Ottobre 29th, 2015 Riccardo Fucile
IL SINDACO “NON DEVO NEGOZIARE CON NESSUNO”… E ORFINI CONVOCA I CONSIGLIERI PER PROVARE A CONVINCERLI A DIMISSIONI IN MASSA
“Qui la questione non è Ignazio Marino ma Roma: io non ho assolutamente nulla nè da
chiedere nè da negoziare con nessuno”.
Appena arrivato in Campidoglio, il sindaco dimissionario di Roma, Ignazio Marino, mette subito le cose in chiaro sui suoi rapporti col Pd, dopo l’incontro a sorpresa di ieri con Matteo Orfini.
E sulle anticipazioni da dare sulle proprie scelte future, ritirare o meno le dimissioni, avverte: “Sto riflettendo e comunicherò presto le mie decisioni alla presidente dell’Assemblea capitolina, Valeria Baglio”.
Intanto, il commissario del Pd Roma Matteo Orfini ha convocato alle 14 i consiglieri comunali dem al Nazareno.
Una riunione in cui si potrebbe discutere dell’ipotesi di dimissioni di massa dei consiglieri. Il Pd dunque tenta il contropiede per neutralizzare la possibile revoca delle dimissioni da parte di Ignazio Marino.
Poi riferendosi alle affermazioni del presidente dell’Anac Raffaele Cantone su Milano “capitale morale, mentre Roma sta dimostrando di non avere quegli anticorpi di cui ha bisogno e che tutti auspichiamo possa avere”, Marino risponde: “A Roma gli anticorpi esistono, questa piazza domenica scorsa ne ha visti migliaia e nella città ce ne sono milioni ma vanno valorizzati da noi delle istituzioni perchè, anche all’interno di un organismo vivente, se gli anticorpi vengono annichiliti non potranno svolgere bene la propria funzione”.
In Campidoglio continua da giorni il presidio fisso in sostegno di Marino.
Al suo arrivo, oltre alle telecamere e ai giornalisti, c’erano anche alcuni sostenitori. “Marino sei un eroe”, ha gridato un signore, mentre un altro ha esposto un cartello con la scritta ‘Non mollare, falli crepare’, che è stato autografato dal primo cittadino.
Ieri è stata una giornata vissuta sul filo dell’incertezza e conclusa dal sindaco e dalla sua frase “sto ancora riflettendo” al termine di un incontro fiume a casa di Marco Causi tra Marino e Orfini: prove tecniche di dialogo tra Campidoglio e Pd, con Matteo Renzi che da Cuba dice “La linea del partito è quella di Orfini”.
Un tentativo di riavvicinamento, tanto da ipotizzare nelle ore scorse un blitz in aeroporto per cercare di incontrare il premier al rientro dal suo viaggio in Sud America.
Ma Marino ora precisa: “Ho cose più serie da fare che andare negli aeroporti, in questi giorni”.
E alla domanda dell’inviato di Agorà sull’ipotesi di continuare a fare il sindaco di Roma: “Anche lei continuerà a fare il giornalista”.
(da “la Repubblica“)
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Ottobre 28th, 2015 Riccardo Fucile
“PERCHE’ DOVREI ANDARMENE? VOGLIO PROPRIO VEDERVI VOTARMI LA SFIDUCIA CON LE DESTRE, COSI’ POI MI RICANDIDO CON UNA LISTA CIVICA”
Alle 20,52 si abbassa la serranda di casa Causi, quasi tutta, zona Piazzale della Radio, fuori dal triangolo del potere del centro. Dentro sono passate tre ore.
Da un lato del tavolo Ignazio Marino, con la fedelissima Cattoi e Tricarico. Dall’altro il presidente del Pd Orfini, Alfano Sabella e Stefano Esposito. È l’incontro. Anzi, l’Incontro per trovare una soluzione del caso Roma. Decisivo, dicono.
Selve di cronisti sotto. Ogni tanto si intravede la sagoma del padrone di casa si affaccia, lì all’ultimo piano, nel poco spazio tra serranda e davanzale.
L’ordine è partito direttamente da Cuba: “Adesso basta — le parole di Renzi — giocare su Roma. Mi era stato garantito che, al ritorno, non avrei più trovato Marino sindaco. Il caso va chiuso”.
Altrimenti, è la seconda parte del ragionamento, “mando a casa tutti”.
Si spiega così il motivo per cui Orfini ha preso l’iniziativa dell’incontro con Marino, dopo giorni in andava ripetendo: “Per me il caso è chiuso, io con quello non ci parlo più”.
Ecco, l’ordine cubano. Poi la convocazione nel condominio, come una lite qualunque, per sbrogliare il pasticcio Capitale.
L’idea del presidente del Pd è di chiudere per cena, consentendo a Renzi di fare una dichiarazione distensiva per il tg delle 20,30: “Ti rendiamo l’onore delle armi, con una dichiarazione di Matteo, ma a questo punto non puoi andare avanti. Ti fai male tu e fai male al Pd. Ti rendi conto che questa storia rischia di farci perdere le amministrative?”.
Nulla da fare, l’incontro va avanti a oltranza. E Renzi dichiara: “Totale sostegno a Orfini”.
Un modo per dire a Marino: vattene. Insomma, tutta l’artiglieria è in campo.
Passano le ore. Scende Causi. Si trova davanti un muro di taccuini, telecamere.
Ti aspetti la dichiarazione di fine incontro: “Abbiate pazienza – dice – sto andando a comprare le sigarette”.
Marino non molla: “Io non me ne vado. Perchè dovrei? Voglio proprio vedere se il Pd vota le mozioni della destra. Le vota? Bene, io a quel punto mi candido alle primarie. Non me lo consentono? Faccio una lista civica”.
Non solo. Ha fatto anche capire che potrebbe prendersi tutto il tempo che gli consentono i regolamenti per arrivare alla discussione delle mozioni di sfiducia il 10 novembre.
