Destra di Popolo.net

I MINISTRI DEL “GOVERNO DI MAIO” SECONDO “IL GIORNALE”

Settembre 21st, 2017 Riccardo Fucile

INIZIA IL GIOCO DELLE ANTICIPAZIONI SULL’ESECUTIVO CHE NON CI SARA’

Luigi Di Maio ha annunciato per fine anno i nomi dei ministri del governo del MoVimento 5 Stelle.
Per portarsi avanti con il lavoro, oggi Paolo Bracalini sul Giornale comincia ad anticiparne qualcuno.
L’elenco comincia subito con uno special guest:
Come ministro dell’Economia il profilo più accreditato è quello di Marcello Minenna, economista bocconiano, dirigente della Consob. Ad un recente convegno del M5s alla Camera i più attenti hanno notato la grande confidenza con cui chiacchierava con Beppe Grillo, a cui ha regalato una copia del suo libro La moneta incompiuta.
C’è solo un però. Minenna era stato scelto come assessore al Bilancio a Roma ma fu costretto a mollare in seguito alla guerra tra l’ex capo di gabinetto del Campidoglio, Carla Raineri, e il duo Raggi-Romeo.«Vicenda gestita con poca trasparenza» spiegherà  Minenna. Ma dietro quella operazione c’era proprio Di Maio.
Per quanto riguarda la Farnesina, il Movimento non ha una linea precisa di politica estera:
Perciò per gli Esteri si parla di un ambasciatore o un esperto di politica internazionale (Paolo Magri, direttore dell’Ispi, è stato ospite alla convention di Casaleggio a Ivrea), meno probabili i nomi di Alessandro Di Battista, l’altra star del M5s in attesa di nuovo ruolo dopo l’incoronazione di Di Maio, e poi Manlio Di Stefano, capogruppo M5S della commissione esteri della Camera, fidato di«Luigino».
Di Battista è accreditato per il ruolo di vicepremier: niente grane di un ministero, in compenso enorme visibilità  e mano libera sul Movimento.
Poi c’è il capitolo giustizia. Qui i bookmaker danno come favorito Alfonso Bonafede, braccio destro di Di Maio, avvocato e vicepresidente della commissione Giustizia alla Camera (l’unico grillino ad essere riconfermato nel 2015, come racconta con vari retroscena su Di Maio e Renzi il libro verità  sul M5s,Supernova).
Al governo poi potrebbe partecipare il pm antimafia Nino Di Matteo, non al ministero della Giustizia ma a quello degli Interni.
Giulia Grillo potrebbe fare il ministro della Salute e Nicola Morra quello dell’istruzione.
Al Welfare potrebbe andare il professor Domenico De Masi.

(da “NextQuotidiano”)

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TRAVAGLIO TIRA LE ORECCHIE AI “PUPI” M5S: “DIECI ANNI DI VITA E SONO ANCORA ALL’ASILO”

Settembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

“O SI CAMBIA IL SISTEMA DI SELEZIONE DEI CANDIDATI O SI RISCHIA IL FALLIMENTO DEFINITIVO”… “ROUSSEAU TROPPO PERMEABILE A INFILTRATI”

“La figuraccia delle primarie con Di Maio candidato unico e l’ennesimo intoppo leguleio in Sicilia non sono indice di scarsa democrazia. Ma qualcosa di peggio: la prova dell’eterna immaturità , impreparazione, improvvisazione, inadeguatezza di un movimento che cresce fuori, ma non dentro”.
Così Marco Travaglio dà  una forte tirata d’orecchie ai “pupi” del Movimento Cinque Stelle, mettendoli in guardia dal rischio di “fallimento definitivo”, se non cambieranno il selezione dei candidati in tempo per le elezioni del prossimo anno.
“Mentre festeggiano il decimo anniversario del battesimo al V-Day, i 5Stelle sembrano nati ieri. Dovrebbero essere in quarta elementare, sono ancora all’asilo nido. Molti si son fatti le ossa in Comuni, Regioni e Parlamento. Ma il Movimento continua a gattonare e inciampare come un infante un po’ ritardato. Con regole o non-regole che andavano bene agli albori, per una piccola forza locale di opposizione, protesta e disturbo, ma non hanno più senso per quello che è — nonostante tutto — il primo partito nazionale […]”.
La responsabilità , scrive Travaglio, è dei vertici, che “sono giunti impreparati, con regole abborracciate last minute e senza una rosa di candidati che rendesse la gara non dico imprevedibile, ma almeno credibile”.
Dunque l’avvertimento:
“[…] se non si cambiano le regole, casi come questo (e quello di Genova) si moltiplicheranno nella selezione dei candidati alle Politiche. Stavolta il M5S dovrebbe portare almeno 250 parlamentari, di cui 150 nuovi di zecca. Davvero si pensa di sceglierli con le solite primarie online, città  per città , con i videoprovini e il voto di poche decine di iscritti per ciascuno? O non è meglio un sistema misto che salvi il voto degli iscritti (magari facendoli votare su scala regionale, per evitare scalate di ambienti lobbistici, partitici e malavitosi con poche centinaia di voti), ma lo sottoponga poi al filtro di delegati provinciali che tengano fuori matti, improvvisatori e soprattutto infiltrati?”
Il sistema di selezione grillino — conclude Travaglio — è troppo noto e permeabile perchè qualcuno non ne abbia studiati i punti deboli per infilarci i suoi portatori d’acqua, pronti a cambiare cavallo alla prima chiamata. Basta iscrivere a Rousseau qualche decina di infiltrati da ogni città  […] per avere i clic necessari a far eleggere chi si vuole. E questo, per i Cinque Stelle, sarebbe […] il fallimento definitivo”.

