Marzo 30th, 2012 Riccardo Fucile
L’AVVOCATURA CHIEDE I DANNI… MAZZOCCHI (PDL) HA ACQUISTATO L’APPARTAMENTO VENDUTO DAL COMUNE POCO PRIMA A DUE VECCHIETTI PER 206.000 EURO
Il quartiere Prati con la sua piazza Mazzini è il cuore della “city romana”. 
Ma può considerarsi anche il cuore di un’intricata vicenda di case di pregio, oltre 120 metri quadri dal valore alto, fino a 900 mila euro di euro, ma svendute al prezzo di un monolocale in una zona semicentrale. In un bellissimo stabile di via Andreoli 2 (che si affaccia su piazza Mazzini), ben 22 appartamenti sui 90 cartolarizzati dal Comune a partire dal 2005 sono stati prima venduti agli inquilini a prezzi di saldo e poi rivenduti dagli stessi in violazione di una norma locale, la 139 del 2001, che vietava espressamente la rivendita prima di una certa data dal rogito.
Compravendite realizzate in circostanze tutte da chiarire e ora al centro di una complicata vicenda giudiziaria.
La norma vietava agli inquilini — nella maggior parte dipendenti pubblici che alloggiavano negli stabili comunali a canoni agevolati — che avevano acquistato dal Campidoglio gli appartamenti con sconti dal 30 al 45 %, di rivendere prima dei 10 anni.
Questo per evitare speculazioni da parte di chi aveva usufruito dei generosi sconti. L’uomo incaricato dall’ex sindaco Walter Veltroni di occuparsi di una delle più importati operazioni di dismissione immobiliare degli ultimi 20 anni in Italia è stato Claudio Minelli, ex assessore capitolino della Margherita al Patrimonio immobiliare dal 2001 al 2008, oggi desaparecidos della politica.
In ballo 7500 immobili da cartolarizzare e un processo di vendita (fermato dalla giunta Alemanno) a soli 775 immobili venduti e 150 milioni di euro entrati nelle casse del Comune. Una cifra modesta.
“Io mi ricordo le pressioni che mi arrivavano da tutti i partiti, le commissioni, i comitati di inquilini, per fare maggiori sconti — racconta al Fatto Minelli — mi sembravo un punching ball in quel periodo. Fu una lotta incredibile, e non escludo che palazzi in zone importanti della Capitale siano finiti a prezzi troppo scontati”.
In piazza Mazzini nel 2005 i prezzi di mercato al metro quadro, secondo i dati dei broker immobiliari, variavano tra i 6. 700 e i 7. 700 euro, ma nello stabile di via Andreoli 2, gli appartamenti sono stati venduti in molti casi a poco più di 1. 700 euro al mq.
“Io ho comprato 100 mq con due balconi al piano nobile più cantina nel 2006 al prezzo di 360 mila euro — racconta Bruna D’Eustachio, inquilina anziana del palazzo — ma appena comprato si sono presentate delle persone che dichiaravano di essere ‘ ben collegate’: mi offrivano fino a 860 mila euro per ricomprare subito il mio appartamento. Ho risposto loro che c’era il vincolo dei 10 anni, ma loro insistevano che lo si poteva aggirare — continua la donna —. Quella era una speculazione indegna verso il Comune che così tanto ci aveva agevolati. Li ho fatti scappare a gambe levate”.
Ma altri se ne sono fregati della norma e hanno rivenduto al doppio o al triplo a medici, notai, imprenditori, avvocati.
Un inquilino che vuole restate anonimo racconta: “Molti qui dentro hanno fatto un giro strano, l’inquilino legittimo comprava a prezzo scontato anche se non aveva i soldi, però glieli dava un terzo, il secondo compratore, magari in cambio di una generosa buonuscita che poteva arrivare a un sacco di soldi”.
Così, a partire dal 2009, l’avvocatura comunale avvia una serie di cause giudiziarie. “Laddove accerteremo che vi sono state speculazioni a danno del Comune, cercheremo di tornare in possesso anche degli immobili” dichiara il sindaco Alemanno.
Intanto è rimasto impigliato nella vicenda un sodale di Alemanno, un big della politica romana, il deputato Pdl Antonio Mazzocchi, uno dei tre questori della Camera dei deputati, presidente dei Cristiano riformisti, ex presidente della federazione romana di An, ex assessore e consigliere capitolino, padre di Erder Mazzocchi consigliere regionale Pdl.
È lui, il pomeriggio del 19 ottobre 2005, a mettere la firma insieme alla moglie, Bianca Mingoli, sull’atto di compravendita di un appartamento al primo piano nello stabile — 121 mq più cantina — al costo stracciato di 250 mila euro.
L’appartamento era stato acquistato solo poche ore prima da due pensionati de l’Aquila, che avevano comprato l’alloggio a poco meno di 207 mila euro. L’avvocatura comunale, in rappresentanza del sindaco Alemanno, ritiene che i primi compratori, i coniugi Mazzocchi e il loro notaio, N. V., abbiano compiuto una speculazione ai danni delle casse comunali e chiede loro un cospicuo risarcimento, pari al prezzo del valore di mercato dell’appartamento, stimato al 2005 tra gli 860 mila e gli 880 mila euro.
Gli avvocati del sindaco hanno trascinato tutti in tribunale.
Mazzocchi, interpellato dal Fatto, replica: “Ho pagato il prezzo del valore di mercato. Sì, è vero, siamo in comunione dei beni, ma sono stato trascinato dentro la causa anche se a comprare con propri soldi è stata mia moglie. Io ero solo la persona che doveva attestare questo al momento del rogito”.
Ecco perchè chiede un milione di euro di danni al Comune: “Capirete bene, sono deputato e questore della Camera. Comunque la compravendita è regolare, per l’immobile abbiamo interrogato il ministero dei Beni Culturali, loro — prosegue Mazzocchi — hanno un diritto di prelazione, se non lo esercitano il privato può rivendere”.