Una nuvola di fumo avvolge il destino del Pd.
L’incontro significa che Marino non è stato piegato. E che le parti sono tornate a parlarsi. Nè a Marino basta un riconoscimento formale.
Sul tavolo i fedelissimi del sindaco mettono anche un’ipotesi: arriviamo a febbraio per concordare un’uscite onorevole e così si evita di votare a Roma il prossimo anno. Parecchi consiglieri infatti si sentono come dei tacchini che votano il Natale, per ordine di Renzi, ma senza molta convinzione.
Niente da fare. Renzi la vuole chiudere. I suoi ci vanno giù duri.
Chissà . Il negoziato continua nei prossimi giorni. A cinque minuti della fine del primo tempo, è espulso Chiellini. Juve in dieci. Esposito si affaccia per un’altra sigaretta. Rivolgendosi ai giornalisti, dice: “Posso fumare? Almeno questo…”.
Non è proprio serata. Fine primo tempo. Esce Marino: “Sto riflettendo” dice.
La partita, questa, non è ancora finita.
(da “Huffingtonpost”)
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Ottobre 28th, 2015 Riccardo Fucile
IL PD HA LE MANI LEGATE: ANDARE AL VOTO SU UNA MOZIONE DI SFIDUCIA FAREBBE EMERGERE LA SPACCATURA INTERNA… ARDUO FAR DIMETTERE IN MASSA 19 CONSIGLIERI DI FRONTE AL TIMORE DI PERDERE LA POLTRONA E COMUNQUE NON SAREBBERO SUFFICIENTI
L’uomo che in poche settimane ha conquistato la segreteria del Partito Democratico e ha
defenestrato un presidente del Consiglio – Enrico Letta — anticipando l’impresa con un hashtag che rimarrà nella storia (#enricostaisereno) tenuto in scacco da un sindaco dimissionario, alla gogna da settimane per qualche migliaio di euro di spese opache effettuate con la carta di credito del Comune e fino all’altro giorno dato per finito.
E’ il rapporto di forza che in questo momento intercorre tra Matteo Renzi e Ignazio Marino.
Il primo in viaggio di Stato in Sudamerica e rimasto sostanzialmente in silenzio sulla vicenda degli scontrini che sta provocando la caduta del sindaco di Roma, per inciso esponente di quel Partito Democratico che, sempre più incartato, aspetta da lui un cenno su come dirimere la questione.
Il secondo che, dopo aver rassegnato le dimissioni il 12 ottobre, si avvicina alla data del 2 novembre — giorno in cui le stesse diventeranno irrevocabili — agendo come se sedesse sulla più solida delle poltrone e lasciando trapelare l’intenzione di ritirarle e andare avanti come se nulla fosse successo.
La guerra di nervi tra il “marziano” e il Pd si gioca su uno scacchiere che somiglia a un campo minato: sotto ognuna delle caselle, in un campo e nell’altro, si nasconde un ordigno — regolamentare e politico — pronto a esplodere.
L’idea di Marino: ritirare le dimissioni
Fino a qualche giorno fa Marino pensava di convocare il consiglio per affrontare la vicenda in sede politica, ritirando le dimissioni dinanzi all’Assemblea.
“Verifichiamo quello che succede in aula — spiegava martedì l’assessore all’Ambiente, Estella Marino, ai giornalisti che le chiedevano cosa farebbe se il sindaco facesse dietrofront, dando così per scontato che Marino avesse deciso di andare alla conta — questa vicenda è soprattutto politica e nelle sedi politiche va affrontata”.
Ma il Testo Unico degli Enti locali prevede che dalla convocazione alla riunione del consiglio possano passare fino a 20 giorni, termine che sforerebbe, e di molto, il limite del 2 novembre, giorno in cui le dimissioni diventeranno irrevocabili.
Quindi Marino potrebbe revocare le dimissioni senza passare per l’Assemblea.
Se lo facesse, resterebbe in sella e potrebbe andare avanti per un po’ a furia di delibere di giunta, ma senza una maggioranza con cui amministrare una città che ha estremo bisogno di essere amministrata.
Quanto durerebbe? Al massimo fino al 31 dicembre, data entro la quale l’assemblea deve approvare il bilancio (che potrebbe slittare non oltre gennaio).
Sarebbe uno strappo senza precedenti, con il quale il sindaco rischierebbe di dare di sè l’immagine del politicante che non molla la poltrona.
L’immagine peggiore per un politico che potrebbe ripresentarsi alle primarie del Pd e, nel caso probabile di sconfitta, correre per il Campidoglio con una sua lista civica in grado di far perdere al Pd un bel gruzzolo di voti.
Le mosse del Pd: presentare una mozione di sfiducia…
Per portare a termine il dietrofront Marino non ha bisogno di chiedere un voto dell’Assemblea capitolina: gli basta ritirare le dimissioni.
A quel punto la palla passerebbe al Pd, che potrebbe presentare una mozione di sfiducia e andare al voto.
Ma la strada è impervia: per farla passare, i dem avrebbero bisogno del “voto della maggioranza assoluta dei componenti del Consiglio”, si legge nel regolamento comunale. Ovvero del voto favorevole di 25 consiglieri su 48, quando il Pd ne conta soli 19.
Dove andare a prendere gli altri 6? Servirebbe un’alleanza con uno dei gruppi dell’opposizione, strada difficilmente praticabile e che metterebbe in serio imbarazzo il Nazareno.
…o far dimettere in blocco i consiglieri. Ma è ancora più difficile
Seconda possibilità : i consiglieri Pd dovrebbero dimettersi in blocco, ma le stesse dimissioni dei soli democratici non basterebbero a far cadere l’intero consiglio. Secondo l’articolo 45 del Tuel, infatti, al consigliere dimissionario subentra il primo dei non eletti e solo a esaurimento della lista scatta la decadenza.
