Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
L’IMMOBILIZZAZIONE DEGLI ASSET RUSSI È STATA VOTATA DA 25 PAESI, NO DI UNGHERIA E SLOVACCHIA. ITALIA, BELGIO, MALTA E BULGARIA HANNO DETTO SÌ, MA CON LA CONDIZIONE CHE SOLO I LEADER DEI PAESI POTRANNO DECIDERE COSA FARE DEI 210 MILIARDI … ROMA E PARIGI SONO I PAESI PIÙ TIMIDI: LE IMPRESE DI ENTRAMBI I PAESI HANNO FANNO ANCORA AFFARI IN RUSSIA
L’unico punto fermo è che gli Stati Ue hanno reso permanenti (ma temporanee) le sanzioni che immobilizzano gli asset della Banca centrale russa, precondizione necessaria per poi decidere di usarli per finanziare il «prestito di riparazione» da 90 miliardi da dare a Kiev.
La decisione è stata presa a maggioranza qualificata: Ungheria e Slovacchia hanno votato contro.
Belgio, Italia, Malta e Bulgaria a favore ma hanno anche sottoscritto una dichiarazione, visionata dal Corriere, in cui sottolineano che «questo voto non pregiudica in alcun caso la decisione sull’eventuale uso dei beni immobilizzati russi, che deve essere presa a livello di leader (che decidono per consenso e non a maggioranza, ndr) e che non costituisce un precedente per l’area della Politica estera e di sicurezza comune».
Queste sanzioni sono permanenti nel senso che non dovranno essere rinnovate ogni sei mesi come avviene ora all’unanimità, ma il divieto di trasferire a Mosca le attività della Banca centrale russa immobilizzate nell’Ue è «temporaneo» e resterà fino a quando — spiega una nota del Consiglio — «la messa a disposizione di ingenti risorse finanziarie e di altro tipo alla Russia» per sostenere la guerra contro l’Ucraina «pone,
minaccia di porre, gravi difficoltà economiche all’interno dell’Unione e dei suoi Stati membri».
Sono sanzioni temporanee perché altrimenti si tratterebbe di una confisca che è vietata dal diritto internazionale. La decisione è stata «presa con urgenza per limitare i danni all’economia dell’Unione»: è la formula usata dal Consiglio per giustificare l’uso della maggioranza qualificata e non l’unanimità, appellandosi all’articolo 122 del Trattato sul funzionamento dell’Ue.
Immediata la reazione di Mosca. La Banca centrale russa ha annunciato di voler intentare una causa presso la Corte arbitrale di Mosca contro Euroclear, la società con sede a Bruxelles in cui sono depositati 185 dei 210 miliardi di euro di asset russi immobilizzati nell’Ue. Euroclear è accusata di rendere «impossibile per la Banca disporre dei suoi fondi e titoli».
Inoltre la Banca di Russia ha avvertito che contesterà qualsiasi uso non autorizzato dei beni da parte della Commissione Ue presso tutte le autorità competenti disponibili, compresi i tribunali nazionali, gli organi giudiziari di Stati esteri e le organizzazioni internazionali e cercherà inoltre «l’esecuzione delle decisioni giudiziarie» in qualsiasi Stato.
La Russia chiederà — secondo Bloomberg che cita l’agenzia di stampa Interfax — un risarcimento danni pari all’importo totale dei suoi beni congelati, oltre alle ulteriori entrate perse. La mossa di Mosca punta ad aumentare la pressione sul Belgio e sugli Stati Ue che giovedì al summit dovranno decidere in che modo sostenere le necessità finanziarie dell’Ucraina.
Nella dichiarazione Italia, Belgio, Bulgaria e Malta «invitano la Commissione e il Consiglio a continuare a esplorare e discutere opzioni alternative in linea con il diritto dell’Ue e internazionale, con parametri prevedibili e che presentino rischi significativamente minori» come «un meccanismo di prestito dell’Ue o di soluzioni ponte, in modo da garantire la continuità del sostegno prima che una qualsiasi delle opzioni sul tavolo possa effettivamente entrare in vigore».
