Settembre 25th, 2012 Riccardo Fucile
IL SEGRETARIO GIOVANILE MARINIELLO CHIEDE CHE ANCHE FINI SI SOTTOPONGA ALLA CONSULTAZIONE DIRETTA: MAI VISTO UN DIPENDENTE CONCORRERE CON IL SUO DATORE DI LAVORO… SE NON SI FACESSERO, PUO’ SEMPRE PARTECIPARE A QUELLE DEL PD E VOTARE RENZI, IL NULLA FATTO PERSONA, CON CUI HA SICURAMENTE MAGGIORE ASSONANZA
Il dibattito sulle primarie agita anche il (defunto) Terzo polo. 
Mentre Fini e Casini preparano un listone comune con cui presentarsi alle prossime elezioni, i sopravvissuti di Generazione futuro, l’organizzazione giovanile di Fli, chiedono con insistenza ai vecchi leader di sottoporsi alla consultazione diretta con la base per scegliere il candidato premier.
“Per dare il buon esempio cominceremo noi, con delle primarie aperte, all’americana, per eleggere il nuovo coordinatore giovanile”, spiega Gianmario Mariniello, fedelissimo di Italo Bocchino, a capo del movimento under 30 dal 2010.
“Io a febbraio compirò 31 anni e non chiederò nessuna proroga (ma se insistono, magari si sacrifica e rimane…n.d.r.). Non ho mai sopportato chi fa il leader dei giovani fino a 36-37 anni, magari aggrappandosi a questa carica per avere un posto al sole nelle elezioni politiche” (in effetti basta anche solo avere un posto da dipendente a 3.000 euro al mese… n.d.r.)
Però le politiche ci saranno tra pochi mesi e nè Fini nè tantomeno Casini sembrano intenzionati a rimettersi in discussione.
Ecco perchè i giovani dirigenti del partito provano “disinteressatamente” a smuovere le acque.
Come a dire: nessuno è il capo per diritto divino.
“Noi intanto saremo l’unica organizzazione giovanile d’Italia a scegliere i propri quadri con questo strumento”, dice Mariniello.
Non dice la location, ma il pianerottolo di casa sua potrebbe essere sufficiente.
Ma al di là delle rivendicazioni di parte, l’obiettivo dichiarato è che la consultazione aperta tra i giovani apra il solco per quelle dei “senior”, “e che magari sia guardata con interesse anche dal Pdl, perchè il metodo migliore per fare nascere una classe dirigente rinnovata è una competizione aperta. Poi certo, se vincono i Fiorito, allora vuol dire che gli italiani se lo meritano”.
Infatti lui non ha mai mosso un dito quando sono stati nominati personaggi discutibili alle segreterie regionali di Fli, purchè compagni di merenda di Bocchino.
Poi Mariniello si sforza e cerca di parlare anche di politica: “Renzi è diventato Renzi non solo perchè è un amministratore in gamba, ma anche perchè ha un contesto in cui mettersi in gioco e misurare le proprie ambizioni”.
Da queste parti il sindaco di Firenze riscuote parecchio successo. “A me Renzi piace molto, anche se per ovvi motivi non lo voterò. Mia madre invece lo sosterrà alle primarie, e non viene certo dalla tradizione comunista”.
Una volta i giovani di destra avevano vari ma solidi riferimenti culturali, ora sappiamo che il modello di riferimento è Renzi, il nulla fatto persona.
Per i giovani finiani, lo sfidante di Bersani, udite udite, “rappresenta l’unica novità di una classe politica giunta al capolinea. Piace anche a tanti delusi del centrodestra e di Berlusconi”
“Fini ha fatto tanto, ma sa che c’è bisogno di energie fresche (solo energie, non cervello… n:d.r.), sia nel nostro partito che nel centrodestra del futuro. È ovvio che qualsiasi rifondazione passa da facce nuove”.
Una a caso? Fate voi .
Tutto chiaro?
In attesa della convocazione condominiale, vi consigliamo un bel sospiro “generazionale”.
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
VINCE FINI: DOPO GLI SCANDALI E LE POLEMICHE, I DEPUTATI TENTANO LA VIA DELLA TRASPARENZA…IL CONTROLLO TERZO SUI BILANCI PASSA ALL’UNANIMITA’
Nessun controllo esterno sui bilanci dei gruppi parlamentari. Ma era ieri.
Dopo le polemiche oggi la Camera, come del resto aveva auspicato il presidente Gianfranco Fini, ha votato all’unanimità perchè ci sia una verifica esterna.
I bilanci dei gruppi della Camera quindi saranno sottoposti al controllo di società di revisione esterne come stabilito dalla giunta per il Regolamento di Montecitorio.
Nel corso della riunione, a quanto si è appreso, si è deciso di approvare il testo dei relatori Gianclaudio Bressa (Pd) e Antonio Leone (Pdl) e integrarlo con il principio della verifica dei bilanci dei gruppi tramite una società esterna.
La riunione della giunta è stata sospesa dopo circa un’ora e aggiornata alle 15.30 per redigere il nuovo testo integrato del regolamento.
In ambienti parlamentari si parla dell’ipotesi di individuare un’unica società esterna che sarebbe scelta dall’ufficio di presidenza della Camera attraverso attraverso una gara.
”Ho apprezzato molto questa nuova posizione di trasparenza che ha intrapreso il presidente Fini. Penso però – afferma il deputato del Pdl, Guido Crosetto – che il percorso verso la trasparenza passi non attraverso la certificazione dei bilanci dei gruppi, ma attraverso una cosa più seria: la pubblicazione su internet di tutte le spese anche della stessa Camera e dei gruppi. Così magari tutti i cittadini e gli stessi parlamentari, ai quali oggi non è consentito, potranno verificare singolarmente ogni spesa effettuata con denaro pubblico”.