“Nei consigli provinciali, comunali e circoscrizionali — recita il comma 1 — il seggio che durante il quinquennio rimanga vacante per qualsiasi causa, anche se sopravvenuta, è attribuito al candidato che nella medesima lista segue immediatamente l’ultimo eletto”.
Cosa accaduta, ad esempio, per Mirko Coratti, presidente dell’Assemblea Capitolina dimessosi il 27 giugno perchè coinvolto in Mafia Capitale e sostituito da Cecilia Fannunza.
Ma per far decadere l’intero consiglio servirebbero le dimissioni della metà dei consiglieri più uno, ovvero 25 su 14, come prevede il comma 2 dell’articolo 9 del regolamento del Comune.
Quindi il Pd dovrebbe trovare altri 6 consiglieri di opposizione disposti a lasciare la poltrona pur di far cadere un sindaco del Pd.
Un’altra soluzione che metterebbe in imbarazzo il Nazareno. Impresa non facile al di là dell’opportunità politica: tutti e 19 consiglieri dem dovrebbero lasciare la poltrona dopo aver speso un capitale in campagna elettorale dopo appena due anni e mezzo di mandato.
Di certo non potranno contare sui 4 membri di Sel, che ha fatto sapere di non prendere “neanche in considerazione l’ipotesi dimissioni”.
Il gruppo del Pd è spaccato
Un dato alla base dell’immobilismo: il gruppo dem in consiglio comunale è diviso. Secondo un retroscena riportato da La Repubblica, nei giorni scorsi Matteo Orfini ha convocato i consiglieri del Pd e ha chiesto loro da che parte stanno.
Risultato: 9 si sono schierati contro Marino e 10 si sono detti al suo fianco.
In attesa di un intervento di Renzi tanto invocato quanto lento ad arrivare, lunedì mattina, poi, i consiglieri dem si sono riuniti e hanno diramato alle agenzie una nota con la quale prendono tempo senza esprimere una posizione chiara: “Ribadiamo che il gruppo consiliare e il Partito democratico sono tutt’uno nel giudicare l’amministrazione Marino — si legge nella nota, in cui non si spiega quale sia il giudizio del Pd — la posizione assunta dal Pd nazionale e da tutti noi non è mai cambiata rispetto al 12 ottobre, quando il sindaco ha presentato le dimissioni, ogni futura decisione sarà condivisa e concordata con il partito”.
“Ognuno di noi ha una posizione diversa — ha ammesso lo stesso capogruppo Fabrizio Panecaldo — io sono per non votare nessun atto contro il sindaco insieme alle destre”.
Marco Pasciuti
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 27th, 2015 Riccardo Fucile
“NEI PROSSIMI GIORNI INAUGUREREMO ALTRI CANTIERI”… E OGGI POTREBBE RITIRARE LE DIMISSIONI… A QUEL PUNTO IL PD RISCHIA IL BAGNO DI SANGUE
Ignazio Marino sembra tutto, fuorchè un sindaco dimissionario.
A una settimana dal 2 novembre, giorno in cui le dimissioni rassegnate il 12 ottobre diventeranno effettive, il primo cittadino della Capitale continua a macinare lavoro e atti come se il tempo che lo separa dall’addio all’amministrazione capitolina — almeno in teoria — non dovesse contarsi ormai a ore.
La giornata del sindaco dimissionario è iniziata poco prima delle 10, quando Marino è entrato a Palazzo Senatorio.
“La mia è una giunta che lavora e che guarda avanti — ha detto poi nel corso dell’inaugurazione di un viadotto in periferia a Roma — questa città ha patito corruzione e criminalità , noi abbiamo mostrato discontinuità . Questo ponte è stato realizzato in pochi mesi come lavori in Via Marsala”.
“Domani e dopodomani inaugureremo altri cantieri, Roma deve andare avanti”, ha detto ancora Marino, che però non ha voluto rispondere sulle sue mosse future.
Perchè il futuro dell’aministrazione Marino è ancora un’incognita.
“Verifichiamo quello che succede in aula — ha detto l’assessore all’Ambiente, Estella Marino, ai giornalisti che le chiedevano cosa farebbe se il sindaco ritirasse le dimissioni, dando così per scontato che Marino abbia deciso di andare alla conta, portando la crisi in sala consiliare — nelle precedenti settimane io ho manifestato il mio dissenso rispetto alle scelte del partito non per contrastare qualcuno, ma perchè reputavo non fosse il modo corretto per affrontare questa vicenda, che è soprattutto politica, e nelle sedi politiche va affrontata”.
Intanto Marino continua a fare il sindaco.
A metà pomeriggio il sindaco ha effettuato un sopralluogo lampo nel cantiere dove si sono appena conclusi i lavori per la creazione del collegamento viario Fidene-Villa Spada. Insieme a lui l’assessore ai Lavori Pubblici Maurizio Pucci.
“Queste due borgate, Fidene e Villa Spada — ha spiegato il primo cittadino — erano separate da decine di anni da due linee ferroviarie. Sul vecchio ponticello le persone dovevano spostarsi a senso alternato: con questi due nuovi ponti cambia la viabilità e la vivibilità di questi due quartieri con un’altra opera per la città conclusa in tempi straordinari”.
Una giornata scandita da nuovi impegni per la città e terminata all’Auditorium Conciliazione per assistere all’anteprima romana di ‘Spectre’, il nuovo film di James Bond girato nella capitale la primavera scorsa.
Lo scenario più probabile è che una volta ufficializzato il ritiro delle dimissioni, Marino si presenterà poi in Assemblea capitolina per chiedere alla sua ormai ex maggioranza di andare avanti insieme.
