IL CORTOCIRCUITO DEI SOVRANISTI CHE ESALTANO OLIVETTI MA NON LO SEGUONO
DA UN LATO IL DECRETO FLUSSI PER ATTIRARE LAVORATORI, DALL’ALTRO MISURE CHE ALLONTANANO LE FAMIGLIE
La destra che ha messo Adriano Olivetti nel suo Pantheon, la destra che lo celebra
giustamente come pioniere del capitalismo sociale e dell’emancipazione culturale, dovrebbe ricordarsi di lui anche quando parla di immigrazione, formazione, scuola. Il “modello Olivetti” fu un’esperienza che consentì a decine di migliaia di meridionali di integrarsi in un Nord che aveva bisogno di loro ma li guardava con sospetto, paura e talvolta disprezzo. In uno straordinario documentario del 1970, “I bambini e noi” di Luigi Comencini, una giovanissima maestra di Torino racconta la realtà della sua classe, piena di assonanze con l’attualità: 36 studenti, la metà “immigrati” (dice proprio così) che vivono in cantine e soffitte senza acqua, parlano in dialetto, vengono da una cultura diversa. Ne parla con l’orgoglio di chi gestisce un problema enorme, senza scoraggiarsi. Olivetti vide quel problema, lo affrontò con servizi sociali avanzati, una politica abitativa d’avanguardia, asili nido, corsi di formazione, azzeramento delle disparità di trattamento tra vecchi e “nuovi” dipendenti.
Viene spontaneo citare quell’avventura davanti all’annunciato provvedimento che fissa al 30 per cento il numero di stranieri in ogni classe, una norma che solleva una precisa domanda: cosa vuole il governo? Ottenere una migliore integrazione dei bambini di origine straniera oppure incentivare i loro genitori ad andarsene? Il trasferimento in una scuola distante, con un lungo accompagnamento da fare ogni mattina, magari senza tempo pieno (solo il 46 per cento delle elementari lo prevede) è un’ovvia spinta a dirsi: meglio spostarsi altrove. E tuttavia non si capisce come stia insieme questo intento con i decreti flussi che hanno aperto le porte a 500mila immigrati in tre anni, giudicandoli necessari al sistema economico. O gli immigrati ci servono, come nei ’70 servirono i meridionali al Nord del boom economico, e allora vanno accompagnati verso una piena integrazione, oppure non li vogliamo. Ostracizzare la presenza straniera e al tempo stesso sollecitare l’ingresso di mano d’opera straniera è un paradosso che può produrre solo disastri.
Il governo sembra orientato, malgrado la protesta dei presidi, a emettere un decreto che sarà valido fin dall’anno in corso: non inciderà sulle classi già formate ma varrà per tutti gli alunni che si iscriveranno nei prossimi mesi. Se così fosse, un numero imprecisato di scuole dovrà affrontare le conseguenze del disordine e della casualità con cui finora è stata gestita l’immigrazione dall’estero. Le classi ghetto nelle grandi città sono figlie dei quartieri ghetto, dove la prevalenza delle famiglie straniere è generata dall’espulsione verso le periferie dei ceti deboli. E le aree-ghetto dei centri piccoli o medi sono legate ai distretti-ghetto dell’agricoltura, della cantieristica, del tessile, dell’industria. Se a Prato il 26 per cento dei residenti è straniero è perché quel modello economico è fondato sul lavoro degli stranieri. Se a Monfalcone la percentuale sale al 30 per cento, se in piccoli comuni come Baranzate o Pioltello si arriva al 34 o al 36 per cento, è per lo stesso motivo. La scuola è l’ultimo anello di un sistema che “chiama” immigrati ma poi non li vuole vedere, ascoltare, considerare, e ovunque stanno sono troppi, andrebbero smistati in giro, anche se non si capisce come.
Rovesciare l’equazione e dirsi che dove i ragazzi immigrati sono tanti servono più risorse, più tempo pieno, più insegnanti, più servizi sociali, sarebbe il solo modo per tenere insieme la nuova realtà dell’immigrazione, le esigenze del Paese e anche l’articolo 34 della Costituzione, ricordato ieri da Sergio Mattarella: la scuola è un diritto fondamentale di tutti, senza discriminazioni. Per la destra risulterebbe anche una scelta coerente con l’esaltazione del modello Olivetti e delle sue comunità educanti, dove istruzione e formazione tengono insieme cultura umanistica, progresso scientifico e crescita sociale.
(da La Stampa)
Leave a Reply