Marzo 23rd, 2014 Riccardo Fucile
LE ACCUSE DEL SENATORE GIARRUSSO AL CAPOGRUPPO SANTANGELO CHE ORA RISCHIA GROSSO
Sono all’incirca le 13.30 del 26 febbraio scorso quando Mario Giarrusso, senatore del
Movimento 5 stelle, lancia una bomba dalle colonne della sua pagina Facebook: gli atti contro i neo-ministri Federica Guidi e Giuliano Poletti sono stati presentati all’insaputa di molti senatori del gruppo, per di più falsificandone le firme.
“Oggi è successo un fatto gravissimo. Sono state presentate due mozioni di sfiducia […] senza che le stesse siano mai state discusse ed approvate in assemblea e senza che nessuno dei colleghi, tranne il responsabile, le avesse mai viste. La mia firma sui documenti in questione non c’era e quindi chi si è reso responsabile ne risponderà nelle sedi giudiziarie preposte”.
Cos’è successo il 26 febbraio?
È una giornata complicata per i senatori stellati, alle prese con espulsioni e dimissioni, e la denuncia passa in sordina.
Raggiunto dall’Huffpost, il parlamentare grillino ribadiva l’accusa e puntava il dito contro il capogruppo, Maurizio Santangelo: “È lui che mi risulta abbia presentato la mozione di sfiducia contro i ministri Poletti e Guidi. Una mozione con tutte le nostre firme in calce, ma che io e molti miei colleghi non abbiamo mai visto nè sottoscritto. Per questo domani presenterò denuncia penale contro il responsabile”.
Parlando nel pomeriggio a Skytg24, la collega Serenella Fucksia esprimeva le sue perplessità : “Oggi siamo arrivati in aula e non sapevamo che sarebbe stata presentata una mozione, non è stata condivisa dal gruppo, l’avrà decisa il capogruppo ma non sappiamo con chi…”.
La faccenda, travolta dalla cronaca politica delle defezioni dal gruppo parlamentare, sembrò fermarsi lì. “Si faccia consegnare l’atto depositato. Non c’è alcuna firma falsificata. Spero sia solo un fraintendimento”, chiudeva la questione Santangelo.
L’articolo dell’Espresso e la risposta di Santangelo
Ma la vicenda era tutt’altro che chiusa. Quel giorno infatti l’Espresso pubblicava sul proprio sito un articolo nel quale Giarrusso ribadiva ancora una volta la propria versione dei fatti: “Ha commesso un atto gravissimo, falsificando la mia firma, forse quella di altri, e depositando un atto che non è stato visto da nessuno. So che anche i dipendenti del gruppo hanno cercato di fermarlo, ma lui ha presentato lo stesso le mozioni. Non può esserci alcuna buona fede”.
Dichiarazioni che scatenavano la durissima reazione del capogruppo, direttamente sul blog di Beppe Grillo: “Forse Luca Sappino, che ha firmato l’articolo, avrebbe potuto prima provare a verificare se sui due atti la firma di Giarrusso fosse davvero presente o meno. Se siamo agli ultimi posti nella classifica della libertà di stampa, in fondo, un motivo ci sarà ”.
Le tre versioni della mozione di sfiducia
Forse sì. Ma forse non per colpa di quell’articolo. Esistono infatti tre diverse versioni della mozione di sfiducia a Poletti, che oggi l’Huffingtonpost è in grado di mostrarvi.
E che farebbero pendere la bilancia in favore della ricostruzione di Giarrusso.
Tre atti inviati da un numero di fax della presidenza del Movimento 5 stelle al recapito dell’Ufficio atti di sindacato ispettivo. Tutti con il medesimo scopo: chiedere la sfiducia dei due ministri.
La prima versione: ore 12.15, firme false di tutti i senatori M5
Ma andiamo con ordine: il primo fax, quello “incriminato”, è quello per il quale molti senatori del M5s hanno storto la bocca. Importante l’orario: il fax viene ricevuto dall’ufficio preposto alle ore 12.15. In calce, vengono riportati tutti i nomi dei senatori stellati. Ma c’è un problema.
Le firme vengono apposte tutte da un’unica persona, al massimo due, risultando chiaramente non autentiche (come si evince anche dal confronto con la terza copia del documento, alla quale arriveremo più avanti).
Ci sono anche quelle di Battista, Bocchino, Campanella e Orellana, che di lì a poche ore sarebbero stati espulsi con un voto sul blog.
Santangelo spiega che “si tratta di una bozza presentata preliminarmente agli uffici, l’unico atto pubblicato è l’ultimo, si dovrebbe andare a prendere il resoconto stenografico della seduta di quel giorno. Le precedenti due versioni rientrano nella dinamica interna degli uffici”.
Poi si trincera dietro un ‘così fan tutti’: “Questa modalità di presentazione, che è interna al Senato, avviene con costante frequenza. Se dovessimo andare a riprendere tutti gli atti presentati da tutte le forze politiche vedremmo che è una cosa normale”.
Sull’atto, che reca come intestazione un secco: “Mozione di sfiducia individuale nei confronti del ministro ecc.”, non compaiono tracce del fatto che si tratti effettivamente di una bozza e non di un documento definitivo.
