Destra di Popolo.net

“AVVERTIMENTO” AI GIUDICI: GOVERNO BATTUTO ALLA CAMERA, PASSA INUTILE EMENDAMENTO LEGHISTA PER LA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI MAGISTRATI

Giugno 11th, 2014 Riccardo Fucile

IL CINISMO GRILLINO INGUAIA CHI STA INDAGANDO SUL MALAFFARE, I CINQUESTELLE SI ASTENGONO E FANNO CAPIRE DA CHE PARTE STANNO

Nel segreto dell’urna gli onorevoli deputati di Montecitorio si prendono una piccola rivincita sui giudici, che dall’inchiesta Expo fino a quella sul Mose stanno mettendo in luce il malaffare che tocca in maniera importante anche il mondo della politica.
Arriva infatti la responsabilità  civile dei magistrati.
L’aula della Camera approva a voto segreto, con 187 sì e 180 no, l’emendamento in tal senso della Lega Nord alla legge Comunitaria.
Il Carroccio aveva chiesto il voto segreto sul suo emendamento, riferito all’articolo 26 della Comunitaria.
Il Movimento 5 Stelle si è astenuto, come alcuni deputati di Sel.
Governo e commissione avevano espresso parere contrario.
In base al testo approvato, proposto dal leghista Gianluca Pini, “chi ha subito un danno ingiusto per effetto di un comportamento, di un atto o di un provvedimento giudiziario posto in essere dal magistrato in violazione manifesta del diritto o con dolo o colpa grave nell’esercizio delle sue funzioni ovvero per diniego di giustizia può agire contro lo Stato e contro il soggetto riconosciuto colpevole per ottenere il risarcimento dei danni patrimoniali e anche di quelli non patrimoniali che dertivino da privazione della libertà  personale”.
Ettore Rosato del Pd, alla richiesta di convocazione del comitato dei Nove da parte di Fi, ha detto che “questo testo deve ancora passare al Senato dove verrà  modificato”.
Ma Forza Italia, come del resto la Lega, esulta: “È stata una votazione legittima”, ribatte Francesco Paolo Sisto.
E Jole Santelli aggiunge: “È importantissimo il voto di oggi sulla responsabilità  civile magistrati. L’Assemblea, a scrutinio segreto, espressione di libertà  e protetto dalla Costituzione, ha ribaltato totalmente la volontà  della maggioranza e del governo. Adesso prendano atto che la genuflessione e l’ipocrisia verso la corporazione dei magistrati non è nelle corde del Parlamento e dei cittadini italiani. Questa proposta è stata rivendicata da Fi, M5s e dalla Lega che l’ha presentata”.
“Per la gioia di Berlusconi” aggiunge su Twitter Riccardo Fraccaro (M5s), dimenticando che è proprio grazie ai Cinquestelle se qualcuno può gioire.
In una nota il capogruppo del Pd Roberto Speranza spiega che “si è trattato di un vero e proprio colpo di mano del centrodestra con la complicità  del M5s. In parlamento esistono proposte sulla responsabilità  civile dei magistrati e ritengo siano maturi i tempi affinchè la questione venga affrontata in modo serio e rigoroso. Penso sia oltremodo sbagliato trattare tale tema in modo frettoloso, attraverso un emendamento alla legge comunitaria”.
Fermo restando che la questione va regolata, oggi è andato in scena “un avvertimento” a chi sta indagando sul malaffare dell’Expo e del Mose.
E non a caso i Cinquestelle si sono schierati secondo gli ordini dall’alto non dalla parte di chi indaga…

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MOVIMENTO CINQUESTELLE: I CINQUE NODI NON RISOLTI

Giugno 9th, 2014 Riccardo Fucile

FORMAZIONE DELLA VOLONTA’ COLLETTIVA, PASSAGGIO DA MOVIMENTO A ISTITUZIONE, SUPERAMENTO DELLA DIMENSIONE CARISMATICA, IL “NE’ DESTRA NE’ SINISTRA”, “FORZA DI OPPOSIZIONE E DI GOVERNO”

