Giugno 11th, 2016 Riccardo Fucile
CONFRONTO TRA RAGGI E GIACHETTI DI FRONTE AGLI INDUSTRIALI… FORSE E’ IL CASO CHE QUALCUNO AVVISI LA RAGGI CHE NON E’ LA MADONNA SCESA IN TERRA
Lo scontro Raggi-Giachetti non c’è stato, come da previsioni, ma le frecciatine tra i due candidati sindaci
non sono mancate e la platea di industriali presenti alla due giorni di Unirete al Palazzo dei Congressi è diventata spettatrice di una tappa della corsa al ballottaggio, che si gioca soprattutto su Olimpiadi, Stadio della Roma, sprechi e municipalizzate.
Con un annuncio della pentastellata: «Se dovesse arrivarmi un avviso di garanzia, chiederei ai romani se vogliono o no le mie dimissioni». ( ma non dovrebbe dimettersi? O la regola vale solo per gli altri?… n.d.d.) Naturalmente, attraverso la rete.
Inizia tutto con una stretta di mano, l’iniziativa la prende Giachetti, e una foto di rito con sorrisi di circostanza. Poi via alle tematiche che volevano trattare gli industriali.
Sul palco il loro leader, Maurizio Stirpe, accanto a Giovanni Floris, che ha intervistato prima Virginia Raggi e dopo Roberto Giachetti.
Raggi era stata infatti categorica «niente confronto diretto con Giachetti».
Il candidato del Pd incassa il colpo e ascolta tutte le risposte della rivale prima di dire la sua.
Raggi arriva con mezz’ora di ritardo ed entra dall’ingresso opposto a quello presidiato da decine di fotografi e giornalisti. Giacca bianca e jeans, sceglie un look informale e si siede davanti a Floris.
A tratti appare nervosa. la platea la applaude almeno quattro volte ma rumoreggia quando parla di Olimpiadi e stadio della Roma.
Temi sui quali, invece, il sì di Giachetti risuona forte e chiaro, così come gli applausi quando dichiara che «alle Olimpiadi dobbiamo arrivarci con una città che funziona. Lo stato della città con tutti i suoi problemi non è in contrapposizione con le Olimpiadi».
Raggi, invece, non è convinta.
Il suo peraltro non è più un «no» categorico ma un «non ora, perchè è prematuro impegnare la macchina amministrativa e tutte le imprese a lavorare sugli impianti e infrastrutture».
Floris la incalza sullo stadio, lei risponde: «Sì, ma se la legge lo consente. Vigilerò che sia rispettata e se sarà così va bene anche lo stadio della Lazio».
Giachetti non si fa cogliere impreparato e quando tocca a lui rispondere sulla questione ricorda che «in consiglio comunale il movimento 5 stelle ha votato contro».
Gelo della pentastellata.
Giachetti si scalda quando si parla di sprechi, trasparenza e rifiuti. Il suo obiettivo è «aumentare il controllo sui servizi e riorganizzare la macchina amministrativa».
E sul numero eccessivo dei dipendenti pubblici risponde «diventano troppi se l’amministrazione non funziona».
Lotta agli sprechi da sempre cavallo di battaglia del Movimento.
Raggi prende esempio l’Atac ed è un fiume in piena: «Nel 2019 cessa il contratto di servizio che lega Roma Capitale ad Atac. La normativa europea ci impone di mettere il trasporto pubblico a gara, la nostra grande sfida è quella di risanare l’azienda pena la sua cessione a privati». Alternativa che la candidata rifiuta.
Poi se la prende con le troppe municipalizzate e sulla possibile perdita di posti di lavoro taglia corto: «Abbiamo norme che ci permettono una buona mobilità interna».
Se per Raggi l’Atac è il simbolo degli sprechi e della cattiva amministrazione, Giachetti individua nell’Ama l’azienda dalla quale ripartire, ma quando parla di Ama, dopo una quindicina di minuti che l’esponente Pd siede davanti a Floris, la candidata cinque stelle è già andata via.
