Marzo 6th, 2013 Riccardo Fucile
SALVO COLPI DI SCENA, IL PRESIDENTE DI FLI INTENZIONATO A ESCLUDERE OGNI SUO IMPEGNO DIRETTO NEL PARTITO… TRA GLI EX PARLAMENTARI CHI PENSA A UN NUOVO SOGGETTO POLITICO, CHI A CONFLUIRE CON MONTI, CHI IPOTIZZA UN’INTESA CON EX AN
Dopo un comunicato interlocutorio dato alla stampa il giorno successivo all’insuccesso elettorale,
Futuro e Libertà non ha dato segni di vita per una settimana, salvo finire sui giornali per il veloce trasloco dalla sede di via Poli, a Roma.
Domani Fini ha convocato una riunione degli ex parlamentari e dirigenti per comunicare le sue intenzioni circa il futuro del partito.
La decisione che starebbe maturando il presidente del partito è quello di esprimere la sua personale volontà di escludere qualsiasi suo impegno diretto nel partito.
Non a caso, nel primo e unico comunicato, vi era un riferimento a una forma di associazione culturale con cui far maturare, in un ideale passaggio di consegne, le giovani generazioni.
Con Fini disimpegnato, in Fli restano due alternative: lo scioglimento del partito se tutti fossero d’accordo su questa ipotesi o la sua consegna definitiva a Italo Bocchino che ha l’esclusiva notarile del marchio.
Ovvero a colui al quale il 90% della classe dirigente addebita di aver sfasciato il partito per mere ambizioni personali, sistemando ovunque i suoi uomini.
Bocchino potrebbe cercare di mantenere in vita Fli ancora per qualche tempo, in attesa del momento propizio per confluire in qualche diverso contenitore a lui adatto.
Per fare ciò cercherà di trattenere qualche nome conosciuto di Fli che non ha ancora operato scelte definitive.
C’è infatti chi pensa alla nascita di un nuovo soggetto politico in sintonia con le tesi originarie di Bastia Umbra, chi guarda con interesse a Scelta civica di Monti, chi non è insensibile ad aprire una discussione con chi auspica la ricostruzione di una nuova destra con gli ex An.
Diverse correnti di pensiero che Fini aveva tenuto insieme (con scarso esito elettorale peraltro) e che adesso invece, col declino del leader, potrebbero portare a scrivere la parola fine a un’avventura che, con una classe dirigente diversa, avrebbe meritato di finire meglio.
Nel merito, abbiamo già espresso il nostro punto di vista: Fli va sciolta e in subordine nessuno dei esponenti di vertice, a partire da Fini e Bocchino, sono riproponibili.
Finito un ciclo, se ne riaprirà prima o poi uno nuovo.
Possibilmente con una linea politica chiara.
Nel frattempo liberi tutti.
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Marzo 3rd, 2013 Riccardo Fucile
IL SUCCESSO NON SI MISURA CON UNO SCRANNO DA SCALDARE MA CON L’ESSERE STATI PROTAGONISTI DI SCELTE CHE HANNO CAMBIATO IL MONDO ATTORNO A NOI… IL FATTO DI ESSERE QUI OGGI E’ ANCHE MERITO LORO
Provate a scorrere le foto dei 108 grillini eletti alla Camera e avrete di colpo la sensazione che è
successo davvero qualcosa di storico: finalmente un esercito di giovani, vestiti da giovani (sembra banale, ma non è così) è entrato in una sede normalmente abitata da maschi anziani, spesso sovrappeso, con brutte grisaglie e un accento dialettale, persone con cui capivi di non avere nulla a che spartire, anni luce lontane dalla tua vita.
Con tutto il rispetto: ma il paese non è solo quello, le nuove generazioni parlano le lingue, viaggiano, sono molto più colte e fino ad ora non avevano nessuno che le rappresentasse nel luogo deputato alla rappresentanza del paese.
I palazzi della Camera dei Deputati, che ho avuto modo di frequentare in un curioso periodo della mia vita, sono davvero un mondo fuori dal mondo.
Burocrazia, sprechi inutili, dalla carta alle agende, procedure assurde, commessi che guadagnano migliaia di euro senza fare granchè, impiegati e funzionari che guadagnano centinaia di migliaia di euro facendo normalissimi lavori.
Ma soprattutto, evitiamo echi demagogici, si respira là dentro un’aria tombale, antichissima, che si rispecchia nell’arredamento e nei tendaggi, nei quadri spettrali, nelle piante solenni e un po’ ridicole, nei gabbiotti all’entrata dove bisogna passare controlli come quando si vola verso Israele.
Un parlamento finalmente ringiovanito, molte donne: addio vecchie, tetre grisaglie. Ma mentre Razzi e Santanchè restano dentro, tra gli addii ci sono tre persone che, grazie al coraggio di rompere il silenzio e resistere a leggi ad personam, hanno permesso di arrivare fino qui. Eppure sono fuori dal Parlamento, mentre Razzi e Santanchè no.
È magnifico che i nuovi deputati siano diversi, più giovani e con tante donne, oltre un terzo.
Ma nel toto eletti e “trombati” che si è fatto ieri c’è un aspetto che mi ha colpito in particolare: la legge elettorale ma anche il modo in cui sono andate le vicende di questo paese hanno fatto sì che, alla fine, siano entrati i vari Razzi e Santanchè e siano rimasti fuori alcuni che hanno invece, nell’ultimo Parlamento, sono stati tra i pochi che hanno fatto un’efficace opposizione a Berlusconi, rendendo possibile il cambiamento di cui oggi siamo testimoni.