Gli esponenti del Partito democratico, a quel punto, risponderebbero con una mozione di sfiducia, che verrebbe portata in Aula e depositata proprio al termine dell’intervento del sindaco uscente senza neanche un intervento di replica, facendo partire così il countdown – l’ennesimo in questa vicenda – dei dieci giorni necessari prima di poter mettere ai voti il documento.
Ma la mozione di sfiducia il Partito democratico lo dovrebbe però firmare assieme alle opposizioni, in alternativa ci sarebbero le dimissioni in blocco di 25 consiglieri (sono solo19 sono quelli del Pd, altri 6 andrebbero comunque pescati tra le altre forze politiche, dal M5s a Fratelli d’Italia, con evidente imbarazzo di tutti).
E alla fine potrebbe rivelarsi una trappola: ve l’immaginate una campagna elettorale con Marino che può andare a dire che è stato fatto fuori da quelli di Mafia capitale e con il voto delle destre?
Il Pd rischierebbe un bagno di sangue.
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Ottobre 26th, 2015 Riccardo Fucile
IERI E’ SALTATA LA RIUNIONE CHE DOVEVA SANCIRE LO SFRATTO E MARINO SI DIVERTE… E UNA VOTAZIONE ERA FINITA 10-9 PER MARINO
Quella promessa gridata dalla scalinata del Campidoglio alla folla che gli chiedeva di ripensarci, “Non vi deluderò” – una promessa ripetuta tre volte come un grido di battaglia, fino a scandirla per non lasciare dubbi, “Non-vi-de-lu-de-rò!” – lascia davvero pochi dubbi: Ignazio Marino non ha proprio nessuna voglia di confermare le sue dimissioni.
Vuole restare sindaco di Roma, piaccia o no a Renzi e a Orfini che hanno deciso di staccagli la spina: il Marziano va avanti lo stesso, come se avesse delle batterie spaziali che si ricaricano con energie alternative che si chiamano petizioni online e manifestazioni autoconvocate.
“Non vi deluderò” ha garantito il sindaco.
Ma come farà ? Cos’ha in mente Marino? Quale mossa sta preparando? Qual è il suo piano?
Chi lo ha sentito in questi giorni, chi è andato a trovarlo, chi ha raccolto le sue confidenze risponde senza esitazioni: “Lui decide giorno dopo giorno”.
Eppure, giorno dopo giorno, la strategia del Marziano si va delineando sempre più nitidamente.
Con un obiettivo preciso: disinnescare il count-down delle dimissioni senza aspettare la vigilia dell’ora X.
Può davvero farcela? Facciamo un passo indietro.
Annunciando il suo gesto, Marino avvertì che avrebbe utilizzato i 20 giorni di tempo previsti dalla legge per fare “una verifica seria”.
E nella sua intervista a Repubblica ha precisato: “Tocca agli eletti dal popolo, ai consiglieri della mia maggioranza, dirmi se questa esperienza deve proseguire o deve essere interrotta”. La parola passava dunque ai 27 consiglieri comunali che lo sostengono in Campidoglio: 19 del Partito democratico, 4 di Sel e 4 della Lista Marino.
Sulla carta, non ci sarebbe storia, perchè sia Renzi che Vendola hanno preso le distanze dal sindaco, e dunque la verifica dovrebbe essere una formalità dall’esito scontato.
In realtà la situazione è assai più complicata. E si sta complicando sempre di più. Perchè il commissario del Pd romano, Orfini, non è finora riuscito a far ripetere il suo “no” ai 19 rappresentanti del partito in Campidoglio. Molti frenano. Obiettano. E resistono.
Quando il commissario ha convocato i consiglieri del Pd chiedendo loro da che parte stavano, il gruppo si è spaccato: la maggioranza – 10 contro 9 – si è schierata con Marino.
Il clima si è fatto così rovente che giovedì il gruppo si è riunito lontano dalla capitale (e dal Nazareno), nella casa di campagna di un consigliere.
Venerdì, dopo l’intervista di Marino, il capogruppo Fabrizio Panecaldo ha sottoposto ai suoi una lettera concordata con Orfini che dava lo sfratto definitivo al sindaco. Nessuno l’ha firmata.
“Riparliamone domenica” hanno risposto i più. E nel “gruppo chiuso” su Whatsapp è stato fissato anche un orario: “Ci vediamo alle 16”. Ieri, però, dopo aver sentito le parole del sindaco, nessuno si è più fatto vivo. La riunione, forse, si farà oggi.
Ed è proprio tra oggi e domani che potrebbe arrivare la mossa a sorpresa del Marziano: chiedere lui di fare “comunicazioni urgenti” nell’aula di Giulio Cesare, per esempio giovedì o venerdì.
Rivendicare a voce alta il proprio diritto a realizzare il programma per il quale è stato eletto e, una volta messa da parte la questione degli scontrini, annunciare che si va avanti con nuovi e ambiziosi obiettivi.
Ritirando pubblicamente, davanti al Consiglio comuna- le, le sue dimissioni.
Una mossa simile spiazzerebbe il Pd romano. Perchè Marino, al contrario di chi vuole sfrattarlo, non ha bisogno di chiedere un voto del Consiglio.
E dunque, se il partito volesse andare fino in fondo dovrebbe presentare una mozione di sfiducia o depositare le dimissioni contestuali di tutti i suoi consiglieri.
E in entrambi i casi dovrebbe stringere un accordo con l’opposizione ovvero con Alemanno, i grillini e Marchini perchè senza quei voti la sfiducia non passerebbe e le dimissioni non basterebbero a provocare lo scioglimento del Consiglio.
Una prospettiva che, si capisce, non entusiasma affatto il Nazareno.
Ecco perchè il sindaco non si sta affannando a cercare consensi tra i suoi consiglieri: ha capito che la confusione che regna nel Pd gioca a suo favore.