La parabola del Movimento 5 Stelle è legata a un insieme di questioni che non riguardano solo questa forza politica, ma più in generale la politica contemporanea.
Le difficoltà  attuali del M5S derivano dalla mancata risoluzione di cinque nodi strutturali.
Il primo interessa la formazione della volontà  collettiva, cioè la capacità  di assumere decisioni conciliando orientamenti diversi.
Il Movimento ha veicolato un’«ideologia partecipazionista», basata sull’idea che la crisi della rappresentanza sia superabile annullando ogni mediazione politica e sociale.
Il modello organizzativo sperimentato finora consiste nel tentativo di superare le tensioni presenti in ogni processo decisionale con l’eliminazione dei luoghi di discussione e decisione collettiva.
Questa eliminazione è stata parzialmente compensata dalla costante chiamata degli attivisti a partecipare a sondaggi e votazioni online su questioni non strategiche per il M5S. Non può funzionare.
Ciò che è escluso da una parte ritorna, più forte e complesso, dall’altra.
Il Movimento è attraversato da continue tensioni tra la sua dimensione decisionistico-aziendalista, gli eletti e i gruppi locali.
Grillo e Casaleggio attribuiscono queste tensioni a nemici sempre più diffusi e pervasivi (la stampa, gli infiltrati, i troll, ecc.). La mancata tematizzazione delle difficoltà  oggettive legate alla decisione collettiva conduce sempre, necessariamente, al verticismo (e alla ricerca paranoica del nemico)
Il secondo problema riguarda il passaggio da movimento a istituzione.
Questa era la scommessa di questi mesi. Il M5S non ha saputo gestire la sua istituzionalizzazione. L’ha negata, simulando di essere «movimento» mentre si trasformava in partito.
Ha assegnato ai parlamentari una funzione meramente comunicativa, di «disvelatori» dei misfatti della casta e di veicolo del messaggio del Movimento.
Non ha permesso che svolgessero una funzione pienamente politica. Così, attualmente, il M5S non è nè un partito nè un movimento.
Il suo messaggio utopistico — i comuni cittadini si possono trasformare naturalmente e immediatamente in politici capaci — appare, dopo un anno di attività  parlamentare, incrinato.
Il terzo problema è il mancato superamento della dimensione carismatica e di quella «eccezionalistica», cioè l’apparire come novità  radicalmente estranea all’esistente.
Il carisma mediatico può inizialmente svolgere la funzione di facilitare l’unificazione di una galassia di soggetti privi di legami e di comunicare all’esterno un’immagine univoca, ma è in larga parte antitetico allo sviluppo e al radicamento sociale di una forza politica. Il M5S non riesce ad uscirne: da un lato, il suo consenso sarà  sempre legato al nome del suo fondatore; dall’altro, Grillo ha una capacità  di attrazione del consenso piuttosto limitata (è considerato inadatto al governo anche da una parte dei suoi elettori) e ostacola il pluralismo interno.
L’effetto novità , inoltre, si consuma velocemente.
Quarta questione: il «nè destra nè sinistra».
La politica non esiste senza distinzioni, divisioni e contrapposizioni. Non è possibile sostenere opzioni valoriali alternative tra loro, nè la società  è composta da indistinti «cittadini».
Le ideologie, inoltre, non sono finite. Sono in crisi le ideologie di sinistra, e questa crisi è dovuta principalmente a due sconfitte storiche: quella del comunismo e quella del movimento dei lavoratori.
Le ideologie di destra (liberismo, razzismo, nazionalismo, autoritarismo), al contrario, stanno benissimo. Come tutte le ideologie, tendono a presentarsi come discorso anti-ideologico, come descrizione oggettiva e realistica della realtà .
Se non si sceglie uno specifico campo di appartenenza valoriale, nel tempo si inclina fatalmente verso le ideologie dominanti, proprio perchè sono dotate di maggior forza e rispecchiano i rapporti di forza tra i gruppi sociali.
È ciò che sta accadendo al M5S, come dimostra il suo avvicinamento alla destra liberista e nazionalista dell’Ukip.
Quinta contraddizione. È molto difficile riuscire a presentarsi al contempo come forza di opposizione anti-sistemica e come forza di governo.
La conciliazione tra questi due poli può avvenire solo se una classe dirigente autorevole ha già  dimostrato di avere capacità  di governo (per esempio a livello locale), se ha e se ha diffuso efficacemente un programma politico che appaia capace di affrontare i principali problemi di un paese, se ha stretto alleanze strategiche con soggetti sociali centrali.
Il M5S non ha finora costruito queste tre condizioni. Infine, il sistema politico a cui la «forza antisistema» si oppone deve aver completamente esaurito la sue capacità  di ottenere consenso.
Questa condizione è stata momentaneamente aggirata dall’effetto-Renzi.
Queste cinque contraddizioni non riguardano solo il M5S.
Riguardano, in forme diverse, tutte le principali forze politiche attuali. In particolare, il Pd di Renzi.
Quest’ultimo si autorappresenta come antitesi alle forme consolidate della mediazione politica e sociale, ma deve costantemente mediare le proprie politiche con l’Ue e con gli attori economici che lo sostengono.
Ha inizialmente agito come una sorta di «movimento» di opposizione al ceto politico, ma è diventato istituzione e governo.
Si descrive come forza post-ideologica che supera la distinzione destra-sinistra, ma utilizza retoriche fortemente ideologizzate (competizione, decisionismo, ecc.).
La sua ascesa è interamente basata sul carisma mediatico, sulla novità  e sull’eccezionalità .
Le stesse contraddizioni del M5S potrebbero quindi nel tempo riguardare anche Renzi.
Il consenso al suo partito e al suo governo si basano su tre pilastri: il sostegno delle èlite economiche; il sostegno dei media; la capacità  di valorizzare i diffusi sentimenti antipolitici e la richiesta di rinnovamento.
Questi diversi elementi possono risultare difficili da conciliare.
La complessità  e i tempi della politica potrebbero minare una delle fonti più importanti dell’effetto-Renzi, la serie novità -velocità -rinnovamento.
In secondo luogo, le politiche economiche necessarie ad avere il consenso dei ceti medio-bassi non sono compatibili con i vincoli europei e con gli interessi delle èlite economiche. Se, però, non saranno almeno parzialmente realizzate, crescerà  il divario tra le speranze suscitate e l’azione di governo.
La durata della leadership renziana dipende anche da come riusciranno a organizzarsi i suoi avversari.
Il M5S potrebbe avere ancora un notevole spazio politico. Ma dovrebbe affrontare i cinque nodi di cui si è detto.
La reazione «fondamentalistica» alla sconfitta elettorale, invece, sembra condurlo nella direzione opposta.
Anche per questo, potrebbe crescere lo spazio della sinistra, soprattutto se sarà  capace di darsi un profilo riconoscibile e di non generare sfiducia, in chi le ha appena consentito di raggiungere il 4%, sulla sua capacità  di sostenere progetti di lungo periodo.