Gianfranco Fini, l’uomo che per primo ha osato spaccare un partito di uomini adoranti, di deputati per lo più gregari incapaci persino di pensarsi senza Berlusconi, come si è visto durante il periodo in cui si pensava di fare le primarie (che poi, incredibilmente, sono state cancellate).
È stato Fini ad aver rotto il silenzio, ad aver gridato “basta con questo scempio”, ad aver tentato di riportare in agenda i temi giusti, non solo le leggi ad personam, a cercare, insomma, di rappresentare quella destra normale che è sempre mancata al paese.
Il suo progetto è fallito, forse per fragilità e debolezza. Non ha giovato la casa di Montecarlo, la questione del cognato e molte altre cose sui cui avrebbe dovuto essere più accorto. Eppure vederlo fuori mi dispiace, davvero.
Antonio Di Pietro: un uomo passionale e cocciuto, che pur con il suo linguaggio e i suoi modi per i lunghi anni del potere berlusconiano lo ha contrastato in tutti modi, denunciando ogni inciucio, intervenendo su ogni tentativo di strappare la democrazia. Di Pietro è stato un vero cane da guardia, molto più, certo volte, dei giornali che dovrebbero svolgere questa funzione e sicuramente molto più di un partito democratico afono e debole.
Così debole che Berlusconi è caduto non per motivi per politici, ma a causa dello spread .
Fa impressione vedere come un partito che ha svolto una funzione importante, l’Italia dei valori, arrivato anche all’8-10 per cento, si sia polverizzato in un attimo.
E fa molto onore a Di Pietro il fatto che si sia dimesso anche dalla presidenza del partito.
Come nel caso di Fini, è stato letale per lui farsi coinvolgere, meno di altri, ma comunque troppo, nel familismo amorale, o comunque non troppo morale, nella tentazione di includere la sua famiglia in politica.
Ma gli è stato fatale soprattutto non aver scelto i suoi uomini bene, aver pescato dove non avrebbe dovuto: invece di mettere donne e giovani, il, suo partito era per lo più composto da quegli uomini anziani in grisaglia e con scarsa cultura: bastava conoscerli per capire che le cose non sarebbero andate bene.
Peccato per Di Pietro, però.
Nessun familismo amorale per Giulia Bongiorno, una che la famiglia se l’è fatta fuori da ogni canone, con coraggio, da sola, con un figlio quando era già oltre i quaranta fatto da sola e una carriera professionale costruita con una grinta e un’intelligenza fuori misura.
Giulia Bongiorno presidente della Commissione Giustizia ha fatto più contro le leggi ad personam di Berlusconi di tutta l’opposizione messa insieme.
È stata un baluardo di legalità , si è sempre attenuta a ciò in cui davvero crede: il valore delle regole, anzi di più, delle leggi e dei valori che incarnano.
Contro ogni tentativo di distruggere lo stato di diritto.
Anche lei è fuori dal Senato, oltre ad aver perso la sua battaglia come candidata presidente della Regione Lazio.
Tre storie politiche di persone che hanno avuto il coraggio di cambiare e di lottare e sono rimaste fuori, mentre il caso ha premiato altri inetti e spesso gregari.
Succede spesso anche nella nostra vita: che una scelta di rottura, di anticonformismo spesso non abbia quel riconoscimento che uno si aspetterebbe, mentre chi vive da succube resta protetto.
Un po’ è così: cambiare significa rischiare, e rischiando si può anche fallire.
Ma tutto sommato credo che la lettura da fare in questi casi sia un’altra.
Non parlerei nè di fallimento nè di insuccesso.
Perchè il grado di successo non sempre si misura con parametri sociali, comunque non con criteri formali — avere uno scranno, scaldare una poltrona.
Il successo di scelte coraggiose si misura soprattutto rispetto a se stessi.
Chi ha la forza di cambiare sa di aver fatto la cosa giusta, che non avrebbe potuto fare altrimenti, e nel cambiare le cose cambia anche se stesso e il mondo intorno a sè.
E questo è tantissimo.
Grazie a Gianfranco Fini, Antonio Di Pietro e Giulia Bongiorno, se oggi un sistema è saltato, pur con tutte le conseguenze drammatiche, è anche merito vostro.
Come spesso accade nella vita, chi ha il coraggio di rischiare e cambiare non sempre ha il successo che si meriterebbe, mentre i gregari restano ben protetti.
Ma il successo non si misura con uno scranno da scaldare, ma con il guardarsi indietro e vedere che quella scelta di rottura di ha cambiati e ha cambiato tutto il mondo intorno a noi.
Il fatto di essere qui oggi è anche merito loro.
Elisabetta Ambrosi
(da Vanity Fair.it)
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Marzo 2nd, 2013 Riccardo Fucile
FUORI DAL PARLAMENTO, FINI RINVIA OGNI DECISIONE INVECE DI DIMETTERSI SUBITO, INSIEME A TUTTI I VERTICI DEL PARTITO
Il “dopo esito elettorale” in Futuro e Libertà pare caratterizzato da due aspetti: il silenzio dei
vertici che si sono limitati a un breve comunicato del presidente Fini in cui ogni decisione viene rinviata a un confronto con i suoi principali collaboratori e il dibattito in atto tra i militanti, allargato a coloro che avevano da tempo abbandonato Fli in dissenso vuoi per la conduzione organizzativa, vuoi per la linea politica.
Sono pochi i parlamentari uscenti che hanno espresso un’opinione ufficiale sul futuro del partito e si intuisce ovviamente che i punti di vista sono diversi: se la speranza di vedersi confermati in parlamento aveva fatto da tappo a tante perplessità , ora emergono le stesse critiche che avevano portato all’allontamento di tanti iscritti nell’ultimo anno.