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
PER FORTUNA ANCORA LONTANO IL RIENTRO A CASA DEI TRE BIMBI CRESCIUTI NEL BOSCO E ATTUALMENTE AFFIDATI A UNA CASA FAMIGLIA
Sembra ancora lontano il rientro a casa dei tre fratellini cresciuti nei boschi di Chieti
affidati a una casa famiglia dal Tribunale. I genitori avevano dato l’ok per la ristrutturazione della casa in pietra nella quale i minori vivevano, spostandosi in un’altra casa nel bosco offerta gratuitamente da un imprenditore e situata poco lontano dall’abitazione da riorganizzare.
A poco però è valsa questa mossa: la tutrice che segue i tre bimbi, infatti, ha parlato ai media di “tempi più lunghi” per il riaffido anche per poter parlare con i genitori dell’obbligo scolastico. Il Tribunale vuole ulteriori garanzie, mentre la tutrice Maria Luisa Palladino ha recentemente parlato del percorso educativo dei minori che prima di entrare in casa famiglia seguivano un percorso di homeschooling regolarmente autorizzato da un istituto scolastico della zona.
I piccoli, stando a quanto risulta dai documenti, hanno superato gli esami di fine anno per accedere alla classe successiva e proseguire con il percorso di homeschooling, ma secondo Palladino i tre fratelli non saprebbero in realtà leggere e solo ora starebbero imparando l’alfabeto.
La bimba più grande, che dovrebbe accedere alla terza elementare, saprebbe scrivere sotto dettatura solo il suo nome. “La mia relazione – sottolinea Palladino – sarà redatta nell’interesse dei minori”.
Martedì i genitori dei tre bambini hanno incontrato i rappresentati dell’ambasciata australiana e gli assistenti sociali della casa famiglia di Vasto. Secondo quanto riporta Il Messaggero, il papà dei piccoli avrebbe riferito ad alcuni amici di essere “più fiducioso” sul rientro a casa della famiglia prima di Natale.
Nei prossimi giorni i tre bimbi saranno sottoposti alla visita di un neuropsichiatra infantile e nel frattempo si lavora per permettere al padre di trascorrere più tempo con i figli: martedì, giovedì e sabato potrebbero diventare giornate regolari di incontro.
Nel frattempo, il 16 dicembre in Corte d’Appello dell’Aquila ci sarà l’udienza per il ricorso contro l’ordinanza del Tribunale per i minorenni con la quale era stato disposto l’allontanamento dei bambini dalla casa familiare.
(da agenzie)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
GAZA E IL PIANO DI TRUMP: CHE COSA DOVRA’ FARE
Già ministro del Lavoro, Sviluppo, Esteri e vicepremier, oggi è inviato speciale dell’Ue nel Golfo Persico. Per il 39enne da Pomigliano D’Arco si stanno per aprire le porte di una nuova carriera internazionale
La carriera di Luigi Di Maio sta per fare un altro salto importante, che potrebbe portarlo a ricoprire un incarico di peso per le Nazioni Unite. Oggi Di Maio è rappresentate speciale dell’Unione europea per il Golfo Persico. Proprio quel ruolo lo avrebbe fatto apprezzare a livello internazionale, con tanto di vialibera anche del governo italiano.
Il nuovo ruolo di Di Maio
Di Maio potrebbe diventare presto coordinatore speciale delle Nazioni unite per il processo di pace in Medio Oriente (Unico). Come spiega il quotidiano diretto da Claudio Cerasa, si tratta di un incarico che porterebbe Di Maio a conquistare un’altra poltrona importante: vice segretario generale delle Nazioni Unite, con ufficio che fa base a Gerusalemme.
he cosa farà Di Maio per l’Onu
Ma cosa dovrebbe fare Di Maio? Dopo aver abolito la povertà nel 2018, lui che in carriera è già stato ministro dello Sviluppo, del Lavoro, degli Esteri, vicepremier e promessa del M5s finché non ha rotto con Beppe Grillo nel 2022, ora si dovrà occupare del piano di pace a Gaza. Spiega il Foglio infatti che il ruolo di Di Maio sarebbe di coordinare i diversi soggetti dell’Onu che si occupano del futuro di Israele e dei territori Palestinesi. Compito di Di Maio sarà quindi sostenere per quel che gli compete lo sviluppo del piano di pace di Donald Trump.