(da “Huffingtonpost”)

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M5S, DAI TERRITORI CRESCE LA FRONDA PER AZZOPPARE DI MAIO

Settembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

FICO NON HA VOLUTO VEDERE GRILLO… LA LETTERA DEI CONSIGLIERI COMUNALI PIEMONTESI A GRILLO… E ANCHE DI BATTISTA POTREBBE RIPOSIZIONARSI

Nemmeno il tempo di godersi la consacrazione che Luigi Di Maio si trova a vivere il paradosso di molti leader.
Essere in cima al suo Movimento, celebrato come imminente candidato premier, dotato di fama e potere politico, e allo stesso tempo diventare il principale bersaglio di una guerra interna tra i grillini. Locale e nazionale.
Perchè quello che avviene in Sicilia ha conseguenze collaterali sulla sua ascesa alla testa del M5S. In un momento che tra l’altro non è dei migliori ed è tra i più turbolenti della già  vivace storia dei 5 Stelle.
Al candidato governatore Giancarlo Cancelleri, uno dei suoi uomini più fidati, Di Maio non ha legato solo un pezzo di campagna elettorale, con il tour in Siclia, le camicie bianche, le cravatte colorate sui social e le rispettive compagne fotografate sulle pagine patinate dei magazine di gossip.
Ma ha legato anche il suo destino a breve termine, perchè la Sicilia dovrebbe essere il risultato forte su cui il deputato avrebbe costruito la sua corsa a Palazzo Chigi.
E invece le cose non stanno andando per il verso sperato.
In Sicilia come a Roma, dove già  si agitano le truppe spontanee degli ortodossi al seguito di Roberto Fico, contrari alla decisione di Grillo di abdicare al ruolo di capo politico e di affidarlo al vincitore delle primarie per la premiership.
Così Di Maio rischia di rimanere un leader azzoppato anzitempo e di vedere rovinata la festa della sua incoronazione a Rimini.
Per questo, dentro il M5S stanno già  approntando le contromosse, legali e disciplinari. A Roma Grillo ha avuto colloqui serrati con il team di avvocati che segue le pratiche sugli innumerevoli ricorsi e si è convinto, come già  aveva fatto a Genova contro Marika Cassimatis, che a questo punto è meglio procedere senza ulteriori votazioni: il candidato in Sicilia resta Cancelleri, per volontà  del comico, in qualità  di garante e (ancora per poco) capo politico del M5S.
Allo stesso modo, Grillo è pronto a usare il suo potere per calmare la fronda interna. Già  trapelano le prime minacce di sanzioni, se i più riottosi dovessero continuare a picconare su Di Maio.
Ma prima di arrivare a un epilogo così drammatico Grillo ha tentato un ultimo tentativo di conciliazione.
Lunedì ha chiamato Fico per chiedergli un faccia a faccia a Roma, prima della partenza. Il deputato, secondo fonti vicine a entrambi, avrebbe rifiutato di incontrare il leader.
Fico considera inaccettabile che Grillo si svesta del ruolo più importante. «Beppe devi restare tu il capo politico, non può diventarlo Luigi, serve una figura super partes». «Ma io – è stata la risposta del comico – rimango il garante».
Non è solo Fico a chiedere che Di Maio non diventi capo politico.
Sono tanti parlamentari e tantissimi dai territori, tra eletti e non.
Ieri Luigi Gallo, deputato che più di altri si è intestato una campagna pubblica sui social, ha rilanciato una lettera sottoscritta dai consiglieri piemontesi: «Beppe – scrivono – riteniamo che la figura del premier non debba coincidere con quella del capo politico».
Ma Grillo vuole tornare ai suoi spettacoli, calcare palchi dove si sente più a suo agio, lontano dai rituali rissosi della politica. Questa volta sembrerebbe deciso.
In realtà  lo era anche due anni fa, ai tempi del direttorio, ma non funzionò e alle prime liti si dissolse, costringendolo a tornare.
Secondo il deputato Angelo Tofalo «la dizione capo politico vale per il Parlamento. Grillo resta garante e capo politico, inteso nel senso più ampio».
Ma sono rassicurazioni di facciata.
Memore di quanto accaduto con il direttorio, Grillo ha delegato a Davide Casaleggio e allo staff il compito di blindare la futura leadership di Di Maio.
Fico, e chi come lui vorrà  alzare polveroni, è avvertito: in virtù della sua nuovo carica, Di Maio potrà  sanzionare chiunque voglia detronizzarlo.
Potrebbe essere il preludio a nuovi addii, anche perchè in campagna elettorale non verranno tollerate critiche. In tutto questo c’è da capire che parte sta interpretando Alessandro Di Battista.
Ha promesso di parlare dal palco di Rimini, per spiegare perchè non si è candidato contro Di Maio, lasciando che a sfidarlo fossero degli illustri sconosciuti, in una gara dai risvolti comici.
Intanto però Di Battista è rimasto nascosto, come sa fare solo lui, senza sbracciarsi troppo di elogi per l’amico Luigi con cui ha stretto un patto di non competizione.
Ma i patti, in politica, si fa in fretta a stracciarli.