«Dobbiamo arrivare al 65% della differenziata ma una parte del lavoro devono farla anche i cittadini, lei lo sa che tremila romani lasciano ogni giorno la loro macchina davanti ai cassonetti impedendo così il normale svolgimento della raccolta?», domanda a Floris.
E sull’enorme debito di Roma? «Dobbiamo rinegoziarlo magari attraverso la Cassa Depositi e Prestiti che ci permette di pagare degli interessi molto bassi».
C’è spazio anche per i temi nazionali. L’Imu doveva essere abolita, secondo Giachetti mentre per Raggi si è trattato di campagna elettorale».
Chi ha vinto il confronto a distanza per gli industriali?.
«Non posso esprimermi sui candidati — risponde Stirpe — ma sicuramente auspicavo un confronto diretto che non è avvenuto.
Damiana Verucci
(da “Il Tempo”)
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Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile
L’UNICA STRADA E’ RINEGOZIARE I TASSI DI INTERESSE
Promettere la ristrutturazione del debito pubblico è un argomento di sicuro successo elettorale. Figurarsi se in ballo c’è quello della Capitale: oltre ai 35mila euro dovuti per il solo fatto di essere italiani, se ne aggiungono cinquemila per la cittadinanza romana.
«Vogliamo ristrutturare il debito», dice la favorita a diventare il prossimo sindaco, Virginia Raggi.
Facile a dirsi, difficile solo a descriverlo nei dettagli: circa tredici miliardi di euro dovuti a dodicimila creditori, 1.686 mutui, due contratti derivati, un costo di 500 milioni l’anno per gestire quel debito, 300 dei quali erogati dal bilancio dello Stato, ovvero dai contribuenti di Aosta e Canicattì insieme.
Il Comune di Roma non ha la certezza su chi siano il 77 per cento dei debitori, nè il 43 per cento dei creditori.
O meglio, fra le montagne di scartoffie da qualche parte c’è scritto, ma ancora non è stato possibile rintracciarli.
La relazione depositata in Parlamento due mesi fa dal commissario Silvia Scozzese è molto più dettagliata di quel che la propaganda Cinque Stelle vorrebbe farci credere.
I mutui ad esempio: sono quasi tutti contratti con la Cassa depositi e prestiti (1.491), ma si tratta di soldi che sono stati concessi secondo regole di mercato, e non possono essere cancellati da un giorno all’altro.
È una leggenda quella secondo la quale il debito della Capitale sia in gran parte da attribuire ai romani stessi: lo stock di crediti non riscossi dal Comune di Roma per gli affitti vale 350 milioni, una frazione di quei 13 miliardi.
Certo è che se gli inquilini pagassero regolarmente e non i sette euro al mese che ancora sono concessi ad alcuni fortunati, i numeri sarebbero meno impietosi.
Ma questa è un’altra storia.
Su un punto invece la Raggi ha ragione, ed è quando dice che quel debito è «principalmente finanziario e nei confronti delle banche».
Lo è più della metà , per l’esattezza il 55,7 per cento, al cambio 7 miliardi e 128 milioni.
Altri due miliardi sono debiti verso altri soggetti della pubblica amministrazione, 3 miliardi e 600 milioni sono i veri e propri debiti commerciali verso privati.
Per onorare i suoi 1.686 mutui il Comune paga lauti interessi, mediamente pari al cinque per cento.
Una cifra fuori mercato, se si considerano i prezzi medi ai quali oggi si può accendere un mutuo. Con un po’ di buona volontà , e l’input politico di un sindaco che avesse voglia di farlo, si potrebbero risparmiare fino a 150 milioni di euro all’anno.
Poichè i romani pagano un’addizionale Irpef dello 0,4 per cento per gestire il debito, quei 150 milioni sarebbero sufficienti a ridurre di tre quarti quell’odioso balzello. Francesco Boccia del Pd ricorda che l’anno scorso, per aiutare le Regioni a rinegoziare i mutui con la Cassa depositi e presiti, si fece una legge ad hoc. «Non si capisce perchè non lo si possa fare anche per il Comune di Roma».