(da agenzie)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
PREOCCUPANO I NUMERI CHE IL GOVERNO FINGE DI NON VEDERE
Che il governo contesti le cifre sullo sciopero di ieri, che secondo la Cgil ha sfiorato il
70% di adesione, fa parte del gioco delle parti e non stupisce più di tanto. Preoccupano molto di più altri numeri che dalle parti dell’esecutivo, nella migliore delle ipotesi, fingono di non vedere e, nella peggiore, sottovalutano.
Presi dalla frenesia di difendere una Manovra di galleggiamento che per il 2026 metterà sul tavolo poco più di 18 miliardi, contro i quasi 33 (fonte Osservatorio Milex) destinati alle spese militari – cioè quasi il doppio delle risorse della Finanziaria – a destra sorvolano, interpretano o minimizzano i dati che raccontano il disastro del Paese. Qualche esempio? Sbandierano il record dell’occupazione (che nel terzo trimestre l’Istat certifica in calo di 45mila unità), ma non spiegano come mai, parallelamente, sia crollato il Pil (nel 2027 saremo il fanalino di coda d’Europa, secondo le stime della Commissione Ue) mentre per 32 dei primi 36 mesi di governo Meloni, la produzione industriale abbia inanellato un calo dietro l’altro.
Se lo facessero, dovrebbero infatti ammettere che a crescere è soprattutto il lavoro povero. Quello degli oltre 6 milioni di italiani che percepiscono meno di mille euro al mese. O del 50% degli occupati del Sud che non superano i 15mila euro di reddito lordo annuo. Per effetto di un costante calo dei redditi reali che, solo tra gennaio 2021 e settembre 2025, hanno registrato una perdita dell’8,8% del loro potere d’acquisto. Ma non è tutto. Parlano di investimenti poderosi nella Sanità, ma si limitano a strombazzare il dato in valore assoluto anziché in rapporto al Pil che di questo passo, secondo la Fondazione Gimbe, scenderà nel 2028 sotto la soglia psicologica del 6%.
Numeri che spiegano, da un lato perché 5,8 milioni di italiani abbiano rinunciato alle cure (per le liste d’attesa troppo lunghe nel pubblico e i costi proibitivi del privato) e, dall’altro, l’impennata della spesa sanitaria delle famiglie – quelle che potevano permetterselo – che nel 2024 hanno sborsato 40 miliardi di euro per pagarsi le cure. Ma per raccontare il Paese reale bisognerebbe scendere dal palco della propaganda. Al governo lo sanno talmente bene che ci si sono incollati sopra.
(da anotiziagiornale.it)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
UNA CHIARA STOCCATA DOPO IL CASO PARAGON… “LE INFORMAZIONI RISERVATE NON DEVONO ESSERE USATE PER INTIMIDIRE, MANIPOLARE , RICATTARE, SCREDITARE”
Papa Leone XIV ha incontrato in audizione alcune centinaia di dirigenti e funzionari dell’intelligence italiana, a cento anni dalla sua fondazione: in platea c’era anche il sottosegretario Alfredo Mantovano, responsabile del governo per i servizi segreti. E dal pontefice non è mancato un riferimento, anche se indiretto, ai casi che hanno scosso l’intelligence nazionale negli ultimi anni – su tutti la vicenda di Paragon, azienda il cui spyware è stato trovato nei telefoni di giornalisti di Fanpage.it e non solo. Uno spyware che, stando alle dichiarazioni dell’azienda, viene venduto solamente ai governi e alle agenzie di sicurezza nazionale.
“Occorre vigilare con rigore affinché le informazioni riservate non siano usate per intimidire, manipolare, ricattare, screditare il servizio di politici, giornalisti o altri attori della società civile”, ha affermato papa Leone. Come detto, non ci sono stati riferimenti a casi specifici. Ma evidentemente non è stata casuale la scelta di parlare di come debbano essere usate le informazioni su cui l’intelligence mette le mani.
“Lo scambio massiccio di informazioni”, ha continuato Prevost “chiede di vigilare con coscienza critica su alcune questioni di vitale importanza: la distinzione tra la verità e le fake news,
l’esposizione indebita della vita privata, la manipolazione dei più fragili, la logica del ricatto, l’incitamento all’odio”. Anche perché “il mondo delle comunicazioni è notevolmente cambiato negli ultimi decenni, e oggi la rivoluzione digitale è qualcosa che semplicemente fa parte della nostra vita e del nostro modo di scambiarci informazioni e di relazionarci”.