Loris Caruso

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QUI CINQUESTELLE, SI RIPARTE DA LIVORNO E CIVITAVECCHIA

Giugno 9th, 2014 Riccardo Fucile

I GRILLINI SI CONSOLANO CON I DUE NUOVI SINDACI, MA FALLISCE L’OPERAZIONE MODENA E VANNO MALE IN EMILIA ROMAGNA E LIGURIA

Si riparte dai porti italiani, Livorno e Civitavecchia. E si continua con gli ingegneri sindaco.
Non è il vinciamopoi promesso dopo il 20.1% delle elezioni europee. Ma è un piccolo sospiro di sollievo per il Movimento Cinque Stelle che porta a casa un altro capoluogo di provincia (Livorno), dopo Parma e Ragusa.
E si attesta in Lazio con Antonio Cozzolino, altro ingegnere informatico 37enne, che si va aggiungere alla schiera degli esperti informatici primi cittadini del Movimento. Nel porto del Lazio, l’esponente dei pentastellati ha ottenuto praticamente due terzi dei voti (66,57% contro il 33,43% del sindaco del Pd Pietro Tidei, fermo al 33,4% dei voti).
Ma è Livorno la vittoria che riesce a risollevare di più il Movimento che espugna una roccaforte rossa. Una vittoria, quella di Livorno che per certi versi ricorda quella di Federico Pizzarotti a Parma, quando ancora erano lontane le nuvole del dissenso con Grillo e Casaleggio.
E se il neo sindaco di Livorno Filippo Nogarin, ingegnere (aerospaziale questa volta) festeggia la vittoria con un «Mi sento emozionato, è una grande responsabilità  ce ne rendiamo conto, ma faremo molto bene. Domani andrò a prendere le chiavi dell’ufficio, anzi ci vuole un fabbro che c’è da cambiare una serratura», da Parma arriva la benedizione di Pizzarotti da Twitter (dopo la mancata partecipazione al comizio di Livorno per evitare dispiaceri a Grillo e Casaleggio): «Filippo Nogarin (M5S) è il nuovo sindaco di Livorno. Più siamo, e più saranno i risultati che porteremo avanti per il paese».
Parole che però non nascondono le difficoltà  di questi ultimi mesi e un rapporto con Milano e Genova sempre più teso, al limite della rottura.
I sindaci a Cinque Stelle insomma continuano la loro corsa mentre Grillo e Casaleggio tessono le trame delle alleanze a Bruxelles (entro fine mese gli attivisti dovrebbero votare con un referendum sul blog gli apparentamenti proposti dal guru e dal leader del M5S). E c’è chi scommette che è proprio da loro, dalla carica dei primi cittadini, “I guerrieri del ballottaggio” come li aveva chiamati Grillo sul blog”.
Poche le donne per il momento, solo Cinzia Ferri a Montelabbate. I sindaci a Cinque Stelle sono quasi tutti uomini e ingegneri.
Il profilo è molto simile: tra i 35 e i 45, per lo più esperti in informatica.
Difficile però non vedere anche l’altra faccia della medaglia, quella delle sconfitte a Modena, a Correggio (qui si pagano i contrasti e le frizioni interne che hanno lacerato i Cinque Stelle emiliani) e a Novi Ligure, tra la Liguria e l’Emilia Romagna, terre rosse da cui il Movimento Cinque Stelle è partito e nelle quali ha mosso i suoi primi passi.
Poi non si passa a Rubano, Fano, Piossasco, Rivoli, Bagheria, Certaldo e San Giuliano Terme.
Ma ora Grillo e Casaleggio guardano a destra, rivedono la strategia di comunicazione, strizzano l’occhio a Farage e si preoccupano di colmare il vuoto lasciato da Forza e Italia e dalla Lega.
Non importa se le origini sono lontane.