La cosa più sorprendente della relazione della Scozzese è sui numeri della gestione commissariale degli ultimi cinque anni, più o meno da quando i contribuenti romani e non hanno iniziato a versare i 500 milioni che ogni anno (e per l’eternità ) servono a onorare il debito romano.
Da allora sono stati pagati cinque miliardi e 600 milioni: una cifra ragguardevole, che uno immagina siano serviti anzitutto a pagare fatture rimaste inevase.
Chi non ricorda la campagna dell’allora premier Monti e del suo ministro Passera per abbattere i debiti dello Stato verso i suoi creditori privati?
E invece no: quasi la metà di quei 5,6 miliardi – più o meno 2,6 – sono stati necessari a pagare il costo dei mutui e dei contratti derivati.
Altri 2,6 miliardi hanno onorato fatture verso altre amministrazioni pubbliche, dall’Atac all’Ama.
La cifra destinata ad estinguere i debiti veri e propri è stata di appena 300 milioni di euro, il cinque per cento dell’ammontare.
Che sia Giachetti o Raggi, prima di chiedere conto di eventuali numeri ignoti, il prossimo sindaco farebbe bene a far chiarezza sui numeri noti.
Alessandro Barbera
(da “il Corriere della Sera”)
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Giugno 9th, 2016 Riccardo Fucile
IL 56% DEI ROMANI VUOLE LE OLIMPIADI, UN ALTRO 21% E’ ABBASTANZA FAVOREVOLE, SOLO IL 23% E ‘ CONTRARIO
Nel caso in cui a Roma, per la corsa al Campidoglio, vincesse la candidata sindaco del M5S, Virginia Raggi, “saremmo costretti a ritirare la candidatura mentre siamo vicini alla meta”.
Così, in un’intervista al Corriere della Sera, Luca Cordero di Montezemolo, presidente del Comitato promotore dei Giochi olimpici di Roma 2024.
In campagna elettorale Raggi era stata categorica rispetto all’ipotesi Olimpiadi nella Capitale (“È criminale pensarci”), ma poi, di fronte alla controffensiva di Giachetti, sembra aver ammorbidito i toni: il referendum? “Valuteremo”, ha risposto, in merito alla possibilità di far scegliere i cittadini con un referendum.
Per Montezemolo, è necessario “avere in mente i giovani e giovanissimi. Quelli di 13-15 anni, che saranno gli atleti delle Olimpiadi del 2024. E quelli che avranno un’occasione di lavoro. Si tratta, da qui al 2024, di 180 mila posti, secondo lo studio della commissione di esperti presieduta da Beniamino Quintieri.
E il Pil, nello stesso periodo, aumenterà del 2,4%”.
Secondo un sondaggio SWG per il Messaggero, la maggior parte dei giovani la pensa così:
oltre la metà dei romani, per l’esattezza il 56%, vuole le Olimpiadi. Il 21% è tiepidamente favorevole e solo il 23% è contrario.
È la fotografia scattata da un sondaggio SWG effettuato una quindicina di giorni fa su un campione di 1.500 cittadini, dunque con un numero di risposte del 50% superiore ai carotaggi classici.
Lo studio fa emergere una notevole attenzione al tema un po’ in tutti gli strati sociali della Capitale. Ma, a sorpresa, rivela che le categorie più favorevoli allo svolgimento dei giochi olimpici a Roma sono gli studenti (76%), i giovani (66%), gli operai (65%) e i commercianti (59%).
“I romani, ma in particolare i più giovani, vivono il progetto dell’Olimpiade un po’ come i milanesi hanno fatto con l’Expo – spiega al Messaggero Enzo Risso, direttore dell’SWG – Ovvero non solo come un’occasione di sviluppo economico e sociale ma come un volano per il rilancio della Capitale e, con essa, dell’intero Paese”.