Tant’è che, oltre ad apportare le opportune modifiche di forma, gli uffici del Senato annotano manualmente un numero di protocollo alla mozione (1-00220) che corrisponde a quello del testo pubblicato sul sito di Palazzo Madama.
Un dettaglio importante. Spiegano fonti del Senato: “Solitamente i testi preparatori non vengono protocollati. Quando si protocolla un atto preparatorio, il numero che poi risulta su quello definitivo è differente, perchè si tratta di due atti diversi. Rimane lo stesso quando si tratta di versioni che sostituiscono quella iniziale”.
Ore12.14 (circa), Pietro Grasso a Santangelo: “Mi avvertono gli uffici che è arrivata in questo momento una mail
L’ipotesi della bozza, oltre che nel testo stesso dell’atto, incontra altri elementi a suo sfavore.
Il primo è riscontrabile nel verbale dell’Aula del 26 febbraio.
Proprio intorno alle 12.15 – orario di invio del fax – Santangelo prende la parola, e chiede a Pietro Grasso di inserire nel calendario il voto di sfiducia nei confronti dei due ministri.
Il presidente gli fa presente che formalmente non risulta pervenuto ancora nessun testo. E Santangelo risponde: “Poco fa nel corso della Conferenza dei Capigruppo le ho preannunciato la presentazione delle mozioni, che probabilmente in questo istante gli uffici possono già registrare”.
Che si tratti proprio di un atto formale, sembra confermarlo lo stesso capogruppo, quando, qualche istante dopo, spiega ancora di procedere al voto “alla ripresa dei lavori nel pomeriggio: non cambierebbe nulla farlo adesso o farlo alle ore 16.00”.
Ma se l’ultimo testo, quello definitivo, è stato trasmesso alle ore 18.43, e se quello delle 12.15 era solamente una bozza, come sarebbe stato possibile procedere al voto già tra le 12.15 e le 16.00? E che cosa avrebbero dovuto “registrare” gli uffici?
Un semplice lavorio tecnico tra funzionari sarebbe arrivato all’attenzione del presidente del Senato?
Già , perchè Grasso risponde ancora volta al capogruppo M5s: (siamo a poco prima delle 12.19, quando la seduta viene dichiarata sospesa, n.d.r.) “Mi avvertono gli uffici che è arrivata in questo momento una e-mail su questo punto (per quello che può valere). Voteremo anche la proposta riguardante la calendarizzazione delle mozioni di sfiducia nei confronti dei ministri Guidi e Poletti”.
Abbiamo cercato nuovamente Santangelo, che ci ha spiegato: “Non avevo contezza di quando gli uffici avrebbero inviato il testo, per cui intanto lo ho preannunciato, una mossa politica, come si fa in questi casi”.
La mail di Santangelo ai senatori M5s
Anche in questo caso qualcosa non torna. Perchè alle 12.10, vale a dire qualche attimo prima dello scambio di battute nell’emiciclo, dalla casella personale del capogruppo M5s partiva un messaggio indirizzato a tutti i senatori grillini, di cui l’Huffingtonpost è venuto in possesso.
Che recitava testualmente: “Ciao a tutti, come già preannunciato nella dichiarazione di voto nel giorno della fiducia al Governo Renzi, vi informo che oggi sono state depositate le mozioni di sfiducia individuale nei confronti dei ministri Poletti e Guidi”.
In allegato i due documenti, il cui testo corrisponde a quello faxato (al netto delle correzioni a penna apportate dagli uffici) con una sola differenza.
Nel testo inviato da Santangelo ai senatori risultano i nomi stampati in calce, ma non le firme, che verranno apposte da un’unica persona nel documento trasmesso all’Ufficio di sindacato ispettivo.
Ricapitolando: alle 12.10 i senatori M5s vengono “informati” di un testo che, spiega il capogruppo, “è stato depositato”.
Testo che verrà inviato 5 minuti dopo corredato da una serie di firme false.
Denunciamo Santangelo?
Tant’è che qualche senatore arriva a preparare una bozza di denuncia all’attenzione del magistrato Giuseppe Pignatone (bozza fino a oggi rimasta tale e mai utilizzata), nella quale, partendo proprio dal testo della mail di Santangelo, spiega: “Tengo a precisare che, qualche ora dopo la comunicazione, lo stesso capogruppo provvedeva a disporre il ritiro delle mozioni, per ridepositarle poco dopo sottoscritte soltanto da alcuni senatori che avevano condiviso il contenuto dei documenti ed erano formalmente d’accordo al deposito presso l’Ufficio atti di sindacato ispettivo”.
Diversa la versione di Santangelo, contenuta nella risposta all’Espresso: “Le due mozioni sono state annunciate in un primo momento via email, perchè fossero condivise tra tutti i portavoce, mentre solo al momento del deposito effettivo, avvenuto alle 18.30 dopo le correzioni suggerite dal gruppo, sono state apposte le firme di chi le ha sottoscritte”.
Una condivisione avvenuta con un “vi informo che sono state depositate”, e che ha preceduto solo di qualche minuto l’invio per primo fax.