Peraltro, se certe prese di posizione fossero state espresse nelle sedi opportune dai parlamentari a tempo debito, forse avrebbero fatto cambiare il corso degli eventi.
O forse no, vista l’impermeabilità dei vertici a cambiare metodi di gestione e linea politica.
A fronte della debacle elettorale, nessuno ci ha messo ancora la faccia con una qualsiasi argomentazione e conseguente decisione.
Con la consueta sincerità , dopo aver seguito il dibattito interno tra gli iscritti, riteniamo che l’esperienza di Fli debba ritenersi conclusa.
Restano validi i principi di Bastia Umbra, ma la classe dirigente si è dimostrata inadeguata.
Ci saremmo aspettati almeno lo stesso doveroso atto che hanno compiuto altrove Ferrero e Diliberto, ovvero le immediate dimissioni e la convocazione di un’assemblea degli iscritti, aperta a tutti coloro che sono stati emaginati nel tempo, alla ricerca di una nuova classe dirigente.
Ce lo saremmo aspettato dai principali responsabili della disfatta: Fini, Bocchino e relativa corte.
Ce lo saremmo aspettato il giorno dopo lo spoglio elettorale.
Così non è stato e così non sarà .
Ma il problema non è solo questo: ci sono anche tra i militanti di base troppe idee diverse sulla linea politica e manca una personalità credibile per rappresentare un’alternativa.
Ereditare un partito comporta intanto averne il titolo notarile e questo già non è.
Comporta non essere attaccabile su temi “sensibili” da parte della stampa berlusconiana e anche qua non è facile.
Necessita un’immagine pubblica credibile che in Fli attualmente vediamo solo in due donne, ma con controindicazioni .
Occorrono poi tante altre cose, compresa una politica a basso costo per evidenti ragioni di badget e una organizzazione territoriale affidata a referenti politicamente preparati, non al primo che bussa alla porta vantando amicizie e interessi.
Mantenere in vita Fli con le stesse persone che non ne hanno azzeccata una o che hanno fatto più danni della grandine non avrebbe senso.
Stessa cosa dare spazio a giovani raccomandati che hanno dimostrato di avere più difetti di chi li raccomanda.
Non parliamo poi di fondazioni o associazioni da reduci solo per mantenere visibilità in attesa di riciclarsi.
L’affermazione dei Cinquestelle ha cambiato la politica, chi non se n’è accorto in tempo si ritiri e non illuda più nessuno.
I tempi decisionali sono sempre più ristretti, i leader si bruciano prima, la politica o è movimentista e mediatica o non è, il nuovo diventa vecchio in pochi anni se non ci si rinnova velocemente.
Ecco perchè quei valori di destra moderna, eredità di Bastia, vanno veicolati in un nuovo contenitore con poche ma efficaci linee guida, una struttura agile, un supporto web adeguato e presenza politica territoriale aperta alla discussione e al contributo di tutti.
Una ventata di novità , facce nuove, cultura politica, scelta movimentista e slogan efficaci: il mix per chi vuole ricominciare a crederci.
E una linea autonoma, senza ricerca di alleanze: alleati solo col popolo italiano.
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Febbraio 28th, 2013 Riccardo Fucile
LE URNE HANNO ELIMINATO LUI E IL SUO PARTITO, MA NON MOLLA… INTANTO PRESIEDERA’ DI DIRITTO LA FONDAZIONE DELLA CAMERA
Tra gli illustri perdenti che sono stati tagliati fuori dal parlamento ce n’è uno che spicca: Gianfranco Fini.
Il leader di Futuro e libertà si è scontrato contro numeri della prima prova nazionale che lo hanno condannato all’irrilevanza.
FLI, ZERO SEGGI.
Infatti il misero 0,46% di preferenze si traduce in zero seggi per Fli. È quindi andata delusa anche l’ultima chance nella ripartizione dei seggi per il miglior perdente della coalizione Scelta civica.
Il premio di consolazione è infatti andato a Pier Ferdinando Casini.
LE PROFEZIE SBAGLIATE.
Il leader futurista, però, era convinto che sarebbe andata diversamente.
Addirittura aveva azzardato previsioni grandiose per la coalizione Monti: «Può avvicinarsi al 20%, se non andare oltre».
Invece Scelta civica si è fermata alla metà , superando per un miracolo la soglia del 10% alla Camera.
LA DEFEZIONE DI RAISI.
E immediatamente si sono registrate già le prime defezioni.
Enzo Raisi, coordinatore dell’ Emilia Romagna si è dimesso a seguito della dèbà¢cle elettorale.
«Il risultato è stato pessimo e come tutti i capi mi ritengo responsabile», ha detto.
Per il finiano si tratta di un abbandono totale: «Ho fatto politica da quando avevo 14 anni. Queste sono state le mie ultime elezioni».
Fini però non molla.
“Nei prossimi giorni — ha dichiarato — con le amiche e con gli amici di Futuro e Libertà , che ringrazio comunque per il loro lavoro, valuteremo come dar vita ad una nuova stagione di impegno culturale e politico per consentire ad una generazione più giovane di continuare in prima persona a lavorare per una Italia migliore”.
Insomma le passeggiate al parco possono attendere.
Dopo otto legislature, Fini non potrà però festeggiare il personale record trentennale come parlamentare.
C’è da dire che sarà in buoan compagnia. Con lui restano a casa i fedelissimi Italo Bocchino, Fabio Granata, Chiara Moroni e Flavia Perina.