Per quanto riguarda il Vaticano, “in diversi Paesi la Chiesa è vittima dei servizi di intelligence che agiscono per fini non buoni, opprimendone la libertà”. Ma è proprio il passaggio sull'”intimidire, manipolare, ricattare, screditare” giornalisti e politici che ha attirato la maggiore attenzione.
Nei nostri telefoni e computer passa tutta la nostra vita, e questo ci espone anche a “continui pericoli”. Questi pericoli “vanno sempre valutati ed esigono un’alta statura morale in chi si prepara a svolgere un lavoro come il vostro, e in chi lo svolge da tempo”. Un lavoro che “richiede competenza, trasparenza e insieme riservatezza”, e che “rischia di essere strumentalizzato”.
E questo lavoro, ha insistito il pontefice, va fatto “oltre che con professionalità, anche con uno sguardo etico che tenga conto almeno di due aspetti imprescindibili: il rispetto della dignità della persona umana e l’etica della comunicazione”. Non deve “mai venir meno il rispetto della dignità e dei diritti di ciascuno. In certe circostanze difficili, quando il bene comune da perseguire ci sembra più necessario di tutto il resto, si può correre il rischio di dimenticare questa esigenza etica e, perciò, non è sempre facile trovare un equilibrio. È necessario allora che vi siano dei limiti stabiliti, secondo il criterio della dignità della persona, e che si resti vigilanti sulle tentazioni a cui un lavoro come il vostro vi espone”.
(da agenzie)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
IL RICORDO DEL DIRETTORE MUSICALE DE “LA SCALA” DI MILANO: “NEGLI ANNI OTTANTA, QUANDO L’ALLORA SOPRINTENDENTE FONTANA MI VOLLE AL TEATRO COMUNALE DI BOLOGNA, GLI DISSI: “FACCIAMO PRIMA DEI CONCERTI DI PROVA: DOBBIAMO VEDERE SE MI TROVO BENE CON L’ORCHESTRA E SE L’ORCHESTRA SI TROVA BENE CON ME”
Chally, c’è un direttore d’orchestra di cui si parla molto per le polemiche sulla sua
nomina: è Beatrice Venezi, che da poco è stata nominata direttrice musicale del teatro La Fenice di Venezia. Gli orchestrali del teatro si sono ribellati, sostenendo che non ha un curriculum all’altezza. Altri, invece, hanno preso le difese della Venezi. Posso chiederle la sua opinione su questo caso?
«Io non do giudizi sui colleghi, ma cito un ricordo personale. Negli anni Ottanta, quando l’allora soprintendente Carlo Fontana mi volle al teatro Comunale di Bologna, io gli dissi: “Facciamo prima dei concerti di prova: dobbiamo vedere se io mi trovo bene con l’orchestra e se l’orchestra si trova bene con me”. Per fare musica insieme occorre che tra direttore e orchestra scatti la “scintilla”, l’alchimia: se questa intesa non scatta, credo che il direttore faccia meglio a rinunciare all’incarico».
Molti artisti hanno dei “rituali”. Anche lei, maestro, ne ha uno per la “prima” della Scala?«Sì: non appena termina la “prima”, salgo in auto con mia moglie Gabriella e guido fino alla nostra casa di montagna, che è in Engadina, sulle Alpi svizzere. Lì c’è un silenzio profondissimo, quasi mistico, che non ho mai sentito da nessun’altra parte. Dopo che alla “prima” hai diretto musiche tra le più belle mai composte, l’unica cosa ancora più emozionante che puoi ascoltare è il silenzio».
(da DiPiù)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
MA ALTRI GOVERNI SI NASCONDANO DIETRO IL “NO” DI BRUXELLES: GERMANIA, FRANCIA E ITALIA – FUBINI: “C’È UNA RAGIONE POCO CONFESSABILE, DIETRO LA FREDDEZZA DI FRANCIA E ITALIA SUL PIANO PER LE RISERVE RUSSE. IMPRESE DI ENTRAMBI I PAESI HANNO ANCORA SOSTANZIALI ATTIVITÀ E BENI INVESTITI IN RUSSIA E TEMONO IL SEQUESTRO DA PARTE DEL GOVERNO DI MOSCA, COME RITORSIONE”
La pressione in vista di un accordo per l’uso delle riserve russe a favore dell’Ucraina ricade oggi tutta sul Belgio. È in Belgio che si trova il 90% circa di quei beni congelati, con i 185 miliardi depositati presso la piattaforma finanziaria (privata) Euroclear con base a Bruxelles.
