivono i carabinieri del Ros, appaiono frutto di una elaborata strategia di aggressione alle più alte Istituzioni del Paese.
Secondo quanto apprende La Stampa, non vi sarebbe però una regia comune dietro agli attacchi via web: «Nessuna associazione a delinquere». Anche se alcuni indagati, spiegano, «sono riconducibili a una precisa area di influenza, legata all’estrema destra e ai gruppi suprematisti».
Quindi prima delle perquisizioni è stata “rilevata la diffusione nel web di plurime condotte offensive nei confronti del Capo dello Stato”.
Giorgia Meloni è più tranquilla ora? In ogni caso Gervasoni non è certo stato condannato, anzi non è neanche detto che arrivi in tribunale, dove in ogni caso avrebbe la possibilità di difendersi.
Quello che invece viene da chiedersi è come mai nella stessa situazione, ovvero quella di una persona accusata di un reato ma che è innocente fino a prova contraria, Meloni in altre occasioni è stata molto più tranchant, chiedendo pene esemplari, certe e severe.
Non sono importanti gli episodi in sé, è logico che chi è colpevole di un reato debba scontare una pena, è importante che Meloni quando l’ha chiesta non ha aspettato di sapere se le persone dei post fossero colpevoli.
Mentre per Gervasoni è stata molto più garantista. Coincidenze?
(da La Notizia)

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LA SOLITA BRUTTA FIGURA DI BELPIETRO SUL DDL ZAN: STRAPARLA DI UTERO IN AFFITTO E POI SI SMENTISCE

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

IL GIORNALISTA SI CONTRADDICE IN PIU’ PASSAGGI

“L’utero in affitto!”. Anzi, no perché non c’è. Ma va bene lo stesso.
Ancora una volta, la paradossale propaganda contro il ddl Zan offre uno spaccato della società e dei media.
A ergersi protagonista nella serata di martedì 11 maggio è stato Maurizio Belpietro, ospite di Cartabianca per parlare, tra le tante cose, anche del tanto contestato (dalla destra) disegno di legge sull’omotransfobia, la misoginia e l’abilismo.
Una serie di posizioni contraddittorie da parte del direttore de La Verità e di Panorama, che vanno in conflitto tra di loro e svelano una grande confusione sul tema. Alla fine la discussione Luxuria Belpietro mette in evidenza una vulgata sovranista che ha il sapore della bufala.
Il tema è molto delicato, soprattutto per la narrazione che viene fatta da chi continua a sostenere che il ddl Zan sia una legge liberticida e oppressiva nei confronti della libertà di espressione. Il fulcro del confronto si arrovella attorno ad alcune bufale che vengono spacciate per verità, nonostante non siano minimamente contemplate nel testo che attende l’approvazione del Senato. Una di queste è sostenuta da Belpietro (video visibile qui, a partire da 1H e 45” di trasmissione) e si è svolta seguendo questo canovaccio.
Prima Vladimir Luxuria ha sottolineato come ci sia un problema tangibile nel nostro Paese: “Oltre all’aspetto punitivo è giusto che ci sia un aspetto educativo. Sarei più felice di avere meno omofobi adulti domani che avere omofobi oggi che vengono puniti col carcere”. Allorché, Bianca Berlinguer cita la giornata mondiale contro l’omotransfobia per sensibilizzare anche i più giovani sul tema.
Ed è lì che Belpietro inizia a prendere una posizione che lui stesso smentirà: “Siccome in questo Paese non è mai stata istituita una giornata contro il bullismo, contro quelli che commettono degli atti gravi, non si è mai istituita una giornata per l’educazione: perché istituire una giornata per questo? Nelle scuole non c’è un’educazione sessuale. Voi volete introdurre nelle scuole una giornata per un altro tipo di educazione e questo è il tema”.
Di cosa parla? a che tipo di educazione fa riferimento?
“L’utero in affitto rischierebbe di essere sanzionato”. Ovviamente Bianca Berlinguer sottolinea come non ci sia alcun riferimento nel testo della legge.
Ed è una verità assoluta che porta Belpietro a fare un mezzo passo indietro: “Non c’è, ma se tu critichi le adozioni fatte tramite l’utero in affitto (che è vietato in Italia ma è consentito a’estero), che potrebbe costituire discriminazione. Dietro questa organizzazione ci sono persone che hanno interesse a propagandare queste cose”.
Insomma, non c’è traccia nel testo della legge di questa bufala detta e ripetuta ieri dal direttore de La Verità e nei giorni passati da leader politici come Giorgia Meloni e Matteo Salvini.
Ed è qui che arriva la stoccata di Vladimir Luxuria: “Mi conforta anche quando viene tirato fuori la questione dell’utero In affitto perché vuol dire che non ci sono argomenti seri e quindi si tirano in ballo cose che non c’entrano nulla. Abbiamo avuto un periodo in cui non si potevano esprimere le opinioni. Diritto alle opinioni sì, alla discriminazione no. Parole che istigano all’odio, parole che invogliano una mano a colpire gay. tran quello no”.
Ma Belpietro non demorde: “È già chiaro adesso, c’è già. Se qualcuno domani mattina incita all’odio è già sanzionato”. Ennesima contraddizione messa in luce da Luxuria: “Prima dice che c’è bisogno di estendere la legge Mancino, poi dice di no”.
La polemica Luxuria Belpietro prosegue con il direttore de La Verità (in palese difficoltà) che prova una difesa stoica della sua posizione: “Chi stabilisce quando c’è un discrimine: se io continuo a ritenere che l’utero in affitto sia un abominio, perché non posso continuare a dirlo?”.
Ma la replica di Luxuria è perfetta: “Facciamo una scommessa: scommettiamo che quando verrà approvata (perché verrà approvata) lei potrà continuare a parlare dell’utero in affitto?”.
(da “NextQuotidiano”)