La seconda versione: ore 14.16, firme false di nove senatori M5s
Intorno alle 13.30 Giarrusso reagisce duramente su Facebook. Alle 14.16, all’Ufficio atti di sindacato ispettivo arriva una seconda versione delle mozione di sfiducia.
Il testo è lo stesso, ma in coda risultano solamente nove firme (false anche questa volta). Sono quelle dei senatori Mangili, Bertorotta, Castaldi, Marton, Crimi, Taverna, Martelli, Moronese. Sulla versione delle 12.15 i funzionari sottolineano più volte il nome di Giarrusso, e viene appuntato: “Per ora solo nove firme, vedi oltre per esse e per le altre”.
Spiega un loro collega, che ha chiesto di rimanere nell’anonimato: “È successo che hanno voluto mettere una toppa all’errore appena hanno visto quel che scriveva Giarrusso, e hanno inviato di nuovo la mozione con i nomi solo di quelli che erano stati avvisati dal capogruppo e avevano dato il via libera, e hanno iniziato poi a contattare tutti per apporre firme vere. I nostri funzionari avevano consigliato Santangelo di non spedire quella prima versione, ma lui è andato avanti per la sua strada”.
Santangelo definisce anche la seconda una bozza, un atto preparatorio: “L’unico atto che ha una valenza giuridica è l’ultimo”.
Dalla semplice lettura dei documenti emerge tuttavia un interrogativo: se di bozze si trattava effettivamente, perchè inviarne una seconda con il medesimo testo, e con la sola correzione del numero di firme?
C’è poi un errore. La seconda versione sostituisce sì la precedente, ma le nove firme in calce non sono sufficienti per la presentazione di una mozione di sfiducia individuale: ne occorrono almeno dieci.
La terza e ultima versione: firme autentiche di 35 senatori M5s
Così si spiega il perchè il 26 febbraio l’aula non ha proceduto al voto sulla richiesta di calendarizzazione.
La versione definitiva (che reca 35 nominativi, corredata questa volta da firme autentiche) viene inviata via fax solo alle 18.43, quando la seduta era stata tolta già da una ventina di minuti.
Una versione, la terza, uguale in tutto e per tutto alle precedenti, che è stata depositata agli atti. Il numero di protocollo? 1-00220, quello della stesura delle 12.15.
Come già accennato, Santangelo spiegava sul blog che “il deposito effettivo è avvenuto alle 18.30 dopo le correzioni suggerite dal gruppo”.
Ma l’unica modifica che risulta negli atti sono gli autografi in originale dei senatori stellati.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 22nd, 2014 Riccardo Fucile
ABITUATO A FREQUENTARE LE AMBASCIATE STRANIERE, GRILLO HA LA CODA DI PAGLIA…. CHE CI FACEVANO PIUTTOSTO LUI E CASALEGGIO ALL’AMBASCIATA INGLESE?
Dopo le “rivelazioni” di Grillo l’ex premier Enrico Letta replica: «Sono tutte farneticazioni». E poi spiega: «Ero in ambasciata quel giorno per una riunione di preparazione del programma del Forum di Pontignano».
Si riferisce al Convegno Italia-Gran Bretagna appuntamento annuale che si ripete dal 1993 e che Letta ora presiede, dopo essere subentrato a Giuliano Amato, «insieme a Chris Patten», ex commissario Ue per le Relazioni esterne e ultimo governatore inglese di Hong Kong.
«Ebbene – prosegue Letta – verso la fine della riunione, l’ambasciatore mi disse: “Oggi viene Grillo con Casaleggio per un pranzo, se vuoi gli dico che sei qui, se volete potete incontrarvi».
Richiesta che Letta così declinò: «Per trasparenza digli pure che ci sono, ma non vedo il motivo per incontrarci. Se ci dobbiamo vedere facciamolo a livello ufficiale e alla luce del sole».
«Il fatto – conclude l’ex premier – che fossimo entrambi nello stesso posto era un caso, tutto il resto sono farneticazioni».
E anche dall’ambasciata inglese giunge pronta la smentita su «complotti e macchinazioni». «Letta era nella Villa – spiega un portavoce dell’ambasciata – ma per parlare di tutt’altre vicende che la politica».
Le affermazioni di Grillo «non corrispondono a verità » e «la presenza concomitante è stata gestita nel pieno rispetto della privacy di entrambi gli ospiti e non ha portato ad alcun incontro tra i due, incontro che l’ambasciata non aveva peraltro alcun interesse a promuovere».
Arriva su Twitter la replica dell’ex segretario Pd al leader del M5s che nell’intervista a Mentana aveva detto: “Mandato al massacro”.
“Grillo lasci stare Letta e stia tranquillo. Le persone perbene so riconoscerle”. Questa la secca risposta di Pier Luigi Bersani a Beppe Grillo, che ieri nell’intervista a Mentana ha sostenuto che Enrico Letta fosse tra quanti gli avevano impedito di andare a Palazzo Chigi.