Ma sul provvedimento votato non tutti erano d’accordo: “Sono nettamente contrario. Per quale motivo dobbiamo farci controllare dall’esterno?” diceva questa mattina il senatore del Pdl, Altero Matteoli.
“Noi dobbiamo dimostrare di saperci controllare da soli, senza bisogno di metterci nelle mani degli altri. Non facciamo demagogia. Fini sbaglia a dire che ci devono controllare gli altri. Dobbiamo controllare da soli e dimostrare alla pubblica opinione che i soldi che percepiamo per il funzionamento della politica sono spesi bene e proprio per questo fine”.
Diciamo un Matteoli in versione umoristica
La Lega, partito stravolto dallo scandalo sui fondi usati dalla famiglia Bossi, invece avrebbe voluto andare anche oltre la verifica esterna.
Non basterebbe un controllo puramente contabile dei bilanci dei gruppi parlamentari da parte di una società di certificazione esterna, ma servirebbe anche un “codice di principi con le spese ammissibili” redatto dalla Corte dei Conti secondo il capogruppo del Carroccio, Giampaolo Dozzo.
Domanda spontanea: perchè non hanno pensato prima?
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Settembre 19th, 2012 Riccardo Fucile
MENTRE DILAGANO GLI SCANDALI DAL LAZIO ALLA LOMBARDIA, LA MAGGIORANZA ALLA CAMERA AFFOSSA LE CERTIFICAZIONI INDIPENDENTI SUI BILANCI DEI GRUPPI…MEGLIO TENERLI SEGRETI
Non è bastato Lusi. E men che meno Belsito e Fiorito. 
Gli scandali percorrono la casta senza soluzione di continuità . E la casta risponde. Blindandosi ancora. Attraverso il rifiuto di controlli esterni sull’uso dei fondi pubblici destinati proprio ai partiti.
Per l’ennesima volta un provvedimento che tenta di sollevare il velo di opacità sui bilanci dei gruppi parlamentari viene respinto da chi dovrebbe diventare oggetto del controllo; sempre i partiti.
Così, proprio mentre Mario Monti, dopo il caso Fiorito e su sollecitazione del Quirinale, studia un decreto per mettere un freno all’uso improprio dei fondi pubblici destinati alle forze politiche, arriva dalla Camera la prima doccia fredda: non ci sarà alcuna società di certificazione a sorvegliare i bilanci dei gruppi parlamentari di Montecitorio.
Bocciata, dunque, la proposta fatta da Gianfranco Fini di ottenere maggiore trasparenza — e disincentivare le violazioni — mettendo nelle mani di un unico soggetto terzo la certificazione dei bilanci.
I partiti, così, si “autocontrolleranno” attraverso un organismo, interno alla Camera, che sarà chiamato a visionare annualmente i rendiconti e di cui faranno parte sempre parlamentari dei vari gruppi. Pd, l’Udc, Idv e Lega sostengono che faranno comunque rivedere il bilancio da una società esterna, ma a questo punto tutto resta, in pratica, come prima: controllori e controllati verranno incarnati dai medesimi soggetti, i partiti.
Il presidente della Camera, promotore dell’iniziativa, non si è dato per vinto. E ieri, in conclusione di un acceso dibattito d’aula, si è augurato che la Giunta (che si riunisce oggi) torni alle origini approvando il primo testo esaminato, quando si parlava appunto di certificazioni esterne, ma sembra una speranza destinata a rimanere delusa. La stessa giunta, infatti, mercoledì scorso ha dovuto constatare che l’orientamento dei gruppi andava in direzione del tutto opposta ai desiderata di Fini in nome dell’autogiurisdizione degli organi costituzionali.
Che è un problema non facile da superare, ma con la volontà politica di tutti i partiti si potrebbe fare e oggi si vedrà se la pressione di Fini avrà sortito al suo scopo.
Le speranze, tuttavia, sono poche.
Nel nuovo regolamento, che dovrebbe essere varato, si esplicita anche una questione che dovrebbe essere ovvia, ossia che i fondi non possono essere usati per scopi privati o estranei all’attività parlamentare, ma dopo gli scandali, la sottolineatura di questo aspetto non appare affatto una ridondanza.
Per il resto, tutto potrebbe restare ancora una volta come prima. I risultati sono noti.
E il segnale è comunque pessimo.
L’ennesimo sul fronte casta, registrato come molto negativo anche a Palazzo Chigi. Dove Monti sta appunto studiando un provvedimento (forse anche un decreto) per dare un “segnale forte” contro la dilagante pratica dell’uso illecito del pubblico denaro.
Il premier, infatti, non è rimasto affatto impermeabile al caso Fiorito, anche se un’indignazione più forte della sua Monti l’ha sentita dal Quirinale.
Di lì la scelta di varare rapidamente una misura per far capire che il governo non sta a guardare e che, soprattutto, non chiude un occhio davanti agli scandali per non essere coinvolto.
Nelle corde di Napolitano c’è da tempo una particolare sensibilità legata al rischio che gli scandali e le inchieste sulla corruzione della classe politica (e, ovviamente, non solo) possano alimentare “la tendenza al voto populista” (identificato per lo più nella figura di Grillo piuttosto che in quella del Cavaliere).
Ecco, dunque, che subito dopo il colloquio con Napolitano, il premier ha chiesto un impegno ai partiti della maggioranza (“Abc”) per trovare un”intesa, innanzitutto tra le forze parlamentari, sulla destinazione dei rimborsi elettorali.