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DRAGHI DA TRE MESI A PALAZZO CHIGI, MA LA TRASPARENZA RESTA UN OPTIONAL

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

NON HA ANCORA PUBBLICATO COMPENSI E DICHIARAZIONE DEI REDDITI

Per alcuni è un santo, per altri è l’uomo del fato, per altri ancora è il super-uomo che risolleverà le sorti di un Paese intero.
Vada come vada, soltanto il tempo di rivelerà quanto Mario Draghi possa incidere sul nostro Paese facendoci definitivamente uscire dalla pandemia Covid-19.
Quel che è certo a quasi tre mesi dal suo insediamento (avvenuto il 13 febbraio) è che in fatto di trasparenza l’ex banchiere non brilli particolarmente.
A rivelarlo è la pagina che lo riguarda sul sito istituzionale della presidenza del Consiglio, sezione – fa quasi sorridere dirlo – “amministrazione trasparente”.
Al di là del rinvio all’articolo 5 della legge n.400 del 1988 che disciplina “l’attività del Governo e l’ordinamento del Consiglio dei ministri” – riferimento utile per comprendere le competenze del premier – e al di là, ancora, dell’atto di nomina (del 13 febbraio per l’appunto), quello che resta è una sequela di riferimenti vuoti di contenuto. Curriculum? Nessun link o rinvio.
“Compensi connessi all’assunzione della carica”? Idem. “Altre cariche / incarichi”? Nulla di nulla. “Dichiarazioni patrimoniali e reddituali”? Niente ancora.
Ed è curioso considerando che scrivere quale sia, ad esempio, la retribuzione di Draghi non dovrebbe essere così difficile essendo arrivati al terzo mese in carica. A maggior ragione se si pensa che, finora, sono ad esempio state aggiornate le “spese per missioni e viaggi di servizio”.
E cosa emerge? Poco o nulla: il presidente del Consiglio nei pochi giorni di febbraio in carica ha speso zero euro, mentre a marzo neanche un migliaio di euro per un solo viaggio istituzionale.
Resta però la domanda: perché dalla pagina risulta l’ultimo aggiornamento il 13 aprile (verosimilmente per aggiornare le spese di viaggio) e nessun dato aggiuntivo riguardo cv, reddito e retribuzione?
Certo, formalmente la legge dà tempo novanta giorni per pubblicare tali dati, dunque siamo, ancora per qualche giorno, in regola. Resta tuttavia il fatto che un atto di maggiore trasparenza in questo periodo non sarebbe certamente vissuto in maniera negativa dai cittadini. C’è da dire, però, che Draghi non è l’unico a non brillare per trasparenza.
Se volessimo conoscere gli stessi identici dati anche delle new entry a Palazzo Chigi – dal sottosegretario Roberto Garofoli al ministro per l’Innovazione Vittorio Colao finendo con gli ex parlamentari Renato Brunetta e Mariastella Gelmini – risulta allo stesso modo impossibile.
Nessun link, nessun rimando, nessun riferimento. Nulla di nulla. Finita qui?
Certo che no. Altro dato che sarebbe curioso conoscere sono i consulenti e i collaboratori (parliamo di centinaia di incarichi come minimo) di premier, sottosegretari alla presidenza del Consiglio e ministri senza portafoglio.
Il dubbio che si nascondano fedelissimi, amici ed ex parlamentari è forte. Vedremo, quando ci si deciderà a pubblicare l’aggiornamento (fermo guarda caso al 13 febbraio, l’ultimo giorno di Conte a Palazzo Chigi), se al dubbio seguiranno alcune certezze.
Finita qui? Certo che no. Fino a pochi giorni fa a non aver pubblicato neanche l’organigramma dei suoi collaboratori, era anche il commissario per l’emergenza Covid Francesco Paolo Figliuolo.
Il nostro giornale aveva sollevato il caso settimane fa. Finalmente da qualche giorno il generale a colmato il gap e ne siamo felici. Speriamo ora che anche chi l’ha nominato possa seguire il suo esempio. Magari in tempi anche più celeri.
(da La Notizia)

