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L’UNESCO HA RICONOSCIUTO LA CUCINA ITALIANA PATRIMONIO CULTURALE IMMATERIALE DELL’UMANITÀ DELL’UNESCO, GIORGIA MELONI GONFIA IL PETTO: “SIAMO I PRIMI AL MONDO A OTTENERE QUESTO RICONOSCIMENTO, MA IN REALTÀ NON E’ COSI’

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

ENTRIAMO IN UN CLUB CHE GIÀ COMPRENDE IL PASTO GASTRONOMICO DEI FRANCESI (INSERITO NEL 2010), LA CUCINA TRADIZIONALE MESSICANA (SEMPRE NEL 2010), LA PRATICA COREANA DI PREPARARE E CONDIVIDERE IL KIMCHI E LA CUCINA TRADIZIONALE GIAPPONESE

La Cucina Italiana ha ottenuto oggi il riconoscimento dell’Unesco. Adesso fa parte dei Patrimoni Immateriali dell’Umanità, lista di 788 tradizioni viventi, fra cui vantiamo già la Dieta Mediterranea e l’Arte del Pizzaiolo Napoletano. T
utto è avvenuto nel giro di pochi minuti a New Delhi, dove era riunito il Comitato Intergovernativo, che doveva sciogliere le riserve sul lungo iter intrapreso.
Entriamo così in un club che già comprende il pasto gastronomico dei francesi (2010), la cucina tradizionale messicana (ancora 2010), la pratica coreana di preparare e condividere il kimchi (2013) e la cucina tradizionale giapponese (ancora 2013).
(da agenzie)

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AMERICANI, AVETE VOLUTO TRUMP? MO SO’ CAZZI VOSTRI! I DAZI IMPOSTI HANNO MESSO IN GINOCCHIO I CONTADINI DEL MIDWEST CHE, L’ANNO SCORSO, HANNO VOTATO PER TRUMP: PER EVITARE IL TRACOLLO DI UN INTERO SETTORE, IL TYCOON HA DOVUTO ELARGIRE SUSSIDI PER 12 MILIARDI

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

IL PRESIDENTE SI È ACCORTO CHE NEGLI USA L’INFLAZIONE GALOPPA E, PER QUESTO, SPERA CHE LA FED TAGLI I TASSI… SOLO 36% APPROVA LA POLITICA ECONOMICA DI TRUMP

Trump ha capito che la sua promessa della nuova età dell’oro non si sta realizzando, o quanto meno gli americani non l’avvertono nei portafogli, perché il costo della vita e l’affordability mordono più dei suoi slogan. Siccome questo
problema è costato ai repubblicani la sconfitta nelle elezioni dello scorso novembre, e rischia di fargli perdere la maggioranza al Congresso nelle midterm del prossimo anno, ha deciso di correre ai ripari.
Lo ha fatto spingendo la Federal Reserve a tagliare i tassi, sperando che continui a ridurli nella riunione di oggi, e con una strategia della comunicazione sul campo negli stati chiave, iniziata col comizio di ieri sera a Mount Pocono, Pennsylvania. L’obiettivo è dimostrare agli americani che non sottovaluta il loro disagio, ma allo stesso tempo rivendicare i propri risultati, che secondo lui hanno reso gli Usa «il paese più caldo e ricco al mondo».
L’errore maggiore commesso da Joe Biden era stato ignorare l’impennata dell’inflazione, aiutata dai suoi sussidi eccessivi, facendo finta che non esistesse. I prezzi però erano saliti, gli americani se ne accorgevano al supermercato, e quindi lo hanno punito alle urne.
Trump finora lo aveva imitato, sostenendo che il problema dell’affordability, ossia la sostenibilità economica della vita negli Usa, era «un imbroglio inventato dai democratici». Non è così, come hanno dimostrato la vittoria di Mamdani nelle elezioni per sindaco di New York, e le democratiche Spanberger e Sherrill, diventate governatrici di Virginia e New Jersey.
È vero infatti che i fondamentali non sono poi così cattivi, la crescita tiene e la disoccupazione non esplode, ma l’inflazione resta presente e l’abbattimento dei prezzi promesso da Trump in campagna elettorale non si è avverato. Anzi, semmai sono continuati a salire, irritando gli elettori, se è vero l’ultimo
sondaggio della Gallup secondo cui solo il 36% degli americani approva la politica economica del presidente.
Lo dimostrano i sussidi da 12 miliardi di dollari per gli agricoltori annunciati lunedì. È un provvedimento poco ortodosso per un partito come quello repubblicano, dove lasciar fare il mercato è da sempre dogma indiscutibile. Il problema però è che le tariffe hanno messo in ginocchio i contadini, in particolare perché la Cina ha smesso di comprare la loro soia.
Davanti al rischio di un’ondata di bancarotte tra gli agricoltori che lo avevano votato a occhi chiusi nel Midwest, Trump ha ripiegato sul rimedio di dare loro un po’ di soldi raccolti con i dazi. È un cane che si morde la coda, perché da una parte lo stato incassa grazie alle tariffe, ma dall’altra deve poi elargire questi soldi sotto forma di sussidi, per compensare i danni provocati dalle tariffe stesse.
A questo si aggiunge il fatto che il capo della Casa Bianca ha deciso di scommettere la sua presidenza sui benefici dell’intelligenza artificiale, come conferma l’autorizzazione appena data a Nvidia per vendere i suoi chip in Cina. La base Maga però non è contenta di essere scavalcata dagli oligarchi della Silicon Valley e perciò Trump deve trovare il modo di placarla.
(da agenzie)