È sempre il Belgio ad aver espresso le maggiori riserve all’uso di quei fondi russi, temendo di dover rimborsare Mosca in proprio se in futuro un tribunale internazionale sancisse che il ricorso a quei beni è un esproprio (oppure se si arrivasse ad un accordo che implica la levata di tutte le sanzioni e la restituzione delle riserve).
In queste condizioni accusare il Belgio dello stallo europeo e di un eventuale fallimento sui beni di Mosca sarebbe facile. Facile, ma fuorviante. Appare più probabile che altri governi oggi si nascondano dietro le obiezioni belghe, tenendo in secondo piano le proprie riserve e gli ostacoli che essi pongono a un accordo. Quali governi? Germania, Francia e Italia.
Il cancelliere Friedrich Merz vuole finanziare l’Ucraina con le riserve russe. Ma la debolezza della sua coalizione con la Spd e quella specifica del suo partito (Cdu-Csu, al 24% nell’ultimo sondaggio Forsa di inizio dicembre) di fronte alla destra estrema di Alternative für Deutschland (al 26%, sempre nell’ultimo sondaggio Forsa), spinge il governo tedesco a porre delle condizioni complicate. In particolare, la Germania ha chiesto ed ottenuto dalla Commissione europea un meccanismo che sta inceppando l’intera struttura del prelievo dei beni.
Questo prelievo è concepito, sul piano legale, come segue: la Commissione europea colloca presso Euroclear un titolo di debito da 185 miliardi, in cambio del quale Euroclear presta questa somma alla Commissione europea in denaro liquido.
Grazie a essa poi Bruxelles finanzia l’Ucraina, come anticipo delle riparazioni che si ritiene la Russia sarà condannata a pagare a Kiev in futuro.
In caso che poi la Russia in futuro paghi davvero le eventuali riparazioni, l’Ucraina stessa dovrebbe rimborsare la Commissione Ue, che poi rimborserebbe Euroclear, che poi eventualmente rimborserebbe Mosca: ovviamente solo se quest’ultima – in un futuro ipotetico – appunto pagasse le riparazioni all’Ucraina. Se rifiutasse di riconoscere quelle riparazioni, invece, si intende che le riserve russe restano all’Ucraina in sostanza come (parziale) indennizzo.
C’è però una clausola tedesca che inceppa l’intero meccanismo. Merz ha convinto von der Leyen a far sì che il titolo di debito della Commissione, da consegnare a Euroclear, sia infruttifero e non rivendibile sul mercato. In pratica, sarebbe come una cambiale senza interessi di von der Leyen a Euroclear: nessun altro saprebbe cosa farsene.
Perché questo è un problema? Lo è proprio perché quel titolo di debito ha caratteristiche tali – zero cedola, invendibile sul mercato – che Euroclear non potrebbe presentarlo in garanzia alla Banca centrale europea per ricevere liquidità. Invece questa possibilità di accedere ai prestiti della Bce sarebbe essenziale per assicurare la sopravvivenza di Euroclear.
Va infatti considerato lo scenario in cui, a causa di una sentenza internazionale o del ritiro delle sanzioni, la piattaforma finanziaria belga fosse chiamata a rimborsare immediatamente le riserve a Mosca. Da sola non potrebbe farlo, perché non ha i fondi propri e perché avrebbe in mano solo un titolo di credito infruttifero consegnatogli dalla Commissione europea.
Ma se Euroclear non potesse impegnare quel titolo in Bce in cambio di denaro liquido, a quel punto la stessa società finanziaria rischierebbe di fare default verso Mosca. E un fallimento di Euroclear rischierebbe di essere più devastante per l’economia europea del crash di Lehman Brothers, perché l’azienda di Bruxelles intermedia titoli per 100 mila miliardi di euro ogni tre mesi e ha in deposito altri titoli per 42 mila miliardi di euro.
La soluzione sarebbe semplice: far sì che il titolo consegnato dalla Commissione Ue a Euroclear frutti un interesse (anche basso) o sia rivendibile sul mercato; con una di queste due caratteristiche, la Bce potrebbe accettarlo in garanzia e il problema sarebbe risolto.