(da “La Stampa”)

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M5S: NASCE LA FRONDA ANTI-SICILIA

Settembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

GLI ORTODOSSI GUIDATI DA FICO ATTENDONO IL PASSO FALSO DI CANCELLERI SU CUI DI MAIO HA MESSO LA FACCIA…BORRE’: “PER FARE LE PRIMARIE BASTANO TRE GIORNI, HANNO PAURA”

I giudici non hanno sempre ragione. O almeno li si può sfidare trovando un cavillo per non farsi condizionare da loro.
Fa parte del nuovo corso 5stelle, in continua mutazione genetica, con lo sguardo fisso alla possibile andata al governo costi quel che costi comprese le abiure dei capisaldi della loro politica, tra cui ha sempre spiccato l’ossequio assoluto al giudizio dei magistrati.
Oggi, nonostante la decisione del Tribunale di Palermo di sospendere il risultato delle consultazioni per la scelta dei candidati alle regionali siciliane, Giancarlo Cancelleri ha deciso di andare avanti lo stesso e di non ripetere le ‘regionarie’.
In casa grilina la vittoria in Sicilia inizia ad apparire complicata ed è per questo che i vertici vogliono evitare scossoni a campagna elettorale iniziata.
D’altronde un fallimento in Sicilia costerebbe caro allo stesso Luigi Di Maio che su Cancelleri ha messo la faccia e ora si appresta ad essere scelto candidato premier.
I due da mesi si muovono infatti l’uno accanto all’altro, i loro destini sembrano legati e così i duri e puri del Movimento, con Roberto Fico in testa, stanno a guardare, aspettano il risultato siciliano perchè è da qui che dipenderà  il futuro pentastellato.
E se M5s non sfonda sull’isola, gli ortodossi, che hanno lasciato Di Maio candidato unico alle primarie, sono pronti a far pesare la debacle perchè in fondo, come diceva Sciascia parlando di ‘sicilianizzazione’ dell’Italia: “La linea della palma viene su verso il Nord”.
Così per evitare di perdere terreno, Cancelleri tiene il punto sulle primarie da non ripetere: “Siamo fuori tempo massimo — scrive il candidato presidente M5S — la scadenza per presentare il simbolo è questo sabato 23 settembre e dobbiamo inoltre raccogliere 3.600 firme per la presentazione della lista. Per questo motivo il Movimento 5 Stelle sarà  presente alle Regionali siciliane del 5 novembre con il sottoscritto candidato alla Presidenza della Regione e con la lista, a me collegata, votata dagli iscritti il 4 luglio 2017”.
Nel post a firma di Cancelleri il Movimento annuncia che farà  ricorso “per far valere le proprie ragioni” e sottolinea che “i tempi per aspettare la fine del procedimento e per rinnovare le votazioni purtroppo non ci sono più”.
Una decisione che trova l’appiglio in un passaggio del provvedimento emesso oggi, in cui il Tribunale di Palermo precisa di non potere adottare alcuna decisione in merito a una eventuale nuova votazione nè riguardo alle “modalità  di svolgimento” del possibile nuovo voto online.
Sta di fatto però che il Tribunale ha anche giudicato il voto “irregolare”, tanto è vero che lo sospeso in via cautelare, e Beppe Grillo in un post di una decina di giorni fa aveva messo nero su bianco che il Movimento avrebbe rispettato la volontà  dei giudici.
La linea è dunque sottile e come spesso avviene in questi casi si ragiona in punta di diritto.
L’avvocato Lorenzo Borrè, che difende l’attivista Mauro Giulivi, colui che ha presentato il ricorso, specifica che “per rifare i due turni delle primarie”, come sarebbe logico dopo la sentenza che le dichiara irregolari, “sarebbero sufficienti tre giorni”.
La data di scadenza per la presentazione delle liste per le elezioni regionali siciliane, infatti, è il 5 ottobre e il numero minimo di firme richiesto dalla legge è 1.800, da raccogliersi con una media di 200 per Provincia.
“Un partito come M5s se vuole 1800 firme le raccoglie in poche ore”, dice Borrè con aria di sfida.
Il rischio è che la sentenza del Tribunale arrivi in piena campagna elettorale, in quel caso, spiega un deputato molto vicino ai vertici pentastellati: “Noi ormai avremo presentato la lista e di certo non potranno annullare le candidature”.
A questo punto il Movimento va avanti nonostante l’ordinanza del giudice, ma porta con sè la zavorra delle polemiche che si ripercuotono sul piano nazionale.
Solo pochi giorni fa un capannello di deputati seduti in cortile a Montecitorio rifletteva sui possibili scenari siciliani.
Nessuno dei parlamentari grillini faceva mistero di quanto sia difficile la sfida sull’isola. Lo stesso Alessandro Di Battista, reduce dal tour siciliano, osservava: “Non diamo nulla per scontato, non abbiamo la vittoria in tasca, ce la dobbiamo mettere tutta ma è difficile”.
L’entusiasmo dei primi tempi si è affievolito, alla luce anche della candidatura di Nello Musumeci, supportato da tutta la destra, dal centrodestra e da pezzi centristi.
E mentre i pragmatici sperano nel grande slancio che solo Italia 5 Stelle può dare, gli ortodossi che non hanno incontrato Grillo chiuso per due giorni in hotel a Roma, aspettano il 5 novembre, giorno delle elezioni siciliane, per giudicare il lavoro di cui che diventerà  il nuovo capo politico, cioè Luigi Di Maio.