Il vero problema, a questo punto, ce l’ha Matteo Orfini: o riesce in 48 ore a convincere il gruppo, tutto il gruppo Pd, che è meglio tornare alle urne, o l’assedio a Marino rischia di trasformarsi nella rivincita di Marino.
Sebastiano Messina
(da “La Repubblica“)
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Ottobre 26th, 2015 Riccardo Fucile
LA CITTA’ DI FELLINI E SORRENTINO SPOGLIATA DA MAFIE E POLITICI DI OGNI COLORE
Se una notte d’inverno un viaggiatore… Ma qui Italo Calvino c’entra poco. È autunno e piove.
Roma un giorno qualsiasi, aeroporto di Fiumicino, area arrivi. È passata la mezzanotte e insieme al professore londinese conosciuto in aereo siamo alla ricerca di un taxi. Il professore è innamorato della Città eterna ed è curioso.
Negli occhi ha le belle immagini in bianco e nero de La dolce vita e quelle a colori de La grande bellezza.
Il grigio di questa sera lo colpisce. “Taxi, taxi…”. Il signore vestito tutto di nero ci avvicina per proporci il suo personalissimo servizio. “Perchè gli ha detto di no?”, mi chiede il professore. “È un abusivo, non ha licenza e ci spellerà vivi”. Commento: “Incredible”.
Passiamo alla fila dei taxi regolari, quelli bianchi. Siamo tra i primi eppure nessuno ci fa salire. I tassisti preferiscono i gruppi di turisti in attesa. Solo dopo qualche protesta uno di loro ci prende finalmente a bordo.
“Dottò a quest’ora è sempre così, alcuni colleghi preferiscono i gruppi, se guadagna di più”. Replica: “Ma come? E il tassametro, le tariffe, i controlli?”. Risposta: “Vabbè lassamo perde. Fanno così, io so un cojone ho scelto di guadagnarmi il pane onestamente”.
È Roma, caro professore. Il mio interlocutore si illumina. “Già , ho letto la storia del vostro mayor, Marino, e degli scontrini per le cene. Incredible!”.
“Caro professore, fossero solo cene e scontrini. La realtà è che Roma l’hanno sbranata lupi famelici”. A questo punto la curiosità del viaggiatore lievita. Siamo arrivati, ma lui vuole saperne di più.
“Voglio capire come una città così bella, simbolo mondiale della vostra storia e dell’arte, abbia potuto ridursi così. Cosa è successo?”.
Lo accontento e ci diamo appuntamento l’indomani mattina per fare il nostro tour nella Roma degli affari e degli imbrogli, quella che non c’è nei pacchetti all inclusive dei tour operator.
Il tour tra gli imbrogli
Ore 9, capolinea di piazza Zama. Aspettiamo il mitico 360, un pullman chiamato desiderio. Non arriva mai. Sul piazzale due bus fermi, gli autisti a terra, la gente senza alcuna informazione. Sono rotti, cadono a pezzi. La pensilina è troppo stretta per riparare tutti dalla pioggia.
“Professore, la vede quella scritta sui pullman, Atac, è il simbolo di uno scandalo infinito. Stiamo parlando di un colosso pubblico dei trasporti. Un colabrodo che ha chiuso il bilancio 2014 con 141 milioni di perdite, qualcosa come 386mila euro al giorno, 20mila ogni ora che passa. Gli autobus? Li vede in che condizioni sono, 900 mezzi su 2300 sono fermi. E non è finita nell’azienda dove ogni politico ha sistemato nani e ballerine di lap dance, manager inventati e amici degli amici, si sono appaltati lavori a trattativa privata per due miliardi di euro. Per essere chiari, caro professore , basta leggere i dati dell’Autorità anticorruzione: nel solo 2011 è stato affidato a trattativa privata il 99,94% degli appalti per forniture, il 93 di quelli per lavori e il 98,84% per i servizi. Ora capisce perchè i bus sono fermi?
Allora prendete la metro.
Facile a dirsi. Ma lo sa che la metro C, eterna incompiuta, è già costata 3,7 miliardi di euro, 700 milioni più del previsto? Una grande opera con dentro i colossi delle costruzioni italiane, Ansaldi, Vianini, Finmeccanica e il Consorzio costruttori cooperative. Ma ci sono ben 5mila subappalti, ed è qui — dicono i magistrati — che si infiltrano mafia e ‘ndrangheta”.
“Incredible, quindi si pagavano quelle che voi chiamate mazzette?”.
“Esatto professore, perchè la filosofia di come si vive a Roma l’ha descritta bene Salvatore Buzzi: “Per mungerla la vacca la devi fa magnà ”.
Divorati dal cancro
Ora il professore chiede chi è Salvatore Buzzi, e chi Massimo Carminati, ed è veramente arduo spiegargli in poche parole il cancro che ha divorato Roma. L’impasto di fascistume e politici di sinistra, cooperative e imprese, mazzette e soldi pubblici che è Mafia Capitale.
Gli facciamo vedere la famosa foto della cena della vergogna, quella con Alemanno, consiglieri e politici del Pd, Buzzi, il ministro Po-letti, quando era capo della Lega Coop, e sullo sfondo uno dei Casamonica con panza ben in vista.
“Non è possibile, ma il ministro ha mai smentito questa foto, si è giustificato?”.
“No — replico — il ministro se l’è presa con i giornali e ha minacciato querele”. “Incredible”.
Vuole sapere chi era Buzzi, il professore. Va accontentato: ex galeotto, si laurea in carcere, commuove le anime candide della sinistra, fonda cooperative per i detenuti ed esce. A Roma è una potenza. La sua Coop “29 giugno” fattura 60 milioni l’anno, lui è nel cda di 12 società , ogni mese spende per mazzette ai politici amici 27500 euro, più il 2,5% di stecca sul valore degli appalti che la coop riesce a prendere grazie al loro appoggio .
Il professore ascolta e si tura il naso, non solo per le notizie nauseabonde, ma per quel cassonetto traboccante monnezza che ammorba l’aria.