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“CHI CI ACCUSA, FA PARTE DEL NEMICHETTISMO”: IL MINISTRO DEL “PENSIERO SOLARE” ALESSANDRO GIULI AD “ATREJU” RIFILA UNA NUOVA SUPERCAZZOLA CITANDO A VANVERA PASOLINI E SCOMODANDO UN DETTO ARABO PER RISPONDERE AGLI ATTACCHI DELLA SINISTRA: “I CANI ABBAIANO, LA CAROVANA PASSA”

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

“IL TEMA DELL’EGEMONIA CULTURALE È UNA PALLA MICIDIALE: LA CULTURA DI DESTRA ANCORA NON È CHIARO A NESSUNO COSA SIA, A TAL PUNTO CHE RAPPRESENTA PURE QUELLA DI SINISTRA CHE NON C’È PIU’…” (MA CHE VOR DI’?) – “L’EGEMONIA DELLA DESTRA DI GOVERNO PASSERA’ ATTRAVERSO L’IRONIA” (COME AL BAGAGLINO)

La nuova egemonia della destra di governo passerà attraverso l’ironia, la vera arma tagliente in grado davvero, e da sempre, di azzerare il nemico. “Non siamo quelli dell’amichettismo, ma chi ci accusa fa parte del nemichettismo, che stasera coniamo come termine da cucire addosso a tutti quelli che ci accusano di fare cultura liberamente” dice Alessandro Giuli, arrivato ad Atreju per partecipare ad un dibattito organizzato per fare quantomeno scalpore: Pasolini e Mishima, due simboli del Novecento, due poeti da sempre considerati icona di una cultura riconducibile ad opposte sponde politiche.
Ma tra Pier Paolo Pasolini e Yukio Mishima “ci sono molti più punti in comune di quanto si possa immaginare” esordisce il ministro della Cultura che, oltre alla “maschera tragica” e alla “poetica del gesto esemplare” incarnata dai due poeti sottolinea quanto entrambi abbiano “praticato nella scrittura la più grande libertà”. Insomma, di fronte alle accuse nei confronti di chi intende praticare ancora il gioco degli steccati culturali e “se proprio dobbiamo trovare un aggettivo, ironico o autoironico è quello che definisce meglio colui che è aperto alla vita e al confronto e non è un lugubre nemichettista: nemico giurato della bellezza”.
E se poi l’ironia non dovesse bastare a vincere il nemico, allora, c’è sempre la tradizione popolare che corre in aiuto: “Agli attacchi della sinistra rispondiamo con un detto arabo: i cani abbaiano, la carovana passa” sintetizza il ministro che dopo il dibattito su Pasolini e Mishima con la ministra della Famiglia Eugenia Roccella e con il presidente della Commissione Cultura della Camera, Federico Mollicone, si concede un passaggio alla radio di Atreju dove, tra l’altro, torna ad intonare “Albachiara” di Vasco Rossi
(da agenzie)

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UNGHERIA, ATTIVISTA LGBTQ+ SOTTO INCHIESTA PER AVER ORGANIZZATO IL PRIDE: RISCHIA TRE ANNI DI CARCERE E INTANTO E’ STATO LICENZIATO DALLA SCUOLA PUBBLICA DOVE INSEGNAVA