(da “Huffingtonpost”)

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DI MAIO E I DADI TRUCCATI DEI GRILLINI

Settembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

LA CHIUSURA OLIGARCHICA, LA SUPERSTIZIONE SETTARIA, LA FARSA AUTOLESIONISTICA DELLE PRIMARIE PREFABBRICATE

Una paura inconfessata del mondo si specchia nell’unica sicurezza in cui si arrocca il Movimento 5 Stelle nel momento in cui lancia l’assalto al cielo: la chiusura oligarchica in sè, con una superstizione settaria e una fiducia religiosa.
Come Ratzinger, anche Grillo è convinto che ” extra ecclesiam nulla salus”, perchè non c’è salvezza fuori dal sacro recinto.
È singolare come questi due sentimenti siano intrecciati nel procedere del partito, dal “V-day” fino alla farsa autolesionista delle primarie prefabbricate che investiranno Di Maio con una corona giocattolo, da grandi magazzini.
Un movimento nato in piazza, convinto di essere generato direttamente dal popolo, alternativo al sistema, ai suoi riti stanchi e alle procedure più logore, si mostra incapace di darsi un metodo di democrazia interna coerente con quanto predica all’esterno e con l’idea di rinnovamento che propone, talmente radicale che dovrebbe semmai rovesciare l’antico motto cristiano, cercando il cambiamento ovunque si manifesti e in qualsiasi forma: ” Ubi salus, ibi ecclesia”.
L’anomalia è congenita e connaturata, come il conflitto d’interessi per Berlusconi o il bullismo politico per Renzi.
Nasce cioè dalla concezione di sè, non come parte ma come un diverso tutto, che non vuole conquistare il sistema ma pretende di soppiantarlo.
Ciò comporta, necessariamente, l’abolizione di ogni distinzione, e cioè del libero criterio con cui si forma ogni giudizio politico, per incasellare la realtà  dentro uno schema di comodo basato sul pregiudizio, che accomuna tutta la politica precedente alla transustanziazione del comico in leader, come un’era barbara da rigettare in blocco.
Non importa che in questa lunga stagione costellata di errori e anche di colpe ci siano tradizioni, esperienze, filoni culturali, testimonianze e personalità  che hanno costruito la miglior storia d’Italia, avvicinandola all’Europa.
E non importa neppure che nella capacità  di distinguere, ogni volta e in ogni circostanza, risieda l’esercizio della libertà  intellettuale del cittadino: l’unica cosa che conta è ridurre la politica “altra” a fascio indistinto, insieme con le istituzioni marce e i riti repubblicani vuoti.
Deriva dunque dalla differenza, più che dalla proposta, l’autocandidatura grillina non all’alternativa ma alla sostituzione di sistema.
Una differenza che si vive come antropologica, irridendo gli avversari e sbeffeggiandoli, che si presenta come metodologica (nel culto elettronico del sacro Graal che dovrebbe garantire trasparenza e invece la confisca), ma in realtà  è profondamente ideologica.
Non si tratta infatti di tornare agli ideali democratici su cui è nata la repubblica, ma di trasportare il sistema nell’altrove grillino dove una casta di puri sostituirà  un meccanismo corrotto e inaugurerà  finalmente l’era della grande semplificazione, banalizzando – come avviene quotidianamente in Campidoglio – i problemi e purtroppo le loro soluzioni.
Solo un piccolo mondo nuovo, compatto, rigidamente controllato, impermeabile e autosufficiente può sostituire il grande vecchio mondo che non si può emendare, selezionare, discernere, ma soltanto mandare al macero in blocco.
Soltanto che la rigidità  del meccanismo cozza contro l’elasticità  della teoria.
C’è un capo supremo che tutti riconoscono ma che nessuno ha eletto, con titoli aziendali, manageriali e religiosi ben più che politici: il “fondatore”, il “capo politico”, l'”elevato”. Nessuno ovviamente disconosce il carisma di Grillo sui suoi adepti, e nemmeno l’istinto politico.
Solo che lo statuto speciale che si è attribuito lo colloca in un luogo esterno al controllo, alla verifica, alla trasparenza, al metodo democratico che l’articolo 49 della Costituzione prescrive ai partiti, un luogo di permanente arbitrio e di totale insindacabilità , che lo rende nello stesso tempo responsabile finale di ogni cosa, e a piacere irresponsabile di tutto.