(da “La Repubblica“)
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Marzo 15th, 2014 Riccardo Fucile
MOLTI SONO CONTRARI ALLA LINEA DI GRILLO SULLE ESPULSIONI
Mentre Grillo è a dar battaglia a Milano proclamando l’unità del movimento, Pizzarotti è a Parma, in un agriturismo impegnato ad addestrare i candidati sindaci 5 stelle “tra un pezzo di torta fritta e l’altro”.
Gli aspiranti sindaci arrivati da tutta Italia sono affamati di consigli pratici e lezioni. Fuori, però, si lasciano andare anche a sfoghi e a dubbi , tanti, sulle espulsioni romane.
Al sindaco parmigiano fanno notare che il tour di Grillo non passerà da Parma e che forse poteva venire oggi per siglare la pace, in fondo era stato invitato da Pizzarotti stesso “No, è impegnato in un’iniziativa sull’Expo ma gli ho detto che se di ritorno da Milano e andando a Genova vuole passare…”.
Un incontro, questo, che aveva creato disorientamento nella comunità grillina perchè liquidato come apocrifo ossia, per usare le parole del guru genovese, “in nessun modo concordato con lo staff”.
Dopo quel tweet di Beppe Grillo si temeva che l’adunata facesse flop, e invece spiega un sorridente Pizzarotti, subito dopo sono arrivate contemporaneamente almeno trenta richieste. Un incontro inclusivo, insomma, secondo il promotore parmigiano, per dare la possibilità a tutti di farsi un’idea di come si amministra e di come si fa un’opposizione efficace.
4091 sono i comuni che rinnoveranno i consigli, 415 erano le richieste arrivate per partecipare all’incontro di Parma, 320 i presenti oggi.
Tante facce giovani e nuove, entusiaste e nient’affatto timorose di mettere i puntini sulle i. “Io queste espulsioni non le ho mica capite ancora” dice un ventiduenne di vicino Pescara “Che colpo di testa espellere i parlamentari! Io ho votato no, il dissenso interno va veicolato. Ha presente Civati nel Pd?”.
Sono orgogliosi di essere qui, una gita fuori porta piena di speranza, per vedere da vicino chi sono quelli che ce l’hanno fatta.
E per le europee, avete capito come si sceglieranno i candidati? “No, sinceramente ancora no”.
Lei ha votato per le espulsioni? “Si. Ho votato per non espellerli però, perchè non ne ho capito i motivi”.
I dissidi rimangono a vagare nell’orbita della rete e lì si fermano, come fa capire un candidato consigliere calabrese che dice che non gli è mai passato per la testa di non venire a Parma dopo il post di Grillo: “Io ragiono con la mia testa!”. Le epurazioni? “Eh… Che devo dirle? Come in ogni partito si formano delle correnti alla fine”.
Ed ecco le truppe toscane che incedono con lentezza e diplomazia: “Le espulsioni? Un assestamento, siamo nati da poco dobbiamo ancora trovare la nostra strada”.
Ci sono anche semplici attivisti non candidati come un assessore di un comune del parmense eletto con una lista civica ma iscritto al meetup di Parma.
Liste vicine al movimento, “protogriline” le definisce lui. Quasi tutti, però, al di là dell’entusiasmo, non hanno ancora ricevuto il via libera dallo staff.
Il termine ultimo per presentare le liste era il 28 febbraio ma per molti ancora niente. “Tempi tecnici” dicono a mezza bocca.
Però la curiosità di vedere da vicino Federico Pizzarotti e sentire le sue dritte era tanta.
Così, muniti di pass arrivato via mail, sfilano, oltrepassano la cancellata e via “a scuola”.
C’è un attivista che arriva da un piccolissimo paesino del Nordest, ha accompagnato il suo amico che è candidato sindaco. Avete la lista certificata? “Ehm… ancora no” Perchè? Cosa vi manca? “Non abbiamo un numero sufficiente di consiglieri, noi siamo in 9 e ne servono 12”
E poi? Manca qualcos’altro? “Beh, i criteri sono sempre quelli… il certificato penale ecc. E poi, spunta, isolato, qualche falco. Occhiali da sole e andatura veloce. “Meglio pochi ma buoni” taglia corto un candidato di Bergamo.
Il movimento di Parma alla fine non ha scelto una sala civica per il meeting ma un agriturismo che guarda i campi al riparo dalla tangenziale.
Vengono da ogni angolo d’Italia i candidati, si sono svegliati prestissimo, zainetto, tracolla, e via: direzione Parma.
Anche se il bollino dello staff non c’è. Questi addestramenti sono necessari soprattutto per i comuni piccoli, spiega il sindaco parmigiano.
“Pensate che pure un candidato del Pd ha chiesto di partecipare ma ovvio: non era il caso”. Ma l’importante è condividere le esperienze e metterle in rete, come sottolinea il sindaco e come aveva controbattuto su twitter al Leader.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 12th, 2014 Riccardo Fucile
ALESSANDRO DI BATTISTA, PRIMO ATTORE DELLA COMPAGNA DI STRADA GRILLINA, BECCATO A FARE QUELLO DI CUI ACCUSA GLI ALTRI: UN CAZZO
Può capitare a tutti, anche ai “duri e puri” come Alessandro Di Battista. 