“Professore l’azienda per l’igiene pubblica della Capitale si chiama Ama. Bello, vero? Ama, richiama l’amore, ma questi la città la odiavano.
Mangiatoie per porci L’Ama c’est moi, diceva Buzzi all’epoca di Franco Panzironi, Ad dell’azienda. Ai tempi suoi l’Ama era il regno di Bengodi, 841 assunzioni sospette in un solo anno, più una serie di mazzette pagate da Buzzi.
Per i magistrati l’uomo, un fedelissimo del sindaco Alemanno, era “l’espressione di una rara capacità a delinquere”.
Il professore è estasiato. Prende appunti. “Quindi — mi chiede — lo scandalo è tutto della destra e dell’ex sindaco”. “No, professore, e le rispondo con una frase del procuratore capo Giuseppe Pignatone. Alcuni uomini vicini all’ex sindaco Alemanno sono componenti a pieno titolo dell’organizzazione mafiosa, ma Buzzi e Carminati erano tranquilli chiunque vincesse le elezioni”.
Ha capito ora? Se non le basta le faccio sentire cosa diceva Buzzi alla vigilia delle elezioni comunali del 2013: “L’avevamo comprati tutti, se vinceva Alemanno ce l’avevamo tutti comprati…che cazzo voi di più?”.
“Incredible”. Il colore non importa Non tanto. Perchè ora, ed è la parte più difficile del tour, bisogna spiegare al nostro curiosissimo e insaziabile interlocutore, come potessero convivere fascisti e mafiosi, politici di destra e politici di sinistra. Cito a memoria la “teoria” di Carminati: “Ci sono i vivi sopra e i morti sotto, e noi in mezzo. C’è un mondo in cui tutti si incontrano. Il mondo di mezzo, ed è quello dove è anche possibile che io mi trovi a cena con un politico”.
Ora, al prof londinese le cose sono più chiare. Siamo al centro, Piazza Venezia, direzione Campidoglio. Traffico bloccato da una manifestazione. Le periferie esasperate contro i campi rom.
“Professore, non vorrei deluderla, ma è una farsa, una finta, una recita. Perchè anche sui campi rom, sui profughi e sulla disperazione delle periferie, questi hanno mangiato a quattro ganasce”.
E racconto di Luca Odevaine, uomo potente ai tempi del sindaco Veltroni, potentissimo con tutti i ministri dell’Interno.
“Abbiamo chiuso con 40 milioni di fatturato — si esaltava Buzzi -, gli utili li facciamo sugli zingari, sull’emergenza abitativa e sugli immigrati, quelli fruttano più della droga”.
“Professore, funzionava così: Odevaine orientava le scelte dei vari tavoli ministeriali di cui faceva parte, in modo da assegnare i flussi degli immigrati alle strutture gestite da soggetti vicini a Buzzi e Carminati, per questo — lo scrivono i pubblici ministeri — riceveva 5mila euro al mese di mazzette. Quando le cose si mettevano male, politici della destra organizzavano le proteste delle periferie che ospitavano queste strutture. I talk show mandavano le loro telecamere, il Comune tremava e accettava la proposta di Buzzi di aprire nuovi centri. Quindi altri finanziamenti, altre assunzioni, altro potere per mafia capitale. Stiamo parlando di un grande business, pensi che nel 2014 solo per ospitare 2581 profughi nella Capitale, lo Stato ha speso 35 milioni, più altri 7 investiti dal Comune. Una miniera d’oro”.
Enrico Fierro
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Ottobre 25th, 2015 Riccardo Fucile
MARINO NON MOLLA E LANCIA LA CAMPAGNA DEI CONSIGLIERI: “LI VOGLIO CONVINCERE UNO AD UNO, SE NON MI VOGLIONO DEVO DIRMELO GUARDANDOMI NEGLI OCCHI”
Da Piazza del Campidoglio parte la campagna d’autunno di Ignazio Marino. Anzi, la ‘campagna
dei consiglieri’: “Se vogliono cacciarmi, devono dirlo guardandomi negli occhi. Li voglio incontrare uno ad uno, singolarmente. E poi vedremo cosa succederà in Aula”.
Il sindaco dimissionario (forse ancora per poco), che non a caso ha citato Che Guevara, ha indossato — almeno moralmente — il berretto del rivoluzionario e adesso è pronto a una settimana di battaglia nella speranza di sovvertire le decisioni dei vertici del Pd.
Ma per lo stato maggiore dem, quello di Marino, non è altro che un “ultimo tentativo disperato”, come fu l’annuncio della restituzione dei 20mila euro spesi con la carta di credito del Comune.
Da lunedì, per il primo cittadino, iniziano i sette giorni decisivi.
In teoria il conto alla rovescia scade il 2 novembre, quando le dimissioni diventeranno effettive, ma ‘Ignazio-Che’ di andar via non ha alcuna voglia.
L’abbraccio della città , e in piazza c’erano anche i delusi del Pd, ha ridato al primo cittadino la carica, o forse l’illusione, per andare avanti.
Avanti fino al ritiro delle dimissioni e giungere così alla prova dell’Aula, sapendo che la piazza — senza i voti della sala Giulio Cesare — non basta.
Così, tornato nella sua stanza, dopo il bagno di folla e in preda ancora alla commozione, il primo cittadino ha deciso il piano d’attacco, che spera lo porterà dritto dritto a un faccia a faccia anche con il premier Matteo Renzi, dal quale pretende che gli renda almeno “l’onore delle armi”.
Ma il segretario dem, impegnato tra l’altro in un viaggio in Sud d’America, vuole incontrarlo solo quando le dimissioni diventeranno effettive.