Quando poi Davide Casaleggio scende nel campo politico e amministrativo incontrando sindaci e parlamentari, dirimendo conflitti, decidendo priorità  e strategie, l’affare si complica perchè la mancanza di ogni investitura democratica è in più distorta dall’elemento dinastico, come se si potesse ereditare il ruolo di co-fondatore, l’approccio imprenditoriale per regolare dall’alto la politica, le chiavi misteriose del caveau battezzato con sprezzo del pericolo Rousseau, che custodisce solo per gli iniziati i percorsi e i destini di tutti.
È evidente che tutto questo cozza con la predicazione della trasparenza, con il principio della democrazia diretta (anche con quella indiretta, a dire il vero), con lo streaming inflitto a Bersani, con il disvelamento di ogni meccanismo decisionale, con il rovesciamento dei vecchi metodi castali, che ancora resistono nei partiti e determinano in buona parte il successo del movimento.
L’unico principio che regge alla prova dei fatti è il famoso “uno vale uno”, ma rovesciato rispetto alla rivoluzione che prometteva: davvero conta sempre e soltanto quell’uno nascosto in alto, che ha potestà  di nomina e di veto come i signori feudali, ben più di qualsiasi leader di ogni vecchio partito.
Quelli, infatti, dichiarandosi di destra o di sinistra si impongono un vincolo politico-culturale, a cui devono in qualche modo rispondere, e in base al quale vengono giudicati, mentre qui ogni piroetta è lecita, nel nulla identitario.
Quelli, in più, devono fare i conti con il libero gioco delle correnti, qui invece totalmente assenti come dimostrano le primarie addomesticate coi figuranti attorno a Di Maio, e il silenzio amaro dei dissidenti, che hanno paura del fulmine dall’alto, capace di incenerire ogni dissenso.
Le finte primarie sono dunque il risultato di un metodo, che è un’aperta trasgressione ai principi fondativi del movimento, una deformazione delle sue teorie, una falsificazione politica.
La miseria politica degli altri partiti non giustifica affatto la clamorosa anomalia grillina. Chi non ha altra base culturale che la purezza e la trasparenza, nascendo ogni giorno dal seno del popolo per riporre proprio lì la virtù salvifica di ogni scelta, ha infatti il dovere politico della coerenza: se non nei programmi, che sono più complicati perchè dipendono anche da variabili esterne, almeno nel metodo con cui costruisce il suo gruppo dirigente, la sua leadership, la sua struttura interna.
Abbiamo ripetuto molte volte e inutilmente, davanti ai periodici grovigli del Pd, che un moderno partito è forte se disarmato, è nuovo in quanto aperto, è democratico perchè scalabile e contendibile. Vale per tutti, naturalmente.
E invece proprio nei 5 Stelle c’è il timore non solo di ogni convergenza democratica nei parlamenti (dove pure non esiste per definizione una verità  assoluta, ma tante verità  parziali che si possono combinare in quel gioco che si chiama politica), ma anche di ogni contatto esterno per definizione “impuro”, e adesso addirittura di ogni possibile contaminazione interna che scombini la scelta dell’oligarchia di vertice, blindata proprio mentre si convocano le primarie, con una contraddizione clamorosa.
La prova del 9 è l’intolleranza per l’informazione proclamata direttamente da Grillo ieri davanti ai giornalisti, mentre l’uomo del cambiamento, Di Maio, si inchinava a baciare la teca di San Gennaro: “Vi mangerei, anche per il gusto di vomitarvi”.
Non fa ridere, qualcuno dovrebbe dirglielo. Per paura, tacciono gli oppositori interni. Per connivenza, stanno zitti gli intellettuali esterni, pronti a crocifiggere ad ogni passo la seconda repubblica, come se non si facesse male da sola.
Quanto alla terza, non resta che aspettare la ribellione cibernetica di Rousseau, come un moderno Hal, per dichiarare il gigantesco “tilt” democratico di questa odissea spaziale coi dadi truccati.