Il deputato del Movimento 5 Stelle è stato pizzicato dalla telecamera di Gazebo, trasmissione condotta da Zoro, mentre guardava dal suo pc una partita di calcio durante le votazioni sugli emendamenti della legge elettorale.
Un episodio che “potrebbe costargli l’espulsione”, almeno secondo i tanti che in queste ore stanno ironizzando sul “passo falso” del portavoce M5S.
Lo stesso Di Battista, dopo aver saputo di essere stato beccato, ha cercato di tamponare la figuraccia sul suo profilo facebook: “Mi dicono che in TV hanno mandato un servizio sul mio conto – ha scritto – Votavo con una palletta e vedevo un video di calcio. E’ vero. A volte capita in 16 ore di aula di vedere un video mentre ci sono le votazioni. Questo non significa non votare con attenzione. Ciononostante e’ oggettivamente una mia leggerezza e un mio errore. Me ne scuso”.
Certo se fosse stato inquadrato da una telecamera non si sarebbe distratto: il suo esibizionismo lo avrebbe portato magari a salutare con la manina…
Tra i commenti dei guardiani della rivoluzione c’è di ci vede del marcio: “E’ stato gazebo, non aspettava altro, sono stati tutto il giorno in tribuna aspettando che qualcuno del m5s facesse una leggerezza, mah. Ci provano gusto, stai attento: quelli dell’informazione sono bestie”.
C’è anche chi sembra aver smarrito completamente il senso dell’umorismo: “Ma non si vergognano in tv a mistificare così la realtà ?”; “Non sanno più a cosa attaccarsi”; “Ale, niente errori, ‘loro’ aspettano questo!”;
Per fortuna, c’è anche chi prova a scherzarci su: “Ma che hanno gli Apple come pc? Ma Apple è una multinazionale banke-bilderberg ahò”; “Dibba guarda una partita alla Camera, sfiducia, fuori!!!”; “Il cittadino Di Battista guarda la partita alla Camera, Vergogna”, riprendendo ironicamente gli hashtag utilizzati da Beppe Grillo sul suo blog.
(da “Huffingtobpost“)
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Marzo 12th, 2014 Riccardo Fucile
AVEVA OSATO CRITICARE LO STAFF DEI TALEBANI: “IN TRE DECIDONO PER TUTTI SENZA NEANCHE AVERE COMPETENZA IN MATERIA”
Ne rimarrà soltanto uno. 
Prima i quattro espulsi, poi i cinque dimissionari cacciati, ieri il caso di Bartolomeo Pepe.
Oggi è il turno di Serenella Fuksia, senatrice marchigiana del Movimento 5 stelle, è stata sfiduciata dalla base: “Non saremo noi a chiedere la sua espulsione in quanto lei stessa ha avuto modo di affermare che ‘non saro’ certo io a lasciare, al massimo mi faccio lasciare dagli altri’. Non saremo noi a darle questa soddisfazione – scrive il meetup di Fabriano – Deve essere pero’ chiaro che da questo momento noi riteniamo che la Fucksia non possa essere considerata più una portavoce, concetto che comunque le e’ stato estraneo da sempre avendo fatto mancare totalmente il contatto con il territorio ed essendosi da sempre espressa unicamente su posizioni personali”.
Parole che arrivano dopo lo sfogo della senatrice davanti alle telecamere del Fatto quotidiano: “Bisogna confrontarsi, non può essere che tre al Senato e tre alla Camera decidano per tutti, o comanda chi fa parte di una Commissione, ma non ha le competenze in materia. Dobbiamo andare contro Matteo Renzi a prescindere, ma io su questo tema non la penso diversamente da lui. I problemi vanno risolti, chi offre le soluzioni ben venga”.
(da “Huffingtonpost”)
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Marzo 12th, 2014 Riccardo Fucile
SAREBBE STATO SFIDUCIATO DAL MEETUP DI NAPOLI, MA SOLO PER UN REGOLAMENTO DI CONTI INTERNO AL MOVIMENTO
“Si è messa in moto la macchina del fango, contro di me stanno usando il metodo Boffo”. Bartolomeo Pepe è un leone in gabbia.
Ieri gli è piovuta tra capo e collo una sfiducia dal meetup di Napoli.
“Trenta persone, la maggior parte nemmeno le ho mai viste prima, che si sono riunite al Vomero, la zona di Roberto Fico, mentre io sono di Acerra, e quello è il mio meetup”.
È proprio il presidente della commissione di Viglianza Rai il grande accusatore del senatore stellato.
“È un bugiardo, di lui non mi fido”, ha spiegato il deputato napoletano, presente alla riunione insieme a Vilma Moronese, compagna di banco di Pepe a Palazzo Madama. “Sono quattro volte che ripetiamo la votazione per i candidati alla commissione Ecomafie per presunte irregolarità – spiega lo sfiduciato – e tutte e quattro le volte sono stato eletto dai miei colleghi. Guarda caso oggi che la votazione si ripeteva arriva questa sfiducia, e Moronese è anche lei candidata”.
Senatore, Fico usa contro di lei parole molto pesanti.