E i partiti, a quanto si è appreso, si sono riservati di dare una risposta a breve, ma è indubbio che il percorso di Monti è in salita.
La determinazione del premier, però, è nota.
E in questo caso, il suo punto di riferimento resta il ‘rapporto Amato’. Oltre ad una ulteriore possibile riduzione dei fondi, sul tavolo c’è la questione del controllo delle risorse e l’eventualità che ci sia un organismo di controllo che certifichi le spese.
Cioè che sia certificato ogni capitolo di spesa, dai volantini ai filmati, dagli opuscoli alle manifestazioni elettorali.
Dove non c’è l’autodeterminazione alla legalità , dunque, potrebbe arrivare il governo. Il tutto potrebbe essere già pronto per il consiglio dei ministri di venerdì, ma molto dipenderà anche dall’eventuale escalation in Regione Lazio.
La Polverini, d’altra parte, ha già pronta una bella candidatura nelle file dell’Udc (che lei nega) e potrebbe non voler resistere a lungo alle spallate della giustizia sulla Pisana.
E anche per avere lumi a riguardo, Monti attende la determinazione della sua maggioranza.
Sara Nicoli
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Settembre 12th, 2012 Riccardo Fucile
UN SEGRETARIO REGIONALE CHE AFFIGGE MANIFESTI PERSONALI SENZA SIMBOLO DI PARTITO, CHI VA CON MUSUMECI E CHI CON CROCETTA… BRIGUGLIO E ARICO’ PARLANO DI LISTA UNICA CON LOMBARDO E MICCICHE’ MENTRE BOCCHINO DI LISTA DI PARTITO CON IL PROPRIO SIMBOLO
La Sicilia è sempre stata ritenuta dagli analisti di Palazzo un laboratorio politico per future
alleanze romane.
Ma che stesse diventando anche patria del pluralismo di Futuro e Libertà non era ancora cosa nota.
In effetti in questi giorni pare di assistere a un frenetico manifestarsi di fatti, dichiarazioni, prese di posizione, distacchi e attacchi da parte di esponenti locali di Fli, degni di un frullatore azionato al massimo della potenza.
Dove per una volta non assume rilevanza tanto “chi se ne va”, ma “i motivi addotti” per andarsene.
Tra i tanti, prendiamo quelli di un consigliere regionale e di un assessore uscente di Fli.
Il primo è Pippo Currenti, deputato regionale di Gallodoro, feudo elettorale del portavoce santateresino di Fli, Carmelo Briguglio.
La candidatura di Briguglio — in prima persona — alle regionali di ottobre ha definitivamente compromesso i fragili equilibri che lo legavano al dante causa di sempre.
Currenti che nell’ultima legislatura è stato eletto con quasi 12mila voti di preferenza ha visto insidiarsi, con la “discesa” in campo di Briguglio, il bottino che avrebbe dovuto garantire al deputato regionale da due legislature la riconferma.
In un comunicato stampa sostiene che a motivare le sue dimissioni siano state il tradimento delle “ragioni fondanti di Futuro e Libertà ”… “di chi tutela solo i propri interessi, con azioni contraddittorie e confuse che hanno sbandato il nostro elettorato e soprattutto di chi in buona fede voleva fondare una nuova destra e si ritrova invece a supportare di fatto una vecchia sinistra, con accordi sottobanco che tanto male fanno alla Sicilia”.
Insomma Currenti se ne va perchè Fli è troppo a sinistra, meglio approdare a Musumeci.
Il secondo è l’ex assessore regionale Sebastiano Di Betta che ha ritenuto invece la decisione della segreteria regionale di appoggiare Miccichè una scelta “assolutamente incomprensibile”.
Quindi che farà ?
“Sosterrò Crocetta, la Sicilia non può non voltare pagina e dunque non può non votare Crocetta. Il Pdl – commenta Di Betta – cui Miccichè è stato la massima espressione in Sicilia negli ultimi venti anni, ha già avuto modo di esprimersi e purtroppo il disastro in cui ci troviamo è sotto gli occhi di tutti. Nei prossimi giorni mi confronterò con il Segretario regionale dell’Udc, ed aderirò ufficialmente al partito di Casini”
Insomma, per Di Betta Fli è troppo di destra, meglio andarsene con Casini e Bersani.
Un po’ di confusione ideologica limitata a due politici uscenti in cerca di conferma?
Beh, passiamo ai vertici di Fli.
Parole di Italo Bocchino dopo la segreteria regionale: “Le elezioni siciliane sono centrali in questa fase perche’ faranno capire lo stato di salute dei grandi partiti e sara’ anche una verifica sul territorio (purtroppo…n.d.r.)”. “Il simbolo di Fli ci sara’ sicuramente alle elezioni, non c’e’ motivo per cui non debba esserci”.
Quindi lista di Fli con proprio simbolo, assicura Bocchino.
Ma che dice Briguglio al termine della stessa riunione?
“Saremo leali con Miccichè, ma serve una lista unica”. “L’invito a creare una lista unica nasce dalla “necessità — spiega Briguglio — di far parte di un’alleanza. Altrimenti, la pena sarebbe quella massima: l’irrilevanza”.
Insomma nessun problema a rinunciare al proprio simbolo,
L’opposto di quanto dichiarato da Bocchino che gli stava seduto accanto.
Avremo capito male?
Sentiamo un terzo soggetto dei presenti, il consigliere regionale uscente Aricò’: “Sono favorevole ad una lista unica con gli alleati purche’ sia garantita la nostra identita’ (leggi poltrone…n.d.r.) . Dobbiamo mettere in campo la nostra migliore classe dirigente in tutte le nove province, eleggere quanti piu’ deputati possibili ed essere determinanti nell’elezione del nostro candidato presidente”.