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RICHIAMO VACCINO PFIZER, PER L’AZIENDA VA FATTO IL 21° GIORNO COME STABILITO DALLE SUE RICERCHE, MA PER FIGLIUOLO “CONTA IL PARERE DEL CTS” E SI PUO’ FARE ANCHE DOPO

Maggio 12th, 2021 Riccardo Fucile

FACCIAMO COSI’: I COMPONENTI DEL CTS METTANO LA LORO FIRMA E NE RISPONDANO PERSONALMENTE, SE SUCCEDE QUALCOSA A UN ITALIANO SCATTA LA DENUNCIA PENALE

Lazio, Liguria, Toscana, Emilia, Piemonte e Campania hanno deciso di aumentare l’intervallo tra le due somministrazioni, su indicazione del team di esperti. Il direttore medico dell’azienda in Italia: «Attenersi agli studi scientifici». Ma il commissario tira dritto
Sulla possibilità di allungare a 5 settimane la finestra temporale per la somministrazione del richiamo del vaccino contro il Coronavirus prodotto da Pfizer, Valeria Marino, direttore medico in Italia del colosso americano, ha avvertito: «Il vaccino è stato studiato per una seconda somministrazione a 21 giorni».
Non esistono oggi «dati su di un più lungo range di somministrazione, se non nelle osservazioni di vita reale, come è stato fatto nel Regno Unito». «Osserveremo quello che succede. Come Pfizer dico però di attenersi a quello che è emerso dagli studi scientifici perché questo garantisce i risultati che hanno permesso l’autorizzazione», ha detto Marino nel corso di un’intervista a Sky Tg24.
La raccomandazione di Pfizer arriva dopo che Lazio, Liguria, Toscana, Emilia, Piemonte e Campania hanno deciso, su consiglio del Cts, di allungare i tempi di somministrazione della seconda dose di farmaco anti Covid.
Una soluzione valida per il Comitato perché «non inficia l’efficacia della risposta immunitaria». Il parere è arrivato dopo il pressing della struttura commissariale guidata dal generale Francesco Paolo Figliuolo. Proprio il commissario, dopo la raccomandazione di Pfizer, ha ribadito alle Regioni che il punto di riferimento restano i pronunciamenti del Cts.
Lunedì 10 maggio l’unità di crisi Covid della regione Lazio ha comunicato che a partire dal lunedì 17 maggio saranno estesi i richiami del vaccino Pfizer a 5 settimane, ossia 35 giorni, spiegando che «tutti gli interessati verranno avvisati in anticipo via sms e l’allungamento, recependo le raccomandazioni del comitato tecnico scientifico e della struttura commissariale, consentirà un aumento della platea delle prime dosi del vaccino Pfizer a partire già dal mese in corso, ovvero determinando un aumento della copertura della popolazione. Nessuna modifica, al momento, invece per tutti gli altri vaccini. A titolo esemplificativo chi doveva fare il richiamo Pfizer il 17 maggio lo farà sempre nello stesso luogo e alla stessa ora il 31 di maggio e così a seguire».
(da agenzie)

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MENO NAVI ONG, PIU’ SBARCHI: LA TEORIA DEI “TAXI DEL MARE”, CARA AI RAZZISTI NOSTRANI, CROLLA DI FRONTE AI DATI