Un tema su cui insiste anche Montezemolo nella sua intervista al Corriere. Si potrebbero fare ugualmente le Olimpiadi, se il sindaco fosse contrario? “No”, ha risposto Montezemolo. “Saremmo costretti a ritirare la candidatura mentre siamo vicini alla meta. La decisione sarà presa a settembre 2017, siamo ottimamente piazzati nella competizione con Los Angeles e Parigi. Perciò mi auguro che, chiunque sarà sindaco, ci si unisca e si faccia squadra per vincere: Roma non può arrendersi, perchè significherebbe ammettere che siamo inferiori alle altre città . E tutte le forze, dalle scuole agli ecologisti, sono con noi”.
“Se mi dicessero vuoi le Olimpiadi oggi, risponderei di no”, ha proseguito Montezemolo. “Ma qui parliamo dei giochi del 2024. Significa che ci sono 5 anni della prossima amministrazione e poi altri 3. Io mi aspetto che in 8 anni i problemi della capitale siano risolti. Non solo quello delle buche, ma che ci siano servizi efficienti e che migliori la qualità della vita nelle periferie. E che quindi Roma sia in grado di affrontare la sfida. Noi oggi dobbiamo avere in mente i giovani e giovanissimi. Quelli di 13-15 anni, che saranno gli atleti delle Olimpiadi del 2024. E quelli che avranno un’occasione di lavoro.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 8th, 2016 Riccardo Fucile
LA MUSSOLINI DICE QUELLO CHE SAPEVANO TUTTI E ORA FANNO FINTA DI SCANDALIZZARSI: I LEPENOSI HANNO SOLO FATTO LA FINE DEI PIFFERI DI MONTAGNA
“La mia missione, per volere di Berlusconi, era impedire l’accesso della Meloni al ballottaggio”. Così
Alessandra Mussolini, capolista Fi per il Campidoglio, in un’intervista al Messaggero racconta il retroscena della campagna elettorale per le comunali a Roma.
Una dichiarazione fa scoppiare, però, il caso politico.
Tanto più che la Mussoline dice di essere contenta del risultato ottenuto. “Io – dice – sono contenta. Anche se le elezioni, per Forza Italia e per Marchini, dovevano andare meglio”.
Mussolini dice di che “l’obiettivo è stato colpito. Meloni e Salvini, a Roma, volevano fare la pelle a Berlusconi e diventare padroni di tutto il centro-destra italiano ma non hanno fatto i conti la kamikaze che li ha abbattuti”.
Anche “Storace – prosegue Mussolini – aveva questo compito: pescare voti a destra e togliere ossigeno a Meloni”. E così, conclude, “l’abbiamo rottamata. Berlusconi domenica notte mi ha telefonato e mi ha detto: brava Ale, tu ti sei sacrificata per fermare la Meloni e la Meloni è finita male”.
La Meloni viene colta da crisi isterica: “Mussolini spiega che il suo obiettivo, come quello degli altri rottami arruolati nei bassifondi della politica in questa operazione di killeraggio, era solo di far perdere la coalizione formata da Meloni e Salvini, chissà in cambio di quale cortesia”.
Poi arriva il Gabibbo bianco Toti che porta il sedativo: “Chi, all’interno di Fi parla di un piano anti-Meloni, sta semplicemente farneticando. Una parte del nostro partito riteneva che Marchini potesse rappresentare una figura coerente con le aspettative del nostro elettorato. Evidentemente non era così, ma l’errore di valutazione non deve essere scambiato per inconfessabili quanto inesistenti piani oscuri”.
Peccato che il maggiordomo in livrea di Salvini e dei suoi amichetti leghisti sotto processo per peculato a Genova non dica che i fatti hanno dimostrato che “figura coerente con le aspettative del nostro elettorato” non è stata ricnosciuta neanche la Meloni.