Quindi lista unica con tutti dentro e poi via alla battaglia delle preferenze, così si evita lo sbarramento del 5% e “la bella morte” temuta da Briguglio.
Ultimo particolare che lascia interdetti: per le strade di Messina campeggiano in gran quantità manifesti elettorali di un candidato senza alcun simbolo su uno sfondo blu acceso.
Che siano di un apolide ancora in cerca di un partito o di uno scappato di casa che i familiari vogliono ritrovare?
No, è il manifesto elettorale personale di Carmelo Briguglio, il segretario regionale e deputato di Futuro e Libertà , evidentemente in incognito.
Che sia incredibile che Briguglio preferisca non mettere il simbolo del proprio partito fa parte in fondo delle piccole miserie del laboratorio politico siciliano.
Avanti con Miccichè …
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Settembre 8th, 2012 Riccardo Fucile
C’ERA UNA VOLTA LA FESTA TRICOLORE ….SEMI-ABBANDONATO L’APPPUNTAMENTO STORICO DELLA DESTRA, ANCHE FINI RINUNCIA AL COMIZIO FINALE
La malinconia è anche nell’odore. Di letame.
Per carità , Mirabello è un piccolo paesino in campagna, questo è vero; la Festa Tricolore dei seguaci di Fli ha sempre avuto dei solidi legami con la terra, inutile negarlo.
Ma quando il futuro è nero, e il “colore” non indica vittoria, anche l’olfatto contribuisce a pennellare la situazione attuale di Gianfranco Fini e dei pochi adepti rimasti.
“La verità ?” sì, volentieri “è che della traversata del deserto immaginata nel 2010 dal presidente della Camera, rischia di salvarsi solo lui. Tutto il resto è finito, tutti gli altri sono politicamente scomparsi, o comunque in grossa crisi”, racconta un militante.
Altra storia nel 2010. Due anni fa l’attuale Presidente della Camera arrivava in provincia di Ferrara con l’aura dell’eroe, dell’uomo in grado di risvegliare l’orgoglio ferito da anni di berlusconismo.
Quindi banchetti improvvisati per accogliere magliette con sopra la sua effige warholiana e la scritta “che fai, mi cacci?”, spille, voglia di sottoscrizione, proclami dei vari Luca Bellotti o Ida Germontani che gridavano: “Siamo finalmente liberi” oppure “adesso quelli del Pdl vedranno cosa vuol dire fare politica seria, politica di destra”.
Eccome se l’hanno visto: pochi mesi, qualche fiducia, altrettanti abbocchi e tutti e due i parlamentari sono tornati sotto la benedizione di Cicchitto e company. “Altra era”, sorride amaro un secondo militante. Forse è vero.
Quella attuale, di era, racconta di Gianfranco Fini che ai suoi più stretti collaboratori ha manifestato la scarsa voglia di partecipare alla Festa, poche ore (in tutto quattro), nessun comizio ma un’intervista, qualche stretta di mano, altrettanti sorrisi, e via a casa.
Quest’anno, per lui, l’appuntamento è un altro: il 30 settembre ad Arezzo i fliniani hanno organizzato “I mille per l’Italia”, una sorta di assemblea costituente per abbracciare in maniera sempre più stretta la prospettiva di sciogliere Fli e proseguire verso un “raggio d’azione più ampio”.
Voti permettendo, la spiegazione semi-ufficiosa.
Vuol guardare sempre a Casini. Senza abbandonare quel che resta dell’Api, in attesa delle decisioni del Pd.
Esattamente ciò che un anno e mezzo fa ha portato alla rottura con l’ala destra, della destra, composta da Adolfo Urso e Andrea Ronchi, lesti a lasciare Fli, dopo aver capito qual era l’andazzo.
“Qui però il punto è un altro, quest’anno Mirabello nasce come forma di solidarietà per le popolazioni terremotate”, spiegano dalla Festa.
Di politica, poca. Per ammissione.
Tanto che dopo 31 anni dalla nascita, in molti ritenevano non ci fossero più le condizioni per andare avanti, nonostante la tenacia di chi l’ha voluta in un periodo, e in una zona, dove proclamarsi di destra era come bestemmiare in piazza San Pietro.
Altra era, appunto.
Alessandro Ferrucci
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 30th, 2012 Riccardo Fucile
PAROLE DURE CONTRO I MAGISTRATI, ATTACCO ALL’OMOSESSUALITA’ DI CROCETTA, NIENTE CODICE ETICO, COC(C)A CON BERLUSCONI: LE POSIZIONI DI MICCICHE’ SONO INCONCILIABILI CON IL MANIFESTO FUTURISTA DI BASTIA UMBRA
Per chi avesse avuto ancora dei dubbi sulla cazzata planetaria di Fini nel decidere di
“sparigliare” i giochi (per perderli meglio) nelle elezioni regionali siciliane che si terranno a ottobre, appoggiando, con Lombardo, il candidato Miccichè, sono arrivate le prime dichiarazioni dello stesso ex braccio destro di Dell’Utri.
Immaginate se a un leghista venisse comunicato che da via Bellerio è arrivato l’ordine di appoggiare un candidato che vuole il centralismo romano, l’immigrazione libera, il lavoro prima agli stranieri e che le tasse se le tenga tutte Roma.
Come minimo straccerebbero la tessera dopo aver proposto che i vertici siano sottoposti a un trattamento sanitario obbligatorio.