Marta Serafini
(da “il Corriere della Sera”)

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QUEI VIZIETTI DI NIGEL FARAGE CHE IMBARAZZANO BEPPE GRILLO

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

PREDICANO LA LOTTA ALL’EVASIONE, MA IN PATRIA IL LEADER DEL UKIP E I SUOI HANNO DOVUTO RISPONDERE DI RECENTE DI ALCUNE OPERAZIONI POCO CORRETTE …E ALL’EUROPARLAMENTO IL GRUPPO EDF HA SUBITO MOLTE DEFEZIONI

Mentre i grillini decideranno entro la fine del mese se aderire all’Edf, Nigel Farage deve affrontare nuove polemiche in Gran Bretagna.
Gli argomenti su cui si dibate sono la lotta all’evasione fiscale e l’immigrazione su cui il M5S dovrà  pur fare alcune attente riflessioni prima di chiudere definitivamente l’accordo.
Sul primo tema Nigel Farage è recidivo.
Già  lo scorso anno si scoprì che aveva aperto un fondo in un paradiso fiscale offshore, per aggirare il fisco e ridurre l’importo delle tasse da pagare. In quell’occasione si scusò con gli elettori: “Sono stato uno stupido, ma in fondo non sono ricco e non lo sarò mai”.
Pochi giorni or sono il leader dello Ukip ha ammesso di aver fatturato nel 2013, attraverso una società  di cui è proprietario, la Thorn in the Side Limited, tutti i cachet delle apparizioni televisive e degli eventi a cui era stato invitato.
Così facendo ha pagato al fisco solo il 20% delle 40mila sterline guadagnate anzichè il 40%.
Non male per chi in campagna elettorale si è battuto, a parole, contro l’evasione fiscale dei ricchi e delle aziende.
Non male per chi aveva attaccato il sindaco di Londra Livingston per aver fatto altrettanto: “Un’ipocrisia tipica della sinistra inglese”, aveva tuonato.
Ora sono i suoi colleghi alla Camera dei Deputati a urlargli contro. Primo fra tutti il Ministro del Tesoro: “E’ un pessimo esempio per i cittadini inglesi”.
E a poco sono valse le sue scuse – “un’ingenua distrazione, la legge me lo permette, in pratica è una forma legale di evasione” – quasi peggio del silenzio.
E se il giochetto gli ha portato un bel risparmio, 9 mila sterline al Fisco inglese contro le 20mila circa se avesse fatturato individualmente, la polemica monta a dovere.
E lui non fa nulla per spegnerla: “In fondo è legittimo se si riesce a non pagare più tasse del dovuto”.
Chi lo decida non è chiaro, ma Farage non si scompone.
Il che deve essere una caratteristica comune a molti dei membri dello Ukip.
E’ il caso anche dell’europarlamentare Nathan Gill, “smascherato” da un quotidiano gallese mentre ammette di impiegare nelle proprie aziende numerosi immigrati filippini e dell’est Europa, affollati in dormitori, a dispetto di una campagna elettorale fondata sul blocco immediato dell’immigrazione che ruberebbe il lavoro agli inglesi (“Stop Open Door, Enough’s Enough” recitava uno dei più popolari slogan dello Ukip).
Anche Gill, come il suo leader, non ha perso tempo a cadere dall’albero: “Ma noi non diciamo che bisogna bloccare l’immigrazione ma solo porvi un limite”. In realtà  non è così e per farsi un’idea basta leggere il programma elettorale.
Ma a seconda delle situazioni, per lo più personali, lo Ukip cambia versione facilmente.
Lo stesso Manifesto del partito, redatto nel 2010 sulla falsariga delle politiche liberiste thatcheriane, è oggi ripudiato da Farage (“Un centinaio di pagine di spazzatura che onestamente non l’ho mai letto”) e sostituito con un cocktail di politiche assistenzialiste e generiche promesse di riduzione delle tasse.
Nel frattempo il gruppo di Farage all’Europarlamento subisce continue emorragie di adesioni.
L’Europe of Freedom and Democracy, che nella precedente legislatura contava ben tredici nazioni e 25 europarlamentari ora si vede costretta a fare a meno del “Partito del Popolo Danese” e dei “I Finlandesi” che sono stati accolti due giorni fa nel Gruppo dei Conservatori e Riformisti.
Al momento l’EDF ha come membri certi solo lo UKIP e i fiamminghi dello Staatkundig Gereformeerde Partij. Mentre il Partija Tvarka ir Teisingumas (Lituania) e i nazionalisti slovacchi sono in trattativa per aderire all’Alleanza per la Libertà  di Marine Le Pen. La Lega Nord, ex membro dell’EDF nella precedente legislatura, aveva già  optato per la leader del Front National.
Così in poche ore Nigel Farage si trova con soli due partiti e una trattativa promettente con Beppe Grillo, nonostante le molte perplessità  dei neoletti grillini.
Un lavoro che potrebbe rivelarsi del tutto inutile a fronte dell’esigenza di trovare almeno altre quattro Nazioni per fare finalmente gruppo.
Pensieri e problemi, soprattutto per i grillini che si trovano davanti un alleato scomodo se non addirittura sconveniente.