È un attacco palese nei miei confronti. E non si capisce quali sono le motivazioni. Cosa avrei fatto? Ho solo criticato il suo modo padronale di fare politica. Lui invece mi ha accusato di nefandezze, ma non mi sembra che come presidente della Vigilanza stia brillando. Inoltre anche sul territorio non si fidano di lui, dove ha messo mano ha fatto danni.
Però è stato molto applaudito il suo intervento contro di lei.
Erano trenta persone, la maggior parte nemmeno le ho mai viste prima, che si sono riunite al Vomero, la zona di Fico, mentre io sono di Acerra, e quello è il mio meetup, con quello di Napoli non ho nulla a che fare, non mi rappresenta.
Ha detto che non le passerebbe nemmeno un documento ufficiale perchè non si fida.
Stia pure sicuro che da oggi sarà reciproco.
Mi faccia capire: di cosa la accusa precisamente?
Non l’ho capito, ha forzato la mano, questa cosa sembra un regolamento di conti nei miei confronti. Portasse le prove di quel che dice, perchè non riesco a comprendere quale sia il problema.
Però lei, a sua volta, non è stato tenero con Fico.
Se vedo un’anomalia non la posso criticare? Non posso criticare che Moronese abbia assunto il compagno? Non posso criticare aspetti discutibili in quello che fa Fico? E sto parlando di politica, non di fatti personali. Siamo all'”uno vale uno ma lui vale più degli altri”?
Sul web qualcuno mette in luce ombre nella sua rendicontazione.
Io non mi sono mai vantato di restituire più di qualcun altro. Le mie spese sono sul sito, rendicontate come da regolamento fino all’ultimo centesimo.
Fico la accusa di “avere rapporti con chiunque”.
Qui dobbiamo fermarci un attimo: di cosa parla Fico? Chi sarebbero quelli con cui intrattengo rapporti? Pippo Civati? Ma se io nemmeno so come è fatto. Allora dico a Roberto: chiariamoci, anche di persona se vuole, ma mi deve dire nomi, cognomi, circostanze delle quali mi accusa.
Teme l’avvio di una procedura d’espulsione?
È una roba da matti. Si è messa in moto la solita macchina del fango, contro di me stanno usando il metodo Boffo. Siamo al “vale la mia parola contro la tua”. Si antepongono le faide personali al bene del Movimento, le stiamo mettendo sopra a tutto. Io sono pronto a rispondere di tutto quello che ho fatto.
In che modo?
Lui rinunciasse all’immunità se ha il coraggio, e lo querelo. Io sono pronto a rinunciarvi. So che dice il falso, per cui lo sfido a portare le prove delle sue affermazioni. Ho anche io delle cose da dire, e non mi servirò dello scudo dell’immunità . Lui è disposto a fare altrettanto?
Rimane il fatto che per i suoi quattro colleghi espulsi venne avviata la procedura d’espulsione.
Non so che dire, a questo punto è probabile anche nel mio caso. Proverò a sentire lo staff, perchè non è possibile che venga espulso per delle menzogne. Mi sembra di aver degnamente rappresentato il Movimento fino ad oggi. Sfido tutti a trovare una dichiarazione o un voto in Aula che dimostrino il contrario.
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Marzo 10th, 2014 Riccardo Fucile
SE TUTTI E TREDICI ADERISSERO, QUESTO E’ L’IMPORTO CHE SPETTEREBBE AL NUOVO GRUPPO PARLAMENTARE
L’ assegno virtuale porta la cifra di 1.069.600 euro. 
Soldi da versare sul conto corrente che verrebbe aperto al Senato dal nuovo gruppo formato dagli ex M5S.
Se tutti e 13 i fuorusciti pentastellati aderissero, la cifra totale sarebbe questa. Il contributo ai gruppi parlamentari è l’altra grande fetta del finanziamento pubblico ai partiti, mai sfiorata da alcun serio proposito di riforma o sforbiciata.
Forse già questa settimana si saprà se ci sono i numeri per far nascere il gruppo.
A Palazzo Madama, tra vecchi e nuovi espulsi, fuoriusciti e future defezioni, le condizioni ci sarebbero, le intenzioni pure.
Almeno stando alle dichiarazioni degli ultimi giorni. La soglia minima è fissata a dieci.
Finora, veleni e allusioni si sono concentrati sui soldi ai singoli, molti dei fedelissimi di Beppe Grillo hanno spiegato le critiche dei senatori dimissionari con la volontà di non restituire i soldi di diaria e rimborsi.
Ma il capitolo più ricco è rimasto fuori dalle polemiche.
Funziona così, sulla base del regolamento di Palazzo Madama, anno per anno, ogni raggruppamento riceve una quota fissa di 300 mila euro, a questa vanno aggiunti 59200 euro per ogni senatore, a titolo di “rimborso spese per il gruppo di appartenenza”.
Formalmente, dovrebbero servire alle funzioni di “studio, editoria e comunicazione” connesse all’attività politica dei gruppi, cioè a pagare dipendenti, consulenti, addetti stampa e collaboratori vari.
I soldi vengono versati i primi giorni di ogni trimestre, se nel frattempo un parlamentare esce, la sua somma viene decurtata nella rata successiva, e viceversa.
