GLI AMICI DI MARINA BERLUSCONI DISERTANO LA FESTA DEL CAV, VOLUTA DA TAJANI. FRANCESCA PASCALE: “CIRCO INDECOROSO”
A NAPOLI L’EVENTO PER I 90 ANNI POSTUMI DIVENTA UNA FESTA DI CORRENTE… CRESCE IL DISSENSO NEL PARTITO
Ieri sera a Napoli, alla festa per i novant’anni postumi del Cavaliere che Forza Italia ha
allestito alla Mostra d’Oltre Mare come un musical sull’eternità di Silvio Berlusconi, sono comparsi Cristina D’Avena e Maurizio Belpietro, Albano e Bruno Vespa, e poi deputati e senatori in processione davanti a un murale dove ciascuno aveva scelto il proprio Silvio. Il festeggiato era dappertutto. Stava in cartone a grandezza naturale e sui banner, abbracciato a Putin e a Bush, seduto accanto a Obama e alla Merkel. Dice Francesca Pascale, senza mezzi termini, lei che è ancora vicina a Marina Berlusconi: “Un baraccone indecoroso. Usano il nome Berlusconi come gli pare e piace, abusando dell’educazione della famiglia che non dice nulla”. Antonio Tajani, che aveva impegni istituzionali, si è fatto vedere soltanto in video dopo la torta, una torta monumentale su cui il caramello aveva immortalato Silvio nell’atto di spolverare la sedia di Marco Travaglio, come in quella celebre sera da Michele Santoro. Ed è lì, mentre il festeggiato glassato ripuliva la seggiola del nemico (e spalla teatrale), che da Bruxelles è spuntato sullo schermo il volto di Tajani, il segretario videocollegato e remoto, acceso all’ultimo come l’ultima candelina. In mattinata, sulla Stampa, a Francesco Malfetano, Tajani aveva detto che la famiglia Berlusconi gli è sempre vicina, anche se dentro Forza Italia “c’è chi semina zizzania”. La zizzania, dunque. Antica malapianta che ha un nome latino da fiaschetteria, Lolium temulentum, “loglio ubriacante”, e una malizia vegetale che la tiene in vita da duemila anni, perché i suoi chicchi somigliano talmente a quelli del grano che per estirparla bisognerebbe rinunciare al pane. “Mi intendo di agronomia, dia retta: mai seminare zizzania perché ostacola le coltivazioni sane”, dice Francesco Battistoni, senatore e amicissimo di Tajani. E Maurizio Gasparri: “Non so esattamente a chi si riferisse Tajani, ma c’è chi inventa contrasti nella speranza che si realizzino”. Tuttavia, ieri sera, a Napoli, a una festa la cui paternità era attribuita a Tajani per interposto Fulvio Martusciello, mancavano quasi tutti i parlamentari vicini ai Berlusconi. Ed ecco la zizzania. Chi semina e chi forse miete.
E sarà certo un caso, avranno tutti avuto altri impegni (come il sottosegretario Valentino Valentini che era con Marina a Villa La Certosa), ma ieri, a Napoli, alla festa organizzata da Martusciello, che è compare di Tajani, mancavano Giorgio Mulé, il ministro Paolo Zangrillo, Alessandro Cattaneo, Debora Bergamini, Paolo Emilio Russo, Rita Dalla Chiesa, Licia Ronzulli, Matilde Siracusano, Maria Elisabetta Casellati, Patrizia Marrocco, Roberto Occhiuto… e insomma quasi tutto il gruppo che frequenta Milano e Segrate, casa Berlusconi. Dice uno di loro, pregando l’anonimato: “Non era una festa di partito. Ma un ritrovo di corrente. Perché questo è Tajani. Un capo corrente”. Cattiverie. Malizie. Anzi: zizzania? “E’ da settimane che Tajani usa parole fuori dalla logica”, sorride allora Francesca Pascale. “Come quando ha citato Mao con ‘colpirne uno per educarne cento’ o come quando, due settimane fa, ha parlato di ‘disertori’ dentro Forza Italia. Ora dice ‘zizzania’. E non si sa se è un’espressione evangelica o soltanto infantile. Chiama ‘zizzania’ la legittima espressione di un dissenso che non è solo estetico, ma è politico, e non viene solo dalla famiglia Berlusconi, ma dai dirigenti di Forza Italia, dagli eletti, dagli iscritti”. Il resto è cronaca di fine estate. Giorgio Mulè, vicepresidente della Camera, avverte sul Foglio che il partito non può giocare a Monopoli, fermo tre giri, e che il segretario Tajani dovrebbe ascoltare di più i Berlusconi. Paolo Zangrillo, ministro della Pubblica amministrazione, sempre sul Foglio, ha spiegato a Luca Roberto che Forza Italia con Tajani non è più una monarchia illuminata.