Tra le mani di Marino è tornato il pallottoliere nella speranza che qualche consigliere dem, in questi ultimi giorni, sapendo che il sindaco non è indagato, ci abbia ripensato: “Se il Pd mi vuole mandare a casa, senza alcun motivo, dovrà farlo con i voti della destra, con quelli di Mafia Capitale”, va dicendo ai suoi collaboratori, con i quali è rimasto chiuso in Campidoglio per tutto il pomeriggio e da dove vorrebbe far partire i colpi di cannone contro il Pd.
La prima mossa di Marino sarà resistere puntando tutto sui consiglieri, che proverà a convincere, con parole di questo tenore: “Non sono indagato. La storia degli scontrini non esiste più, ditemi perchè devo andare via”.
Lo stato maggiore del Pd è in fibrillazione: “Marino è capace di tutto”, dice qualcuno, che teme un colpo di scena dell’ultimo momento. Soprattutto in Aula.
Così il senatore del Pd ed ex assessore capitolino, Stefano Esposito, si affretta a dire: “E’ un’esperienza finita. La posizione del partito è chiara”. Anche dal Nazareno fanno sapere che “dopo la piazza di oggi non è cambiato nulla”.
Il primo cittadino si ostina però a pensare che ci siano ancora margini e che ci sarebbero alcuni consiglieri pronti a tornare sui loro passi.
Alla luce del confronto che avrà con loro ritirerà le dimissioni e andrà in Aula. Oppure andrà da dimissionario e chiederà un dibattito approfondito.
Qui, il sindaco vuol far emergere quantomeno la spaccatura che, secondo lui, esiste tra i consiglieri dem. Passaggio che, spiegano i suoi collaboratori, lacererebbe definitivamente il partito romano, trasformando la sala Giulio Cesare in una bagarre che danneggerebbe il futuro politico del Pd.
Tuttavia se Marino arrivasse a ritirare le dimissioni, diversi assessori dem sarebbero pronti a lasciare per indebolirlo ancora di più. C’è chi parla di otto-nove defezioni pronte su dodici persone in Giunta.
I più convinti sostenitori di Marino restano i consiglieri dei Municipi.
“Orfini ci ha ricattato. Quando lo abbiamo incontrato — racconta Valter Mastrangeli, consigliere del VI municipio — ci ha detto di sfiduciare il presidente altrimenti non saremmo più stati ricandidati. Il Pd si deve prendere le sue responsabilità davanti ai cittadini”.
(da “Huffingtonpost“)
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Ottobre 25th, 2015 Riccardo Fucile
FDI AL PRIMO TURNO CON RAMPELLI CANDIDATO DI BANDIERA E ALLEATI DELLA LEGA, POI APPOGGIO A MARCHINI… MARCHINI NON VUOLE IN LISTA CONSIGLIERI CHE ABBIANO AVUTO RUOLI NELLA GIUNTA ALEMANNO E CHE VERRANNO OSPITATI IN FDI
Si affilano le armi nel centrodestra capitolino. Nonostante manchi un leader unitario. Nonostante la crisi dei partiti, Forza Italia in primis, renda difficile anche il dialogo interno. Nonostante la lotta fraticida che da sempre contraddistingue i moderati-conservatori della Capitale.
La cornice entro la quale affrontare la campagna elettorale tuttavia è quasi pronta. Salvo sorprese dell’ultima ora il leader della Civica, Alfio Marchini sarà con ogni probabilità il candidato di punta del centrodestra.
Una lista civica composta dalle costole dell’ex Pdl, la corrente di Raffaele Fitto che ha fatto il suo ingresso in Campidoglio con i consiglieri Ignazio Cozzoli e Francesca Barbato e, probabilmente, dal senatore Andrea Augello e dall’ex coordinatore regionale Vincenzo Piso, che hanno dato l’addio al Nuovo centrodestra di Angelino Alfano.
Forza Italia, invece, nell’attesa che Silvio Berlusconi cali qualche asso nella manica, si presenterà a sostegno di Marchini con un nuovo simbolo.
Ma il nodo, al momento più complesso da sciogliere, sarebbe quello del “diktat” di Marchini di non volere in lista i consiglieri uscenti che abbiano avuto ruoli nell’amministrazione targata Alemanno.
Una ghigliottina praticamente per diversi eletti. A partire dall’ex vicesindaco Sveva Belviso, oggi a capo dell’Altra Destra, augelliana doc. Stessa musica tuttavia potrebbe essere suonata anche per l’attuale capogruppo degli azzurri e il suo vice, Davide Bordoni e Dario Rossin.
Di fatto, assecondare il divieto, significherebbe azzerare completamente il partito di Berlusconi a Roma.
A quel punto infatti il «cambio casacca» degli uscenti, che vogliono ricandidarsi, andrebbe ad ingrossare le fila di Fratelli d’Italia.
Il partito di Giorgia Meloni perderebbe il treno della candidatura a sindaco, correndo tuttavia in solitaria al primo turno con una candidatura «di servizio», ad esempio di Fabio Rampelli. Una partita da giocare al fianco di Noi con Salvini. Una «conta» insomma da mettere poi sul tavolo nazionale e giocarsi la fiche più alta.
Una roulette russa, per la destra capitolina. Al momento, la candidatura della Meloni resta una meteora in un cielo, ancora sognante, che guarda troppo e solo ancora a destra.
(da “il Tempo”)
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Ottobre 25th, 2015 Riccardo Fucile
“DA QUESTA PIAZZA LA DETERMINAZIONE DI ANDARE AVANTI”… NOVE CONSIGLIERI E CITTADINI IN SCIOPERO DELLA FAME
“Mi date il coraggio e la determinazione di andare avanti. Mi chiedete di ripensarci? Ci penso e non vi deluderò”. Ignazio Marino intorno alle 13 sale sulla scalinata che affaccia su piazza del Campidoglio e arringa la folla dei suoi sostenitori riuniti a centinaia da prima di mezzogiorno, esplicitando l’ipotesi, solo suggerita in questi giorni, di ritirare le sue dimissioni da sindaco di Roma entro il 2 novembre, data in cui diventerebbero effettive.