Ma il Comune la pensa al contrario, è un immobile di un ente locale, nulla c’entra il Mibac. “Siamo arrivati a quella norma dopo un grande lavoro e studio — replica Minelli — nessuno poteva rivendere prima dei limiti imposti dalla legge, chi lo ha fatto deve pagare”.
L’immobile contestato è stato affittato ad uno studio medico, ma sul punto il parlamentare è balbettante: “Da oggi è libero, l’ho sfittato ieri”.
Il deputato dell’Idv Francesco Barbato chiede le dimissioni da questore della Camera di Mazzocchi. “Come può amministrare le casse della Camera dei Deputati se si regola in questo modo? Chiederò oggi d’incontrare il presidente Fini e sottoporgli la “scandalosa” posizione dell’on.Mazzocchi e la conseguente rimozione da questore della Camera”.
Intanto, a distanza di oltre un anno dall’istituzione di una commissione di inchiesta sulle vendite del patrimonio immobiliare capitolino voluta da Alemanno, c’è buio fitto su nomi e dati.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 25th, 2012 Riccardo Fucile
ANGELA BIRINDELLI, ASSESSORE ALL’AGRICOLTURA, E’ INDAGATA PER LO STANZIAMENTO DI 18.000 EURO IN PUBBLICITA’ ISTITUZIONALE A FAVORE DELL'”OPINIONE DI VITERBO” CHE SI DISTINGUEVA PER ATTACCHI AI SUOI AVVERSARI INTERNI AL PARTITO
“Dimostrerò la mia estraneità ai fatti”. Così l’assessore all’Agricoltura delle regione Lazio Angela Birindelli si difende dopo che i carabinieri hanno sequestrato nei suoi uffici la determina che disponeva un finanziamento ad un giornale locale.
Birindelli, Pdl, è coinvolta in un’indagine su una presunta tentata estorsione ai danni di due politici.
Al telefono non risponde, ma in un comunicato si dice pronta a chiarire tutto.
La storia ruota attorno al giornale L’opinione di Viterbo che ha un accordo commerciale con il quotidiano nazionale L’opinione, diretto da Arturo Diaconale.
Quest’ultimo ha spiegato al Messaggero: “Noi offriamo alla cooperativa la linea industriale, vale a dire carta, tipografia e distribuzione. Se loro sfondano un certo tot di quote vendute, mi pare 500, allora si prendono qualche utile”. L’accordo per Diaconale è facile da spiegare: “Il vantaggio che ricaviamo dall’accordo è nell’aumento delle copie, così abbiamo accesso ai fondi pubblici”.
Nell’ottobre 2010 non si parlava di accordo economico e la redazione scriveva nella giornata di lancio: “L’opinione di Viterbo è figlio dello storico quotidiano liberale fondato nel 1847”.
La vicenda inizia quando, lo scorso anno, alcuni ex giornalisti e soci della cooperativa (a novembre ci sono stati 6 licenziamenti) hanno presentato una denuncia sulla gestione economica poco chiara dell’Opinione di Viterbo, allegando anche una registrazione audio di una infuocata riunione nella quale il presidente del consiglio provinciale Piero Camilli e il consigliere regionale Pdl Francesco Battistoni sarebbero stati bollati come ‘nemici’, destinatari della presunta tentata estorsione.
Camilli e Battistoni hanno firmato due esposti per evidenziare presunte campagne ‘contro’ messe in piedi dall’organo di informazione.
Gli inquirenti avviano gli accertamenti e nel registro degli indagati, per tentata estorsione, finiscono il direttore dell’Opinione di Viterbo Paolo Gianlorenzo e l’amministratrice unica della cooperativa, Viviana Tartaglini.
Sul fronte politico, il consigliere Battistoni da assessore all’Agricoltura ha dovuto cedere il posto, per la questione delle quote rosa, ad Angela Birindelli. Tra i due è in corso una guerra intestina in seno al Pdl.
Birindelli viene coinvolta nell’indagine della Procura per via di un finanziamento.
Nel giugno 2011 il suo assessorato, mentre l’agricoltura locale paga caro il prezzo della crisi, decide di stanziare ben 18 mila euro per l’Alto Lazio news srl, la società che edita L’Opinione di Viterbo, per pubblicizzare la propria attività istituzionale.
Insomma, i soldi pubblici vanno in mano a un giornale che sogna di superare le 500 copie vendute, poi sospettato di ordire una campagna stampa proprio contro l’avversario politico di Birindelli.
Una vicenda torbida che ipotizza l’uso di un giornale da parte del direttore come strumento di pressione contro i politici non ‘a disposizione’, una presunta macchina del fango nella quale ora è indagata anche l’assessore Birindelli, per concorso nella tentata estorsione.
I coinvolti ribadiscono la loro estraneità ai fatti, ora spetta alla magistratura, pm Massimiliano Siddi, accertare eventuali responsabilità , partendo proprio dai documenti acquisiti.
In giunta c’è aria di nuovo rimpasto.
Ferruccio Sansa e Nello Trocchia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 20th, 2012 Riccardo Fucile
IL CASO DI DOMENICO SCOPELLITI:, PRIMARIO DI CHIRURGIA MAXILLO FACCIALE A VILLA BETANIA: “OBBLIGATO A TIMBRARE IL CARTELLINO, MI SENTO UMILIATO”
Otto mesi con lo stipendio da 3.200 euro al mese netti senza lavorare.
Dopo un anno di paziente attesa, Domenico Scopelliti, 50 anni, uno dei più apprezzati esperti di chirurgia maxillo facciale in Italia, è amareggiato: «Basta: non riesco più a sopportare questa umiliazione. Sto pensando di andarmene all’estero: le offerte non mancano».
Il medico ha presentato un ricorso al giudice del lavoro contro la Asl Roma-E e contro la Regione, in attesa che forse la Corte dei conti verifichi se ci siano gli estremi di danno erariale.
Nei prossimi giorni verrà fissata la prima udienza.
La storia inizia quando Renata Polverini, per arginare il deficit della sanità , il 30 settembre 2010 decreta la chiusura, tra gli altri, del reparto di Chirurgia maxillo facciale di Villa Betania, diretto da Scopelliti.