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

BENVENUTI NEL MODELLO FOGNA CHE PIACE TANTO A MELONI E SALVINI… E POI SENZA PROVE ROMPONO I COGLIONI A ILARIA SALIS

In Ungheria si è aperto un caso che sta scuotendo profondamente l’Unione Europea, sollevando interrogativi inquietanti sul rispetto dei diritti fondamentali.
Al centro della storia c’è Géza Buzás-Hábel, attivista rom e membro della comunità LGBTQ+, oggi sotto inchiesta per aver organizzato il Pride di Pécs, una marcia pacifica che quest’anno ha attirato fino a ottomila persone, nonostante il divieto imposto dalle autorità locali.
Il governo di Viktor Orbán, già in primavera, aveva approvato una legge che vieta esplicitamente le manifestazioni Pride e che autorizza addirittura l’uso del riconoscimento facciale per identificare e multare i partecipanti; Amnesty International aveva definito già allora quella legge una “aggressione frontale” alla comunità LGBTQ+.
Le piazze però non si sono fermate: prima a Budapest, trasformando l’evento in una manifestazione culturale municipale, poi proprio a Pécs, dove tra i partecipanti hanno sfilato anche alcuni eurodeputati.
La scelta inevitabile
Per Buzás-Hábel, che è anche cofondatore della Diverse Youth Network, l’organizzazione che cura la marcia, scendere in strada non era una decisione, ma una necessità. “La libertà di riunirsi è un diritto fondamentale”, afferma. “Se rinunciamo qui, dove potremo farlo?”.
Pochi giorni dopo, la risposta delle autorità è stata immediata. Buzás-Hábel è stato convocato dalla polizia, e la procura sta valutando accuse che vanno dall’organizzazione di una manifestazione vietata fino a tre anni di reclusione, anche se con sospensione. Le conseguenze sono già state devastanti: dopo quasi dieci anni di insegnamento, l’attivista è stato licenziato dalla scuola pubblica in cui insegnava lingua e cultura rom, e anche dal centro musicale dove lavorava come mentore. In caso di condanna, potrebbe perdere definitivamente il diritto di insegnare.
Un precedente inquietante
Quattro organizzazioni per i diritti umani ungheresi hanno sottolineato come si tratti del primo caso noto nell’Unione Europea in cui un difensore dei diritti finisca sotto procedimento penale per aver organizzato un Pride, un precedente finora visto solo in Russia o in Turchia. La European Roma Rights Centre e la rete europea dei Pride denunciano un “salto di qualità” nella
repressione in Ungheria. Secondo gli attivisti e le attiviste, il messaggio è insomma profondamente chiaro: colpire non solo un singolo individuo, ma lanciare un segnale intimidatorio a chiunque voglia difendere la libertà di espressione e la tutela delle minoranze. Buzás-Hábel stesso lo conferma al Guardian: “Io sono solo un pretesto. L’obiettivo è spaventare chi mi sta intorno, scoraggiare un’intera comunità”.
Una voce a Bruxelles
Nonostante la pressione e la perdita del lavoro, Buzás-Hábel ha scelto di non restare in silenzio. Nei giorni scorsi è infatti volato a Bruxelles per partecipare a un evento europeo dedicato ai giovani rom e per incontrare i decisori europei interessati al suo caso: “Organizzerei tutto di nuovo. E lo farò anche il prossimo anno”, ha detto. “La libertà ha un prezzo alto, ma quello che non potrei mai accettare è restare in silenzio”. La domanda che guida il suo impegno è ora semplice e diretta: l’Unione Europea è pronta a difendere davvero i valori che proclama?
(da agenzie)

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LA VERA EMERGENZA DELL’ITALIA SU CHIAMA SANITA’, MA IL GOVERNO DORME