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

NON CI SONO PIU’ NAVI UMANITARIE NEL MEDITERRANEO E SONO AUMENTATI GLI ARRIV (E I MORTI)I: I DATI DEL VIMINALE

Quando i dati di realtà parlano così chiaro, non ci sono più alibi per le teorie politiche agitate con scopi strumentali.
Come si vede dal grafico elaborato dal Viminale, i dati sugli sbarchi dei migranti in Italia, da gennaio 2021 fino a oggi a fronte dello stesso periodo nel 2020 e 2019, smontano coi fatti le teorie secondo cui le organizzazioni non governative che prestano soccorso in mare abbiano agito da ‘pull factor’ per le migrazioni dal Nord Africa.
Oggi non ci sono navi umanitarie nel Mediterraneo. Sono quasi tutte in fermo amministrativo, per inchieste giudiziarie in corso o per controlli della Guardia Costiera nell’ambito dei cosiddetti ‘Port State Control’, i controlli sul rispetto degli standard di navigazione.
Eppure gli sbarchi sono aumentati rispetto allo stesso periodo dell’anno scorso e anche del 2019.
Era chiaro prima, adesso è inconfutabile: le navi delle ong non sono mai state un ‘taxi’ per i migranti.
Sicuramente l’anno scorso la pandemia ha giocato la sua parte nella diminuzione delle partenze. Ma quest’anno gli sbarchi sono vistosamente aumentati anche rispetto al 2019. E all’epoca le navi delle ong erano già attive nel Mediterraneo, Matteo Salvini gli aveva già dichiarato ‘guerra’, dopo che il suo predecessore al Viminale Marco Minniti aveva stilato un vero e proprio codice di condotta per limitare le azioni delle ong in mare.
All’epoca erano già 5 anni che le ong operavano nel Mediterraneo: la prima nave umanitaria a prendere il largo è stata la maltese Moas nel 2014, c’era il governo Renzi e l’Ue aveva appena deciso di mettere fine a Mare Nostrum, l’unica missione di soccorso in mare che l’Unione abbia sperimentato.
Ma oggi non ci sono navi delle ong attive nel Mediterraneo.
Alan Kurdi, Open Arms, Sea-Watch 3 e Sea-Watch 4 sono in stato di fermo amministrativo. Tra l’altro, per quest’ultima, il fermo era stato sospeso dal Tar ma è stato appena ripristinato in seguito al ricorso della Guardia Costiera (Ministero dei Trasporti) in attesa del pronunciamento della Corte di Giustizia Ue.
La Ocean Viking è ferma per le due settimane di quarantena ad Augusta, dopo aver sbarcato 236 persone il primo maggio scorso.
La Mare Ionio è sotto sequestro, per via dell’inchiesta giudiziaria in corso. Dalla Spagna sono appena partite le navi Aita Mari e Sea-Eye 4, ma non ancora arrivate nel tratto di mare tra l’Italia meridionale e la costa settentrionale dell’Africa.
A voler essere più precisi, gli sbarchi sono aumentati pur in presenza di un aumento dei controlli e dei fermi amministrativi a carico delle navi delle ong negli ultimi anni, secondo quanto riportato da Paris Mou, organizzazione che coordina gli sforzi per stabilire standard comuni di navigazione per imbarcazioni che navigano in 27 paesi del mondo, tra cui Italia, Usa, Francia, Germania, Russia.
Ebbene, nel 2020 le procedure di ‘Port State control’ a carico della navi delle ong in Italia aumentano rispetto al 2019 e anche le contestazioni da parte delle autorità aumentano, a seguito dei controlli.
Si pensi che nel 2019 questa procedura fu messa in atto per la prima volta ad agosto, dopo lo sbarco della Open Arms a Porto Empedocle, la nave costretta a rimanere al largo per 19 giorni con il suo carico di naufraghi, per decisione dell’allora ministro dell’Interno Salvini, ora rinviato a giudizio per la vicenda.
Dunque, senza le solite polemiche da chiacchiericcio politico, si può serenamente concludere che le navi delle ong non sono “taxi del mare” utili ad attirare le partenze dalla Libia e a far brillare il sogno europeo per chi cerca di scappare da fame, guerre e miseria.
I dati sfatano il mito, per chi ci ha creduto, sgonfiano l’espressione coniata dall’attuale ministro degli Esteri Luigi Di Maio, ispiratrice della politica di Matteo Salvini e – va detto – degli Stati dell’Ue, tutt’oggi indisponibili a condividere con i paesi di frontiera le responsabilità dell’accoglienza.
Tant’è vero che, a quanto si apprende da Bruxelles, nessuno Stato europeo ha ancora risposto alla richiesta italiana di solidarietà per organizzare un sistema di redistribuzione almeno per l’estate.
Solo nel weekend i migranti arrivati in Italia sono stati tremila, di cui oltre 2 mila solo a Lampedusa. E continuano a morire in mare: e qui, come si sa, una stima precisa non c’è e non ci può essere. Troppi dispersi a fronte delle centinaia e centinaia di vittime per ogni naufragio, per ogni imbarcazione che non viene soccorsa in tempo.
Più che taxi, le navi delle ong meriterebbero il nome di ‘ambulanze’, strumenti di cui evidentemente non si può fare a meno in un mare che è diventato un deserto di menefreghismo.
Da una parte, gli Stati Ue che se ne lavano le mani. Dall’altra, l’assenza di istituzioni che gestiscano davvero il fenomeno in Libia, come ha detto ieri l’Alto commissario Onu per i rifugiati Filippo Grandi ieri al Parlamento Europeo: “I migranti intercettati dalla guardia costiera libica e riportati in Libia e finiscono in un sistema abusivo in cui tutto il resto non funziona o, peggio, si abusa delle persone. Non ci siamo. Questo non è giusto”.
(da Huffingtonpost)

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ALLUCINAZIONE COLLETTIVA: M5S VUOLE IL PONTE SULLO STRETTO CHE NON SI FARA’