I dati sono relativi al 2013, ma così sarà anche quest’anno. A partire da questa legislatura, non esiste più la ripartizione per destinazione di spesa, in pratica i soldi non sono vincolati, e ogni gruppo li gestisce auotonomamente. Alla Camera, le cifre sono simili.
Nel 2013, la torta dei fondi ai gruppi parlamentari valeva 57 milioni di euro, 22 dei quali destinati al Senato.
A Palazzo Madama, il Pd ha preso 6 milioni e 634 mila euro per 107 parlamentari, il Pdl (che ne aveva 91) 5 milioni e 687mila, il Movimento 5 Stelle 3 milioni e 437mila per un gruppo di 51 senatori (ridotto ora a 41 dopo espulsioni e abbandoni), Scelta Civica un milione e 543mila per 21 senatori, la Lega Nord un milione 247mila per 16 senatori.
A questi, si sono aggiunti i circa 4 milioni destinati al gruppo misto e ad altri gruppi minori. Fino alla scorsa legislatura i controlli non esistevano, i fondi venivano spesi a totale discrezione dei capigruppo.
Nessuna rendicontazione, neanche a consuntivo a fine anno. Tutto quello che non veniva effettivamente speso (cioè molto), rimaneva nelle tasche dei partiti. Un sistema impermeabile alla trasparenza.
Al Senato, la cortina di fumo si è dissolta solamente in questa legislatura, grazie ad una delibera del Consiglio di presidenza del novembre 2012. Come già deciso per la Camera, i gruppi dovranno rendere pubblico il loro bilancio, che sarà certificato da un soggetto esterno: una società di revisione selezionata dal Consiglio con procedura pubblica che dovrà vigilare nel corso dell’esercizio “la regolare tenuta della contabilità ” ed esprimere un giudizio sul rendiconto finale.
Quest’ultimo dovrà essere pubblicato sul sito internet di ciascun gruppo, insieme a “ogni mandato di pagamento, assegno o bonifico, con indicazione della relativa causale”.
Tutto quello che non viene speso, andrà restituito, così come le somme a carico del bilancio del Senato ricevute e non rendicontate.
Chi non rispetterà le regole perderà automaticamente il diritto ai contributi. Per il 2013, la gara per scegliere i revisori si è svolta regolarmente, ma i controlli partiranno solo quando verrà ufficialmente sottoscritto il contratto.
Carlo Di Foggia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 8th, 2014 Riccardo Fucile
MA SE FOSSE VISSUTO NELLA REPUBBLICA DI GENOVA SAREBBE ANCORA A PIEDE LIBERO?….SALVINI, ALTRO DISPERATO, CONCORDA: “BATTAGLIA COMUNE”
“Basta Roma, torniamo alla Repubblica di Venezia e alle Due Sicilie”. Nel bel mezzo del repulisti interno al M5S (una partita, quella dei dissidenti da epurare il prima possibile, che Gianroberto Casaleggio intende chiudere entro le elezioni europee), Beppe Grillo strizza l’occhio alla Lega Nord.
Al ritmo (ormai pressochè consolidato) di un’uscita al giorno, il fondatore e leader del Movimento oggi torna a scrivere sul proprio blog utilizzando temi storicamente cari al Carroccio.
Tipo: “l’Italia è “un’arlecchinata di popoli, di lingue e di tradizioni che non ha più alcuna ragione di stare insieme”.
Una saldatura sul secessionismo che non dispiacerà affatto alla Lega Nord e su cui sarà il Pd a chiosare: “Ormai le tenta tutte”.
Secondo Grillo, “per far funzionare l’Italia è necessario decentralizzare poteri e funzioni a livello di macroregioni, recuperando l’identità di Stati millenari, come la Repubblica di Venezia o il Regno delle Due Sicilie”.
Nel mirino finiscono tutto e tutti, Giorgio Napolitano e Matteo Renzi in primis: “E se domani – scrive infatti Grillo – quello che ci ostiniamo a chiamare Italia ci apparisse per quello che è diventata?”
“La Bosnia – prosegue il post – è appena al di là del mare Adriatico. Gli echi della sua guerra civile non si sono ancora spenti”
La reazione del Carroccio si fa attendere solo qualche ora. A commentare le parole del ‘garante’ dei Cinque Stelle è il segretario Matteo Salvini che ‘apre’ all’ipotesi di una battaglia comune: “Non vorrei – dice il numero uno della Lega – che essendo in difficoltà , Grillo inseguisse la Lega (che invece gode di ottima salute….n.d.r.) ma se da lui non ci saranno “solo parole”, fra M5s e Lega “sarà una battaglia comune”. Salvini chiede poi a Grillo di sostenere sin da ora il referendum per l’indipendenza del Veneto.
Speriamo per Grillo che non rifacciano la Repubblica di Genova: rischierebbe di finire ai ferri per farneticazioni pubbliche.