In Fli accade e nessuna presa di distanza avviene tra i deputati ormai in libera uscita, si incazza solo una buona fetta dei militanti sopravvissuti, quelli che in due anni hanno dovuto sopportare tutto e l’incontrario di tutto, compreso i Nan e il defenestramento di Angela Napoli, forse troppo anti-‘ngrangheta per rimanere al suo posto.
In 24 ore in Sicilia avviene il miracolo: si passa dalla difesa a oltranza dei magistrati dell’antimafia alla Ingroia da parte di Fabio Granata alle pesanti critiche ad essi rivolte da Miccichè, dalla richiesta di non presentare candidati con indagini a loro carico in corso di Granata al via libera per gli stessi da parte di Miccichè “perchè non bisogna esagerare, uno non è colpevole fino alla condanna definitiva”.
E ancora da una campagna elettorale su contenuti e programmi auspicata da Granata a battute da caserma di Miccichè sulla omosessualità mai nascosta del candidato Pd-Udc Crocetta.
Le battaglie della Perina e di Raisi contro l’omofobia cancellate in un attimo da un “aspirante” (nel senso che aspira) macho siculo”.
Ma Fini non aveva detto che l’operazione in Sicilia era per far perdere i berlusconiani?
Eccolo servito, Miccichè dichiara che ha sentito il Cavaliere (che gode sempre, ricambiato, della sua stima) e che cercherà di convincerlo a chiedere ai siciliani di votare per lui, in nome dei vecchi e recenti trascorsi forzisti e pidiellini.
Insomma Pdl come il Milan, con una squadra A (quelli di Alfano, Musumeci e gli ex An) e una B (con Miccichè, DellUtri e la vecchia guardia berlusconiana sull’isola).
Passata la commemorazione di Borsellino, insomma, la classe dirigente di Fli puo’ anche allearsi con chi è stato accusato di concorso esterno ad associazione mafiosa e chi di farsi portare cocaina in Parlamento.
Fini ha “consigliato” questa linea e ciò permetterà a qualche deputato siciliano, alle prossime politiche, grazie a questa intesa do ut des, di mantenere la propria poltrona.
Dimenticavo: la giustificazione che fanno intendere è che per far perdere Musumeci bisognava “sparigliare”, che Miccichè è sotto controllo e che se vincesse Crocetta poi ci sarebbe un accordo con lui.
Insomma per far vincere un candidato non si sta con lui, si sta con personaggi dubbi e contro altri ancora, sperando però che vinca il terzo.
Presentarsi da soli? Non sia mai detto che ci si faccia contare e che si rischi di finire sotto il quorum del 5% richiesto.
Alla fine, con un listone unico e il gioco delle preferenze, vedrete Miccichè e Lombardo che mazzo faranno ai candidati di Fli…
In fondo sono stati buttati a mare solo dei principi e dei valori di riferimento, che volete che sia.
Per i creduloni e gli interessati va bene cosi.
In alto i cuori.
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Agosto 29th, 2012 Riccardo Fucile
FAIDA INTERNA CONTRO MUSUMECI… CON L’EX FEDELISSIMO DI SILVIO AUTONOMISTI, GRANDE SUD E FINIANI
Alla fine nel centrodestra hanno prevalso odi personali e veti incrociati. 
Il tentativo di formare la vecchia coalizione è fallito, così l’ex centrodestra in Sicilia si presenterà alle elezioni di ottobre con due candidati: Gianfranco Miccichè e Nello Musumeci. Ma c’è chi non esclude ulteriori colpi di scena, come i malpancisti del Pdl che spingono per una candidatura interna. Sarebbe la terza.
Musumeci però mette le mani avanti: «Ieri sera ho sentito Alfano, mi ha confermato l’appoggio del Pdl»; nessun contatto invece con Berlusconi.
Nel centrosinistra il cantiere rimane aperto.
Anche qui i candidati sono due, Rosario Crocetta (Pd, Udc e Api) e Claudio Fava (Sel).
Idv deve ancora decidere, lo farà venerdì quando Di Pietro volerà a Palermo per chiudere la partita. «Mai comunque con l’Udc», giura il coordinatore dei dipietristi nell’isola, Fabio Giambrone, che sul pm Antonino Ingroia dice: «Sarebbe una candidatura autorevole».
Il magistrato allarga le braccia: «Io candidato alla Regione? Non mi risulta».
Pur nella confusione che regna nei partiti, il quadro delle alleanze comincia a delinearsi. L’accordo nel centrodestra, a cui in pochi per le verità avevano creduto, è saltato dopo otto giorni di febbrili trattative.
Riunioni, colloqui a Palermo, a Catania e a Roma non sono serviti, Musumeci così ha alzato bandiera bianca.
«Mi sono accorto di muovermi in un terreno minato, reso insidioso da veleni e lividi prodotti dalle vicende politiche degli ultimi anni. Ho riscontrato un tasso di odio inimmaginabile», spiega l’ex eurodeputato di An, che malgrado Grande Sud e autonomisti lo abbiano «mollato» dopo averne lodato la caratura politica, conferma la propria candidatura.
«Il mio progetto sicilianista rimane integro e incontaminato», chiarisce, rispondendo così a chi tra gli ex alleati gli imputa di avere dato troppo spazio al Pdl, snaturando gli accordi iniziali. «Credo che le ragioni siano diverse e riconducibili ad altri tavoli, ad altri palazzi», accusa Musumeci che fino all’ultimo ha mandato segnali di pace «all’amico Miccichè» (era stato proprio Miccichè a candidarlo), provando a ricucire.
Tutto inutile.