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

I CASI DEL SAN RAFFAELE DI MILANO E DEL SANT’EUGENIO DI ROMA LO DIMOSTRANO

Due indizi fanno una prova. Al San Raffaele di Milano il ceo dell’ospedale si è dimesso dopo che l’affidamento del reparto di medicina intensiva a una cooperativa esterna di infermieri aveva generato disastri a catena, da farmaci scambiati ad altri somministrati in dosi dieci volte superiori al normale.
Nelle stesse ore, al Sant’Eugenio di Roma, è stato arrestato in flagranza di reato il primario di nefrologia Roberto Palumbo, che in cambio di tangenti indirizzava i pazienti dimessi ma ancora bisognosi di terapia, ad alcune strutture private per l’emodialisi.Possono sembrare due casi isolati, due mosche bianche, ma non lo sono.
Primo: perché parliamo di due realtà che fino a qualche giorno fa avremmo definito “eccellenze” della sanità italiana: il fiore all’occhiello della sanità privata lombarda e il super luminare
romano. Se queste sono le eccellenze, figuratevi il resto.
Secondo: perché il caso del San Raffaele scoperchia la ormai endemica carenza di personale medico e infermieristico, che – nel migliore dei casi – costringe gli ospedali ad affidarsi a cooperative con personale del tutto inadeguato al ruolo. Negli ultimi vent’anni, il sistema sanitario italiano ha perso 180mila addetti, tra medici e infermieri, tanto per dare due numeri.
Terzo: perché Il caso del Sant’Eugenio, invece, ci racconta in modo didascalico il rapporto malsano tra pubblico e privato, che sovente genera una sanità che è pubblica e universale solo in teoria, ma che in pratica è a misura dei ricchi, di chi ha la fortuna di avere un’assicurazione sanitaria. Per tutti gli altri, liste d’attesa infinite, fino a che non rinunciano a curarsi: sei milioni di persone solo nell’ultimo anno, ci dice impietosamente l’Istat.
Quarto: perché mentre gli italiani smettono di curarsi e la sanità pubblica viene regolarmente definanziata, i profitti della sanità privata sono in crescita costante, trainati proprio dalla crescente spesa dei cittadini – superiore ai 40 miliardi nel 2023- la cui causa è da ricercare proprio nelle infinite liste d’attesa.
Quinto: perché di fronte a tutto questo, e dopo una pandemia, è surreale che la sanità non sia in cima ai pensieri di chi ci governa, scavalcata costantemente da finte emergenze come i rave, i maranza, gli ambientalisti che imbrattano i monumenti, l’ideologia gender. Delle due, una: o sono completamente scollegati dalla realtà, oppure stanno deliberatamente nascondendo il problema, a beneficio dei re della sanità privata che siedono con loro in parlamento e controllano i giornali che li aiutano a fare propaganda. Quale delle due, secondo voi?
(da Fanpage)

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PERCHE’ SOLO STANDO UNITA L’EUROPA PUO’ EVITARE DI ESSERE SCHIACCHIATA DA USA E RUSSIA

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

L’ANALISI DEL FILOSOFO MAURO CERUTI: “TRA SOVRANISMI, CRISI GLOBALI E POTENZE OSTILI, SOLO UNA UE PIU’ INTEGRATA PUO’ EVITARE UNA DERIVA IMPERIALE”