La struttura fa parte della Asl Roma-E.
Il 12 marzo di un anno fa, dopo due proroghe, il reparto termina l’attività .
«Da allora non sono stato più messo in condizioni di lavorare – taglia corto il medico – ma per oltre 8 mesi mi hanno costretto a timbrare il cartellino e rimanere 6 ore e 20 minuti con le braccia conserte. Volevano farmi fare piccoli interventi ambulatoriali, come eseguire una biopsia o togliere un dente del giudizio, ma ho fatto notare questo non ha nulla a che vedere con il mio lavoro: sono interventi che competono a un dentista. Io mi occupo di altro…».
Infatti Scopelliti, che vanta oltre 40 missioni umanitarie nei Paesi in via di sviluppo (come Filippine, Afghanistan, Venezuela, Madagascar, Senegal e Kenya), ha maturato una grande esperienza, oltre che nelle patologie traumatiche e oncologiche sul viso, nelle malformazioni congenite su neonati e bambini, ridando il sorriso a centinaia di ragazzini che, senza il suo aiuto, probabilmente sarebbero rimasti sfigurati per tutta la vita.
Professionalità che gli viene riconosciuta anche a livello internazionale: è l’unico italiano invitato a parlare a maggio nel congresso mondiale di malformazioni cranio facciali.
«Ma a prendere lo stipendio senza lavorare io non ci sto – sottolinea -. Ho chiesto tante volte alla Asl e alla Regione dove mi avrebbero mandato, ma non mi hanno mai saputo rispondere.
Così dal 15 giugno al 31 ottobre 2011 alla Asl ho fatto domanda di “aspettativa per inattività forzata”».
Il 7 luglio 2011, però, arriva alla Asl Roma-E una lettera dalla Regione, firmata dal sub commissario Giuseppe Spata che annuncia il trasferimento di Scopelliti e della sua èquipe nel San Camillo dal 1° settembre.
«Pensavo che tutto si stesse sistemando – aggiunge il primario – ma il 31 agosto dalla Regione hanno mandato un’altra lettera che prevedeva il nuovo reparto nel Santo Spirito». Per aprirlo, però, «servono strumenti, personale e uno spazio adeguato – fa notare Scopelliti -. Così la direzione generale della Asl mi commissiona un piano di riorganizzazione. E mi fanno revocare l’aspettativa».
I primi di ottobre il primario consegna alla Asl e alla Regione il piano.
Dopo un mese la Asl sollecita la Regione ricordando che continua a pagare stipendi a tre dipendenti (Scopelliti e due suoi aiuti) senza farli lavorare.
Fino a dicembre non si muove nulla.
Il primario non si dà pace: «Perchè sono stato privato della possibilità di curare centinaia di malati? Forse perchè non ho una tessera di partito in tasca…».
Comunque dei 350 pazienti in lista d’attesa per un intervento a Villa Betania, la maggior parte giovani (tra 18 e 30 anni), oltre ai 500 già operati e ancora da seguire, Scopelliti ha continuato ad assisterne «senza farmi pagare» una piccola parte nel suo ambulatorio privato: «Attraverso “Operation Smile” e grazie a collaborazione con la clinica Sanatrix che ha messo a disposizione sale operatorie e reparto – rivela – ho potuto operare gratuitamente 21 pazienti, quelli più disagiati. Tutti gli altri malati, purtroppo, sono finiti in altri ospedali a ingrossare le liste d’attesa…».
Francesco Di Frischia
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 29th, 2012 Riccardo Fucile
DA RICERCATORE A PROFESSORE ORDINARIO: L’ASCESA DI GIACOMO FRATI, FIGLIO CASUALMENTE DEL RETTORE DELLA SAPIENZA DI ROMA
Vi fareste operare al cuore da chi non ha «mai visto la cardiochirurgia» e si è impratichito solo con i
manichini?
Se la domanda vi sembra demenziale, sappiate che è già successo .
O almeno così dice, in un’intervista stupefacente, il figlio del rettore della Sapienza.
Che con una sfolgorante carriera si è ritrovato giovanissimo a fare il professore nella facoltà del papà , della mamma e della sorella.
Che per essere un grandissimo chirurgo si debba avere necessariamente un curriculum scientifico universitario, per carità , non è detto.
Ambroise Parè, il fondatore della moderna chirurgia, pare fosse figlio di una peripatetica e cominciò nella scia del padre facendo insieme il chirurgo e il barbiere.
E il capo-chirurgo dell’«èquipe» del primo trapianto di cuore in Sud Africa, nel 1967, al fianco di Christiaan Barnard, pare sia stato Hamilton Naki, che era un autodidatta con la terza media che essendo nero figurava assunto come giardiniere ma aveva le mani d’oro al punto di ricevere, finita l’apartheid, una laurea ad honorem e il riconoscimento di Barnard: «Tecnicamente era meglio di me».
Detto questo, il modo in cui Giacomo Frati si è ritrovato alla guida di un’Unità Programmatica di (teorica) avanguardia al Policlinico di Roma appare sempre più sbalorditivo.
Ricordate? Ne parlammo due settimane fa, dopo l’apertura di un’inchiesta giudiziaria. Riassumendo, il giovanotto riesce in una manciata di anni (ricercatore a 28, professore associato a 31, in cattedra a 36) a diventare ordinario nella stessa facoltà di medicina in cui il padre, il potentissimo rettore Luigi, è stato per una vita il preside e ha già piazzato la moglie Luciana Rita Angeletti (laurea in lettere, storia della medicina) e la figlia Paola, laureata in legge e accasata a Medicina Legale.
Un genio tra tanti «sfigati»? Sarà …
Ma certo gli ultimi passaggi della vertiginosa carriera di Giacomo sono sconcertanti. Prima l’esame da cardiochirurgo vinto grazie al giudizio di una commissione di due igienisti e tre dentisti: «Giusto? Forse no però questo non è un problema mio…».