(da agenzie)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
GIACHETTI AVEVA INIZIATO LA CORSA QUARTO, DIETRO MELONI E MARCHINI… DOPO MAFIA CAPITALE E IL CASO MARINO, IL PD A ROMA ERA DATO AL 16%, LUI E’ RIUSCITO AD ARRIVARE AL 24%…E ORA PUNTA A VINCERE
«Due mesi fa non ci credeva nessuno, giravo la città e il clima intorno a me lo sentivo, è chiaro che il passato pesava. Ma ora davvero ce la posso fare, perchè dopo la rabbia arriva il turno della ragione e i romani sceglieranno il sindaco che loro ritengono possa far meglio».
Roberto Giachetti, Bobo per gli amici, è carico «a palla» come dicono a Roma, pure se esausto: il candidato di un Pd sfibrato al 17%, che malgrado tutto ha superato l’asticella remando da solo, non dorme da 48 ore dopo aver compiuto il primo exploit contro ogni pronostico: arrivare al ballottaggio partendo quarto dietro alla Meloni e Marchini.
Un «miracolo» che gli ha fatto guadagnare sms di complimenti, tra i più vari, dalla sorella della Pivetti, l’attrice Veronica, fino a Fabrizio Barca che condusse la campagna di ascolto tra i circoli Pd.
Per tutta la notte dello spoglio si è messaggiato con Matteo Renzi, con il quale condivide la stessa convinzione, a dispetto di quello che vanno dicendo i sostenitori della tirannia dei numeri che albergano tra le fila dei renziani: quelli ormai rassegnati al fatto che matematicamente è quasi impossibile battere la Raggi con questo scarto.
Il leader e il suo candidato sono sicuri invece che a Roma si può vincere.
Anche se il leader condisce questa convinzione con una battuta, «se Giachetti fa Giachetti, se parla di Roma e racconta cosa vuole fare, sarà divertente».
Una battuta che a sentire i depositari di quanto avviene nelle segrete stanze svela in realtà una perplessità per una campagna fin qui poco espansiva, con guizzi non incisivi a sufficienza, come la scelta dei nomi per la squadra di assessori.
Ma Giachetti ha un’impressione del tutto diversa. «Ma no, la questione è semplice: io ho fatto una campagna tutta sul concreto, cercando di mantenere una linea di rispetto verso gli avversari, evitando le provocazioni e le polemiche, anche perchè eravamo in quattro. Solo una volta quando hanno tirato in ballo la svolta di cui ha bisogno Roma sull’onestà , ho reagito dicendo che io sono onesto e l’ho dimostrato per anni. Dunque ora che siamo in due, uno di fronte all’altro, Renzi si aspetta che Giachetti entri in campo con la sua verve, chiamiamola così».
Insomma, lui questo termine non lo usa, ma è chiaro che il premier si aspetti che ora Bobo «meni» di più metaforicamente parlando.
Ed è quello che già sta facendo, provando a trascinare Raggi in un match tv, dice che lei già ieri si sia sottratta.
Alla sinistra Pd lancia una «supplica» accorata: «Basta polemiche, finiamola qui, ora uniti, poi scateniamoci al congresso».
Chiarendo che «non farò accordi di palazzo con nessuno. Dicono che faccio un accordo con Marchini. Non è vero, gli elettori non sono pacchi postali. Posso dire con quali carte vincerò?».
E qui Giachetti sgancia la sua gragnola di colpi. «La Raggi parla di baratto e io di come rinegoziare il debito e abbassare le tasse. Io voglio portare la metro fino allo stadio olimpico, lei dice fermiamoci dove siamo arrivati. Io dico sì alle Olimpiadi con 170 mila posti di lavoro e lei dice no. Io dico sì allo stadio della Roma che porta 400 milioni di urbanizzazione e lei dice no. Quando i romani capiranno questo, io avrò vinto».
Nel frattempo, «incontro chiunque, ma parlo al popolo romano. Se facessi accordi con Marchini sarebbe inutile, i suoi elettori votano come vogliono, non come dice lui».