Ma non si può, per ora. Non si può perché la Germania non vuole. E non vuole perché un titolo che frutti gli interessi o sia rivendibile sul mercato assomiglierebbe troppo da vicino a un eurobond, che per Merz è un tabù dato che il cancelliere teme l’avanzata della destra antieuropea di AfD.
Poi ci sono le responsabilità di Italia e Francia. Per metterle a fuoco va tenuto conto che il Belgio non oppone un rifiuto totale all’uso delle riserve russe; piuttosto, chiede che tutti i Paesi europei garantiscano la propria parte di rimborso nel caso in cui sia il Belgio a dover eventualmente rifondere Mosca. Il piccolo Paese, con un’economia di circa 560 miliardi di euro, teme altrimenti di essere devastata da un singolo pagamento da 185 miliardi.
Per questo al Belgio non bastano vaghi impegni, ma chiede garanzie legalmente esigibili dagli altri Paesi europei (pur accettando di fare la propria parte). E perché le garanzie siano
esigibili, gli altri governi dovrebbero approvare le relative leggi in parlamento: un po’ come l’Italia fece per le garanzie sul credito alle imprese durante il Covid.
I governi di Italia e Francia dovrebbero, entrambi, impegnarsi dunque su circa 25 miliardi di euro ciascuno: non da sborsare, né da accantonare, ma da versare solo in caso di escussione delle garanzie.
Ma né Giorgia Meloni, né Emmanuel Macron hanno intenzione, per ora, di affrontare l’impopolarità di un passaggio parlamentare che offra garanzie in nome dell’Ucraina. Ritengono entrambi che il costo politico per loro sarebbe troppo elevato. Per questo non intendono aiutare il Belgio a risolvere il suo problema. Non così, almeno.
C’è forse poi un’altra ragione anche meno confessabile, dietro la freddezza di Francia e Italia sul piano per le riserve russe. Imprese di entrambi i Paesi hanno ancora sostanziali attività e beni investiti in Russia e temono il sequestro da parte del governo di Mosca, come ritorsione al piano europeo sulle riserve.
La francese Total Energies ha notevoli quote azionarie in Novatek (giacimenti di petrolio) e Yamal LNG (giacimenti e liquefazione di metano). In Russia operano poi anche grandi e medie imprese italiane come Cremonini (fa la distribuzione di carni negli ex stabilimenti McDonald, ora in mano a un oligarca locale), Ferrero o De’ Longhi.
I conti contenenti gli utili delle imprese italiane dal 2022 valgono almeno mezzo miliardo di euro, sono bloccati in Russia e sarebbero senz’altro sequestrati in caso di uso delle riserve.
(da Corriere della Sera)
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Dicembre 13th, 2025 Riccardo Fucile
LA FREGATURA PER L’UE È LA RIAPERTURA DEI RUBINETTI DEL GAS E DI PETROLIO VERSO IL CONTINENTE (L’EUROPA HA APPENA DECISO DI STACCARSI DA MOSCA ENTRO DUE ANNI): COSÌ PUTIN CI TIENE DI NUOVO PER LE PALLE, FINO ALLA PROSSIMA INVASIONE
Chi lo ha letto lo definisce “una nuova Jalta”, il patto del 1945 sulla spartizione
dell’Europa, o anche una versione slava della “Riviera di Gaza”, il progetto americano per trasformare la striscia palestinese in un colossale resort turistico.
Di certo c’è che il piano di pace per l’Ucraina sottoposto dall’amministrazione Trump a Kiev e Mosca contiene un’appendice segreta; e che i negoziatori della Casa Bianca, Steve Witkoff e Jared Kushner (il genero del presidente), hanno cominciato a discuterlo mercoledì in una telefonata con il presidente ucraino Volodymyr Zelenksy, alla quale ha partecipato anche Larry Fink, amministratore delegato di BlackRock, la più grande società di investimenti al mondo. Colloqui che Zelensky ha descritto come “produttivi”.