(da “La Repubblica”)

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FRECCERO: “DI MAIO E’ IL CARLO CONTI DELLA POLITICA, NON HA CARISMA”

Settembre 20th, 2017 Riccardo Fucile

“LUI E’ L’UOMO MEDIO, UN SOFTWARE INTERCAMBIABILE”

“Luigi Di Maio è perfetto perchè è l’uomo medio, è il Carlo Conti del Festival di Sanremo applicato alla politica. Un uomo con cui tutti si possono identificare, comprensibile a chiunque. Lo definirei un software interscambiabile. Non ha nulla del leader carismatico. Non è Alessandro Di Battista nè Roberto Fico. Loro hanno una forte identità  e troppa personalità  per fare i portavoce. Di Maio no, zero carisma, per questo è il perfetto portavoce del M5S, come lo volevano Grillo e Casaleggio. Dietro c’è l’idea di una politica 2.0, acefala”.
Lo afferma Carlo Freccero, membro del cda Rai, in un’intervista alla Stampa.
“Di Maio è l’ideale per la trasversalità  delle idee politiche del M5s, attento a non fare mai un discorso di rottura. La sua forza è di non avere teorie. Lo dimostra come è facile per lui cambiare idea, dal referendum sull’euro allo Ius soli. Ma per questo è comprensibile per tutti, per quel Movimento che cresce, si evolve, vuol partecipare in prima persona alla gestione comune della politica: rappresenta sia il pubblico della tv, sia l’opinione di Internet”, dichiara Freccero.
“Non incarna la politica dei leader e delle èlite ma degli uomini qualunque nel reality di Grillo, che non mette in scena le star ma punta i riflettori direttamente sul pubblico”.

(da “Huffingtonpost“)

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DI MAIO: OPERAZIONE SAN GENNARO

Settembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

DA “TOGLIEREMO I PRIVILEGI ALLA CHIESA” A BACIAPILE: FATTA LA FESTA, GABBATO LO LAICO…   IL MIRACOLO DI SAN GENNARO E’ STATO VEDERE DI MAIO IN CHIESA (PER INTERESSE)

Questa mattina si è ripetuto il miracolo della liquefazione del sangue di San Gennaro. Luigi Di Maio, che vuole essere assolutamente sicuro di vincere le barzellettarie del MoVimento 5 Stelle, si è presentato questa mattina di buon ora al Duomo di Napoli per assistere alla cerimonia e baciare l’ampolla con la reliquia del Santo.
Se Silvio Berlusconi amava definirsi l’unto del Signore Di Maio è più umile: si accontenta del miracolo di San Gennaro.
Il Vicepresidente della Camera ha fatto il suo ingresso trionfale nella cattedrale partenopea tra due ali di folla festante che gli mandava baci, lo abbracciava e gridava parole di incoraggiamento per l’importante sfida della candidatura a premier e Capo Politico del M5S.
Su Facebook Di Maio ha parlato di aver provato una grande emozione ad essere lì durante il miracolo: «soprattutto per l’affetto ricevuto da tutte le persone presenti che credono in noi e ci spronano ad andare avanti».
Sommessamente facciamo notare che le persone presenti probabilmente credono più in San Gennaro che nel M5S, ma quando si è sull’orlo di una votazione così importante per la propria carriera e per il futuro del M5S a volte si perde un po’ il senso della misura.
Le uniche parole pronunciate pubblicamente da Di Maio sono state: «È la prima volta che vengo qui, è un gesto di fede».
Nemmeno durante la tanto vituperata Prima Repubblica gli italiani sono stati costretti a vedere una scena del genere.
Ma si sa, il M5S è cambiato ed è stato Grillo — e non Di Maio — ad iniziare l’avvicinamento con la Chiesa Cattolica
Ci si aspetterebbe che un candidato che punta alla leadership del suo partito e alla Presidenza del Consiglio trascorra il tempo cercando di spiegare agli attivisti e agli elettori la sua visione politica.
Di Di Maio sappiamo solo che è “postideologico” e che il programma della sua piattaforma gliel’ha scritto qualcun altro.
Lui è lì solo per metterci la faccia. Gli altri candidati li conoscerà , se tutto va bene, sul palco di Rimini dove saranno lì ad applaudirlo mentre terrà  il suo primo discorso ufficiale da candidato premier per il MoVimento.