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

SURREALE RIUNIONE NOTTURNA

Chissà se Beppe Grillo pensa che anche i suoi parlamentari, onorevoli deputati e onorevoli senatori del Movimento 5 Stelle, siano caduti in uno stato di allucinazione. Quella per il Ponte sullo Stretto.
La stessa allucinazione che nove anni fa l’Elevato additò al resto del mondo, quando dopo la traversata a nuoto tra la Calabria e la Sicilia disse che il progetto del Ponte era “un’allucinazione mentale”. Forse l’Elevato dovrebbe pensarci perché quell’allucinazione è arrivata dentro al Parlamento. E l’hanno portata proprio i suoi che, come lui, hanno sempre osteggiato il Ponte. Con il titolo della grande opera in odore di mafia.
Dovrebbe pensarci anche in fretta perché i suoi hanno un’altra fretta e cioè parlare del Ponte. Più dei vaccini, delle riaperture e dei ristori. E questa non è un’allucinazione, ma un dato di fatto, anzi una riunione fissata alle nove di sera, con alcuni parlamentari che non solo vogliono mettersi lì a chiacchierare. Vogliono trasformare l’allucinazione nel Ponte.
E forse Grillo potrebbe ricordare ai suoi parlamentari che l’allucinazione di cui parlava nel 2012 si riferiva al progetto del Ponte a una campata. Una delle due opzioni di cui parleranno stasera i suoi, collegati su Zoom.
E poi ancora l’Elevato e i suoi, questa volta tutti insieme, dovrebbero ricordarsi che meno di un anno fa c’era qualcuno di importante a sostenere che non c’erano le condizioni per il Ponte e che bisognava collegare le due sponde con un tunnel sottomarino.
Quel qualcuno si chiama Giuseppe Conte, leader in pectore dei 5 stelle. Per rendere la discussione ancora più avvincente a sua volta Conte dovrebbe leggere la relazione di 158 pagine scritta dalla commissione dei tecnici istituita al ministero dei Trasporti quando lui era a palazzo Chigi.
In questa relazione c’è scritto che il tunnel sott’acqua non si può fare. Insomma una riflessione andrebbe fatta, ma iniziando dall’ammettere che sul Ponte si è fatta una capriola. Qualcuno che i 5 stelle li conosce più che bene – l’Associazione Rousseau di Davide Casaleggio – ha ricordato agli ex amici di avventura cosa si sosteneva anche nel 2016, e cioè il no al Ponte. Anche dietro quel memo (sul Ponte “c’è un’amnesia politica selettiva”) c’è l’evidenza della retromarcia M5s.
Infine i 5 stelle dovrebbero prendere atto che Mario Draghi a tutto pensa tranne che a rilanciare il Ponte. Non è stato inserito nel Recovery.
Non c’è un euro pronto per finanziare l’opera. Siamo al grande débat public dove tutti possono dire sì, no o forse, proporre soluzioni e azzoppare quelle degli altri, fare e disfare. La commissione ministeriale ha detto che ci sono “profonde motivazioni” per fare il Ponte, ma a parte gli echi di Forza Italia, di berlusconiana memoria, una parte dei 5 stelle e qualche sparuto sì tra il Pd, nessuno al Governo pensa che questa volta sia quella buona.
Non valeva la pena restare lucidi?
(da Huffingtonpost)

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DIVISI DAL PONTE: IL VOLTAFACCIA DEI CINQUESTELLE SUL PONTE SULLO STRETTO

