Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
NEL NORD DEL PAESE, LA POLIZIA HA SALVATO 17 MINORI “PRIGIONIERI” DEL GRUPPO RELIGIOSO “LEV TAHOR” (“CUORE PURO”)”: LE GIOVANI DONNE DOVEVANO INDOSSARE TUNICHE NERE CHE LE COPRIVANO DALLA TESTA AI PIEDI … LE ACCUSE DI GRAVIDANZE FORZATE, ABUSI SU MINORI E STUPRI
Le autorità colombiane hanno salvato 17 minori da una setta ebraica ultraortodossa nel nord-ovest del Paese. Tra i minorenni salvati ci sono diversi cittadini stranieri, fra cui guatemaltechi, americani e canadesi. Lo ha annunciato il servizio immigrazione.
“Abbiamo salvato 17 bambini e adolescenti dalla setta ebraica ortodossa Lev Tahor… Ci sono segnalazioni internazionali per crimini contro i minori associati a questa comunità”, ha dichiarato il servizio immigrazione su X, accompagnando il messaggio con le foto di alcuni dei minori
La setta Lev Tahor (“Cuore Puro” in ebraico) è stata recentemente oggetto di procedimenti giudiziari per abusi e maltrattamenti su minori in Paesi come il Guatemala. Fondata negli anni ’80, la setta pratica una forma radicale di ebraismo, in cui le donne devono indossare tuniche nere che le coprano dalla testa ai piedi.
Nel dicembre 2024, le autorità guatemalteche hanno salvato 160 bambini durante un raid nel sud del Paese, innescato da sospetti di tratta di esseri umani “sotto forma di gravidanze forzate, abusi su minori e stupri”.
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
SI È MESSO A LITIGARE CON I RESIDENTI E HA DICHIARATO: “QUI IO SONO IL PADRONE DI CASA”
l ministro per la Sicurezza Nazionale di Israele Itamar Ben Gvir ha visitato il villaggio
beduino del Negev di Lakiya per la seconda volta questo mese, scatenando la rabbia dei residenti dopo che la polizia ha bloccato l’ingresso del paese con blocchi di cemento.
La sua visita e i posti di blocco seguono una nuova operazione della polizia volta a combattere la crescente criminalità e il traffico di armi tra i beduini del Negev, soprannominata Operazione Nuovo Ordine.
Ben Gvir, durante la sua visita insieme al capo della polizia del Distretto Meridionale Haim Bublil, è stato ripreso mentre litigava con il parlamentare di Ra’am Walid al-Hawashleh. Un filmato mostra Ben Gvir dichiarare di essere il “padrone di casa” nella città araba, mentre al-Hawashleh lo deride definendolo razzista.
“Falceremo chiunque sia cattivo, non ho paura di loro, sono io il padrone di casa qui”, dice, prima di urlare “barra”, che in arabo significa “fuori”, ad al-Hawashleh, un insulto che usa spesso per
respingere le critiche dei legislatori arabi.
“Razzista, non hai fatto nulla per gli omicidi nella società araba”, dice al-Hawashleh mentre insegue il ministro mentre prosegue lungo la strada con il suo entourage. “Stai solo facendo delle provocazioni qui”. Un filmato successivo della visita mostra decine di residenti che scherniscono il ministro di estrema destra mentre saluta dalla sua auto, prima di salire a bordo.
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
MERZ “KIEV HA DIRITTO A MANTENERE I TERRITORI QUESTA È LA LINEA ROSSA”
Cancelliere Merz, per porre fine all’aggressione russa all’Ucraina gli Stati Uniti hanno elaborato un piano in 28 punti, che in parte gli europei disapprovano perché prevede significative concessioni territoriali a Mosca e la riduzione dell’esercito di Kiev. Quanto spera di poter ancora dissuadere Trump da questa impostazione?
«Negoziati sono in corso a Ginevra, dove i nostri rappresentanti si sono riuniti e stanno conducendo trattative difficili, il cui esito è più che incerto».
Il presidente Zelensky ha affermato, riguardo al piano in 28 punti, che l’Ucraina ora deve scegliere se perdere la sua dignità o il suo partner chiave più importante. Riesce a comprendere la disperazione che Zelensky sta esprimendo
«Posso comprendere la disperazione dell’intera Ucraina, perché questa guerra dura ormai da quasi quattro anni, ed è per questo che il presidente Zelensky ha una posizione così netta. Non può abbandonare il Paese e noi lo sosteniamo in questa posizione».
Lei afferma di sostenerlo, ha anche detto di aver presentato una sua proposta: per lei quali sono le condizioni che l’Ucraina non dovrebbe assolutamente accettare?
«Le condizioni non negoziabili sono senza dubbio l’integrità territoriale dell’Ucraina e il diritto del Paese a esistere. Su questo non si può trattare e quindi noi, e io personalmente, sosteniamo la posizione negoziale del governo ucraino».
Questi negoziati si stanno ora concentrando in particolare sulle garanzie di sicurezza che possono essere offerte all’Ucraina. Quale ruolo concreto potrebbe svolgere l’Europa a questo riguardo? Cosa si può offrire all’Ucraina?
«Abbiamo già discusso di possibili garanzie di sicurezza qualche settimana fa a Washington. Sono grato che gli americani abbiano nuovamente manifestato la loro disponibilità a partecipare alla fornitura di garanzie di sicurezza, il ruolo degli Stati Uniti è indispensabile. Ecco perché ne stiamo discutendo con gli americani, ma ora non è il momento giusto per speculare sui dettagli».