E non è andata meglio a quelli che avevano trovato un posto nella lista unica del Senato di Monti.
Eppure nel destino dell’ex leader di An non è previsto un ritiro dorato a Montecarlo, come molti maligni suggeriscono.
Neppure una sistemazione temporanea e meno chic al parco, in compagnia delle figlie Carolina e Martina.
Archiviato lo scandalo dell’appartamento monegasco della contessa Colleoni affittato dal fratello della sua compagna Elisabetta Tulliani, Fini resterà a Roma.
IL BUEN RETIRO ALLA FONDAZIONE.
Ma non sarà a lungo un disoccupato eccellente. Se non altro perchè sarà di diritto il nuovo presidente della Fondazione della Camera.
Anche se non si sa fino a quando, visto che l’ente è in via di scioglimento.
La Fondazione era stata creata da Pier Ferdinando Casini nel 2002 e da allora occupa gli ex presidenti di Montecitorio che non si annoiano e continuano a respirare l’aria di Palazzo.
Lo scopo ufficiale è «realizzare una più ampia conoscenza e divulgazione dell’attività della Camera, di promuoverne l’immagine, di favorire e sviluppare il rapporto tra i cittadini e l’istituzione».
Il tutto per il modico costo di 600 mila euro l’anno.
TAGLI SUI BENEFIT.
Nei vari tagli che hanno colpito il parlamento negli ultimi mesi, questa Fondazione non è stata risparmiata.
Quindi sono cambiati i benefit di cui possono godere gli ex presidenti della Camera. Dal 2023 non saranno più a vita ma si estingueranno dopo «10 anni dalla data di cessazione dalla carica di presidente».
Lo scorso ottobre, poi, ne è stata decisa la chiusura.
Fino a quando sarà attiva, però, Fini potrà avere a disposizione uffici, segretari e auto di servizio.
Il tutto nella comoda sede di Palazzo Theodoli-Bianchelli, giusto accanto alla Camera dei deputati.
Marianna Venturini
(da “Lettera43“)
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Febbraio 26th, 2013 Riccardo Fucile
SE OGGI BERLUSCONI NON E’ PIU’ PREMIER LO SI DEVE ALLA CORAGGIOSA PATTUGLIA DI FUTURO E LIBERTA’… E DA PARTE DI CHI NON E’ MAI STATO UN SUO FAN E’ GIUSTO IN QUESTO MOMENTO DISTINGUERSI DALLA MUTA DI SCIACALLI E DI INGRATI
C’è chi a destra a Gianfranco Fini deve molto, in termini di affermazione politica e di carriera personale.
Alla sua corte di “miracolati” hanno in passato messo radici personaggi di bassa cucina, ducetti di periferia, colonnelli che amavano guidare le truppe dalle retrovie, ma sempre pronti ad appuntarsi medaglie in caso di vittoria.
Venti anni di militanza nel Msi non sono pochi, tanti congressi combattuti o scontati, mai una volta che ho votato per te o per la tua mozione.
Sono al di sopra di ogni sospetto.
Dall’altra parte, dalla tua parte, ho visto passare una pletora di caporali di giornata: quelli che oggi gioiscono per la tua mancata rielezione in Parlamento.
Personaggi senza dignità e pudore che hai allevato e promosso, pensando che potessero costituire il ricambio generazionale della destra italiana.
Piccoli uomini che dopo aver ricevuto immeritate gratificazioni e prebende oggi fanno a gara a conquistare la prima fila degli aspiranti boia, tuonando volgarità dalle cucine dove pulivano fino a ieri le stoviglie.
Sono coloro che, anche grazie ai tuoi silenzi, hanno portato la destra italiana allo sfascio, che parlano di etica e coltivano solo clientele, che recitano a memoria valori che non applicano mai, che invocano criteri di meritocrazia purchè non si applichino a loro.
Sono quei cortigiani che per troppi anni ti sei tenuto accanto pensando che fossero sinceri, che hai difeso anche qundo erano indifendibili, sacrificando realtà locali a vantaggio dei capibastone.
Fino all’esperienza di Futuro e Libertà , il partito “diverso” che tale non hai saputo rendere, demandando a personaggi sbagliati e atti al compromesso incarichi che avrebbero dovuto essere affidati solo in base al tanto decantato merito.
Fino a disamorarti di questa creatura, a impostare una campagna elettorale spenta, quasi per dovere, in attesa di una rendita minimale che invece non è arrivata.
E’ mancato l’atto di coraggio di fare un passo indietro al momento giusto, subito dopo l’esito della votazione sulla fiducia al governo Berlusconi, affidando il partito ad altri e sottraendolo e sottraendoti alla quotidiana macchina del fango.
Troppi errori seriali, troppa incorenza tra principi enunciati e prassi politica per essere politicamente assolto.
Ma anche un gesto che non si può dimenticare: quel dito alzato contro l’arroganza del potere, contro chi si crede ingiudicabile, contro chi ha reso l’Italia la barzelletta del mondo, contro chi impedisce da venti anni che anche il nostro Paese possa avere una destra moderna, sociale e legalitaria.
Un gesto che rimarrà d’esempio alle giovani generazioni, perchè a destra non devono esistere servi e padroni, principi e sudditi, ma solo una grande comunità umana di persone oneste e pensanti.
Molti oggi dimenticano che senza quel tuo gesto Berlusconi sarebbe ancora ben saldo al suo posto di esecutore testamentario della destra italiana.
Hai pagato, tra tanti tuoi errori, anche quell’atto di coraggio e di dignità .