Carlo Bertini
(da “La Stampa”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
SALVINI L’AVEVA ILLUSA, ALLA FINE SONO PIU’ I VOTI CHE LE HA FATTO PERDERE A ROMA CHE QUELLI CHE LE HA PORTATO
Se io avessi previsto tutto questo… La destra romana è avvelenata, e a ragione. Ha visto la vittoria al primo turno da vicino, troppo da vicino per uscire con aplomb dalla mazzata dei risultati finali.
E l’aplomb, tra l’altro, non è il suo stile.
Avvelenata con Berlusconi, che a Milano dove c’era il candidato “suo” si è tenuto stretto Salvini, e a Roma ha fatto il contrario usando la Capitale per regolare i conti interni.
Avvelenata coi quartieri che non le hanno risposto come dovevano, prima tra tutti la Garbatella.
Avvelenata, anche se non si può dire, pure con il suo grande sponsor, l’aspirante Trump di casa nostra, Matteo Salvini insomma, che prima ha convinto Giorgia Meloni a giocarsela in proprio scommettendo sullo schema lepenista e poi alla prova dei fatti le ha portato in dote un miserrimo 2,7 per cento, briciole, e forse le ha pure abbassato la media perchè il Carroccio, a Roma, non è che sia simpaticissimo.
«Eravamo come Davide contro Golia», soli contro il governo «e contro un centrodestra che giocava a perdere», dice la Meloni nella prima conferenza stampa dopo i risultati.
Ma l’idea di fare il passo decisivo verso l’area del voto anti-sistema l’ha già scansata: per il ballottaggio «mai indicazioni di voto per un candidato di Renzi», ma anche il M5S è «approssimativo», inconsistente, poco serio, «e non ci metterò certo la faccia». Insomma la vecchia battuta «al secondo turno voterei Raggi» è sepolta definitivamente.
Fdi resta nel perimetro dei partiti di governo: il partito di lotta può attendere tempi migliori, o peggiori, chi lo sa.
Ma neanche l’Avvelenata si può cantare fino in fondo, perchè c’è ancora la speranza di Latina dove il candidato della Meloni, Nicola Calandrini, si è conquistato a sorpresa la sfida finale con il civico Damiano Coletta.
Latina è un caso da matti. Undici candidati, otto di destra: potrebbe essere l’unico capoluogo di provincia espugnato da Fdi ma toccherà ricucire, mediare, rimettere insieme, dopo una campagna al vetriolo, e insomma non è il caso di spingersi molto oltre nella critica ai parenti-serpenti che nella Capitale ha affondato la speranza di un ballottaggio tutto al femminile, un Meloni-Raggi che secondo i sondaggisti avrebbe visto strabordare la grillina, ma sarebbe stata comunque una medaglia da portare in parata sotto Arcore e sotto via Bellerio.
E comunque, alla fine dei giochi, seppure con la mancata vittoria di Roma e quelle percentuali al lumicino al Nord e in troppe parti del Sud, la posta in gioco era cancellare le troppe incertezze nel pre-candidatura, quando si era incartata su proposte fantasia (la Dalla Chiesa, la Pivetti), dire “ci sono” e non lasciare il campo a un forzismo in assoluto declino e a una Lega tanto rumorosa quanto inefficace nelle urne.
Ora è il momento dell’Avvelenata, certo. Ora si è soli alle quattro del mattino, l’angoscia e un po’ di vino, voglia di bestemmiare.
Ma domani si potrà ritrovare il sorriso del pericolo scampato.
Gli altri hanno fatto peggio, e a lei poteva andare assai peggio.
Flavia Perina
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 7th, 2016 Riccardo Fucile
NESSUNA INDICAZIONE TRA RAGGI E GIACHETTI: “NOSTRI VOTI A CHI DIMOSTRERA’ DI AMARE ROMA”
Il risultato del primo turno delle elezioni a Roma “va analizzato con serenità e realismo: la prima considerazione è che l’esplosione dei Cinque stelle denota un consenso solido e espansivo, che ha una sua base molto forte nelle periferie, dove c’è più forte il disagio sociale e ha intercettato meglio di chiunque altro il disagio giovanile”.