“State scrivendo una pagina straordinaria di democrazia che più di tante parole sigla l’unione tra romane e romani e il suo sindaco – aggiunge – In questi due anni abbiamo strappato il cancro di parentopoli di chi da queste stesse scale si era presentato col saluto romano. Noi abbiamo portato le decisioni dai salotti cosiddetti buoni all’aria aperta. Abbiamo scelto sulla base del merito e delle competenze e non degli amici degli amici o sulla base delle tessere del partito” spiega difendendo il suo operato. “Certamente abbiamo fatto degli errori e me ne assumo le responsabilità – ammette – Ma chi entrando in una casa distrutta ha il dono dell’infallibilità ?” prosegue.
“Il 5 novembre comincerà un processo storico (quello di Mafia capitale, ndr) che porterà alla sbarra coloro che hanno sfruttato i poveri. Noi come Comune saremo parte civile” ribadisce.
Poi attacca: “Ci siamo sicuramente fatti dei nemici. Qualcuno vorrebbe fermare questo percorso di cambiamento, proprio adesso che la città può ripartire”. Galvanizzato dai “suoi” annuncia: “Voi chiedete di ripensare alle dimissioni. Non vi deluderò. La politica non si esercita nelle stanze chiuse ma nelle piazze. Dobbiamo chiedere un confronto a tutti gli eletti”.
A cominciare dal “Partito Democratico, Sel, e Lista Civica”.
“Noi non inseguiamo sogni, noi sogniamo il futuro della nostra città che è la capitale d’Italia. Noi siamo realisti – conclude citando Che Guevara – e vogliamo l’impossibile”.
Poco prima i suoi sostenitori avevano srotolato sulla scala d’accesso al Campidoglio un grande striscione con scritto “Daje più forte” (lo slogan della campagna elettorale del sindaco era “Daje”) sotto al simbolo della lista civica Marino.
Tanti i palloncini colorati, rossi verdi e bianchi, le fasce tricolori da primo cittadino distribuite alle centinaia di manifestanti, le scritte ‘#IostoconMarino’, ‘Marino ripensaci’, ‘Avanti tutta sindaco’, ‘Noi con Marino voi con padrini. Marino ripensaci daje’. C’è chi mostra i cartelli ‘Oggi sono in Campidoglio e il mio sindaco rivoglio’, ‘Marino Roma è stata defraudata ma non da te’, chi ha indossato mega lettere per formare la parola “legalità “.
Una signora ha stampato su un cartoncino l’immagine di E.T., l’alieno protagonista del film di Spielberg, accompagnandola con la frase ‘Sono marziana, Marino ripensaci’. Un altro, residente a Ostia, da marziano si è addirittura mascherato.
E in piazza è spuntato anche un ‘serpentone’ bianco con 53mila firme: decine e decine di pagine tutte legate una all’altra con dello scotch.
Tra i volti, come già nella scorsa manifestazione, il parlamentare Pd Marco Miccoli che dice: “Marino ha sempre sofferto il rapporto con il partito e non è stato sostenuto a dovere”. Lo stesso umore che emerge dalla piazza che non le manda a dire al Pd, “reo di averlo in questi mesi abbandonato e all’ultimo sfiduciato”.
Dopo le parole del sindaco dal partito romano trapela irritazione: “Per noi è una fase chiusa, stiamo già lavorando al dopo”.
Ora, se Marino dovesse tornare indietro sulle dimissioni o andare a una conta in aula, per il Pd si profilerebbe il piano B, visto che il sindaco e il partito sono ai ferri corti: le dimissioni in blocco di almeno 25 consiglieri o una mozione di sfiducia che avrebbe però tempi più lunghi. Così come la decisione di non votare il bilancio.
Non solo sit-in.
Uno sciopero della fame a staffetta per convincere Ignazio Marino a ritirare le dimissioni da sindaco di Roma.
E’ l’iniziativa di nove cittadini e consiglieri municipali che hanno scritto una lettera al primo cittadino uscente: “Caro Ignazio, sindaco che noi, noi il popolo, non i partiti, abbiamo eletto: al quinto giorno di sciopero della fame veniamo in piazza del Campidoglio a portarti una vicinanza che non è solo un gesto di affetto, ma la pretesa da parte tua di un atto di responsabilità ” scrivono.
Pure loro, dunque, sono scesi in piazza per chiedere a Marino di “ripensarci, di tornare sui suoi passi e ritirare le dimissioni” (#MarinoRipensaci è anche l’hashtag dei manifestanti). I supporter del sindaco-chirurgo si sono riversati sotto al Marc’Aurelio per incoraggiarlo ad andare avanti.
Anche nella lettera dei nove supporter più radicali, l’appassionata esortazione è la stessa: “Ritira le dimissioni, ed onora l’Aula che fu di Mazzini, Garibaldi, Nathan e Petroselli con un dibattito sotto gli occhi dei cittadini”.
Seguono le firme: Davide Tutino, vicepresidente del Consiglio del Municipio VII di Roma, radicale eletto nella Lista Civica Marino (in sciopero della fame dal 20 ottobre), Laura Reali, delegata Asl del sindaco, Emilia Lanave, assessore alle attività produttive in II Municipio, Franco Giacomelli, Radicale, fondatore dell’associazione Mare libero (in sciopero della fame ieri e oggi), Stefano Vitelli, dipendente comunale (in sciopero della fame ieri), Maria Laura Turco, avvocato, maratoneta e Gianni Colacione, direttore di Liberi Tv, Claudio Izzi (in sciopero della fame il 22 e il 23 ottobre) e Paolo Izzo, scrittore (in sciopero della fame da ieri).
Viola Giannoni
(da “La Repubblica“)
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