Che ha impedito, tra l’altro, vale la pena ricordarlo, assassini di profughi inermi e immunità speciali di fronte alla giustizia.
Oggi si chiude un ciclo, anche tuo personale, ma una vera destra sociale non potrà dimenticare e prescindere dal significato di quel dito alzato contro l’arroganza del potere.
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Febbraio 26th, 2013 Riccardo Fucile
I RIPESCAGGI SALVANO LA RUSSA E MELONI, TABACCI E DONADI
È lunghissima la fila degli esclusi dal Parlamento. 
Innanzitutto il presidente della Camera uscente, Gianfranco Fini, che si era presentato con il Fli che è molto lontano dalla soglia minima del 2%, necessaria ad ottenere dei seggi per i partiti facenti parte di una coalizione: a spoglio praticamente concluso ha ottenuto lo 0,46%, con circa 160.000 voti.
Non sarà possibile il recupero come miglior perdente sotto alla soglia di sbarramento perchè nello stesso raggruppamento l’Udc ha ottenuto per la Camera solo l’1,78% .
A far compagnia a Fini anche Italo Bocchino e Giulia Bongiorno.
Fuori anche Francesco Storace (La Destra) e soprattutto Raffaele Lombardo (Movimento per le Autonomie)
I «RIPESCAGGI» –
In attesa della conferma del repàªchage, però, rimangono lontani dal Parlamento, tra gli altri, i capolista Paola Binetti, Lorenzo Cesa , Rocco Buttiglione e l’ex ministro dell’agricoltura Mario Catania, oltre a Giuseppe De Mita , Ferdinando Adornato e Marco Calgaro.
Usufruiscono della clausola del «miglior perdente» anche i Fratelli d’Italia (1,95%, terzo partito della coalizione), quindi Giorgia Meloni e Ignazio La Russa rientrano: in Lazio il partito è al 2,59, oltre la soglia.
Idem, nel centrosinistra, per il Centro Democratico, in termini numerici l’ago della bilancia con lo 0,49% (oltre 167 mila voti, più del divario con il centrodestra): beneficiano degli ultimi sei seggi Bruno Tabacci e Massimo Donadi.
ESCLUSI –
Fuori, invece, La Destra, il Mir di Gianpiero Samorì e Gianfranco Miccichè del Grande Sud (che però trova l’exploit al Senato di Gianni Bilardi, eletto in Calabria).
Fuori dai giochi anche Rivoluzione Civile di Antonio Ingroia, che presentandosi da sola doveva alla Camera doveva raggiunge il 4% ma si è fermata al 2,24%: esclusi, quindi, oltre allo stesso Ingroia, Antonio Di Pietro, l’ex grillino Giovanni Favia e Ilaria Cucchi.
Non entra in Parlamento nemmeno la Lista amnistia, giustizia e libertà : restano fuori Giacinto Pannella ed Emma Bonino.
IL SENATO SALVA CASINI E TREMONTI –
Passando al Senato, si salva nell’Udc Pierferdinando Casini, capolista in ben 5 regioni con Scelta Civica: il gruppo montiano infatti raccoglie 18 seggi.
In ben 5 regioni il raggruppamento che fa capo al presidente del Consiglio uscente non supera lo sbarramento dell’8%: in Lazio, in Abruzzo, in Calabria, in Sicilia e in Sardegna (dove il «trombato» eccellente è il giornalista Mario Sechi).
Si salva anche Giulio Tremonti, capolista quasi ovunque con la Lega (che passa solo in Piemonte, Lombardia, Trentino Alto Adige e Veneto).
Sel entra in Senato soltanto in due regioni superando il 4% necessario ai partiti facenti parte di coalizioni, Puglia in casa di Vendola e in Basilicata, ma fa parte della coalizione vincitrice solo nella seconda di queste regioni.
Tra i candidati esclusi, in Toscana fuori l’ex allenatore Renzo Ulivieri.
CONCIA E RAZZI –
Non entra in Senato la candidata del Pd Anna Paola Concia: la coalizione di centrosinistra riesce a far eleggere soltanto Stefania Pezzopane.
Concia, su Twitter, si è sfogata con due messaggi amari: «Entra Razzi non io… Mi dispiace per gli abruzzesi», e «Gli abruzzesi hanno preferito Razzi a me… Questa è la democrazia e la volontà del popolo», riferendosi ad Antonio Razzi, quarto in lista per il Pdl, l’ex Idv che raccontava di meritarsi il voto avendo organizzato tornei di tennis.
IL CASO GIANNINO –
Fuori da entrambe le Camere, dopo il clamoroso autogol di Oscar Giannino, i candidati di Fare per fermare il Declino.
In cinque giorni le liste del nuovo presidente Silvia Enrico hanno perso ogni possibilità . Fare, al Senato, si è fermato allo 0,9% e all’1,12 alla Camera.
(da “il Corriere della Sera”)
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Febbraio 23rd, 2013 Riccardo Fucile
ALLA FINE LA COALIZIONE RAGGIUNGERA’ LA STESSA PERCENTUALE INTORNO AL 14% CHE AVEVANO RAGGIUNTO INSIEME FLI-UDC-RUTELLI UN PAIO D’ANNI FA NEL PERIODO MIGLIORE
Partiamo dal “dito alzato” di Fini di ormai un paio di anni or sono.
Se un paziente lettore andasse a rileggersi i sondaggi di quel periodo e sommasse le percentuali accreditate allora a quello che pareva delinearsi come “Terzo polo” (alternativo a centrodestra e centrosinistra, ma non per definizione “di centro”) constaterebbe che la somma di Futuro e Libertà , Udc e Api sfiorava il 14%.