A dirlo è Alfio Marchini, in una conferenza stampa in cui ha fatto il bilancio del voto di domenica 5 giugno.
“Sono profondamente convinto che i vecchi vascelli oggi non servano più – continua Marchini, che era il candidato sostenuto dal Silvio Berlusconi nella Capitale – e che bisogna bruciarli per ricostruirne dei nuovi. Precondizione per ricostruire è che servono i cantieri, che non sono luoghi astratti. Io – afferma – mi occuperò nei prossimi mesi di creare le condizioni affinchè ci siano questi cantieri che possano costruire nuovi vascelli che guardino al futuro. Oggi – spiega – vedo la grande emergenza del lavoro e della disoccupazione giovanile, che possono generare potenziali conflitti sociali che vanno assolutamente evitati”.
Sul ballottaggio e il suo eventuale appoggio alla candidata M5s Virginia Raggi o a quello del Pd Roberto Giachetti, Marchini dice: “Se io avessi creduto che Giachetti, cui mi legano amicizia e stima, o la Raggi che ho conosciuto in consiglio comunale, fossero le risposte adeguate per risolvere i problemi di Roma, avrei votato per loro e mi sarei ritirato per appoggiare uno di loro. Ma non lo credo”.
“Ora però – conclude – dobbiamo dare una indicazione precisa: noi saremo dalla parte di chi dimostrerà concretamente in questi 15 giorni di amare Roma, ossia di aderire ad alcuni punti fondamentali della nostra agenda”.
(da “Huffingtonpost“)
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Giugno 6th, 2016 Riccardo Fucile
FINANCIAL TIME: “RIMPROVERO POPULISTA A RENZI”
È Virginia Raggi la star internazionale del primo turno delle amministrative italiane, alla quale dedicano titoli le homepage dei principali quotidiani esteri, con la candidata dei Cinque Stelle che posa sorridente in foto mentre deposita la sua scheda nell’urna.
La candidata romana del M5S “spicca il volo nell’elezione del sindaco di Roma”, ricorda il britannico The Guardian, che la definisce la “candidata anti-establishment”, mentre per il Financial Times, “I romani consegnano un rimprovero populista a Renzi. La Raggi vince il primo turno nel tentativo di diventare la prima sindaco donna della città eterna”.
“Il disincanto – scrive il Financial Times – era particolarmente acuto, dopo una serie di scandali di corruzione che hanno scosso la città in anni recenti, con molti cittadini che lamentavano il grave peggioramento della qualità dei servizi pubblici di base, dai trasporti alla raccolta dei rifiuti”.
Secondo Ft, “il colpo a Renzi è stato attutito dalle forti affermazioni dei candidati del suo partito in altre grandi città , come Milano e Torino, il che indica che il sostegno alla sua agenda tiene in molte aree, particolarmente al nord”.
E se i francesi Le Monde e Le Figarocon titoli quasi identici si limitano e rilevare che “la candidata anti-partiti Virginia Raggi è in testa al primo turno delle municipali a Roma”, lo spagnolo El Pais, nel sottotitolo osserva: “Matteo Renzi avverte che il risultato delle elezioni locali non costituisce un test per il suo governo”.
Per El Mundo, “Virginia Raggi e il Movimento 5 Stelle prendono la guida al primo turno delle elezioni a Roma”
In Germania, Faz titola: “Il candidato del partito di Beppe Grillo in testa. A Roma un partito di protesta fa incetta di voti” mentre “anche in Italia faticano i partiti storici”: Più in sordina, la Sueddeutsche Zeitung che si limita a prendere atto del fatto che “sarà il ballottaggio a decidere il nuovo sindaco di Roma” e che la Raggi “è in testa”.
(da “Huffingtonpost”)
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Giugno 5th, 2016 Riccardo Fucile
A ROMA DA ATAC E AMA UNA FOLLA DA RECORD ELETTORALE PER GODERE DI 48 ORE DI RIPOSO
Saranno elezioni sicuramente molto ben monitorate, quelle di Roma. 