A poche ore dalla rottura, Miccichè ha riunito i suoi e dopo avere discusso con i dirigenti del Partito dei siciliani-ex Mpa, Mps e Fli che lo avevano invitato a candidarsi, ha sciolto la riserva: «Prendo atto della determinazione dei soggetti politici che mi hanno chiesto di guidare il progetto di autonomia politica della Sicilia e di rappresentanza piena dei suoi interessi territoriali: da questo momento il mio impegno sarà lto all’allargamento ulteriore della base politica, già molto forte, che mi sostiene».
A far saltare il banco ha contribuito Fli, contrario fin dall’inizio a Musumeci, con un pezzo del partito, guidato dal vice presidente Fabio Granata, pronto a convergere sull’ex comunista, Rosario Crocetta, candidato di Pd e Udc.
Anche Musumeci è convinto sul ruolo avuto da Fini. «Non voglio aprire polemiche, credo che il telefono della presidenza della Camera, in questi giorni, sia stato impegnato in lunghe conversazioni con Palermo e Catania e questo la dice lunga sul reale interesse nei confronti della Sicilia», attacca l’ex missino che incassa il consenso degli ex colleghi di partito da La Russa a Gasparri, da Alemanno a Urso.
Come viene ventilata l’ipotesi di un appoggio a Miccichè, anche la base dei militanti finiani va in ebollizione.
La pagina personale su Fb di Fabio Granata viene inondata di proteste: dopo quasi 24 ore di silenzio il deputato pubblica questo comunicato che conferma l’accordo.
“Ho avuto un lungo colloquio politico con Gianfranco Fini sulle regionali in Sicilia e su questa operazione tendente a “sparigliare”le carte del vecchio centro destra, sottraendogli il determinante peso elettorale degli autonomisti e di Grande Sud:alla fine non ho potuto che convenire sulla portata “tattica”della manovra
Ho pero’ fatto rilevare la mia contrarietà strategica alla stessa poichè ero, e resto, convinto che poteva essere Fli l’elemento di novità delle regionali.
Purtroppo ho dovuto convenire con Fini che questo era un disegno al quale mancavano due essenziali condizioni:il coraggio e la generosità di alcuni nostri dirigenti,ad iniziare dai deputati regionali uscenti.
Se uno il coraggio non lo possiede, non può darselo:con Micciche’ hanno recuperato serenità e qualche dirigente giovanile la parola,anche sulle agenzie..
Nei prossimi giorni troveremo comunque parole e azioni per rilanciare il patrimonio da voi rappresentato,quello della Nuova Destra legalitaria e repubblicana.
Patrimonio che nessuno potrà mai far tacere o indebolire.”
Da quel momento sono stati centinaia i commenti e gli interventi contro la scelta dei vertici romani.
Il commento del ns. direttore
LA POLITICA DI DON ABBONDIO
Fabio Granata nel suo comunicato richiama, a proposito dei consiglieri regionali siciliani uscenti di Fli, il passo manzoniano “se uno il coraggio non l’ha, non se lo può dare”.
Se l’ipotesi fosse vera, sarebbe uno dei rari casi in politica dove la linea di un partito non viene decisa dal segretario nazionale, ma da quattro consiglieri che antepongono i propri interessi a quelli della comunità umana cui nessuno li ha obbligati ad aderire.
La decisione finale di Fli dimostra che i Don Abbondio proliferano anche a Roma, non solo in Sicilia, e che di tempre alla fra Cristoforo ai vertici del partito non ve ne sono.
Fini non ne azzecca una da tempo e nella fattispecie non ha fatto che confermare questa teoria.
Fli è passato in poche settimane dalla candidatura di Fabio Granata al ventilato appoggio a Crocetta (portato da Pd e Udc) per finire per fare la ruota di scorta a un personaggio le cui amicizie e frequentazioni sono inconciliabili con i principi stessi di Fli.
Per molti, dietro la presentazione di Miccichè, c’è una strategia chiara: il Pdl in Sicilia è spaccato tra chi appoggia Alfano, alleato con gli ex An, e la vecchia guardia di Dell’Utri .
Problema risolto: i primi presentano Musumeci, i secondi appoggiano Miccichè, con facoltà successiva, in caso di vittoria, di ritrovarsi intorno al tavolo imbandito delle alleanze.
Altro che discontinuità , altro che “sparigliare” le carte, come sostiene Fini.
L’unica cosa che ha “scosso” è il sistema nervoso dei militanti di Fli, trovatisi sull’uscio di casa un ospite “irricevibile e impresentabile”.
Che senso ha parlare di Terzo Polo con l’Udc e poi collocarsi altrove solo per la paura fottuta di appoggiare un candidato del Pd (in questo caso pure credibile), perchè “una parte degli elettori non capirebbe”?
Che siete usciti a fare dal Pdl allora?
Poteva continuare a sopportare le “feste eleganti” e l’affogamento dei profughi, in nome della becero-destra che avete avallato per anni.
Che senso ha avere paura di presentarsi da soli con la candidatura di bandiera di un politico credibile come Granata?
Il timore di restare senza poltrone a Palazzo dei Normanni?
Magari vi avrebbe fatto anche bene, così si sarebbe fatta un po’ di quella pulizia che manca a Fli in tante parti d’Italia.
Per paura di andare da soli o di scegliere tra due candidati “puliti” come Crocetta e Musumeci, si è finiti per appoggiare la candidatura di un amico di Dell’Utri che riceveva spacciatori a Montecitorio.
Se questa è coerenza con il Manifesto dei valori di Fli, fate voi.
Ma è anche un’operazione pragmaticamente sbagliata: se vincerà Crocetta sarà un’occasione storica persa, mentre se vincerà Musumeci sarà in ogni caso la sconfitta per chi voleva “far perdere il Pdl”.