La “paura della libertà” negli anni Trenta del secolo scorso rischiò di portare alla nazificazione dell’Europa. Oggi c’è la “paura della complessità”. La esprimono i sovranismi e l’inedito asse Usa-Russia. Minaccia non solo il progetto europeo, minaccia l’umanità. La complessità del mondo moderno è
segnata dall’imprevisto: pandemie, catastrofi climatiche. Ogni risposta che guarda al passato è inefficace. Anzi, devastante.
Lo sostiene Mauro Ceruti, filosofo e teorico del pensiero complesso. Non c’è alternativa a una comunità internazionale legata da impegni multilaterali. Una Cosmopolis, una comunità di destino mondiale. È l’unico modo per affrontare la modernità. La politica di potenza di Russia e Stati Uniti va in senso contrario.
Un esempio: l’unico organismo davvero in grado di far pagare le tasse alle multinazionali e regolamentare la rivoluzione digitale è l’Ue. Che è un organizzazione multilaterale e anche un’istituzione con poteri sovranazionali. L’ultima sanzione al social network di Elon Musk, X, è stata tutto sommato timida. Ma ha fatto perder le staffe allo stesso Musk e a Donald Trump. Solo un’organizzazione multilaterale può imporre regole alle Big Tech, aziende più ricche di molti Stati, e ai loro irascibili padroni.
Interpretando il pensiero di Ceruti: la modernità non prescinde dalle regole. Deve essere uno sviluppo che crea valore senza sprechi, attento al cambiamento climatico e alla transizione energetica. Russia e Stati Uniti restano i maggiori produttori di idrocarburi. Siamo ancora agli imperialismi petroliferi. La modernità è altro. La “potenza tranquilla” dell’Unione Europea, superando le sue contraddizioni, potrebbe farne parte. Esserne il fulcro, forse.
Mauro Ceruti è autore con Edgar Morin del recente saggio La nostra Europa (Raffaello Cortina, 2025). Fanpage.it lo ha intervistato
Professor Ceruti, torna a contare solo la potenza, in politica internazionale?
“Questo primo quarto di secolo si compie con il ritorno della logica della guerra per dirimere i rapporti fra le nazioni. La potenza e la forza sono tornate ad essere gli unici criteri regolatori dell’ordine economico e geopolitico. E la pace è intesa quale esito appunto della potenza, della forza e della guerra.
La “barca” europea si trova oggi a fluttuare in un mondo dove risorgono pulsioni autoritarie e imperiali. Imperialismi complici o antagonisti minacciano l’Europa dall’esterno. Demagogismi illiberali, xenofobia e fanatismi nazionalisti la minacciano dall’interno, con concreti rischi di disgregazione e di decivilizzazione”.
L’America di Donald Trump e la Russia di Vladimir Putin ritengono che l’Unione Europea e il multilateralismo siano un impiccio. Tra le accuse: troppe regole e mancanza di realismo. Molti sono d’accordo anche in Europa. Che meriti può contrapporre, l’Ue?
“La solidarietà di interessi tra Usa e Russia mette “sotto assedio” l’esperimento multinazionale e multiculturale. Di fronte al pericolo di regressione, si deve ricordare che il progetto dell’Unione Europea ha voluto superare le due malattie che avevano ridotto l’Europa in macerie: la purificazione etnica e la sacralizzazione dei confini.
È bene ricordare che, dal secondo Dopoguerra, la complessità è stato il progetto intenzionale della nostra Europa: il suo progetto di convivenza, contrapposto al semplicismo brutale e omologante dello spirito totalitario, imperiale e autocratico”.
Nei suoi scritti lei parla della necessità di una “comunità cosmopolitica”. Ma ormai lo slogan è “ognuno per sé”. Non è che la sua sia una pia illusione?
“Le spinte alla deglobalizzazione, al sovranismo e alla frammentazione sono controbilanciate dal processo contrario inaugurato cinque secoli fa con il viaggio di Cristoforo Colombo. Il processo di planetarizzazione è irreversibile. È una tappa evolutiva della specie umana. Se la coscienza e la politica internazionale lo ignorano, siamo nei guai. Perché i problemi e le gigantesche sfide che abbiamo di fronte hanno una dimensione planetaria, transnazionale. Non possono essere affrontati dai singoli Stati. Nemmeno da quelli che hanno dimensioni demografiche, geografiche, militari o economiche da “potenze imperiali””.