Dai ranghi delle Municipalizzate è in arrivo un esercito di oltre 1200 rappresentanti di lista. Autisti dell’Atac (830) e spazzini dell’Ama (oltre 400) hanno già avvertito la propria azienda di prepararsi a sostituirli nel turno domenicale e nel lunedì post-elettorale
La condizione di rappresentante di lista non dà un guadagno, ma 48 ore di agognato riposo dal lavoro.
Chi ottiene da un partito la qualifica di rappresentante di lista – da notificare al seggio o sabato pomeriggio o anche domenica mattina prima delle 7 – dovrebbe poi stare ai seggi tutta domenica, anche se nessuno ti controlla, e lunedì ci si riposa.
Così andrà per un dipendente su dieci.
Evidentemente, in due aziende dove si largheggia già con i permessi sindacali, e con l’assenteismo, a molti non è sfuggita quest’ennesima occasione di saltare il lavoro.
Le due aziende capitoline, alle prese con cronici disservizi, devono ora correre ai ripari.
L’Ama mette in conto una spesa supplementare di straordinari festivi, dovendo richiamare in servizio chi non era previsto.
L’Atac, invece, che comunque non potrà rimediare abbastanza autisti per sostituire tutti gli assenti giustificati, ha sospeso i permessi sindacali e quindi conta di mettere anche i sindacalisti al volante.
La storia, a dirla tutta, è ricorrente. Anche alle scorse elezioni amministrative del 2013, l’Atac fu costretta a mettere in permesso elettorale il 20% del personale viaggiante con i prevedibili disagi che questo comportò.
Quest’anno va un pochino meglio, perchè le 850 richieste di permesso elettorale rappresentano una percentuale del 9% sul totale degli 11.696 dipendenti.
Il direttore generale Mario Rettighieri è dovuto comunque correre ai ripari «per limitare quanto più possibile i disagi in rete conseguenti alle attività di seggio dei dipendenti Atac».
Di qui la sospensione dei permessi sindacali per domenica e lunedì, iniziativa concordata con il prefetto di Roma, Francesco Paolo Tronca, e che i sindacati non si sentono di criticare.
«Se c’è l’esigenza di servizio, ci adegueremo», le laconiche parole di Claudia Porzi, Cgil. Si replicherà anche in occasione del ballottaggio.
All’Ama, a loro volta, sono in grande difficoltà .
La città è in ginocchio dopo lo sciopero dei giorni scorsi, che ancora si fa sentire nelle strade; la domenica, peraltro, gli spazzini riescono a raccogliere soltanto 1500 tonnellate di rifiuti, la metà del necessario, con ricadute sul lunedì.
Questa domenica elettorale andrà anche peggio. «Il numero dei rappresentanti di lista tra il nostro personale – commenta il presidente dell’Ama, Daniele Fortini – è abbastanza in linea con le tornate elettorali precedenti. Non c’è dubbio che alle amministrative, essendoci tante più liste, il fenomeno è più marcato».
La corsa dei dipendenti delle Municipalizzate a fare da rappresentante di lista racconta soprattutto l’alto grado di sindacalizzazione e di politicizzazione del personale.
«Non per caso – commenta Riccardo Magi, segretario dei Radicali e capolista di una lista pro-Giachetti – noi stentiamo a trovare qualche rappresentante di lista e altri partiti, che in questi anni rappresentavano il potere a Roma, ne hanno a valanghe. È l’altra faccia delle assunzioni clientelari e della co-gestione sindacale dentro le Municipalizzate».
«Mi piacerebbe che la gente continuasse a lavorare – dice anche un altro consigliere comunale uscente, Stefano Pedica, Pd – e che a fare i rappresentanti di lista, ma soprattutto gli scrutatori, andassero disoccupati e cassintegrati».
Francesco Grignetti
(da “la Stampa”)
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