Fli poteva per una volta indossare i costumi da protagonista, ha scelto quelli della comparsa di terza fila.
Avanti con i don Abbondio…
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Agosto 27th, 2012 Riccardo Fucile
IN UNA INTERVISTA A “REPUBBLICA” IL PRESIDENTE DELLA CAMERA RAGIONA SU ALLEANZE, LEGGE ELETTORALE E PROSSIME ELEZIONI… “IO E CASINI I VERI MODERATI, FOSSE PER ME SAREI PER L’UNINOMINALE MAGGIORITARIO, VINCE CHI PRENDE PIU’ VOTI”
Terminata la pausa estiva è già tempo di guardare alle elezioni del 2013.
E nell’attesa della legge elettorale su cui sembra possibile un accordo il presidente della Camera Gianfranco Fini, leader di Futuro e Libertà , disegna la sua mappa politica.
Paragonando la politica del Pdl, di cui è stato fondatore insieme a Silvio Berlusconi, a quella di Beppe Grillo e del suo Movimento 5 Stelle e autodefinendo il suo partito insieme con l’Udc di Pierferdinando Casini “i veri moderati d’Italia”.
I veri moderati.
“Diciamo che in me e Casini c’è una comune consapevolezza di lavorare per dare una risposta a questi elettori che non sono di sinistra e non vogliono più votare per Berlusconi, o per un Alfano che continua a parlare di abolire l’Imu e imposta l’ennesima campagna da libro dei sogni”.
E spiega: “C’è una area vasta di elettori che ambirebbe a una rappresentanza diversa. Parlo di quel mondo che, sbagliando, definiamo moderato, che crede nella coesione nazionale, ha l’etica del dovere, dà importanza ai comportamenti pubblici e privati di chi lo rappresenta, tiene ai diritti della persona e condivide una certa idea di Europa. Sto parlando di una visione liberal-democratica, quella che in un bipolarismo sano, quale non abbiamo in Italia per colpa di Berlusconi, sarebbe la naturale alternativa alla sinistra socialdemocratica”.
Pdl, Grillo e l’antipolitica.
In un’intervista a ” la Repubblica” Fini ragiona: “Il prossimo governo sarà politico ma sul premier deciderà il Quirinale”, quindi elenca “le offerte del mercato politico italiano” senza dimenticare Grillo e Antonio Di Pietro e l’Itali dei Valori: “Sta crescendo un’area che si nutre di antipolitica, una vasta zona di risentimento antieuropeo, di fatto antidemocratico, che prende a pretesto la giusta lotta contro i privilegi e le caste“.
E, aggiunge, “una versione più soffice del medesimo sentimento antipolitico è quella rappresentata dal Pdl”, quella “che ha bisogno di nemici, che vive più di anatemi che di strategie. Ormai in quel partito c’è un antieuropeismo strisciante, un sentimento di disprezzo verso i lavoratori pubblici rappresentati in massa come fannulloni, un sentimento antilegalitario, contro le regole, contro i magistrati, contro le tasse, un sentimento anti-immigrati e contro tutte le minoranze che rivendicano parità nei diritti civili”.
Legge elettorale.
“Gli scogli sono ancora tutti lì, speriamo in un passo avanti questa settimana. Ma ricordo a tutti che, nel passaggio alla Camera, ci potranno essere voti segreti” riflette Fini, parlando del nodo della legge elettorale.
Alla domanda su collegi o preferenze il leader di Fli risponde: “Se fosse per me sarei per l’uninominale maggioritario. Vince chi prende più voti. Ma siccome temo che si vada verso un sistema come il Provincellum, con le sue distorisioni, allora meglio le preferenze. Con circoscrizioni piccole, il controllo dei costi affidato alla Corte dei conti e la decadenza per chi sfora il tetto di budget”.
Del resto secondo la terza carica dello Stato: “Il governo che uscirà dalle elezioni sarà un governo politico, altrimenti tra un pò qualcuno dirà che tanto vale non fare più le elezioni”.
Il prossimo esecutivo dovrà puntare “a più Europa”, proseguire “nel risanamento dei conti”, rispettare “il vincolo dell’articolo 81 della Costituzione”, dovrà essere un governo “che non strizzi l’occhio ai localismi ma difenda la coesione nazionale”. Quanto al premier “deciderà il Colle”, assicura, che aggiunge: “Se vogliamo uscire dalla logica del bipolarismo muscolare, se vogliamo lasciarci alle spalle la fase Berlusconi-Prodi, non possiamo partire dalla coda dobbiamo cercare prima un’alleanza di governo sui programmi e sui valori. Poi sarà il capo dello Stato a indicare il prescelto per palazzo Chigi: è evidente che conterà quello che diranno le delegazioni dei partiti al Quirinale”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 20th, 2012 Riccardo Fucile
PERCHà‰ STO CON FINI
In principio fu un gesto.
Un gesto di ribellione.
Scegliere di essere fascisti, così come prima avevamo scelto di identificarci con tutte le storie e le culture dei vinti.
Con le storie dei pellerossa, con quelle dei sudisti del generale Lee e dell’epopea di Via col vento, della Vandea e dei briganti Sanfedisti e delle insorgenze popolari e antigiacobine.
Fu una scelta di libertà .
In quegli anni ’60 quando il conformismo opprimente, americano, comunista e democristiano, sembrava non dovesse avere mai fine.
Poi fu Berkeley, i campus in rivolta e il maggio francese.
La fantasia al potere e chiedere l’impossibile.
La gioventù italiana, unita in un patto generazionale che scavalcava le antiche appartenenze, metteva a comune i sogni per correre incontro al futuro.