In Campania i dissidenti chiamano “farsa” il congresso di Martusciello, alleato di Tajani, e lo trascinano davanti ai probiviri. E lunedì a Reggio Calabria è diventato deputato Fabio Roscioli, avvocato della famiglia Berlusconi e candidato di Occhiuto, due settimane dopo che Tajani aveva ammonito che fare il deputato non deve essere un obiettivo. Fino alle parole di Paolo Berlusconi, fratello di Silvio, appena pochi giorni fa: “Oggi credo che sia giusto che Antonio condivida il nostro movimento anche con le forze più giovani”. Di questo passo Tajani sta per essere trasformato nel capro espiatorio, la vittima su cui vengono caricati tutti i peccati della comunità, compresa la festa postuma per il Cavaliere, e la cui uccisione (o spedizione nel deserto) serve a far ritrovare l’unità al gruppo. Un rito antico e di inconsapevole gravità cannibalesca. Chi ama i classici ricorderà inoltre che in primavera quattordici senatori su venti avevano congedato il capogruppo Gasparri, sostenuto da Tajani, per sostituirlo con Stefania Craxi, figlia di Bettino e amica d’infanzia di Marina. Nel Vangelo di Matteo a seminare la zizzania è il nemico, di notte, mentre gli altri dormono. E con la stessa discrezione notturna, a sentire Tajani, qualcuno la sparge adesso in Forza Italia. Dice Raffaele Nevi, deputato spiritoso, uno di quelli che a Tajani vuole bene: “La zizzania è la risorsa di chi non affonda il colpo”. Perché la zizzania, a guardarla bene – ed è forse questo che intendeva Tajani, uomo dall’apparenza mite ma capace di insospettabili risorse – è l’arma di chi non ha armi. E’ il vorrei ma non posso della politica, il coltello che si ferma a metà della lama, lo strumento di chi detesta il capo senza la forza o più semplicemente i voti per rovesciarlo. Chi può colpire colpisce, gli altri mugugnano. “Cioè seminano zizzania”, dice Gasparri. Il che significa che la zizzania in sé fa pochi danni. Stordisce, annebbia la vista, provoca emicranie, proprio come il loglio dei botanici, ma raramente abbatte. Vale piuttosto come termometro, e quello di Tajani segna febbre. Il ministro degli Esteri avrebbe forse voglia di scrollarsi tutto di dosso e fare come Matteo Salvini, che ieri ha annunciato il congresso nazionale della Lega per il 24 e 25 ottobre. E infatti allude, Tajani. Il guaio è che non può. La famiglia di Salvini sono i militanti, gente che si tessera, vota, applaude e all’occorrenza fischia, mentre la famiglia di Tajani è una famiglia vera, con un cognome che sul simbolo del partito campeggia più grande del simbolo stesso. Marina e Pier Silvio ai congressi non si candidano, ma il nome del partito lo posseggono per legato testamentario. E allora a ciascuno la sua erba cattiva. Il padrone della parabola suggerisce di non sradicarla. Il falò è rinviato alla mietitura (Matteo 13,29). Si spera solo che rimanga del grano
(da Il Foglio)
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