Poi la chiamata a Latina dove era stata aperta una «succursale» di cardiologia della Sapienza presso la casa di cura Icot.
Poi il ritorno a Roma appena in tempo prima che le nuove regole contro il nepotismo della riforma Gelmini impedissero l’agognato ricongiungimento familiare.
Poi la creazione su misura per lui, togliendo un po’ di letti a un altro reparto, di un’«Unità Programmatica Tecnologie cellulari-molecolari applicate alle malattie cardiovascolari» che gli consente di avere un ruolo equiparato a quello di primario, novità decisa dal direttore generale Antonio Capparelli.
Nominato poche settimane prima ai vertici del Policlinico proprio da Luigi Frati, il premuroso pap�
Troppo anche per un ateneo storicamente abituato a una certa dose di nepotismo.
Eppure, neanche un verdetto del Tar che dà ragione a quanti avevano presentato un esposto contro gli esiti della «gara» vinta da Giacomo («illogicità del criterio adottato», «irragionevole penalizzazione degli idonei», «danno grave e irreparabile») è riuscito a frenare l’irrefrenabile ascesa del giovanotto.
Anzi, il giorno dopo avere perso il ricorso in appello contro quella sentenza, l’università gli ha fatto fare un nuovo passo in avanti.
Nè sono riusciti a bagnare l’impermeabile scorza di Luigi Frati (dominus assoluto di un sistema trasversale alla destra e alla sinistra che sta benissimo a molti baroni) alcune contestazioni nel Senato accademico o una miriade di mugugni sul Web.
Nè poteva infastidirlo, pochi giorni fa, il professor Antonio Sili Scavalli, segretario regionale della Fials e responsabile aziendale dello stesso sindacato, che ha mandato una diffida a Renata Polverini chiedendo come fosse possibile che Giacomo Frati, chiamato al Policlinico per attivare una guardia medica di cardiochirurgia, sia stato quattro mesi dopo promosso e contestualmente abbia chiesto, da primario, di essere esentato dalle noiose guardie notturne.
Ma le domande più fastidiose poste dal sindacato, che preannuncia un esposto alla magistratura, sono altre. È vero che in un anno e mezzo i dati sulla produttività dell’unità di Giacomo Frati «fornirebbero un numero pari a zero»?
Ed è vero che in questo periodo il giovine chirurgo ha fatto in tutto 5 interventi «peraltro di cardiochirurgia classica» che dunque non c’entrano niente con la creazione su misura del reparto di «avanguardia»?
E soprattutto: qual era la mortalità di quella dependance di cardiochirurgia a Latina dove si era impratichito?
Il punto più delicato è questo.
Lo dicono nemici di Frati come il senatore Claudio Fazzone, che mesi fa ironizzò sull’«alta qualità portata a Latina» dal rettore: «Penso si riferisca alla cardiochirurgia che ha effettuato 44 interventi in un anno, di basso profilo, col più alto indice di mortalità del Lazio».
Ma lo dice soprattutto un decreto della Regione del 29 settembre 2010. Dove si legge che nonostante a Latina fossero stati fatti «zero» interventi chirurgici «di alta complessità , i risultati all’Icot erano pessimi.
Tanto da spingere la Regione Lazio a chiudere la dependance universitaria, a costo di dover pagare alla casa di cura dove stava un risarcimento milionario: «La disattivazione dei posti letto di cardiochirurgia dell’Icot di Latina è sostenuta da valutazioni relative ai volumi di attività estremamente ridotti e alla bassa performance. Nel 2009, la struttura ha effettuato 44 interventi cardiochirurgici (pari all’1% del totale regionale) ed è ultima nel Lazio per capacità di attrazione, con una percentuale di ricoveri a carico di residenti fuori regione intorno al 2% (valore medio regionale del 9%). L’indice di inappropriatezza d’uso dei posti letto è 3 volte più elevato rispetto alla media regionale».
Quanto «bassa» fosse la performance, lo dice una tabella riservata del «PReValE», il Programma regionale di valutazione degli esiti, recuperata da Sabrina Giannini, di «Report».
Tabella dove, alla voce «Bypass aorto-coronarico» per il 2008-2009 sulla mortalità nei primi 30 giorni dei pazienti sottoposti ad intervento chirurgico, risulta che non ce la fece il 2,25% degli operati (su 356) al Gemelli, lo 0,46% (su 656) al San Camillo-Forlanini, il 2,67% (su 225) all’Umberto I, il 3,01 (su 632) all’European hospital e via così. Risultato finale: una media di mortalità , per quanto queste statistiche vadano prese con le pinze, intorno al 2,5%.
Bene: in un servizio per «Reportime» di Milena Gabanelli, Sabrina Giannini mostra quella tabella a Giacomo Frati: come mai all’Icot c’era una mortalità del 6% e cioè più che doppia?
Il giovane «astro nascente» della famiglia del rettore sbanda. E si avvita in una risposta strabiliante: «Cioè, la cardiochirurgia qui è partita da zero. Faccio presente che quando noi abbiamo iniziato tutto il personale, anche infermieristico, era un personale che non aveva mai visto la cardiochirurgia. Abbiamo fatto simulazione in sala anche con i manichini. Anche per il posizionamento dei devices della circolazione extracorporea».
Fateci capire: «tutto il personale» (tutto, compresi dunque i chirurghi) era così a digiuno di cardiochirurgia che prima di operare dei pazienti si era addestrato coi manichini?
Che storia è questa?
Si sono impratichiti via via sui malati che avevano affidato loro la vita?
Per difendere quel reparto, mentre la Regione decideva (troppi reparti) di rinunciare ad aprire nuove cardiochirurgie a Viterbo, Frosinone e Rieti, Luigi Frati disse in un’intervista a «La Provincia»: «Mi chiedo perchè mai uno di Latina non abbia il diritto di farsi operare nella sua città ».
Ma da chi, signor rettore? A che prezzo?
In quale altro paese del mondo, dopo tutto ciò che è emerso, potrebbe restare ancora imbullonato al suo posto?
