“IL SANGUE DI MIO FIGLIO E DI ALTRE 1.200 PERSONE È SULLE TUE MANI”: NETANYAHU È STATO CONTESTATO DALLE FAMIGLIE DELLE VITTIME DEL 7 OTTOBRE
IN MOLTI SI SONO RIFIUTATI DI PARTECIPARE ALLA COMMEMORAZIONE IN PRESENZA DI “BIBI”, MA QUANDO IL PREMIER NON HA FATTO UN SOLO ACCENNO DI SCUSE, È ESPLOSA LA RABBIA DEI PRESENTI: “MIO FIGLIO ERA NELL’ESERCITO. È MORTO ADEMPIENDO ALLE SUE RESPONSABILITÀ: MA QUI DI RESPONSABILITÀ C’È ANCHE CHI NON NE HA ASSUNTA NESSUNA”
«È come se da quel giorno mi mancasse una parte di corpo: un braccio o una gamba.
Ma è un figlio», dice Ruby Chen. Quel giorno è il 7 ottobre del 2023: quello in cui suo figlio Itay fu ucciso nel carro armato in cui prestava servizio militare nei pressi della base militare di Nahal Oz. Il cadavere è tornato in Israele solo un anno fa, fra gli ultimi, perché era un soldato.
E questo, il signor Chen, a chi guida Israele non lo perdonerà mai. Se oggi è qui al cimitero dove Netanyahu celebra la cerimonia ufficiale, è solo perché la famiglia di un altro soldato ucciso ha deciso di ricordare qui il proprio caro: alla sfilata con le autorità ha rifiutato di partecipare e ricorderà Itay domani, a Re’im, con la maggioranza delle famiglie delle vittime del 7 ottobre.
È un Paese spaccato, ferito, rabbioso quello che da ieri ha iniziato il ricordo del giorno più duro della sua Storia: alla cerimonia ufficiale con il premier Benjamin Netanyahu qui al cimitero del monte Herzl, a Gerusalemme, hanno partecipato poche famiglie: la maggior parte è in aperto contrasto con il governo e ha scelto di non presentarsi.
Nonostante la scarsa presenza di familiari, di fronte a un discorso – quello del premier – in cui non c’è stato un solo accenno di scuse o una presa di responsabilità, è esplosa la rabbia: quella di Yaakov Godo, padre di Tom, 51 anni, ucciso dal fuoco amico dell’Idf nel kibbuzt di Kissufim: «Il sangue di mio figlio e di altre 1.200 persone è sulle tue mani», ha urlato l’uomo a Netanyahu, prima di essere invitato ad allontanarsi.
Il primo ministro ha atteso che tornasse il silenzio e poi ha ripreso il discorso come nulla fosse: «Israele ha ancora delle missioni da compiere e intende portarle a termine», ha detto. «A Gaza non ci sarà alcun dominio di Hamas. Chiunque sia stato coinvolto nell’attacco contro di noi, chiunque abbia tenuto in ostaggio la nostra gente, ha i giorni contati», ha detto.
Parole che suonano disgustose a gente come Ruby Chen: «Itay è morto facendo il suo dovere, adempiendo alle sue responsabilità: ma qui di responsabilità c’è anche chi non ne ha assunta nessuna», prosegue l’uomo, che indossa una maglietta commemorativa e gira con un’auto che ha il volto del figlio sulla fiancata.
La richiesta di una inchiesta indipendente sarà quella che dominerà la giornata di domani, quando a unirsi nel ricordo, a Re’im e nei kibbutz del sud di Israele, saranno familiari e comunità, senza la politica. Ieri anche il capo di Stato maggiore dell’Idf Eyal Zamil ha parlato di un «fallimento che richiede di non essere nascosto, ma indagato, per imparare la lezione e andare avanti».Anche perché i pericoli, secondo l’establishment della sicurezza, non sono finiti: il giornale conservatore Israel Hayom riportava l’allarme lanciato dal capo dello Shin Bet, David Zini, durante una riunione a porte chiuse del gabinetto di sicurezza, secondo cui Hamas preparerebbe un nuovo attacco in coincidenza con le elezioni o subito dopo.
(da agenzie)
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