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Marzo 7th, 2014 Riccardo Fucile
CAMPANELLA: “IO HO SEMPRE RESTITUITO TUTTO, GRILLO CONTROLLI PIUTTOSTO QUALCHE AMICO SUO, MAGARI SCOPRE CHE HA ASSUNTO IL CONVIVENTE”
«Ah, quanta cattiveria che si respira… Nessuno stupore, non poteva che finire così…». La senatrice Laura Bignami si avvia rassegnata verso la sala assemblee del Movimento.
Poche ore prima Beppe Grillo, prendendo a sassate il totem regolamentare, l’ha buttata fuori assieme ad altri quattro colleghi.
Un’epurazione pianificata e fortissimamente sollecitata dal quartier generale della Casaleggio associati.
Sul terreno restano soprattutto rapporti umani distrutti. E una scia di veleno lunga così. «Con le espulsioni – sorride Riccardo Fraccaro – il M5S si libera dalle tossine».
Ormai si procede con quattro o cinque purghe alla volta.
È il leader a fotosegnalare sul blog Maurizio Romani, Maria Mussini, Alessandra Bencini, Monica Casaletto e Bignami.
Nel post Grillo ricorda le dimissioni, «gesto politico in aperto conflitto e contrasto con quanto richiesto dal territorio, stabilito dall’assemblea dei parlamentari, confermato dai fondatori e ratificato dagli iscritti ».
La colpa, insomma, si riassume nella strenua opposizione alla cacciata di alcuni colleghi.
Troppo, per chi ha in mano l’infallibile arma del blog.
Il clima è di totale, assoluta incomunicabilità . Al bancone della buvette Vito Crimi quasi appoggia le spalle a quelle della Bencini. Si sfiorano e però si ignorano. Scoccano le 17, i cinque si avviano in assemblea.
Camminano quasi per mano, uno al fianco dell’altro, come per darsi coraggio.
Dentro, poi, si battono per ore. Ne sortisce effetto una mediazione fuori tempo massimo – «se cambiamo insieme il regolamento del gruppo, ritirate le dimissioni? » – di un super falco come Laura Bottici.
Una che definisce i giornalisti «avvoltoi» e ha già attaccato i dissidenti evocando il concetto di sabotaggio.
Nessuno, comunque, cambia opinione. Urla e lacrime rendono la porta della sala riunioni quasi un orpello.
«Una dinamica del genere è distruttiva della nostra azione – grida Mussini – Qui c’è chi vuole la guerra, ci sono dei caduti. Voi pensate: “ci siamo liberati di quattro che rompevano i coglioni e ora ne facciamo fuori altri cinque”. Ma dal giorno delle espulsioni non c’è stata alcuna riflessione, anzi è partito il treno, è ricominciato lo stesso meccanismo ».
Anche un ortodosso come Alberto Airola si sfoga, amaro: «Scusate, questa situazione mi ha molto provato. Non c’è dialogo da parte di nessuno. Nessuno ».
Bencini trattiene a stento le lacrime, sembra quasi chiedere aiuto ai cronisti: «Tutti a casa? Sono io che voglio tornare a casa mia».
Fumano tutti. Una cronista becca Andrea Cioffi sulla soglia del bagno con una sigaretta in bocca. Il senatore desiste.
In assemblea c’è chi difende gli espulsi, anche se i 13 fuoriusciti hanno ridotto di molto la pattuglia delle colombe.
Nel gruppo – oggi a quota 41 senatori – volano soprattutto falchi. A sera, comunque, le dimissioni restano sul tavolo. «Nessun giochino – urla Romani – siete voi che mi buttate fuori. Non c’è scritto da nessuna parte che mi dimetto dal Movimento».
Si rivedranno lunedì. Solo allora si capirà se altri parlamentari preferiranno la via dell’esilio dal Movimento.
I nomi degli ultimi malpancisti – ancora indenni dall’epurazione – sono quelli che circolano da tempo: fra gli altri Michela Montevecchi, Ivana Simeoni, Cristina De Pietro e Giuseppe Vacciano.
«Io penso – è facile profeta Luis Orellana – che non è finita e altri usciranno».
Gli espulsi, intanto, si organizzano.
Entro martedì dovrebbero avviare ufficialmente l’iter per dar vita a un nuovo gruppo parlamentare. Li osserva Sel: «Insieme per una nuova maggioranza? Manca la premessa – risponde la capogruppo vendoliana Loredana De Petris – e cioè la volontà di Renzi. Noi comunque già ci raccordavano e ci raccorderemo con il nuovo gruppo. Poi tra tre mesi chissà … ».
Mentre il conflitto infiamma, il cofanetto dei veleni sembra destinato a schiudersi.
Sui soldi, ad esempio: «Ho sempre restituito tutto – assicura Francesco Campanella – ma tra i talebani si dovrebbero fare più controlli. C’è anche chi ha assunto il convivente ».
Gli espulsi Lorenzo Battista e Orellana, nel frattempo, ricevono una lettera di minacce con proiettili. E a complicare il quadro, si sparge la voce che alla radice del dissidio tra Grillo e Federico Pizzarotti ci sarebbe stata anche una mail inviata dal primo cittadino di Parma agli altri sindaci grillini per chiedere di prendere le distanze in blocco dalle espulsioni del Fondatore.
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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