Gian Antonio Stella
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 17th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LE FOTO CHOC ALL’OSPEDALE SAN CAMILLO, CON I PAZIENTI CURATI SUL PAVIMENTO, GLI OSPEDALI DELLA CAPITALE SONO NEL MIRINO DELLA MAGISTRATURA… E’ IL FRUTTO DEI CONTINUI TAGLI ALLA SANITA’
Solo posti in piedi nei Pronto soccorso romani presi d’assalto. Anche le sedie e le poltrone sono occupate da malati che aspettano.
Le barelle sono esaurite. Tutte.
Comprese quelle delle ambulanze sulle quali sono arrivati i pazienti.
E, con la dotazione di bordo “sequestrata” dai malati, i mezzi del 118 sono costretti a soste anche di 18 ore davanti agli ospedali (il fermo-ambulanze nel 2011 ha superato le 200mila ore che, tradotte in euro, fanno 5 milioni di produttività sprecata con gli equipaggi fermi).
Di letti neanche l’ombra prima di un’attesa, fino a sei giorni, nei corridoi della prima linea.
E la Procura ha aperto un’inchiesta, complici le fotografie scattate nel Pronto soccorso del San Camillo a due pazienti (una in arresto cardiaco, un altro con un sospetto infarto) sottoposti in condizioni estreme – su un materasso in terra – alle prime cure salvavita.
“Di fronte a una vita a rischio e senza letti nè barelle disponibili – spiega il direttore dell’ospedale, Aldo Morrone – un materasso è meglio che niente: è stato fatto quanto si doveva in una situazione di collasso”.
A trasformare i reparti dell’Emergenza in un imbuto semichiuso è stato il taglio di 10mila posti letto in poco più di un decennio.
Così mentre la popolazione del Lazio è cresciuta (invecchiando) da 5 milioni e 100mila abitanti nel 2000 a 5milioni e 750mila di oggi, le strozzature degli ospedali hanno amplificato i disagi.
“Ogni giorno – spiega Massimo Magnanti del Sindacato professionisti dell’Emergenza (Spes) – in più di 300 stazionano sulle barelle aspettando che si liberi un letto in reparto, quale che sia”.
Perciò anche le Chirurgie si trasformano in divisioni di degenza medica con il blocco conseguente delle sale operatorie.
Una telefonata a casa dei pazienti in attesa di essere operati e si cancellano gli interventi programmati.
Accade dal San Giovanni al Pertini, dal policlinico Tor Vergata al Sant’Andrea; nei quadranti dove il rapporto tra letti e popolazione è di 6,6 ogni mille abitanti (aree a nord) a quelli dove ci sono 2,2 letti per mille residenti (sud est).
E con il taglio dei posti ospedalieri, complici il debito (10 miliardi) e il deficit (sul miliardo quello del 2011), la sanità laziale (commissariata dal governo con la governatrice Renata Polverini) non ha realizzato, come promesso, i poliambulatori di quartiere, le residenze assistite per gli anziani (Rsa), i centri di lungodegenza.
Così, le corsie pubbliche si riempiono di malati cronici (il 20% delle degenze) che potrebbero essere assistiti fuori dall’ospedale dove un giorno di degenza costa dieci volte di più (mille e 200 euro) che in una Rsa.
Il cui fabbisogno è stimato dalla Regione in 7mila posti letto.
La promessa di attivarne almeno tremila è vecchia di un anno.
Ma niente è stato fatto.
Carlo Picozza
(da “La Repubblica“)
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Febbraio 15th, 2012 Riccardo Fucile
SFUMA IL SOGNO OLIMPICO: “RINUNCIA DOLOROSA MA TROPPE INCOGNITE E COSTI NON CHIARI”…IL SINDACO DI ROMA HA SMENTITO LA VOCE CHE SI SAREBBE DIMESSO PER PROTESTA
L’Olimpiade del 2020 non si farà a Roma. 
Dopo un’attenta valutazione dei costi e dei benefici legati all’operazione nel suo complesso, il premier Mario Monti ha deciso che non esistono le condizioni perchè il governo offra le garanzie dello Stato alla candidatura per i Giochi.
Non arriva, dunque, la firma sulla lettera con le garanzie richieste dal Cio da presentare entro oggi.
Il presidente del Consiglio ha incontrato il presidente del Comitato organizzatore, Mario Pescante, il presidente del Coni, Petrucci e il sindaco di Roma, Alemanno, ufficializzando una decisione che era già nell’aria da tempo.
La lettera con le garanzie richieste dal Cio doveva essere presentata entro mercoledì 15 febbraio.
Sconsolato il sindaco Alemanno all’uscita dall’incontro a Palazzo Chigi.
Sconsolato e anche deciso a dare un segno politico alla bocciatura delle chances olimpiche della capitale. Voci di dimissioni si fanno insistenti mentre il verdetto» diventa ufficiale e le agenzie lo diffondono.
Ha prevalso la considerazione che l’Italia non può permettersi un’avventura con troppe incognite e con costi non chiari.
Pur sottolineando la sua ammirazione per un progetto che merita elogi (elogi rivolti in particolare ai vertici del comitato promotore: «A Gianni Letta, Mario Pescante, Gianni Alemanno e Gianni Petrucci») il presidente del Consiglio ha spiegato: «Il Comitato olimpico internazionale richiede al governo del Paese ospitante i Giochi una lettera di garanzia finanziaria… tra le altre cose il governo del paese ospite deve farsi carsi di ogni eventuale deficit della manifestazione».
E ha sottolineato: «Non possiamo correre rischi».
Tutti i ministri, ha poi spiegato Monti, hanno partecipato alla discussione sul tema e «siamo arrivati alla conclusione unanime che il governo non si sente – nelle attuali condizioni dell’Italia – di assumere questi impegni di garanzia.
Monti ha parlato poi delle Olimpiadi a Roma come di una «operazione che potrebbe mettere a rischio i denari dei contribuenti, proprio mentre siamo sottoposti nei prossimi vent’anni ad un’operazione di rientro dal debito, operazione condivisa e accettata in sede europea dal precedente governo».