Marzio Brusini
(da “L’Espresso“)

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BUFALA BROGLI ALLE ELEZIONI EUROPEE: I GRILLINI CASCANO NELLA NOTIZIA DI UN SITO SATIRICO

Giugno 6th, 2014 Riccardo Fucile

“200.000 SCHEDE ELETTORALI CON VOTO AI CINQUESTELLE RITROVATE NEI CASSONETTI”: IL CORRIERE DEL MATTINO BEFFA I GRILLINI CHE CI CREDONO E DIFFONDONO IL TAROCCO SUL WEB

La lotta ai canali d’informazione tradizionali può essere controproducente.
E’ il caso della bufala sui presunti brogli alle Elezioni europee, diffusa dal “Corriere del Mattino”, un sito che pubblica articoli “inventati”, come specificato nel disclaimer del giornale satirico.
Nell’articolo si parla di 200mila schede elettorali “crocettate M5S rinvenute in alcuni cassonetti appena fuori dalla provincia di Milano da parte delle autorità  preposte”. Non solo: l’Unione Europea avrebbe anche ordinato il riconteggio dei voti. Naturalmente si tratta di una notizia falsa, ma tantissimi grillini poco attenti diffondono l’articolo gridando allo scandalo sui social network
Dopo i sospetti espressi dal blog di Beppe Grillo all’indomani della consultazione elettorale, la teoria di un complotto ai danni del Movimento 5 Stelle diventa così sempre più condivisa sul web.
Il numero di persone che condividono l’articolo è notevole: “Brogli elettorali, è scandalo: trovate 200mila schede del M5S non conteggiate”.
“Ca..o, se c’era anche la mia mi arrabbio come una iena”, twitta un utente.
Un altro esprime preoccupazione: “Ci sono un sacco di persone che fanno dello spirito su questa vicenda, io sarei un tantino più serio e preoccupato”.
E poi: “Inizia la caccia a brogli elettorali. Lo scrivo da tempo, è successo, schede non conteggiate trovate nei cassonetti”; “Sarà  verò? Se sì, c’è da chiedersi in che cavolo di paese incivile ci troviamo”; “Evvai!, ai seggi i comunisti corrotti e paraculo sanno fare solo questo, mi fanno pena sono persone incapaci”.
C’è anche chi prova a segnalare la notizia ai parlamentari del Movimento 5 Stelle: “Angelo (Tofalo) guarda qui che cosa ho trovato, l’ho gridato dal primo giorno”.
La bufala è confezionata ad arte, e diventa virale sui social.
Molti utenti ironizzano però sulla vicenda: “Naturalmente i grillini stanno condividendo a manetta… credendoci”;
“Solo gente del M5S può credere agli articoli del Corriere del Mattino”.

(da “Huffingtonpost“)

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I VERDI SNOBBANO GRILLO: “NON SEI SINCERO”

Giugno 5th, 2014 Riccardo Fucile

GRILLO TEME, IN CASO DI VOTO CONTRARIO SUL WEB, DI RIMANERE ISOLATO E CONTATTA PERSINO I CONSERVATORI INGLESI

Dopo aver bastonato i Verdi per giorni, Beppe Grillo chiede ufficialmente un incontro agli ambientalisti europei.
La novità , però, è che gli ecologisti si accorgono del bluff e respingono al mittente la proposta: «Abbiamo dei dubbi, l’offerta di dialogo di Grillo è reale oppure una semplice copertura di una decisione ormai presa?».
Tutti hanno capito, insomma, che il Movimento viaggia spedito verso l’accordo con l’Ukip. E preferiscono non sprecare tempo.
Il patto con gli euroscettici britannici sarà  sancito dal voto degli attivisti il prossimo 12 giungo con un referendum on line.
La proposta di un faccia a faccia con i Verdi arriva di buon mattino sul blog.
Tocca a Messora, in un post, riferire di aver cercato un contatto con il leader no global e ambientalista Josè Bovè.
Per questo, a sera, recapita alla segretaria generale del gruppo verde Vula Tsetsi la richiesta formale di un incontro.
Nel frattempo, però, i grillini sondano anche i Conservatori inglesi guidati dai tories di David Cameron.
I Verdi, però, non ci stanno. Divisi al loro interno sul “caso Beppe”, fanno il punto in un’accesa riunione a Bruxelles.
La delegazione tedesca è contraria e minaccia strappi, mentre gli ecologisti francesi premono per un accordo.
Non a caso Bovè confida al Fatto quotidiano : «L’incontro si tenga in streaming». A sera, comunque, arriva il brusco stop.
In casa pentastellata, intanto, si prepara un’autentica rivoluzione. È ormai quasi certo il reset dello staff della comunicazione della Camera e l’annuncio dei nuovi responsabili.
Solo un faccia a faccia tra Nicola Biondo e Gianroberto Casaleggio, previsto già  oggi a Milano alla presenza dei capigruppo, può modificare i piani del quartier generale.
Al Senato, intanto, Claudio Messora lascia la poltrona di capo comunicazione, traslocando a Bruxelles per seguire i neo eletti.
Per i deputati, intanto, è il giorno dell’ennesima seduta di autocoscienza.
Disertato da mezzo gruppo parlamentare, il summit di Montecitorio segna l’ennesimo conflitto interno al Movimento.
I dissidenti storici, preso coraggio dopo lo shock elettorale, osano addirittura esplicitare il “problema Casaleggio”: «È lui che dipende da noi – chiedono all’unisono – o siamo noi che dipendiamo da lui per la comunicazione?».
La domanda sembra retorica. A un certo punto si affaccia pure Silvia Virgulti, la “tv coach” che criticò il cappellino di Casaleggio a In mezz’ora.
Non c’è Biondo, invece. Anche i moderati, esasperati da mesi di cerchio magico, mettono nero su bianco le proposte per cambiare radicalmente rotta.
«Smettiamola di salire sui tetti e di occupare i banchi del governo», si scaldano.
Lo scontro continua.