E quindi, che dovrebbero fare gli Stati?
“Dovrebbero cooperare. Le tante crisi accumulate non sono separabili tra loro. Sono intrecciate in una “policrisi” che riguarda tutti. Quindi, siamo “obbligati” alla cooperazione internazionale. Necessità ed etica collimano. Ma la convergenza di Usa e Russia può creare un ordine precario e pericoloso, un nuovo nomos della terra, per riprendere l’espressione di Carl Schmitt (1888-1985 giurista, filosofo e politologo tedesco che aderì al nazismo, ndr)”.
Sarebbe simile alla “deriva imperiale dei continenti” di cui lei parla nel saggio Umanizzare la modernità, scritto con Francesco Bellusci?
“Proprio così”.
La teoria del nomos si ricollega all’idea nazista di “spazio
vitale”. Ma in Schmitt c’è molto di più: enfasi sulla sovranità e sul decisionismo extra-giuridico; approccio amico-nemico nelle relazioni internazionali; critica al liberalismo e al costituzionalismo democratico. Idee tornate d’attualità. Proprio perché il mondo è complesso, non è che un sano realismo sovranista e “realista” in politica internazionale funzioni meglio?
“Sarebbe la risposta dell’impero. Una risposta sbagliata all’attuale complessità del mondo. Una tragica, lacerante e brutale riproposizione del paradigma moderno della semplificazione. La nazione ha ancora un senso nel destino degli uomini, aiuta anche a non rinchiudersi in appartenenze più “tribali” o settarie, ma è anch’essa una risposta limitata, fragile, se si nutre solo del suo mito romantico. I confini nazionali non sono più garanzia di sicurezza, non solo dalle pandemie o dagli effetti negativi del cambiamento climatico, ma anche dalle minacce esterne alla pace interna. Se l’Europa si illude di trovare sicurezza chiudendosi a “fortezza”, con una politica di irrigidimento dei confini (esterni e interni) allora, sì. troverà in questa miopia le premesse di una sua autodistruzione”.
Esponenti dell’estrema destra internazionale come Steve Bannon, uomo vicino all’amministrazione Trump, tornano a parlare di scontro di civiltà, di guerra tra popoli giudaico-cristiani e forze della barbarie. Al netto di retorica e propaganda, il rischio è reale?
“Non c’è uno scontro tra civiltà. C’è una crisi di civiltà, perché non riusciamo a varcare la soglia “complessa” verso una civiltà planetaria. Tra il 1939 e il 1940, Carlo Levi esaminò la crisi cha avvicinava l’incubo della nazificazione dell’Europa in un libro
dal titolo Paura della libertà. Ecco, oggi a proposito della nostra crisi di civiltà parlerei di “paura della complessità””.
La “paura della complessità” sta distruggendo l’Unione Europea ?
“Se l’Europa vuole salvarsi deve tornare a scommettere sulla prospettiva federalista o quantomeno di una maggiore integrazione politica. La sincronia anti-europea tra Mosca e Washington, insieme all’ondata sovranista e nazionalpopulista che attraversa anche le nostre società, mina le democrazie e rischia di far arretrare o congelare il progetto di un’Europa unita. Ma ci sono ancora le risorse e le energie per rilanciarlo. Rafforzando politica energetica comune, difesa comune e allargamento ad Est, in risposta al neoisolazionismo americano, alle minacce della Russia putiniana o alla “deriva imperiale dei continenti””.
L’Ue limita l’onnipotenza delle multinazionali e cerca di regolamentare sviluppi come la rivoluzione digitale. Basterà a garantire un minimo di eticità, con la spinta alla deregolamentazione che arriva da oltreoceano?
“Per affermare un’etica e una regolamentazione planetarie occorrono organismi sovranazionali. “Umanizzare la modernità” è l’invito a cambiare paradigma, a pensare che la realtà politica elementare del mondo non è più lo Stato-nazione, ma l’umanità intera ormai accomunata da uno stesso destino, dagli stessi problemi di vita e di morte, prodotti dalla inedita possibilità di autosoppressione con l’arma nucleare e con l’impatto umano sul clima e sulla biosfera. La sfida della complessità è la scommessa della Cosmopolis, della paziente costruzione della comunità di
destino mondiale, una e molteplice, dove l’universalismo che ne deriva non oppone la diversità all’identità, l’unità alla molteplicità”.
(da Fanpage)