(da “NextQuotidiano”)

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IL M5S HA SUPERATO LA LINEA DI CONFINE: PRIMARIE SGANGHERATE E UN DI MAIO SENZA PREPARAZIONE, STORIA E IDEE

Settembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

C’E UNO CHE NON VALE PIU’ UNO, INFATTI VALE MENO DI ALTRI

Ambizioso, sveglio, ben educato, persino bellino, senza preparazione, storia e idee politiche che non siano state vidimate da Grillo e rivisitate dalla Casaleggio Associati, il trentunenne Luigi Di Maio è di fatto il primo candidato premier dell’epopea vincente e opaca del Movimento Cinque Stelle.
Alle sgangherate primarie grilline parteciperà  anche qualche altro figurante, ma la strada è tracciata. Il «movimento-partito-spersonalizzato» diventa personale. E chi meni davvero le danze è difficile da capire.
Indifferente all’idea di essere considerato il ripetitore automatico di voci che arrivano da stanze lontane e impenetrabili, con in tasca un diploma di liceo classico insufficiente ad archiviare il suo corpo a corpo con i congiuntivi, a chiarirgli il ruolo di Che Guevara o la distinzione tra il Cile e il Venezuela, il vice presidente della Camera, inflessibile con gli indagati che non siano lui, populisticamente tenero con gli «abusivi per necessità », si sente all’altezza di guidare il Paese, trasformandolo da «bad nation» a «smart nation» di stampo nordeuropeo, e di sedersi allo stesso tavolo di Putin, della Merkel e di Macron.
Una sensazione sciocca ed esaltante, di cui Di Maio, l’Uomo del Futuro, non riesce più a fare a meno. L’autostima evidentemente non gli manca. In bocca al lupo.
La scelta Grillo-casaleggesca di puntare su una propria creatura da laboratorio, senza metterla a confronto con esponenti qualificati della società  civile o anche solo con i parlamentari che hanno condiviso lo stesso percorso dell’Uomo del Futuro, segna, in modo paradossale, l’attraversamento di una linea di confine.
Perchè paradossale? C’è uno che vale più degli altri.
Ma, a guardare il suo curriculum, al di là  della dialettica spigliata, è uno piuttosto qualunque. E’ stato scelto lui o la sua disponibilità  a essere consigliato e guidato?
Nei mesi che precedettero la rielezione di Giorgio Napolitano alla presidenza della Repubblica, i Cinque Stelle puntarono su Stefano Rodotà  e Milena Gabanelli.
Un modo per segnalare il distacco dalle logiche di Palazzo, affidandosi alla credibilità  di candidati che di certo non si sarebbero fatti condizionare da una telefonata milanese.
Ci voleva coraggio. Quattro anni dopo quel coraggio non c’è più.
È sempre stato chiaro che il grillismo, anche nella sua dimensione più ingenuamente rivoluzionaria, prosperava in virtù di una spensierata rozzezza fondata su una presunta superiorità  di valori.
Oggi però il Movimento 5 Stelle è un partito vero e proprio, acerbo, ondivago, apparentemente pronto a consegnare al candidato premier anche la leadership politica da sempre in mano a un estenuato Grillo, costringendo parlamentari come Roberto Fico a prendere le distanze da questa svolta al ribasso e spingendo Alessandro Di Battista (più carismatico e consapevole dei propri limiti del multiforme amico Di Maio) a non fare ombra al Candidato Unico.
Addio democrazia orizzontale.
Una differenza con gli altri partiti però rimane. Nessuno sa – dall’Europa allo ius soli – quale sia la visione politica (sempre che esista) del vice presidente della Camera.
Così come nessuno sa – ci ha pensato ieri il Financial Times a sollevare la questione – quale sia la visione politica di Davide Casaleggio.
Per capirlo servirebbe un esperto di algoritmi applicati alla teolinguistica.
Secondo il filosofo canadese Alain Denault «viviamo in un’epoca in cui si deve portare il marchio a livello di evangelizzazione», un meccanismo che la Casaleggio Associati conosce bene e che spinge diritti alla mediocrazia.
Pochi invisibili guidano una massa di formiche efficienti convinte di essere libere.
Per questo è stato costruito un premier in pectore abituato a cambiare opinione quando la cambia la maggioranza? Dubbio atroce.
Non sarà  una tardiva sindrome di Ambra Angiolini?
Solo che Ambra si occupava di tv e, uscita dal sofisticato circo di Boncompagni, si è emancipata grazie al talento.
Invece Di Maio, programmato da Milano, vorrebbe occuparsi di tutti noi. Gli basterebbe che il suo ego la smettesse per un attimo di agitarsi come un ossesso per capire che non è pronto.
Il Movimento 5 Stelle doveva essere il trasparente rifugio dei cittadini, è diventato una straordinaria dependance dell’enigmatico Casaleggio junior.
E nessuno ci ha ancora spiegato come si sia passati da Zagrebelsky a Di Maio, senza dire per lo meno: scusate, questa è la politica e anche noi ci dobbiamo adeguare.