Tommaso Ciriaco

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I BROGLI E LA SCONFITTA “ILLOGICA”: IL DADAISMO CULTURALE DI GRILLO

Giugno 4th, 2014 Riccardo Fucile

PERDERE CI STA, PERDERE MALAMENTE ANCHE, MA PERDERE LA BATTAGLIA CON IL RIDICOLO E’ DURA

Saranno anche parole antiche “base” e “vertici”, “elettorato” e “leadership”, uh, che vecchiume, tutto annullato da quel divertente ritornello che “uno vale uno” e che dunque una cosa che dice la signora Pina al verduraio ha lo stesso peso di quella che dice un segretario di partito, un capogruppo alla Camera o un tecnico che studia seriamente un problema.
Bello, divertente e vagamente edificante nella sua squillante utopia.
Peccato che non sia vero. Punto.
Così se sui social media rimbalzano balzanissime riflessioni sul conteggio delle Europee, conti che non tornano, mele sommate a pere, deliri percentuali e calcoli lisergici, uno può dire: bè, si sa, è la ben nota prevalenza del cretino.
Caso di scuola, una signorina che, indignatissima e fuiribonda, argomentava su Twitter — derisa dall’universo mondo — che avendo votato il 60 per cento degli italiani, le cifre non tornavano (solo Pd, più M5S, più Forza Italia, fanno il 78 per cento e passa, com’è possibile?).
Grasse risate, e dovrebbe finire lì.
Un po’ diversa è la questione se su quella lunghezza d’onda si mette il leader indiscusso, il capo supremo, il “megafono”, cioè Beppe Grillo.
Perdere ci sta. Perdere malamente anche. Perdere oltre le aspettative pure. Ma perdere la battaglia col ridicolo sempre in agguato è dura assai.
Eppure. Probabilmente i brogli elettorali esistono in natura. Altrettanto probabilmente esistono casi storici ed esempi.
Ma si tratta di una faccenda molto grave, che andrebbe argomentata prove alla mano. Invece il venticello di sospetto che spira dal blog di Grillo è piuttosto bislacco.
In poche parole si invoca una specie di “logica” che è una specie di sillogismo: noi dovevamo vincere, però abbiamo perso, quindi qualcuno ha barato.
Con contorno di divertenti allegati, come questo: “L’affluenza è stata circa del 60% e tenendo conto che gli elettori 5 Stelle per loro peculiarità  vanno a votare, la perdita di 3 milioni di elettori è statisticamente molto improbabile”.
A garantire che ci sarebbe stato un broglio, dunque sono due cose: la “peculiarità ” (mah) e la statistica.
Che si ricordi è il primo caso al mondo in cui si dà  più credito alle previsioni (sondaggi, exit-poll, mesmerismi, magia nera, lettura di fondi del caffè o interiora di pollo) che allo spoglio effettivo delle schede.
E il massimo del dadaismo elettorale si raggiunge quando (sempre in un post molto letto e commentato sul blog di Grillo) si portano presunte pezze d’appoggio.
Tra le quali dei misteriosi “Exit-poll italiani ufficiali (?, ndr) diffusi in Gran Bretagna negli ambienti della finanza” (ri-?, ndr).
Insomma, seguendo la logica, i risultati elettorali sarebbero “uno stupro alla logica” e forse addirittura truccati perchè ambienti della finanza in Gran Bretagna davano cifre diverse.
Si ammetterà  che l’idea è parecchio balzana.
Può essere che dietro cotanto ardire ci sia una acutissima strategia, al momento imperscrutabile. Tipo per esempio mostrare l’avversario (il Pd) molto più subdolo, organizzato, diabolico, abile e disonesto di quello che è.
Va bene: un modo come un altro per ricompattare e motivare l’esercito sconfitto. Peccato che a una buona parte dell’esercito sconfitto queste motivazioni insinuino ancor più il dubbio e facciano un po’ cadere le braccia.
Alla fine, riassumendo, la spiegazione dei possibili brogli sta tutta lì: “Dannazione, abbiamo perso quando la logica diceva che avremmo vinto”.
Un po’ poco per basarci una denuncia sensata, e anche la “logica” avrebbe da ridire.