Quel patrimonio è stato dissipato in soli due anni per una serie di ragioni: Fli ha perso la propria identità originaria per strada e ha pagato a caro prezzo l’aver affidato l’organizzazione del partito a persone non all’altezza, l’Udc si è sacrificata sull’altare dell’appoggio a Monti “senza se e senza ma”, Rutelli ha tolto addirittura il disturbo.
L’irrompere sullo scenario politico di Scelta civica di Monti, invece di costituire un valore aggiunto di almeno il 5%, come previsto da molti politologi, si è rivelato un fallimento.
Perchè ha solo eroso consensi ai partiti alleati, cannibalizzando i voti di quella area, ma senza aggiungerne uno.
Quali gli errori?
La coalizione avrebbe dovuto avere almeno altre due gambe per essere credibile: ovvero “Fermare il declino” e un movimento di ex Pdl che potesse fare da richiamo a quell’area in fase di disfacimento.
Questi due partiti avrebbero realisticamente apportato insieme un altro 5%, invece non sono stati voluti da qualcuno nel timore di perdere la scialuppa di salvataggio del miglior resto, diciamolo chiaramente.
Poi un grosso errore strategico: Fini e Casini sostengono, con minore credibilità , il 100% delle tesi di Monti e l’elettore a quel punto vota l’originale e non la copia, per dirla alla Ganfranco.
I tre partiti avrebbero invece dovuto coprire tre spazi distinti: Monti l’anima liberal riformista, Casini la componente cattolica (magari aprendo al gruppo di Fioroni e alla Cisl), Fini la destra sociale attenta ai bisogni dei ceti più deboli.
Operando ogni tanto gli opportuni distinguo e smarcamenti tattici da Monti.
In tal modo avrebbero conservato buona parte del proprio elettorato.
Altro errore, definirsi “di centro”: bastava dirsi “alternativi al bipolarismo di Bersani e Berlusconi”, vedi Grillo che prenderà i voti di tanti moderati sì, ma anche incazzati, sia di destra che di sinistra.
L’appiattimento sulla politica dei tecnici ha ridotti ai minimi termini sia Udc che Fli, più intenti a calcoli elettoralistici per salvare poltrone che a prendere iniziative politiche autonome.
Se a ciò si unisce la capacità del Pd, mettendo in campo Renzi, di risultare credibile all’elettorato liberal in libera uscita dal Pdl e l’estremo tentativo del Cavaliere di recuperare qualche briciola con le sue promesse per i gonzi, si capisce perchè il Centro andrà a sbattere.
Anche per aver venduto il prodotto nel peggiore dei modi: come un “Centro” appunto verso il quale l’elettorale non sente attrazione e tanto meno bisogno e non come un cantiere di di idee riformiste coraggiose e trasversali.
Un partito liberale in Italia, tanto per capirci, non ha mai raggiunto percentuali a due cifre e mai le otterrà .
Con il risultato che la coalizione potrà anche risultare determinante al Senato (e non è detto) ma solo con la prospettiva di conservare qualche poltrona di governo, non certo di incidere sul futuro del Paese.
Se dopo due anni, con l’apporto ulteriore di Monti e la regia di Montezemolo, questo rassemblemant non raggiungesse neanche la somma dei voti accreditati a suo tempo al Terzo polo di Fini, Casini e Rutelli, qualcuno dovrebbe trarne le logiche conseguenza.
Tanto rumore per nulla, verrebbe da commentare.
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Febbraio 18th, 2013 Riccardo Fucile
CHE STRANO: SUL “CORRIERE” SI PARLA DI 50 PERSONE AD ASCOLTARE FINI, MA NON SI DICE QUANTI ERANO LO STESSO GIORNO DALLA MELONI E DA ALFANO
Facciamo una premessa: questa nota non è finalizzata a dimostrare alcuna tesi precostituita atta a
difendere o attaccare qualcuno.
Quando lo facciamo usiamo argomenti politici e ci mettiamo la faccia in prima persona.
Tutto nasce da una nostra cuoriosità : stamane il “Corriere della Sera” ha pubblicato l’articolo qua a lato dal titolo “Sala vuota ad Agrigento. Flop per l’incontro con Fini (e lui ci resta male)”.
Ovviamente gli ambienti Pdl si sono sentiti realizzati nel far girare la notizia.
Poco dopo arriva una precisazione di Fabio Granata: “l’articoletto vergognoso, ispirato da un solerte fotografo della città di Alfano che ritrae la sala di Agrigento un’ ora prima l’inizio della manifestazione,e pubblicato dal Corriere rappresenta l’ennesimo patetico tentativo di sminuire Fli.”.
Da esperti notiamo due particolari: la foto ha un taglio “ad escludendum”, va cioè lateralmente e non in profondità e Fini, più che contrariato per le poche presenze in sala, sembra più intento a leggere un sms.
A questo punto ci procuriamo, grazie alla testata locale AgrigentoOggi.it che ringraziamo, una trentina di foto della manifestazione: ne pubblichiamo due che ampliano la sala in profondità e la coprono per due terzi in larghezza.
Risultato: i presenti erano almeno 120 e non “poco meno di 50”.
Non ci interessa se siano pochi o tanti, non entriamo nel merito, ma quasi tre volte quelli dichiarati sul Corriere.
Ma andiamo a vedere un altro partito, dato vicino al 2%, quante persone ha portato in sala ad ascoltare la loro leader.
Eh si, perchè lo stesso giorno ad Agrigento c’era anche Giorgia Meloni, con analoga mobilitazione dei militanti di Fratelli d’Italia.
