CON I SALARI FERMI, LA CASA E’ UN LUSSO. IN ITALIA CI SONO ALMENO SETTE MILIONI DI PERSONE CHE VERSANO UN TERZO DEL LORO REDDITO SOLO PER PAGARE L’AFFITTO O IL MUTUO DELLA CASA
LO SFRATTO DIVENTA UNA PROSPETTIVA REALE PER QUASI 100 MILA PERSONE: OGNI ANNO VENGONO EMESSE ALMENO 40 MILA SENTENZE (TRE SU QUATTRO SONO PER MOROSITÀ)… UN BEL PARADOSSO PER UN PAESE CHE HA IL 70% DELLE FAMIGLIE CHE VIVONO IN CASE DI PROPRIETÀ
Casa dolce casa. Non più. Anche in Italia, dove il 70 per cento delle famiglie vive in un’abitazione di proprietà, avere un tetto sicuro sulla testa sta diventando un problema. E non solo nelle grandi città e nei centri turistici, dove b&b, case vacanze e ospitalità diffusa hanno fatto lievitare i prezzi degli immobili in affitto e in vendita, finendo per espellere anche i residenti storici.
Complici i salari rimasti al palo, anzi percentualmente diminuiti per i lavoratori del settore privato del 6.6 per cento negli ultimi trent’anni, la casa è un’emergenza.
Ci sono almeno sette milioni di persone in grave difficoltà perché un terzo del loro reddito se ne va in affitto o mutuo, superando così la soglia della sostenibilità. Per 3 milioni di persone pagare il canone o la rata significa rinunciare addirittura al 40 per cento dello stipendio.
Peggio: «In molte grandi città — sostiene il segretario generale del Sunia, il sindacato inquilini, Stefano Chiappelli — l’affitto assorbe da solo più della metà, in alcuni casi quasi la totalità, del reddito disponibile di chi lo paga».
E almeno uno su 5, secondo il Country report Italy del 2026, spende per la casa una quota così elevata da compromettere ogni altra spesa. Tradotto: «Lavorare — spiega Cappelli — non basta più per pagarsi il tetto».
Lo sfratto diventa allora la prospettiva reale per almeno centomila persone. Ogni anno vengono emesse almeno 40 mila sentenze che ordinano a singoli e famiglie di lasciare l’appartamento in cui vivono. Tre su quattro sono per morosità.
Chi spera nell’edilizia popolare si metta in fila: in 700mila sono già in lista d’attesa. E sempre più lavoratori — il 30-35% di chi vive nelle grandi aree urbane — vengono divorati da quella “fascia grigia” in cui l’Isee li racconta troppo ricchi per una casa popolare e troppo poveri per un affitto o un acquisto, anche con un mutuo a trent’anni.
Possibile se oltre il 70 per cento degli italiani risulta proprietario di un alloggio?
Certo. E non solo perché spesso si tratta di case abitate solo sulla carta da titolari che in realtà vivono altrove: una casa su tre è vuota. Lo dicono i dati dell’Agenzia delle entrate, secondo cui dei 32,2 milioni di abitazioni di persone fisiche, quasi 20 sono abitazioni in cui il proprietario vive, 5,7 milioni sono seconde case, spesso neanche utilizzate sporadicamente, 3,6 milioni sono affittate e 9,6 sono vuote.
Le chiamano “case dormienti” e la distribuzione è estremamente eterogenea — a Reggio Calabria e Messina quasi il 40%, a Milano a stento il 15% — ma per gli analisti l’immissione sul mercato basterebbe ad abbassare, e di molto, canoni e mutui.
Guai a essere single: con uno stipendio medio fra i 1.500 e 1.700 euro, la spesa è insostenibile. Per molti, a partire dagli insegnanti che ogni anno vagano per la penisola a caccia di un incarico annuale, spesso si traduce in un tuffo nel passato. «Lo chiamano co-housing — dice Paola, infermiera finita dalla provincia di Cosenza all’hinterland milanese — ma significa tornare ad avere coinquiline come all’università.
Solo che oggi ho 40 anni». Impiegati, addetti ai servizi, operatori socio-sanitari, dipendenti e sanitari fuori sede, separati e divorziati: almeno il 15-20% delle stanze singole o doppie sono occupate da un piccolo esercito di adulti che una casa non se la può permettere.
Non che ai 650mila fuorisede vada meglio. Le città universitarie sono spesso anche quelle dove sono esplosi gli Airbnb: annunci aumentati del 225% negli ultimi dieci anni in mano a multihost che gestiscono decine di case e si sono espansi sempre più anche nelle periferie e nei comuni attorno alla cintura urbana
(da agenzie)
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