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

L’ASSEMBLEA DEL M5S FINISCE CON LITIGI IN CHAT

L’apertura di Cancelleri alla realizzazione del viadotto sullo Stretto è l’ennesima giravolta di un movimento diventato partito. L’abiura delle origini, però, scontenta alcuni parlamentari, che si scatenano con i messaggi
«La posizione sul “no” alla Tav nasce e cresce in Piemonte, l’abbiamo seguita fino alla disfatta perché voi volevate così». «Francesco, ma che ca**o dici, è una delle primissime battaglie di Beppe».
Non è il botta e risposta di un talk show, non sono le dichiarazioni di esponenti di due partiti diversi.
Il primo messaggio è firmato Francesco D’Uva, deputato siciliano del Movimento 5 stelle, che con i suoi corregionali si dice possibilista sulla realizzazione del ponte sullo Stretto di Messina – quello stesso tratto di mare che Beppe Grillo attraversò a nuoto per evidenziare l’inutilità della grande opera -, il secondo è del senatore piemontese Alberto Airola. L’occasione di scontro è la chat di Zoom, piattaforma di videoconferenze usata dai grillini per riunirsi ai tempi del Covid.
«Sbattiamo fuori chi dice cazzate ed è pure al governo»: Cancelleri sotto attacco
Lo hanno fatto ieri per l’assemblea congiunta dei parlamentari 5 stelle di ieri, dove Giuseppe Conte non si è presentato. Ha tenuto il filo del discorso il reggente Vito Crimi, spiegando perché, secondo lui, Davide Casaleggio ha torto e il Movimento ha ragione sulla querelle dei dati degli iscritti, perché il tribunale di Cagliari ha preso un abbaglio ed è lui il legittimo rappresentante legale dei 5 stelle, perché i parlamentari devono versare quanto prima mille euro del proprio stipendio al Movimento. La sede fisica, nel centro di Roma, avrà un costo mensile di circa 15mila euro. In più bisognerà assumere e pagare i dipendenti che lavoreranno per la nuova segreteria.
Mentre Crimi aggiorna i parlamentari sul prosieguo dei lavori di rifondazione del Movimento, l’attenzione di deputati e senatori è posta su tutt’altro.
L’ex ministro delle Infrastrutture Danilo Toninelli lo dice apertamente: «Le parole di Cancelleri – circa il ponte sullo Stretto – sono inopportune». E quando Crimi rimanda la discussione sul tema a oggi, 11 maggio, giornata in cui si tiene un’altra assemblea con la presenza del sottosegretario grillino alle Infrastrutture, è nella chat di Zoom che infuria la lite. Alberto Airola, senatore piemontese, è furibondo: «Sbattiamo fuori chi dice cazzate ed è pure al governo».
Il riferimento è a Giancarlo Cancelleri: il sottosegretario del ministero di Enrico Giovannini, in un’intervista alla La Stampa, ha detto che il «ponte sullo Stretto sarà pronto in dieci anni, sarà a tre campate e ci passerà la ferrovia».
Cancelleri ha definito «simbolo di ripartenza» ciò che, un tempo, il partito del no alla Tav e alla Tap riteneva un’opera «inutile». Parola di Beppe Grillo che, parlando del ponte, scriveva sul suo blog: «Il M5s è riuscito, grazie a Virginia Raggi, a bloccare le irresponsabili Olimpiadi del 2024 a Roma, ma non siamo ancora riusciti a frenare gli appetiti malsani di chi vuole fare a tutti i costi grandi opere inutili con i soldi dei cittadini».
La chat dell’assemblea
Così, evitati ulteriori interventi verbali sull’affaire del ponte, la disputa si sposta nella chat di Zoom. «Per il Movimento il punto non si fa, punto – rilancia Airola -. È vergognoso che in un momento in cui l’Italia va a rotoli si parli di ponte sullo stretto». A questo punto, il tentativo di cassare la discussione viene fatto dalla senatrice Giulia Lupo: «Di ponte ne parliamo domani». E si scaldano gli animi: «Mi censuri?», chiede Airola, supportato dalla deputata calabrese Federica Dieni: «Ma di che si deve parlare Alberto, nasciamo “no ponte”. Non ci sarebbe neanche da parlare. A meno che qualcuno non abbia sbagliato posto, non vorrei essere io». Un altro calabrese, il senatore Giuseppe Auddino, manda l’emoji dell’applauso ad Airola.
Poi, però, interviene l’influente deputato messinese, Francesco D’Uva, a smorzare l’entusiasmo di Airola e dei parlamentari calabresi: «Noi seguiamo voi piemontesi sulla Tav. Voi seguite noi siciliani sul ponte».
E si apre il vaso di pandora della Tav, altra grande battaglia – persa – dal Movimento. «La Tav non è un argomento dei “piemontesi”, chi non lo sa venga che glielo spiego. Così, il ponte non è un argomento di siciliani o calabresi». D’Uva ribatte: «La posizione sulla Tav nasce e cresce in Piemonte, l’abbiamo seguita fino alla disfatta perché voi volevate così». Da questo punto in poi, la situazione degenera.
Tutti contro D’Uva
Apriti chat: torna a parlare Dieni e si aggiunge anche la senatrice piemontese Elisa Pirro, entrambe contro la posizione di D’Uva. La prima scrive: «Noi calabresi non lo vogliamo così come da programma del M5s. E con tutte le cose dette contro – il ponte – negli anni… soprattutto ora che diventiamo ancora di più per la transizione ecologica».