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SONDAGGIO ELEZIONI UCRAINA: ZELENSKY CALA, SALE L’EX CAPO DELL’ESERCITO ZALUZHNY, MA NON E’ CERTO PIU’ MORBIDO VERSO LA RUSSIA

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

LA RILEVAZIONE DEL KYIV INDEPENDENT NEL GIORNO DELL’APERTURA A SORPRESA DI ZELENSKY CHE POTREBBE ANCHE DECIDERE DI NON RIPRESENTARSI DANDO UN SONORO SCHIAFFO MORALE A TUTTI… SE I CIALTRONI USA ED EUROPEI AVESSERO FORNITO A TEMPO DEBITO LE ARMI ALL’UCRAINA OGGI PUTIN SAREBBE IN GINOCCHIO A CHIEDERE LA PACE

Elezioni anticipate in Ucraina? Quella che sino a poche ore fa sembrava fantapolitica, un sogno di Vladimir Putin più o meno convintamente condiviso dalla Casa Bianca, ora pare uno scenario realmente possibile. Al termine di una giornata a Roma in cui ha incontrato Papa Leone XIV e Giorgia Meloni, infatti, Volodymyr Zelensky a sorpresa ha aperto all’idea su cui l’aveva sfidato in un’intervista Donald Trump: «Stanno usando la guerra per non indire le elezioni, penso che il popolo ucraino dovrebbe avere questa scelta». Ora il leader di Kiev si dice pronto a far partire il processo così che possano svolgersi elezioni «entro 60-90 giorni», se gli Usa contribuiranno a creare le condizioni di sicurezza necessarie nel Paese, persino sotto legge marziale.
Ma che succederebbe se si andasse al voto? «Forse vincerebbe Zelensky. Non so chi vincerebbe», rifletteva a voce alta Trump nell’intervista a Politico.
In effetti il risultato a priori pare un rebus, in un Paese che di fatto ha visto «anestetizzata» la contesa politica da quando a febbraio 2022 è stato sconvolto dalla guerra scatenata da Vladimir Putin.
Ma una cosa è certa: Zelensky negli ultimi mesi è calato nei sondaggi, e lo scandalo corruzione ai vertici dell’Ucraina arrivato a lambire il suo «cerchio magico» sembra aver dato un colpo al suo consenso.
Secondo un sondaggio pubblicato oggi dal Kyiv Independent al primo turno di futuribili elezioni presidenziali voterebbe per Zelensky il 20,3%
La rilevazione è stata condotta tra il 13 e il 28 novembre, pochi giorni dopo l’esplosione dello scandalo corruzione costato il posto a due ministri e alla fine pure al braccio destro di Zelensky, Andriy Yermak. Nel precedente sondaggio, che risale a ottobre, a dichiararsi pronti a rivotare Zelensky erano il 24,3%
degli ucraini. Un calo deciso, dunque. Eppure il «comandante in capo» dei quasi quattro anni di guerra resta al momento il candidato più popolare.
Anche perché al momento di chiari contendenti non ce ne sono. Solo indiscrezioni e speculazioni, su cui provano a misurare la temperatura i sondaggi. Ecco dunque che lo sfidante più accreditato sarebbe Valerii Zaluzhny, l’ex capo di stato maggiore dell’esercito rimosso dall’incarico da Zelensky a febbraio 2024 e inviato a Londra come ambasciatore.
Secondo molti anche per frenare su eventuali ambizioni politiche considerata la sua grande popolarità tra i soldati e non solo per aver guidato sul campo la brillante risposta all’aggressione russa. Per Zaluzhny, che sin qui non ha mai ufficializzato alcun progetto politico, voterebbe in ipotesi il 19,1% degli ucraini (+3% sul mese precedente).
E in eventuali elezioni parlamentari un solido 21,8% dice che voterebbe un eventuale partito guidato da Zaluzhny, mentre “Servitore del Popolo”, il partito di Zelensky scosso dalle inchieste per corruzione, raccoglierebbe appena l’11,5%.
Ricandidarsi o passare la mano? Il dilemma di Zelensky
L’altro possibile sfidante di Zelensky di cui si vocifera da tempo è Kyrylo Budanov, attuale capo dell’intelligence militare ucraina. Il sondaggio di Info Sapiens per il Kyiv Independent lo accredita per ora di un più modesto 5,1% di consensi.
D’altronde non è affatto detto che i possibili «sostituti» di Zelensky sarebbero più accomodanti verso Trump – men che meno verso il Cremlino – del leader di questi anni. Anzi. Ultima ma non ultima delle variabili da considerare, la scelta di
Zelensky stesso sul futuro. Davvero si ricandiderà se e quando arriverà davvero la convocazione delle elezioni anticipate? O stupirà tutti, di nuovo, chiamandosi fuori, per togliere a Trump (e Putin) argomenti con cui provare a inchiodare l’Ucraina a un accordo capestro e passare alla storia come l’«eroe di guerra»? Nessuno dimentica che a settembre, sempre per respingere pressioni asfissianti della Casa Bianca, il leader di Kiev disse di essere disponibile a non ricandidarsi dopo la fine della guerra, per il bene dell’Ucraina.
Ipotesi e congetture, mentre resta tutta da verificare la reale possibilità di prevedere elezioni in tempo di guerra incessante.
(da agenzie)

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IL WEEK END DI CAOS ALL’OSPEDALE SAN RAFFAELE DI MILANO: “FARMACI SBAGLIATI E INFERMIERI IMPROVVISATI”