Valutate voi la sala nella quarta foto: eppure non è uscito un articolo su un “flop della Meloni”, chissà come mai.
Dimenticavamo: lo stesso giorno ha parlato ad Agrigento anche Angelino Alfano, ma non in piazza, bensì al Grand Hotel dei
Templi.
Considerando che è la sua città , come mai non ha scelto di parlare nella piazza principale davanti a migliaia di concittadini festanti, ma si è rinchiuso in una sala d’hotel capace di contenere al massimo 300 persone?
Tutte domande che giriamo al Corriere certi che la par condicio del tarocco in futuro sarà rispettata sia in casi di Fli-p che in quelli di Flop.
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Febbraio 18th, 2013 Riccardo Fucile
PICCOLO SPAZIO PUBBLICITA’ IN VIA D’AMELIO
In via D’Amelio, stasera, l’unico lembo autentico di memoria è l’albero, adornato con messaggi e ricordini
dei viaggiatori.
Disegni stesi da una mano di bambino, visi di ragazze in scatti depositati sulle radici come ex voto, fazzoletti di boy scout ad avvolgere il silenzio di fondo che dal diciannove luglio del ’92 non si è mai spento.
In quel silenzio, dopo l’esplosione, rimasero arsi e congelati il giudice Paolo Borsellino e gli agenti della sua scorta: Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina, Claudio Traina.
L’alberello accanto al portone che il giudice non riuscì mai ad attraversare, mentre si accendeva una sigaretta, li protegge.
Il resto è marketing.
E’ marketing politico il breve comizio — Fabio Granata la definisce addirittura un’orazione civile — che Gianfranco Fini ha scelto di tenere in uno dei santuari del rispetto trasversale per la legalità .
Così via D’Amelio dovrebbe essere nelle buone intenzioni di tutti. Ma non lo è mai.
E non lo è, perchè svela la cicatrice di un furto continuato.
Paolo Borsellino e Giovanni Falcone subiscono un saccheggio, da destra e da sinistra, pressochè quotidiano.
I ladri sono le maschere del potere che strappano, piegano e umiliano per mera propaganda un bottino di esempi e di amore verso le istituzioni che i due magistrati nutrirono fino all’ultimo senza ricevere nulla in cambio.
Marketing politico e partitico.
Hanno un resistente e affannato argomentare i colonnelli di Fli, uniti in falange accanto al ritornello che abbiamo ascoltato in questi giorni: non ci saranno bandiere di partito, solo il tricolore.
Vero, però la scenografia è tipicamente da comizio.
Il tricolore, appunto. La musica del ‘Signore degli anelli’, patrimonio acustico della destra dura e pura. Un paio di bimbi con cartelli inneggianti a ‘Libertà e Futuro’.
Il mimetismo non riesce. Gianfranco Fini è qui per rivendicare, come capo di Fli, un legame esclusivo e identitario con l’insegnamento di Paolo Borsellino, più volte citato nei suoi passaggi celebri.
Un capolavoro di retorica in copia conforme. L’ennesimo atto di invasione di campo che ha uno scopo predefinito: dichiarare la preminenza del marchio, mettere il cappello sopra “un posto dell’anima” (sintesi di Fabio Granata) conservato gelosamente nel cuore dei siciliani di buona volontà .
Non è però la consueta retorica dei diciannove luglio, su cui noi cronisti abbiamo versato ettolitri di cattiva coscienza, scrivendo pezzi che titillavano l’enfasi, non spiegando niente.
E’ la campagna elettorale del 17 febbraio, a sette giorni dall’ora del giudizio.
E’ il riflesso di paura di una formazione che ha paura di non vedere tornare i conti.
E’ il gigantesco terrore, la strizza di chi detiene le leve del comando e sa che presto sarà costretto a cederle.
Allora rimane una strada disperata: aggrapparsi ai vettori d’emozione e d’impatto — via D’Amelio, Capaci, le mamme, gli arcobaleni di un esagitato Bersani vociante in Lombardia, gli occhiali fiduciosi di Monti, la corte dei miracoli di Berlusconi —, tentare la presa di un salvagente che ritardi l’inevitabile annegamento.
Marketing. Infatti c’è pure la scuola di ballo che si presenta con lo striscione, il numero di telefono e le specialità della casa. Dal liscio all’hip hop.
Domanda ai ragazzi che reggono la reclame: perchè siete qui.
Risposta: per Paolo Borsellino. Per chi altrimenti?
Con la pubblicità che muove al sorriso, visto che si mostra innocente nella sua mostruosa evidenza. Almeno non finge.
Non si tenta di sviare il discorso. Sì, piccolo spazio pubblicità . In via D’Amelio.
L’orazione civile del presidente della Camera è stanca.
Fini è ancora uno dei migliori oratori parlamentari della vicenda repubblicana. Tuttavia, stavolta, l’eloquio è chiaro, eppure gelido.
La gestualità non coinvolge. Lo sguardo non incalza.
E’ un passaggio fulmineo dalla “terra che sarà bellissima, quando saprà liberarsi dai condizionamenti” ad altri motti di scuola.
Non manca la campana del “per battere la mafia, si garantisca il lavoro”.
Siamo nello specchio senza alibi. Nell’epicentro della nostra vecchia politica terremotata.
Così, mentre Gianfranco e Fabio se ne vanno, tra scorta e flash, non c’è che l’alberello per recuperare un sorso di dolcezza.
Non c’è che ripercorrere la strada di Paolo, Emanuela, Agostino, Vincenzo, Walter e Claudio.
Dalle macchine al portone. Senza ritorno.
Non c’è che mormorare una preghiera per il fantasma di una sigaretta.