Pirro aggiunge: «Francesco, permettimi, ma sulla Tav parlano i dati e l’analisi costi benefici e non i “puntigli” dei piemontesi». E ancora Airola, nel tutti contro D’Uva: «Francesco, ma che cazzo dici, è una delle primissime battaglie di Beppe». D’Uva non cede e, sornione, afferma: «Sulle scelte che riguardano la Sicilia sono certo che ci ascolterete come noi abbiamo ascoltato voi».
Airola lo invita nuovamente a non dire «cazzate» e Dieni ironizza: «Francesco, sono scelte che riguardano anche la Calabria, almeno che non vogliate fare il ponte fino a Trieste». «Io sto dicendo che dovete far esprimere noi, è corretto ascoltare il territorio». I toni sembrano smorzarsi, Dieni scherza: «Reggio non vi vuole – per poi correggersi -. Vi vuole bene e vi accoglie ma con la nave». D’Uva saluta, senza rispondere all’ultima imbeccata di Airola: «Non è un problema dei siciliani ma proprio per nulla». Non ricevendo risposta, alle 22.20 spaccate, Airola si lascia sfuggire un «Vaffanculo», al quale D’Uva risponde mandando l’emoji di un bacio.
La caduta dei miti
E pensare che nove anni fa, quando aveva 64 anni, Grillo attraversò a nuoto lo Stretto di Messina. La traversata durò poco più di un’ora ma, nonostante il maestrale e la pioggia battente, il garante del Movimento riuscì nell’impresa che serviva a dimostrare anche l’inutilità del ponte sullo Stretto. E nel suo stile, Grillo raccontò così la giornata sul suo blog: «Questo è il terzo sbarco in Sicilia in 150 anni. Il primo fu Garibaldi che portò i Savoia, il secondo fu fatto dagli americani che portarono la mafia, il terzo sono io con il Movimento 5 stelle, ma né Garibaldi o Nino Bixio o Lucky Luciano sono arrivati in Sicilia a nuoto».
Nel 2009, durante uno spettacolo a teatro, Grillo disse: «Io sono a favore dei ponti perché uniscono, ma non si può unire la Calabria con la Sicilia: si stanno sui cogl***i da un milione di anni». E a parte l’ironia, in quella e in altre occasioni, Grillo ha ribadito il “no” al ponte sullo Stretto. Adesso, il gruppo parlamentare che risponde al suo simbolo si è spaccato proprio sul ponte: i parlamentari siciliani, in una nota congiunta, si dicono «aperti al confronto senza alcun pregiudizio ideologico». La più giovane deputata alla Camera, la siciliana Angela Raffa, dichiara: «Io sono favorevole. Sono passati 10 anni dalle battaglie “No Ponte” e, nel frattempo, il mondo è cambiato».
Non è solo il mondo a essere cambiato: anche il Movimento sta affrontando una trasformazione strutturale. È la caduta dei miti grillini, iniziata con il No Tav e che continua a macinare gli ideali del Movimento. Prima ancora che i 5 stelle nascessero, Grillo lottava affinché la Torino-Lione non si realizzasse. Nel 2018, quando il M5s si sedette al governo con la Lega, disse: «Mi sono beccato 4 mesi di condanna io per la Tav – garantendo che – la Tav non si farà. Dobbiamo finire questa analisi costi-benefici, ma sono certo che non si farà». E invece i lavori proseguono, con il parare positivo del parlamento. Stessa storia per la Tap, in Puglia. In questo caso fu Alessandro Di Battista a promettere: «In quindici giorni, se andiamo al governo, la fermiamo».
L’elenco delle battaglie sacrificate sull’altare del compromesso è lungo – si pensi ad Autostrade, ai Benetton, ad Alitalia – e non risparmia nessun esponente: Luigi Di Maio, prima del voto che portò il 48% dei consensi al Movimento a Taranto, promise una riconversione o una chiusura dell’acciaieria. Oggi, sono ancora tre gli altiforni in funzione nello stabilimento di Arcelormittal. Per tornare, però, alla questione ponte, sono indicative le parole che Grillo scrisse sul suo blog meno di sei anni fa: «La notizia della costruzione del ponte sullo Stretto di Messina è una presa per il cu*o che serve al Pd per avere un argomento di cui parlare ai talk show e coprire i suoi fallimenti quotidiani, alla mafia per aprire cantieri che non vedranno mai fine e che costerà altri centinaia di milioni ai cittadini assetati».
Oggi, con il Partito democratico, il Movimento sta studiando una sorta di alleanza strutturale. Ma non è questo il punto dell’articolo del garante 5 stelle. «Un’opera faraonica – scriveva ancora sul ponte – che non vedrà mai la luce, già costata circa 600 milioni ai contribuenti, per il quale tre anni fa il governo Monti stanziò 300 milioni per il pagamento delle penali per la “non” realizzazione del progetto. Secondo il piano economico approvato dal Cda della Stretto di Messina Spa il 29 luglio 2011 – proseguiva Grillo -, il costo complessivo dell’opera sarebbe di 8,5 miliardi, mezzo reddito di cittadinanza con cui il M5s salverebbe 10 milioni di italiani dalla fame e dalla disoccupazione». Anche sull’abolizione della povertà Grillo potrebbe essere smentito. Ma questo è un altro capitolo della parabola carpiata dei 5 stelle.
(da agenzie)