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

L’EMERGENZA PER IL PONTE DELL’IMMACOLATA: POCHI OSS IN SERVIZIO E L’AFFIDAMENTO A UNA COOP ESTERNA

Il mito del San Raffaele, ospedale privato convenzionato d’eccellenza a Milano, comincia a scricchiolare. E non per le dimissioni di Francesco Galli. Ma per quanto è accaduto nell’ultimo week end: «La situazione è estremamente pericolosa per i pazienti, ma anche per i medici», scrive. E ancora: «Abbiamo tamponato un po’ la situazione bloccando i nuovi ricoveri da Pronto soccorso, bisogna però preoccuparsi anche di chi è già ricoverato», è la mail di un medico in servizio tra sabato e domenica. Per poi concludere: «Di sicuro, così non si può andare avanti, è una situazione troppo pericolosa. Errori irrecuperabili sono dietro l’angolo».
Il San Raffaele
Queste riportate da Repubblica e Fatto sono solo alcune delle frasi nelle mail scambiate tra medici, primari e direzione sanitaria. Per lunedì 8 dicembre è stato convocato un consiglio di amministrazione del Gruppo San Donato. Subito dopo sono arrivate le dimissioni dell’amministratore unico. A decidere, il presidente del gruppo Angelino Alfano, i vicepresidenti Paolo Rotelli, Marco Rotelli e Kamel Ghribi, e i consiglieri Nicola Grigoletto e Augusta Iannini. Il problema più grosso è stato il ponte dell’Immacolta. Tre giorni in cui è stato difficile trovare personale non in ferie. Di qui la decisione di ricorrere agli infermieri di una cooperativa esterna.
La coop
E invece già alle 17.22 di sabato 6 dicembre è partita la prima mail: «Un infermiere del primo gruppo (letti 301.1-306) riferisce
di non aver mai fatto affiancamento in reparto e di essere al suo primo turno presso l’ospedale San Raffaele. Non sapeva dove fossero i farmaci, non risultava in grado di caricare gli esami ematici su Sap (il sistema interno, ndr), non in grado di gestire Niv (la ventilazione non invasiva, ndr), né terapia insulinica in continuo».
Prima viene chiamato un altro infermiere, poi si bloccano i ricoveri dal pronto soccorso. E ancora: «L’infermiera destinata ai letti di AR non sapeva i nomi dei farmaci prescritti, non comprende bene l’italiano». E: «La medesima infermiera commetteva errore di somministrazione di amiodarone 4fl in 250 SG5%, somministrandola a 200ml per ora anziché a 20ml (un’ora anziché 12 ore) per un paziente di Admission room».
L’infermiera
Sempre la stessa infermiera «attorno alle ore 5 si allontanava definitivamente dal reparto, senza più ripresentarsi». Ma non solo: il personale non era in grado di organizzare i carrelli dei farmaci, «quasi tutte le terapie della notte risultavano scadute» e «tutto il personale Oss non sapeva dove si trovasse l’emoteca per ritirare emoderivati urgenti».
Un disastro che ha scatenato la rabbia di pazienti: «Mia mamma è in una condizione delicatissima ed è stata completamente abbandonata, poteva anche morire», dice Samanta Olivieri al quotidiano. «Sabato sono arrivata qui e l’ho trovata senza alcun supporto, ossigeno compreso, ed era quasi giù dal letto, lei che non può muoversi da sola. Lunedì il culmine, sono arrivata alle 10.30 della mattina ed era in condizioni pietose, senza cure. Ho dovuto aspettare quasi tre ore prima che le iniettassero
l’antibiotico».
L’emergenza
Dal San Raffaele adesso assicurano che l’emergenza è rientrata. Fino a ieri sono stati reclutati professionisti interni da altri reparti — con incentivi da 600 euro per un turno diurno e mille per uno notturno — e da oggi saranno trasferiti in pianta stabile lavoratori finora impiegati altrove. Intanto i sindacati hanno presentato una denuncia alla polizia.
(da agenzie)

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IRENE PIVETTI E LA COMPRAVENDITA DI TRE FERRARI

Dicembre 10th, 2025 Riccardo Fucile

CONFERMATA IN APPELLO LA CONDANNA A 4 ANNI PER EVASIONE FISCALE E AUTORICICLAGGIO

La Corte d’Appello di Milano ha confermato la condanna a quattro anni di reclusione per Irene Pivetti, ex presidente della Camera, imputata per evasione fiscale e autoriciclaggio. La decisione ribadisce integralmente il verdetto di primo grado e chiude un capitolo giudiziario che si trascina dal 2016, anno in cui, secondo l’accusa, sarebbero state messe in piedi una serie di operazioni commerciali dal valore complessivo di circa dieci milioni di euro.
Le tre Ferrari Granturismo
§Al centro del procedimento c’è la compravendita di tre Ferrari Granturismo, una triangolazione internazionale che, stando alle indagini coordinate dal pm Giovanni Tarzia e condotte dal Nucleo di polizia economico-finanziaria della Guardia di Finanza, avrebbe avuto la funzione di schermare e reimpiegare proventi frutto di illeciti fiscali. Le auto, formalmente destinate al mercato cinese, sarebbero state usate, secondo la ricostruzione, come strumento per movimentare denaro irregolare tra società riconducibili alla stessa Pivetti e altri coimputati.
La difesa di Pivetti
L’ex presidente della Camera ha sempre respinto le accuse, definendo l’inchiesta una «persecuzione» e rivendicando la correttezza dei propri adempimenti fiscali. La conferma della condanna in Appello rappresenta però un passaggio cruciale: qualora il verdetto diventasse definitivo, scatterebbero le
conseguenze penali e patrimoniali, inclusa la confisca delle somme già disposta in primo grado. Resta ora la possibilità del ricorso in Cassazione, ultimo livello per tentare di ribaltare la sentenza.
(da agenzie)

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