(da “La Stampa”)

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IL GELO DI FICO, ANTAGONISTA MANCATO: LASCIAMO L’HIGHLANDER DA SOLO

Settembre 19th, 2017 Riccardo Fucile

E’ STATO UNO DEI MILITANTI FONDATORI, MA SENZA IL CORAGGIO DELLA SFIDA

Il coraggio, uno, se non ce l’ha, mica se lo può dare.
E così Roberto Fico – uno dei più sinceri militanti storici del Movimento – ha scelto (dopo lungo tentennare) di stare fuori.
A qualcuno che gli è vicino ha detto «lasciamo solo l’Highlander, ne resterà  solo uno, lui». Un’espressione amara, che sta a dire: se la cantino e se la suonino, a questo punto.
Il dilemma esistenziale di Fico è sempre stato questo, in tutti questi anni: concepito nel laboratorio di Gianroberto Casaleggio – era uno di quelli più di casa a Milano fin dalle origini, parliamo del 2005 – è stato però, anche, un militante reale, che nel Movimento ha creduto, e ha condotto battaglie vere: per l’ambiente, nella terra dei fuochi, contro la camorra.
Tanto attivista lui quanto in giacca e cravatta Di Maio, il giovane ragazzo spazzola (a Napoli, nel meetup, lo chiamavano così quando andava a mettersi, tutte le settimane, sotto l’ala di Fico).
Di Maio che – partito da fondatore di un meetup minore (Fico nel 2005 fondò quello di Napoli, Di Maio nel 2007 quello di Pomigliano), ha finito per relegarlo al ruolo di antagonista: nel senso di «antagonista di Di Maio», ma anche di «militante antagonista».
È così che Fico s’è trovato infine a coprire anche lui una casella, che faceva comodo alla Casaleggio, un mero, prestabilito e immutabile ruolo in un casting: il puro, quello un po’ di sinistra, vicino agli immigrati, ai movimenti di base, ai lavoratori.
Ha accettato, lo volesse o meno, di coprire il Movimento in una fettina di mercato.
È diventato ingranaggio, di una «politica fatta solo per i media», quella che ha sempre denunciato in Di Maio e le sue copertine su Vanity Fair.
In questo modo anche la sua disillusione – che ormai è totale, dicono lavori da giorni a un post finale, e mediti persino di disertare Rimini – non è mai diventata sfida vera per cambiare il corso delle cose, semmai un’illusione ottica, che copriva l’impossibilità  di mutare i meccanismi-Casaleggio.
Il che smorza certe aspettative o i ritratti che lo accreditano «capo» di quelli che potrebbero davvero contendere il Movimento a Di Maio.
È vero, guidò la rivolta dei parlamentari – arrivarono a essere una settantina, contro Di Maio. Molti, il caso più emblematico è Laura Castelli, sono poi passati con Di Maio. Fico no, Fico è stato coerente; ma inerte.
Fino a ieri mattina ha chiesto che cambiasse la regola (raggelante, per chi credeva nel Movimento in buonafede) che fa coincidere il candidato premier e il «capo politico». Cosa che Grillo non gli ha concesso (anche perchè Grillo vuole togliersi dalle grane processuali ed economiche che la figura di «capo» e «garante» gli crea).
A quel punto la scelta di Fico era: mi candido, ma così legittimo qualcosa in cui non mi riconosco più, oppure non mi candido e taccio, perchè «questo non è più il mio Movimento», ma in questo modo comunico il senso di una resa forse definitiva? L’alternativa di un perdente.
Ha scelto la seconda, alla fine; ma senza alcuna grandezza tragica.
Probabilmente farà  la sua guerriglia, ma nulla potendo, in realtà . Una guerriglia su tutto e su niente: se Di Maio ha condiviso in pieno (anzi, anticipato) la linea-Minniti sui migranti, Fico ha «condiviso in pieno le parole di Gino Strada» contro Minniti.
Se alla Casaleggio la Lega non è mai parsa ostile, anzi, a Fico sì, «noi non siamo questa roba».
Tutto giusto, tutto sensato, ma mai la forza di trasformarlo in lotta politica. Non per carrierismo, Fico non è un arrivista, sebbene anche lui prima della politica fosse a reddito zero, e dire addio dev’essere umanamente difficile.
Forse più per carattere, umani limiti che infine qui crudelmente s’appalesano.
Sulle regole ad hoc ha fatto parlare Luigi Gallo, un milite ignoto (che guarda caso l’altro giorno era con lui, a Villaricca, Napoli, proprio a fare una di quelle battaglie che sanno di un Movimento che non c’è più).
Su altre cose, in queste ore, ragiona cupo: «È stato più difficile di quanto pensassimo sottrarsi ai palazzi e alle consuetudini dei loro dintorni».
Oppure: «Tolte le carriere e tolti i soldi — quelli veri — dalla politica, le debolezze umane sono le nostre possibili trappole, e ognuno di noi è chiamato a farci i conti personalmente».
Già , ognuno con le sue.

(da “La Stampa”)

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