I primi dettagli dell’appendice, rivelati dal Wall Street Journal, alterano radicalmente mezzo secolo di politica americana nei confronti della Russia. Da un lato, capovolgono la tendenza a
staccare l’Europa dalla dipendenza energetica da Mosca, che secondo un recente voto del Parlamento di Strasburgo dovrebbe cessare del tutto entro due anni, riaprendo invece i rubinetti del gas e le forniture di petrolio russi verso il continente, e così riempiendo le casse del Cremlino di vitali capitali occidentali per la propria economia e per la propria industria militare.
Dall’altro, metterebbe i 200 miliardi di dollari di riserve russe, attualmente congelati in banche europee, a disposizione di un fondo per la ricostruzione economica dell’Ucraina, gestito e potenziato dalla finanza e dal business americano, anziché utilizzare quei fondi per potenziare gli armamenti di Kiev, come proponevano finora i leader europei.
In aggiunta a tutto questo, l’appendice segreta prevede massicci investimenti americani in Russia per l’estrazione di materiali preziosi dalle terre rare e per lo sviluppo energetico attraverso trivellazioni di petrolio nell’Artico.
L’ammontare totale di questo fiume di denaro, fra fondi russi scongelati e investimenti Usa, potrebbe arrivare a 800 miliardi di dollari, scrive il quotidiano di Wall Street
Composta di singole pagine per ogni proposta, l’appendice disegna come strategia per mettere fine alla guerra in Ucraina una visione analoga a quella per Gaza: puntare sugli affari piuttosto che sulla diplomazia.
Prospettare una montagna di soldi per Kiev e per Mosca come esca per arrivare a un compromesso sui punti più complicati della trattativa: la questione territoriale, ossia la richiesta di Vladimir Putin di un ritiro ucraino dal Donbass e quella delle garanzie di sicurezza che l’Occidente darebbe all’Ucraina per proteggerla da future minacce russe.
Il “do ut des” potrebbe essere una concessione di Kiev sul primo punto e una di Mosca sul secondo?
Ma l’appendice, puntando sull’interdipendenza energetica e la condivisione delle attività economiche, costringerebbe l’Europa a rovesciare l’atteggiamento dell’ultimo decennio nei confronti della Russia, in pratica accogliendo Putin a braccia aperte nel consesso occidentale.
Secondo il presidente ucraino, tuttavia, nel piano “ci sono molte idee che, con l’approccio giusto, potrebbero funzionare”, come nota il Financial Times. Il carosello di consultazioni aumenta di intensità: oggi è prevista una telefonata tra Witkoff e i leader europei, questi ultimi dovrebbero rivedersi fra domenica e lunedì a Parigi e a Berlino, con Witkoff e Kushner presenti in videochiamata, Trump preme per arrivare a un accordo “entro Natale”.
Se l’impresa riuscisse, a portare la pace o almeno una tregua sotto l’albero saranno centinaia di miliardi di dollari. “Stipendi da manager della Silicon Valley per tutti”, commenta il Wall Street Journal. Se la pace non si può ottenere con le trattative, sembra la tesi dell’appendice segreta, si può provare a comprarla.
(da Repubblica)
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Dicembre 12th, 2025 Riccardo Fucile
LA LIBERTÀ DI ESPRESSIONE È DIMINUITA IN 44 PAESI, RISPETTO AI 35 DEL RAPPORTO DEL 2024… OGGI CI SONO 500 GIORNALISTI IN CARCERE, 67 I REPORTER UCCISI, LA METÀ A GAZA … E IN ITALIA? NELL’ULTIMO RAPPORTO DI “REPORTERS SANS FRONTIERES” SCENDIAMO DALLA POSIZIONE 46ESIMA DEL 2024 ALLA 49ESIMA DEL 2025. LE MINACCE AI GIORNALISTI SONO AUMENTATE DEL 78%
Ci credevamo liberi. Ma lo siamo sempre meno. Le autocrazie avanzano, le democrazie sono sotto attacco. Secondo il rapporto di «V-Dem 2025», la cara vecchia forma di convivenza civile, quella con tutti i diritti e tutti i doveri annessi, quella con la libera stampa a fare il cane da guardia del potere, è ormai un privilegio di pochissimi. Restano 29 democrazie in tutto il mondo. Quasi 3 persone su 4 – il 72% della popolazione globale – vivono in autocrazie. Cioè democrazie imbavagliate, depotenziate, a scartamento ridotto.