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MONI OVADIA: “LA POLITICA DI ISRAELE E’ INFAME, STRUMENTALIZZA LA SHOAH”

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

“IO SONO EBREO MA LA POLITICA DI ISRAELE E’ SEGREGAZIONISTA E RAZZISTA”

In una intervista Moni Ovadia, commenta l’escalation di violenza in Medio Oriente che è sfociata in una lunga notte di bombardamenti tra Israele e la Striscia di Gaza: “La politica di questo governo israeliano è il peggio del peggio. Non ha giustificazioni, è infame e senza pari. Vogliono cacciare i palestinesi da Gerusalemme est, ci provano in tutti i modi e con ogni sorta di trucco, di arbitrio, di manipolazione della legge. E’ una vessazione ininterrotta che ogni tanto fa esplodere la protesta dei palestinesi, che sono soverchiamente le vittime, perché poi muoiono loro, vengono massacrati loro”.
“La politica di Israele è segregazionista, razzista, colonialista -scandisce l’attore, musicista e scrittore di origine ebraica- E la comunità internazionale è di una parzialità ripugnante. Tranne qualche rara eccezione, paesi come la Svezia e qualche paese sudamericano, non si ha lo sguardo per vedere che la condizione del popolo palestinese è quella del popolo più solo, più abbandonato che ci sia sulla terra perché tutti cedono al ricatto della strumentalizzazione infame della shoah”.
Moni Ovadia spiega ancora meglio: “Tutto questo con lo sterminio degli ebrei non c’entra niente, è pura strumentalizzazione. Oggi Israele è uno stato potentissimo, armatissimo, che ha per alleati i paesi più potenti della terra e che appena fa una piccola protesta tutti i Paesi si prostrano, a partire dalla Germania con i suoi terrificanti sensi di colpa”.
“Io sono ebreo, anch’io vengo da quel popolo -incalza l’artista- Ma la risposta all’orrore dello sterminio invece che quella di cercare a pace, la convivenza, l’accoglienza reciproca, è questa? Dove porta tutto questo? Il popolo palestinese esiste, che piaccia o non piaccia a Nethanyau. C’è una gente che ha diritto ad avere la propria terra e la propria dignità, e i bambini hanno diritto ad avere il loro futuro, e invece sono trattati come nemici”.
E sulle reazioni della comunità politica internazionale e in particolare dell’Italia, Ovadia è netto: “Ci sono israeliani coraggiosi che parlano, denunciano -affonda- Ma la comunità internazionale no, ad esempio l’Italia si nasconde dietro la sua pavidità, un colpo al cerchio e uno alla botte. Ci dovrebbe essere una posizione ferma, un boicottaggio, a cominciare dalle merci che gli israeliani producono in territori che non sono loro”.
La pace “si fa fra eguali, non è un diktat come vorrebbero gli israeliani -conclude Moni Ovadia- Io non sono sul foglio paga di nessuno, rappresento me stesso e mi batto contro qualsiasi forma di oppressione, è il mio piccolo magistero. Sono con tutti quelli che patiscono soprusi, sopraffazioni e persecuzioni e questo me l’ha insegnato proprio la storia degli ebrei. Io sono molto ebreo, ma non sono per niente sionista”.
(da Globalist)

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SE SALVINI SCENDE SOTTO IL 20% E VIENE SUPERATO DALLA MELONI, IN LEGA LA SITUAZIONE PRECIPITA E SONO PRONTI ZAIA E GIORGETTI

Maggio 11th, 2021 Riccardo Fucile

SALVINI SI GIOCA LE ULTIME CARTE DELLA DISPERAZIONE, MA SI AVVICINA IL GIORNO DEL GIUDIZIO (POLITICO E GIUDIZIARIO)

“Noi rispondiamo con i fatti, con il lavoro dei nostri sindaci, dei nostri governatori, dei nostri parlamentari. Poi alcune battaglie le vinciamo, alcune le perdiamo… Però, se sei dentro il governo, puoi incidere, puoi decidere, puoi ottenere. Se, invece, stai fuori, come ha scelto di fare la Meloni, puoi solo protestare, puoi proporre, suggerire ma non puoi ottenere…”.
Sono parole pronunciate da Matteo Salvini: a sentirle parrebbe un trionfo per il capitano leghista, ma in realtà dalle parti di via Bellerio non c’è tutto questo entusiasmo per la situazione attuale.
Tanto che è scattato l’”allarme rosso”: se si andasse oggi alle elezioni politiche, la Lega prenderebbe solamente il 21% con consensi terribilmente in calo anche rispetto solamente alle ultime settimane, mentre Fratelli d’Italia arriverebbe al 18-19% e il Pd di Enrico Letta al 19-20%
Insomma, un vero tracollo rispetto ai fasti di poco più di un anno fa, quando i sondaggi attestavano il partito di Matteo Salvini al 35% se non di più.
Ma il peggio, per il Capitano leghista, sarebbe ancora di la da venire perché, secondo i ragionamenti che si fanno in casa leghista, se continua questo trend, al massimo entro la fine dell’anno (ma c’è chi teme molto prima) Giorgia Meloni avrà superato Matteo Salvini.
Con una doppia possibile sconfitta per il leghista: la perdita della leadership del centrodestra (ricordate il mantra “comanda chi ha più voti”?) e la messa a repentaglio anche di quella del partito.
“Sarebbe un grave problema per Salvini scendere sotto la soglia psicologica del 20%, ma sarebbe ancora più grave essere superati da Giorgia”, spiegano senza troppi giri di parole a TPI da casa Lega.
Ecco perché Salvini nelle ultime settimane ha ripreso a “martellare” sulla comunicazione: “Il Capitano ha bisogno di puntellare continuamente la sua leadership perché, se continua di questo passo, ben presto potrebbe essere messo in discussione”.
Secondo Radio Transatlantico, sarebbero due nomi i nomi prediletti dal corpaccione leghista se la situazione dovesse precipitare: Giancarlo Giorgetti e Luca Zaia.
(da TPI)

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