Alessandro Robecchi

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CINQUESTELLE, DOVE UNO VALE L’ALTRO

Giugno 3rd, 2014 Riccardo Fucile

LE MILLE DICHIARAZIONI CONTRADDITTORIE DALLA TV ALL’EUROPA

Più che uno vale uno, uno vale l’altro.
Pare infatti sia ovvio, nella medesima giornata e alla medesima ora, trascurare la parata del 2 giugno e sostenere che un «Paese senza rispetto dei suoi militari è un Paese senza dignità ».
I militari in questione sono i due marò detenuti in India e senz’altro i parlamentari a cinque stelle non trovano contraddizione fra le cose fatte e le cose dette.
Del resto la campagna elettorale delle Europee è stata condotta sull’accusa di voto di scambio rivolta a Matteo Renzi per gli ottanta euro in busta paga, mentre la promessa di un reddito di cittadinanza «è un’idea seria e concreta», come ha detto Beppe Grillo a Bruno Vespa.
Il quale Vespa era stato premiato, dopo sondaggio online promosso proprio da Grillo, col microfono di legno per il «giornalista più fazioso».
Così l’uomo indisponibile alla corruzione televisiva, alla fine in tv ci è andato, è andato giustamente dal «più fazioso» e alla fine l’ha elogiato: «Vespa è stato corretto».
Non ci si fermerebbe mai.
Una sentenza chiama sempre una controsentenza e poi una sentenza successiva con immediato ribaltamento.
In questi giorni il presidente della commissione di Vigilanza della Rai, il grillino Roberto Fico, esprime perplessità  sui 150 milioni di euro chiesti dal governo alla tv pubblica: «Non rappresentano purtroppo una revisione di spesa ma sono la maschera per svendere parte di Raiway, la società  che detiene l’infrastruttura pubblica di trasmissione».
Alla presidenza della commissione Fico ci era arrivato perchè, disse Grillo un anno fa, la Rai offre «propaganda gratis a spese di tutti i contribuenti italiani che hanno ripianato la perdita di 200 milioni di euro del 2012».
Renzi taglia? Non è così che si taglia.
Si propone la cancellazione delle province? Non è così che si cancellano le province. Fine del bicameralismo paritario? Non è così che se ne decreta la fine.
A un anno e qualche mese dall’inizio della legislatura, il Movimento non ha trovato un punto di incontro su alcun argomento con alcun partito, a costo di sembrare incoerente e prevenuto.
Del resto Grillo non voleva nemmeno incontrare Renzi nei giorni precedenti alla formazione del governo; interpellò la rete che diede indicazione opposta: vai a sentire che ha da dirti.
Grillo partì da Sanremo, giunse a Roma dopo sei o sette ore di automobile, si presentò da Renzi e gli disse: con te non ci parlo. Fine. Addio.
È stata l’ultima volta che abbiamo visto Grillo in streaming.
Eccolo, streming: uno dei termini fondamentali del vocabolario grillino. Manderemo tutto in streaming. Trasparenza. La casa di vetro.
Già  alle prime riunioni dei parlamentari grillini negli hotel romani la diretta streaming funzionava forse che sì forse che no, ma più probabilmente no.
Oggi non interessa più a nessuno: Grillo vola a Londra a incontrare l’ultraconservatore Nigel Farage, e non se ne sa niente, impossibile vedere, vietato ascoltare.
Si installano le basi di un’alleanza imprevedibile («non ci alleiamo con nessuno, la demolizione è cominciata», diceva Grillo un anno fa e lo ha ripetuto per l’anno successivo) e stordente, visto che l’Ukip ha accenti xenofobi e, per stare su questioni più centrali della politica a cinque stelle, sostiene l’energia nucleare.
Il Movimento è per le rinnovabili eppure non trova agganci coi Verdi, e sarebbe questione di normale garbuglio italiano: più complicato orientarsi sulle elevate questioni costituzionali, risolte da Grillo con linguaggio classico e sincero: «La Costituzione non è carta da culo».
Ha stilato un elenco così di stupratori di legge fondamentale, e però dentro il suo gruppo ha reintrodotto il vincolo di mandato – cioè l’obbligo di votare in conformità  col partito – previsto solamente nelle costituzioni del Portogallo, dell’India, del Bangladesh e di Panama.
È tutto così rotatorio da essere indiscutibile, si passa dal «siamo andati oltre la sconfitta» del 26 maggio a «la nostra affermazione è stata trasformata in una Caporetto, una Waterloo» di quarantotto ore dopo.
No sconfitta no dimissioni. Anche perchè, dice Grillo, «dimettermi da che? Non ho cariche».
Aveva detto: «Se perdo vado a casa sul serio». È tutto buono. Uno vale l’altro.
E poi, al massimo, Grillo scherzava.