La libertà di espressione è in calo ovunque: 44 Paesi, rispetto ai 35 del rapporto del 2024, ne hanno di meno. Le elezioni non sono state trasparenti in 25 Stati. La libertà di associazione è minacciata pressoché ovunque. Per esempio, in Italia.
«Una democrazia ostruita», secondo la definizione del «Monitor tracking civic space». Che spiega: «Il governo italiano ha fatto approvare la sua legge sulla sicurezza, un pacchetto di misure radicali. Ha introdotto decine di nuovi reati, inasprito le pene per la disobbedienza civile non violenta e ampliato i poteri e la sorveglianza della polizia. La legge sulla sicurezza è un grave attacco ai diritti in Italia».
L’analista Tara Petrovic aggiunge: «L’Italia avrebbe potuto sostenere coloro che rinforzano la sua società, ma invece ha scelto di prenderli di mira. Giornalisti, difensori dei diritti umani e attivisti si svegliano ogni mattina in un Paese che sta diventando sempre meno aperto».
Lo chiamano «declino democratico». È qualcosa che riguarda il
mondo intero. Assimila l’Italia all’Ungheria, al Brasile e al Sudafrica.
Ma non è stata declassata solo l’Italia, anche Francia, Germania, Stati Uniti, Israele e Argentina sono diventanti Paesi a libertà limitata.
Per conoscere lo stato di salute di un Paese bisogna misurare la libertà di stampa. Tutti gli studi mettono in relazione questi due indicatori: democrazia e libertà di stampa. È stato l’anno dei 67 giornalisti assassinati, di cui quasi la metà nella Striscia di Gaza. È stato l’anno – il secondo consecutivo – in cui è stato vietato l’accesso in Palestina a tutti i giornalisti internazionali.
È stato l’anno dei 500 giornalisti imprigionati. L’anno dei giornalisti italiani spiati con «Graphite», uno spyware militare venduto solo ai governi. L’anno della «legge bavaglio», per impedire la pubblicazione degli atti giudiziari non più coperti da segreto. L’anno della bomba sotto casa del conduttore di «Report» Sigfrido Ranucci.
L’Italia è il Paese delle querele temerarie. Cioè: richiesta abnormi di risarcimento danni, sparate a pioggia sui singoli giornalisti o sulle testate. Un modo per intimorire, o per sfiancare. Secondo «Ossigeno per l’informazione» dal 2006 a oggi i casi di querele pretestuose in Italia sono stati 8 mila. […] nel primo semestre del 2025 in Italia il numero dei giornalisti minacciati è aumentato del 78%, per un totale di 361 casi.
Tanti saluti, cara democrazia. Secondo «Democracy Index», solo l’8% della popolazione mondiale se la gode ancora pienamente: Norvegia, Nuova Zelanda, Svezia e Islanda stanno in paradiso. All’opposto, i regimi autoritari hanno stretto la morsa nel 2025: Russia, Cina, El Salvador, Mali, Burkina Faso, Niger. La leva
della repressione è la paura. La disinformazione è lo strumento per soffocare il dissenso.
È stato l’anno della repressione contro i manifestanti: in 67 Paesi c’è stato un uso eccessivo della forza. E il posto da cui si può osservare meglio il deterioramento della democrazia è l’America di Donald Trump. «Il presidente ha emesso ordini esecutivi senza precedenti, tutti volti a smantellare le istituzioni democratiche, la cooperazione globale e la giustizia internazionale. Le autorità hanno adottato una risposta militarizzata alle proteste su larga scala innescate da operazioni federali aggressive e razziste contro le comunità di migranti», così si legge nel rapporto di «Civicus Monitor» 2025.
Anche l’Italia se la passa male. Nell’ultimo rapporto pubblicato da «Reporters Sans Frontieres» scende dalla posizione 46 del 2024 alla posizione 49 del 2025, su un campione di 180 Paesi esaminati. Alle querele temerarie, alle intimidazioni, alle minacce e alla leggi nate con lo scopo di limitare la libertà di informazione, si somma un problema che deriva dalla stampa stessa. In Italia la quasi totale mancanza di editori puri segna un confine fra interessi privati e pubblici. Spesso sono casi di autocensura. Da parte di chi si sente deputato a rappresentare il punto di vista dell’editore. Correzioni in extremis per non arrecare dispiacere, copie mandate al macero prima dell’uscita in edicola. Anche questo succede in Italia.
(da La Stampa)
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