La crisi economica, il caso di Atene 2004 e i costi raddoppiati per l’Olimpiade che si svolgerà a Londra (27 luglio-12 agosto 2012) sono stati decisivi nel convincere il premier ad un no comunque doloroso, perchè Monti è il primo a sapere che l’organizzazione di un’Olimpiade può rappresentare una grande occasione di sviluppo.
Ma non in questo momento e non a queste condizioni.
La mancata firma della lettera di impegno economico da consegnare al Cio fa decadere la candidatura. )
Restano in corsa Madrid, Tokyo, Istanbul, Doha e Baku.
La scelta verrà fatta a Buenos Aires il 7 settembre 2013.
Questo 14 febbraio Gianni Alemanno non se lo scorderà .
Mentre il sindaco di Roma è a colloquio con il premier Mario Monti e il Comitato promotore per Roma 2020, rappresentato dal presidente Mario Pescante, colloquio dove il governo ha formalizzato il suo no ai giochi («Non possiamo correrere rischi» ha spiegato Monti) fuori è in corso un’altra olimpiade.
Quella dei tanti pronti a scommettere che sindaco sarebbe pronto a comunicare le sue dimissioni da primo cittadino della capitale.
Lo sport è molto praticato nella piazza di Twitter, dove la dèbà¢cle organizzativa della capitale in occasione della nevicata dei primi del 3 febbraio è stata registrata minuto per minuto. In Campidoglio, in effetti, si registra una grande confusione.
«L’esito è stato negativo», è stato il commento stringato del sindaco di Roma, lasciando Palazzo Chigi.
E prima di recarsi in Campidoglio replica ai rumors. Dimissioni? «Assolutamente no. Mi dispiace deludere gli oppositori».
Non ne dubitavamo.
(vignetta diksa53a)
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Febbraio 7th, 2012 Riccardo Fucile
ALEMANNO A DICEMBRE AVEVA TOLTO ALL’AMA IL RUOLO PRINCIPALE NELLA GESTIONE DELLE SITUAZIONI ECCEZIONALI… SUB E CACCIATORI NELL’ELENCO DEI VOLONTARI PER SPARGERE IL SALE IN CITTA‘
Sono rimaste lì per qualche anno e di certo erano lì venerdì pomeriggio e venerdì notte, proprio
mentre i romani erano bloccati sul Raccordo, o nelle tante strade paralizzate dalle precipitazioni atmosferiche e da un piano antineve che, oggettivamente, non ha funzionato.
Alle otto della sera di quel venerdì, racconterà poi il capo della Protezione civile Franco Gabrielli, «Alemanno mi ha telefonato, cercava uno spazzaneve»
Un po’ come tutti i romani, che si guardavano intorno nella speranza di trovare mezzi in grado di liberare le strade – e le loro vite – da quella morsa di traffico e neve.
In quei momenti, le lame erano lì: ferme, abbandonate.
Comprate – con i soldi dei romani – e poi lasciate lì, senza manutenzione.
Per trovarle basta andare in via Baccelli, a San Saba.
Il deposito Ama si trova dietro un centro anziani: sono decine, sia fisse sia con i pistoni per girare.
Sono di quelle da attaccare ai compattatori dell’Ama per trasformare i mezzi in spazzaneve: e sono di proprietà dell’Ama, comprate a più riprese in anni nei quali il Piano antineve del Campidoglio puntava tutto sulla municipalizzata.
Poi, con l’arrivo di Gianni Alemanno al Comune, è cambiato tutto.
Perchè nel dicembre 2005 l’ordinanza antineve era chiara: «L’Ama deve fare fronte alle proprie incombenze con tutti i mezzi a disposizione e con il personale necessario, collaborando con gli organi comunali per lo sgombero della neve e per lo spargimento del sale».
Invece, nell’atto del 14 dicembre 2011, il Campidoglio stabilisce che «Ama parteciperà a supporto, compatibilmente con i propri compiti istituzionali (…) per le opere di spazzaneve metterà a disposizione sei mezzi, tre pale meccaniche, una lama, due spandisale».
Sei mezzi. E il sale chi lo sparge?
Il servizio giardini, «le ditte appaltatrici della manutenzione stradale» e le associazioni di volontariato.
E chi sono i volontari che devono salvare i romani dal ghiaccio? Ci sono vigili in pensione, la «misericordia Appio tuscolano» e «Park forest rangers».
La «Federcaccia». «Blu sub». Cacciatori e sommozzatori.
Il Pd, con il consigliere Athos De Luca, si indigna: «Quelle lame spazzaneve non utilizzate sono un monumento allo spreco e all’insipienza. E ciò dimostra che, per salvare la città dall’incubo neve, sarebbe stato sufficiente riuscire a organizzare quello che c’era. Anche perchè affidarsi ad Ama avrebbe significato puntare su squadre organizzate, alle quali era sufficiente pagare gli straordinari. Invece si sono affidati alle ditte esterne. E a quei volontari lì».
«Alemanno la smetta di dire che “Roma non è pronta alla neve”: con lui, forse, ma prima i mezzi c’erano, c’era il sale, c’era tutto».
Le lame spazzaneve, adesso, così abbandonate e senza manutenzione da anni, saranno probabilmente destinate alla dismissione.
La signora del centro anziani che ce le mostra aspetta gli uomini dell’Ama: «Mi hanno telefonato perchè vogliono prenderle, ma quando arrivano?».
Troppo tardi signora, troppo tardi.
Alessandro Capponi
(da “Il Corriere della Sera“)
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Febbraio 6th, 2012 Riccardo Fucile
PALAZZO CHIGI SI SCHIERA CON GABRIELLI: “PIENA FIDUCIA NEL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE, NON E’ STATO LUI A SBAGLIARE”… I 250 SPAZZANEVE SONO RISULTATI VIRTUALI, IL SALE E’ STATO GETTATO IN STRADA QUANDO PIOVEVA: QUANDO E’ CADUTA LA NEVE ERA FINITO
Il sindaco di Roma Gianni Alemanno ora è solo. 