Come prima ci eravamo schierati a fianco dei nostri fratelli maggiori che a Salò avevano bruciato la loro giovinezza per un impeto di orgoglio, allora ci schierammo a fianco dei nostri coetanei per tentare l’assalto al cielo.
Poi il dramma di Valle Giulia, quando qualcuno, manganelli alla mano, assaltò e uccise i nostri sogni, chiudendo una stagione di speranza ed inaugurandone una di odi e di lutti.
E fu guerra civile.
Ma sopravvivemmo.
Sopravvivemmo agli antifascisti che negavano il nostro diritto ad esistere ed ai fascisti che avrebbero voluto imbalsamarci vivi.
Entrambi uniti dalla necessità di trovare un transfert, un nemico esterno immaginario che giustificasse e garantisse la loro esistenza.
Sopravvivemmo ad Almirante che aveva perfezionato la tecnica di imbalsamazione tramite ipnosi e incantamenti .
Sopravvivemmo a noi stessi che cercavamo nel confronto nuove identità che garantissero il permanere delle antiche.
La nostra Coltano era il recinto del ghetto entro cui eravamo rinchiusi, ma imparammo a guardare oltre il recinto e scoprimmo che il nemico era semplicemente l’altro da noi, da cui ci separavano le scelte ma cui spesso ci univa la comunanza dei sogni.
Ci rendemmo conto che era la sua diversità a garantire la nostra identità e che l’identità può esistere solo in senso plurale.
E soprattutto scoprimmo che quel recinto era sì un confine e linea di separazione, ma anche linea di contiguità e di incontro di due mondi diversi.
In quel ghetto, non solo metaforico, scoprimmo noi stessi e gli altri da noi, le diversità come ricchezza e il pluralismo come strumento necessario per la lettura del mondo.
E ci rendemmo conto che l’uscita dal tunnel del fascismo era lo stesso tunnel.
Percepimmo insomma che quel che rendeva unica quella storia era la sua straordinaria capacità di meticciarsi con altre storie e generare ancora storie differenti dall’una e dall’altra.
Capimmo che il nostro onore e la nostra fedeltà non potevano più essere il restare a fare la guardia alle rovine, ma abbandonarle per entrare nel mondo, per contaminarci e al tempo stesso contaminarlo, fecondandolo con la storia che avremmo saputo costruire.
E tra le rovine, dove il Maestro ci aveva lasciato, deponemmo la nostra inutile ed incapacitante weltanschaung per raccogliere quella intuizione del mondo che ci sarebbe da allora servita a cavalcare la tigre.
I valori cessarono di essere un limite e divennero strumento immateriale per affrontare il mondo, leggerlo, capirlo e trasformarlo.
Non avevamo direzioni su cui procedere sin quando non incontrammo i piccoli uomini che ci insegnarono ad orientarci nelle terre oscure e a cercare la montagna del Fato.
Conoscemmo Mordor, che si presentava con la faccia pacifica di un simpatico signore di mezz’età , che lusingava le nostre vanità e ci prometteva ricchezze e meraviglie solo che avessimo obbedito.
Siamo sopravvissuti a noi stessi e a quelli di noi che in presenza dell’anello hanno liberato il nazgul che era in loro.
E siamo sopravvissuti anche agli eserciti di orchetti che in nome dell’anello hanno tentato di negare la speranza.
La speranza in quel viaggio che è la vita anche di una comunità .
Che non è varcare il mare per giungere in prossimità delle colonne di Ercole e poi tornare ad Itaca.
Non ci sono Itache nel nostro destino di comunità ma nuove Roma da fondare con gli antichi valori e gli antichi dei.
E la consapevolezza che saranno diverse da come le abbiamo immaginate.
Siamo sopravvissuti anche a Fini che ci inchiodava a realtà già superate ed il cui superamento percepiva sempre troppo tardi.
Siamo sopravvissuti ai suoi strappi maldestri, frutto di un destrismo mal digerito che ha bisogno di nemici per nutrire la propria impotenza.
L’altro da se come nemico.
Prima i comunisti, poi gli omosessuali, poi i tossici, poi gli extracomunitari e poi infine i fascisti.
Il male assoluto.
Il nemico che diviene metafisico.
Ancora una volta il tunnel era la via d’uscita.
Entrare nel Pdl, percorrerlo sino in fondo e assumerlo come vaccino.
Noi eravamo con l’istinto già altrove e aspettavamo l’occasione per riprendere il viaggio.
Poi quel dito alzato.
Non sappiamo quanto coscientemente o meno.
Ma quel dito alzato è stato l’anello che torna a fondersi nel crogiolo del fuoco primigenio.
Cadono certezze e crollano fortezze inespugnabili.
Un senso di incredulità deforma in ghigno il sorriso sprezzante di principi e cortigiani dell’anello.
Si contano i sopravvissuti.
Lo straordinario è che tra i sopravvissuti c’è lo stesso Fini che, a forza di strappi, è riuscito nell’opera al nero, trasformando se stesso e le proprie incertezze in materiale solido.
Fini che si è liberato dal passato e da un agire fatto di reminescenze.
Ma che da quel passato riesce finalmente a cogliere gli aspetti più significativi, quali la capacità di guardare al futuro e quella di meticciare la propria storia per generarne una nuova.
La politica che torna ad essere avventura esistenziale dove i valori costituiscono i necessari strumenti di viaggio per riprendere il cammino ed offrire alla comunità la speranza di una nuova narrazione ed una utopia ragionevole.
Agostino Milani
argomento: Fini, Futuro e Libertà, radici e valori | 3 commenti presenti »