Roberto Puglisi
(da “Sicilia Live“)
FINI IN VIA D’AMELIO: “LA LEGALITA’ DEVE ESSERE UNA PRATICA QUOTIDIANA”
«La legalità dev’essere un valore condiviso da tutti, una pratica quotidiana». Lo ha detto il presidente della Camera Gianfranco Fini sul palco montato in via Mariano d’Amelio, a Palermo, dove il 19 luglio ’92 avvenne la strage che uccise il procuratore aggiunto Paolo Borsellino e 5 poliziotti della scorta, in una manifestazione «non elettorale ma politica» è stato detto per ricordare i valori incarnati da Borsellino. Prima di giungere in via D’Amelio Fini si è recato dalla vedova del magistrato, Agnese, e dal figlio Manfredi, per «rendere loro omaggio».
«Per battere la mafia – ha detto Fini – dobbiamo garantire lavoro».
Con lui vi erano anche gli esponenti di Fli Carmelo Briguglio, Fabio Granata, Nino Lo Presti, Alessandro Aricò, e Tina Montinaro vedova di un agente di polizia morto nella strage di Capaci.
Nella strada non vi erano bandiere di partito o manifesti elettorali ma solo bandiere col tricolore.
Il vice coordinatore di Fli, Fabio Granata, ha detto: «Siamo in via D’Amelio con Fini e la nostra comunità militante non per un comizio ma per rinnovare un giuramento e l’impegno solenne per la costruzione di una forza politica legalitaria e radicalmente antimafiosa, distante anni luce dal berlusconismo e dai suoi maggiordomi».
«Una forza che parli di patria, coesione sociale e unità nazionale: i valori per i quali siamo nati nel luglio del 2010 in via D’Amelio e sui quali molti hanno perso per sempre il diritto alla parola. Per tenere alta la bandiera di Paolo Borsellino», ha concluso Granata.
(da “Il Giornale di Sicilia“)
Il commento del ns. direttore
Sono tra coloro che ritengono che i “buoni maestri” vadano ricordati nella prassi politica di ogni giorno, possibilmente anche nello stile di vita personale.
Non amo le commemorazioni “obbligate” e i riti di chi, a sinistra come a destra, a distanza di decenni, porta ancora in processione icone a cui genuflettersi.
Se qualcosa Paolo Borsellino ha insegnato a tutti gli italiani è la coerenza fino al sacrificio, la sobrietà e la dignità di chi serve lo Stato oltre ogni compromesso.
Le polemiche sulla manifestazione di Fli in via Amelio a pochi giorni dal voto, con una parte dei familiari che tirava la coperta da un parte, i vertici di Fli dall’altra, al centro un’altra parte silente, penso che Paolo non le avrebbe apprezzate.
Proprio perchè nel manifesto di Fli delle origini è forte il richiamo alla legalità , non ritengo fosse necessario marcare il territorio proprio in campagna elettorale, atteggiamento semmai più tipico di quelle parti politiche che amano speculare sulle vittime della criminalità organizzata in prossimità del voto.
Chi “semina legalità ” non ha bisogno di organizzare la mietitura, il raccolto viene da sè se il percorso è stato lineare.
In politica conta anche lo stile che viene percepito dagli elettori più di quanto possano immaginare tanti aspiranti parlamentari, “stile di vita” in cui Paolo fu maestro.
Come conta la coerenza tra principi e prassi politica.
Ha ragione Fini quando afferma che “la legalità deve essere un valore condiviso, una prassi quotidiana”.
Chi crede in questi valori dovrebbe applicarli in primis nelle scelte politiche quotidiane del partito di cui fa parte, poco importante se segretario, dirigente o semplice militante.
Non ci sembra che nell’appoggiare in passato tante leggi ad personam il percorso politico di molti sia andato in questo senso: a titolo personale chiunque avrebbe potuto dissociarsi.
Magari gli sarebbe costata la riconferma in Parlamento, ma chi si richiama a Paolo e al suo sacrificio estremo, come può fermarsi di fronte a una piccola rinuncia personale?
Se Paolo si è opposto alla trattativa Stato-mafia, dettando la sua condanna a morte, altri avrebbero potuto impedire leggi vergognose rinunciando (forse) semplicemente a un seggio.
Ma giustamente si può anche sbagliare nella vita, soprattutto quando si sta all’interno di una alleanza.
Meno giustificabile quando si crea un partito ex novo, non un “nuovo partito”, ma un “partito nuovo”, come sottolineò giustamente Fini a Bastia Umbra, un partito fondato (anche) sulla legalità .
Ma è evidente che per poter parlare di legalità all’esterno, occorre in primis dimostrare di saper applicare l’etica politica all’interno del proprio mondo, senza compromessi.
Se questo fosse stato fatto, oggi Fli non sarebbe ridotto a quello che è.
Se in tante regioni non fossero stati fatti allontanare i dirigenti migliori per dare spazio a intrallazzoni, se di fronte a personaggi equivoci si fosse seguito l’insegnamento di Paolo, ovvero di accompagnarli alla porta, se si fossero “dati esempi” invece che “silenzi omertosi”, oggi Fli avrebbe quella credibilità che ha invece perso per strada.
E la credibilità non si riacquista con i pellegrinaggi e gli ex voto.
Occorrevano fatti e decisioni nette e coraggiose, troppi “ultimi tram” sono stati fatti passare con leggerezza.
Il mondo cambia, ma qualcuno non se n’è accorto.
Ed è rimasto solo alla fermata.
argomento: Fini, Futuro e Libertà, Giustizia | Commenta »