Il tentativo di rovesciare il tavolo trascinando la Protezione Civile prima in una rissa da taverna, quindi di intimidirla con la minaccia di investire il Parlamento di una riforma che trasferisca le sue competenze al ministero dell’Interno, si rivela per quello che è.
Un ultimo gesto di disperazione utile a confondere le responsabilità del sindaco.
Le responsabilità nell’abbandono della città al suo destino e alla neve che l’ha spenta per quarantotto ore, ma un gesto così maldestro che si trasforma nella sua seconda Caporetto. Politica, stavolta.
Quando ormai è sera e l’affannosa chiamata a raccolta del centro-destra si risolve in modesti quanto isolati attestati di solidarietà (Alfano non va oltre un “tweet”, Gasparri e Cicchitto usano parole di maniera), a Palazzo Chigi segnalano infatti che il Governo ha deciso di difendere il capo della Protezione Civile e la correttezza delle sue mosse.
“Il comune di Roma – spiegano gli uomini del Premier – nulla ci ha chiesto e dunque non è stato previsto, nè è previsto in agenda alcun intervento. Se Alemanno dovesse cambiare idea, il Governo interverrà . Fermo restando che un’eventuale dichiarazione di emergenza deve essere chiesta dalla Regione e dalla sua governatrice, Renata Polverini, che, al momento, non lo ha fatto. Per altro, la situazione sembra in miglioramento”.
Insomma, il Governo ha sin qui fatto a Roma solo quello che il sindaco, nella disperazione di venerdì notte, e a disastro ormai compiuto, ha chiesto direttamente al Prefetto: far uscire uomini e mezzi dell’esercito dalle caserme.
Parole inequivocabili quelle del Governo, quanto il corollario che le accompagna.
“In quanto è accaduto a Roma – proseguono a Palazzo Chigi – non c’è nessuna responsabilità specifica di Franco Gabrielli. Il capo della Protezione civile aveva avvertito diversi giorni fa, anche la Presidenza del Consiglio, dell’arrivo della neve. Per il Governo, non cambia la fiducia in Gabrielli. Forse c’è il tentativo del Comune di scaricare l’intera colpa su di lui. Ma per quanto ci riguarda non può cambiare la nostra considerazione nei suoi confronti”.
Alemanno porta dunque per intero la responsabilità civica e politica di quanto accaduto.
E del resto, i dettagli che si aggiungono al quadro di cosa non ha funzionato tra venerdì e sabato scorsi, confermano come “il piano neve” del sindaco si sia malinconicamente e goffamente sfarinato proprio come una palla di neve.
E per giunta prima ancora di cominciare.
Si scopre ora infatti che, per ragioni diverse, le due armi pianificate contro la “nevicata epocale” – spazzaneve e sale – erano di carta e sulla carta sono rimaste.
È accaduto infatti che dei “250 mezzi spazzaneve” magnificati dal sindaco in questi giorni, non si è avuta che qualche sporadica traccia, per altro registrata dai testimoni oculari come una Chimera da ricordare nel nulla.
A metterli a disposizione avrebbero dovuto essere le ditte private che curano la manutenzione stradale delle grandi assi viarie e della viabilità ordinaria.
Parliamo di mezzi raccogliticci – camion normalmente destinati al trasporto ghiaia sul cui muso vengono montate “lame”, nonchè inutili “pale meccaniche” – che per altro, nessuno nello staff del sindaco, ancora oggi, sa dire se e soprattutto in che numero siano usciti in strada.
Racconta un alto dirigente del Comune: “Ciascuno dei diciannove municipi doveva controllare che le ditte della manutenzione stradale mettessero a disposizione quei mezzi. Ma la verità è che, venerdì mattina, quando è cominciato a nevicare molte ditte sono risultate irreperibili, altre hanno fornito meno mezzi di quelli previsti e anche quelli, il più delle volte, sono rimasti bloccati nella gigantesca morsa di traffico che stringeva la città , bloccando il Grande Raccordo e le consolari. Insomma, i pochi che sono partiti non sono riusciti a fare il lavoro che dovevano”.
Di fatto – come spiega a “Repubblica” Tommaso Profeta, responsabile per la sicurezza del Comune, gli unici “mezzi” che si ha certezza siano entrati in funzione sono stati quelli dell’Ama (l’Azienda addetta alla raccolta dei rifiuti) e del Servizio Giardini, impiegati per liberare le aree circostanti ospedali, farmacie, scuole, ingressi delle metropolitane.
E anche qui, parliamo non di “spazzaneve”, ma delle “spazzolatrici” adibite alla normale pulizia stradale da foglie e cartacce.
Quei baracchini che normalmente si vedono trotterellare sull’asfalto e che con 10 centimetri di neve a terra diventano semplicemente inutili.
Esemplare anche ciò che è stato dell’operazione “salatura” delle strade.
L’altra gamba su cui avrebbe dovuto marciare l’autarchica resistenza di Alemanno contro la “furia epocale” degli elementi.
Nel dicembre scorso, il Comune aveva acquistato 250 tonnellate di sale.
All’inizio della scorsa settimana ne sono state distribuite una tonnellata e mezza per ciascuno dei diciannove municipi.
Bene, quel sale è inutilmente finito tra la notte di mercoledì e la sera di giovedì. Inutilmente, perchè giovedì, a Roma, pioveva.
E perchè – come tutti sanno – l’acqua scioglie il sale rendendolo inefficace contro il gelo.
Sarebbe stato necessario “salare” nuovamente, ogni 6 ore, per tutta la giornata di venerdì.
Ma, appunto, mezzi per farlo non ce n’erano. E soprattutto il sale era finito.
Carlo Bonini e Giovanna Vitale
(da “La Repubblica”)
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Febbraio 5th, 2012 Riccardo Fucile
OGGI OGNUNO PARLA IN TV SEPARATAMENTE: ALEMANNO ACCUSA GABRIELLI DI SFUGGIRE AL CONFRONTO IN TV, IL CAPO DELLA PROTEZIONE CIVILE NON VUOLE NEANCHE VEDERLO E ANNUNCIA: “I COLLOQUI CON ALEMANNO SONO REGISTRATI”
Con la neve, che non ricopriva la Capitale da anni, sono scoppiate le polemiche tra il
sindaco di Roma Gianni Alemanno e la Protezione civile, rea secondo il primo cittadino di aver dato le previsioni sbagliate.