Mattia Feltri

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ATTENTI AL GRANO SARACENO, ROVINA IL MADE IN ITALY: GAFFE M5S, MA E’ TUTTO UN COPIA-INCOLLA

Giugno 3rd, 2014 Riccardo Fucile

“VOLEVAMO DIRE STRANIERO”… LO STESSO ERRORE IN UN TESTO PRECEDENTE   FIRMATO UN UN ESPONENTE DEL PD E UNO DELLA LEGA

Quello che si potrebbe definire come il “caso Saracenia” parte da quattordici firme.
Di altrettanti parlamentari del MoVimento Cinque Stelle. Per una proposta di legge che rischia di passare alla storia come un “epic fail” della politica.
Oggetto: la difesa dei prodotti agro-alimentari italiani dalla contraffazione.
Perchè   –   e questo si legge nel disegno di legge n° 1407 presentato lo scorso luglio alla Camera dei Deputati   –   “un terzo della pasta venduta in Italia è prodotto con grano saraceno”.
E qui se non ci fosse da ridere ci sarebbe da piangere. Perchè   –   evidentemente   –   per i 14 deputati grillini il grano in questione è quello prodotto dai saraceni, il popolo nomade fondatore dell’Islam.
Dal Movimento, una rettifica. Trattasi di refuso: “Volevamo dire grano straniero. E abbiamo chiesto più volte di cambiare il testo presentato alla Camera”.
Ma, molto probabilmente, si tratta solo di un copia e incolla finito male.
Perchè non è la prima che la “Saracenia”, viene evocata dalla politica italiana. Il grano saraceno, nella stessa accezione, compare anche nella “Relazione sulla Contraffazione nell’Agroalimentare” presentata il 6 dicembre 2011 dagli onorevoli Giovanni Fava (Lega Nord) e Luca Sani (Partito Democratico) nell’ambito delle attività  della Commissione Parlamentare d’inchiesta sui fenomeni della Contraffazione e della Pirateria in campo commerciale.
A pag. 90, vi si legge: “Metà  delle nostre mozzarelle e dei nostri formaggi, non a denominazione di origine, non sono prodotti sul territorio nazionale ed un terzo della nostra pasta, venduta in Italia, è fatta con grano saraceno”. Insomma, una “leggerezza” che si trasmette di legislatura in legislatura, e che arriva quasi a configurare una sorta di sciatteria istituzionale permanente.
E come è facile immaginare, nelle ultime ore, in rete, non si twitta d’altro: l’invasione del grano saraceno.
E il secondo capoverso del disegno di legge del MoVimento   –   in compagnia del testo della Commissione parlamentare d’inchiesta – finisce sotto accusa.
La difesa della ragione, prima di quella del Made in Italy. Andrea Castelluccia, su Twitter, sintetizza la questione: “Bene, allora mettiamo i dazi contro la Saracenia”. Andrea Pesenti propone di ampliare la strategia grillina per la difesa del Made in Italy: “Ora mi aspetto dal MoVimento una moratoria sui bagni pubblici. Una roba tipo: Basta con le turche!”.
Seguito da Stefano Mucillo: “E perchè non boicottiamo il fico d’India per sostenere i nostri Marò?”.
Hubert Halles è allarmato: “E adesso cosa ne sarà  della zuppa inglese? E dell’Insalata catalana?”.
Anna Lanzotti chiede: “Non è che qualcuno di voi si è svegliato con un saraceno nella dispensa?”. E Francesca Carissi affronta il nodo politico della questione: “In questo caso, restituire mezzo stipendio è troppo poco…”.
Tra i primi a rilanciare il fail, il blog “Duro di Sicilia”. Il cui autore commenta: “Maledetti saraceni hanno infestato le coste siciliane con razzie e saccheggi per secoli ed oggi continuano esportando il loro perfido grano”.
Ancora: “E poi, non sta scritto da nessuna parte che la pasta italiana sia fatta da un terzo di grano saraceno…”.
E in rete non manca chi cerca di difendere i parlamentari grillini, dando per buona la loro versione ufficiale. Fino alla comparsa del testo dei deputati Fava e Sani.
Infine, il mea culpa di Filippo Gallinella, uno dei deputati a Cinque Stelle firmatari del disegno di legge. Che su Facebook scrive: “Premesso che nonostante i numerosi passaggi che un testo subisce prima di essere pubblicato, l’errore in premessa è rimasto (saraceno al posto di straniero e perseguitabile al posto di perseguibile) è ovvio che è mia la responsabilità ; ma se l’unico modo per far parlare delle proposte continuerò a commettere errori”.
Si spera di no: logica suggerisce che è meglio considerare le proposte di legge in base al loro contenuto.Sperando che la politica non sia tutto un copia-incolla.

Carmine Saviano

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