Oggi il battibecco continua, seppur a distanza.
Alemanno: “La Protezione civile è solo un passacarte, torni sotto al Viminale”. E accusa Gabrielli di sfuggire il confronto in tv.
Il prefetto: “Non abbiamo paura dell’inchiesta. Il sindaco a mezzanotte cercava il sale…”
Ieri Alemanno ha chiesto una commissione d’inchiesta “perchè non c’è un servizio previsioni adeguato” e perchè hanno parlato di soli 35 millimetri di neve.
Dal canto suo il capo della Protezione civile Franco Gabrielli ha risposto che il sindaco sapeva dell’allerta neve.
L’equivoco sembra sia nato dal fatto che il bollettino della Protezione civile parlava di “35 millimetri di pioggia/neve”.
I tecnici, però, precisano che in caso di neve quei millimetri si devono convertire in centimetri. Resta il dubbio che Alemanno abbia capito o non sia stato ben informato.
Oggi il battibecco continua, seppur a distanza. Gabrielli, infatti, è ospite di Lucia Annunziata su Rai3, dove doveva confrontarsi proprio con Alemanno.
E stasera la coppia sarebbe stata ospite anche di Luca Telese e Nicola Porro su La7.
Niente da fare: il capo della Protezione civile non ha voluto il sindaco, come rivela lo stesso Alemanno: “Apprendo adesso che il dottor Gabrielli, invitato prima di me dalla dottoressa Lucia Annunziata, si rifiuta di partecipare alla mia presenza, obbligando così la giornalista a ritirare l’invito nei miei confronti. Stessa cosa è avvenuta per la trasmissione In Onda dove l’invito fatto per stasera a me e Gabrielli è stato declinato da quest’ultimo per la mia presenza”.
Alemanno lo definisce un “atteggiamento di fuga da parte di un funzionario”, che “la dice lunga sul tentativo di sottrarsi a un confronto pubblico sul funzionamento della Protezione Civile in Italia. Quanto mai opportuni, dunque, sono stati gli interventi del segretario e del capogruppo al Senato del Pdl, Angelino Alfano e Maurizio Gasparri, che hanno annunciato una interrogazione parlamentare per chiedere conto del funzionamento della Protezione Civile non solo a Roma ma in tutta Italia”.
Dunque, Gabrielli su Rai3 e Alemanno su La7.
E su SkyTg24, dove accusa: “Oggi la Protezione civile non esiste più e dopo Bertolaso è piena di passacarte e le passa anche male. Bertolaso in casi simili si faceva nominare commissario, mentre ora si limitano a dare bollettini”.
Poi aggiunge: “La Protezione Civile giovedì parlava di modesti accumuli di neve e nessuno ci ha detto che c’era un allarme e loro ce lo dovevano dire. C’è stata mancanza di allarme. Io sono stato il primo a dare l’allarme con il blocco delle lezioni ed è stato giudicato eccessivo. Abbiamo un problema serio. C’è un deficit grave dobbiamo e dobbiamo intervenire”. L
a proposta di Alemanno è quella di rafforzare la Protezione Civile, anche riportandola alle dipendenze del Ministero dell’Interno, “che la coordini con le altre strutture”.
Secondo il sindaco “con il decreto del 2011 fatto da Tremonti la Protezione Civile è stata disarticolata e ridotta ad un puro ente di coordinamento che passa informazioni e sempre più confuse».
Tra gli esempi fatti dal sindaco, c’è quello «dell’alluvione in Liguria, in cui per il mancato allarme il sindaco non chiuse le scuole, o la sottovalutazione ed errata comunicazione nel caso del nubifragio dell’ottobre scorso a Roma”.
Dal canto suo Gabrielli ha precisato che “quando ci verrà chiesto che cosa abbiamo fatto, ne renderemo conto. Siamo pronti a rispondere delle cose che attengono alle nostre responsabilità “.
Nel salotto dell’Annunziata ha inoltre detto di non temere l’inchiesta annunciata da Angelino Alfano: “Sono solo molto preoccupato che la polemica colpisca e indebolisca un sistema di cui il Paese ha grande bisogno”.
E rispedisce al mittente le accuse: “Per quanto riguarda le previsioni, quello che doveva essere detto è stato detto. La resa sul territorio ha avuto una serie di criticità , è innegabile, è inutile nasconderlo, a partire dalla disattivazione delle utenze elettriche. Nascondersi dietro un dito non serve a nessuno”.
Ma soprattutto secondo Gabrielli il problema è la messa in discussione di “un sistema, in un momento di emergenza, che è stato fortemente indebolito negli ultimi mesi”.
Senza considerare che “Bertolaso si sarebbe comportato nello stesso modo”.
Poi il capo della Protezione civile si scaglia contro il sindaco e racconta la sua versione dei fatti: “Alemanno mi ha telefonato due volte: alle otto della sera cercava una lama spazzaneve, e a mezzanotte cercava il sale…Lo abbiamo avvisato in ogni modo, io stesso giovedì, per spiegargli chiaramente la situazione, gli ho detto: Tra venerdì e sabato a Roma succederà un bordello. Ora Alemanno parla di dati sbagliati. Ma se non li sa decifrare allora la preoccupazione è: ma nelle mani di chi si affida il sindaco? Chi sono i suoi consulenti? Anche giovedì sera gli ho chiesto io stesso se avesse bisogno che noi implementassimo il servizio, non ha proferito richieste… per fortuna abbiamo la registrazione dell’incontro: audio, video, tutto. Alemanno vuole una commissione d’inchiesta? Ci troverà pronti”.
Insomma, la polemica è lontana dallo spegnersi.
Chiara Sarra
(da “Il Giornale”)
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