“La Russia deve venire al tavolo. Noi vogliamo iniziare un processo ma la Russia deve venire al tavolo”. Lo ha detto il cancelliere tedesco Friedrich Merz, parlando a Luanda. Il Kanzler ha anche detto di sapere che “la pace in Ucraina non può arrivare da un giorno all’altro”
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
GABANELLI: “NELLE REGIONI C’È UN BUCO DA UN MILIARDO E NON CI SONO FONDI DEDICATI. LO STIPENDIO DEI MEDICI SALIRÀ A 7.386 EURO LORDI, MA ANCORA INSUFFICIENTE A COLMARE IL DIVARIO CON GLI ALTRI PAESI. LO STIPENDIO MEDIO DEGLI INFERMIERI È DI 2.500 EURO LORDI AL MESE: UNO DEI PIÙ BASSI FRA I PAESI OCSE. VA POI CONSIDERATO IL PNRR. CON LA FINE DEL PIANO SARÀ NECESSARIO TROVARE UN MILIARDO DI EURO PER L’ASSISTENZA SANITARIA DOMICILIARE AI NON AUTOSUFFICIENTI”
Dopo almeno 15 anni di sotto finanziamento della Sanità, nel 2026 il Servizio sanitario
nazionale avrà a disposizione 6,3 miliardi in più. È la somma di due Leggi di bilancio: quella del 2025 per 3,9 miliardi, e quella del 2026 per 2,4. Si tratta dell’aumento più alto mai registrato in valore assoluto.
Ma basterà? La domanda s’impone perché la situazione sta sfuggendo di mano. Il 10% di italiani oggi rinuncia alle cure per motivi economici, mentre le visite specialistiche (una su due) e gli esami diagnostici (uno su tre) vengono pagati di tasca nostra per oltre 10 miliardi l’anno, a causa delle inaffrontabili liste d’attesa. In un anno ci sono state le dimissioni di 2.000 medici e 2.750 infermieri.
I medici di famiglia sono sempre meno, anche perché le loro borse di studio valgono meno della metà di quelle ospedaliere.
Prendiamo allora parametri oggettivi per vedere cosa serve e
quanto stanzia la Legge di bilancio. Su Corriere.it tutti i documenti.
Regioni: un buco da 1 miliardo Partiamo dai conti delle Regioni. Nel 2024 per mantenere gli attuali livelli di assistenza sanitaria le Regioni hanno speso 1,5 miliardi di euro in più rispetto a quanto hanno ricevuto dallo Stato: un buco quasi triplicato rispetto al 2023. Non sono rimaste indenni neanche le Regioni che tradizionalmente garantiscono una buona qualità delle cure mantenendo i conti in equilibrio, come la Toscana, che ha un buco di bilancio per 267,2 milioni, l’Emilia-Romagna per 194,2, il Piemonte per 180,6, la Liguria per 98,3 e l’Umbria per 33,9. La Legge di bilancio 2026 non prevede fondi dedicati, però la revisione al rialzo delle tariffe di rimborso per le prestazioni erogate dagli ospedali, una volta a regime, probabilmente ridurrà lo squilibrio di circa 500 milioni.
Medici in fuga Passiamo ora al personale sanitario. Tutti i calcoli si basano su stipendi lordi mensili (13 mensilità), con valori medi e arrotondati. Con il contratto 2022-2024 lo stipendio di un medico con 5-15 anni di anzianità avrà un aumento di 461 euro portando la busta paga a 6.766 euro lordi al mese.
Un confronto con i Paesi che continuano ad attrarre professionisti italiani mostra, a parità di potere d’acquisto, che in Germania i medici guadagnano in media il 36% in più, in Belgio il 21% , nel Regno Unito il 18%. Però la Legge di bilancio 2026 aggiunge altri incrementi mensili: 235 euro di indennità medica,
più 385 euro legati al rinnovo del contratto 2025-2027 (stima Aran). Con questi aumenti lo stipendio previsto nel 2027 sale a 7.386 euro, circa il 9% in più rispetto a oggi. Ma non è ancora sufficiente a colmare il divario con gli altri Paesi. Basti pensare che solo un ulteriore aumento dell’1% — pari a 74 euro al mese per ciascuno dei 127.344 medici — costa 125 milioni l’anno.
Infermieri sottopagati Lo stipendio medio degli infermieri è di 2.500 euro lordi al mese. È uno dei più bassi fra i Paesi Ocse: il 22% in meno rispetto alla media internazionale. Per allinearsi servirebbero 557 euro in più ogni mese
La Legge di bilancio 2026 copre solo una parte di questo gap: 123 euro al mese di indennità infermieristica; 138 euro al mese dal rinnovo del contratto 2025-2027 (sempre secondo le previsioni dell’Aran). In totale fanno 261 euro, cioè meno della metà di quanto servirebbe. Restano scoperti 296 euro al mese per ciascuno dei 277.000 infermieri. L’ammanco complessivo supera il miliardo.
Ma il problema non è solo lo stipendio.
Per colmare la carenza di 60.000 infermieri, con un costo pro capite di 50.000 euro annui, sono necessari 3 miliardi di euro. Un piano di assunzioni quadriennale richiederebbe 750 milioni solo nel 2026. La Legge di bilancio stanzia 300 milioni per l’assunzione di 6.000 infermieri. L’ammanco per il primo anno è di 450 milioni.
Il paradosso delle borse di studio Le borse di studio per formare i
medici di Medicina generale valgono 11.600 euro l’anno, meno della metà di quelle per le specialità ospedaliere (26.000). Uniformare le 2.600 borse richiede 37,4 milioni.
Una tassa occulta da 10 miliardi Infine le prestazioni pagate dai cittadini: in un anno spendiamo di tasca nostra 6,9 miliardi per le visite specialistiche e 3,7 miliardi per gli esami diagnostici. Riportare nel Servizio sanitario nazionale anche solo la metà di queste prestazioni richiede 3,2 miliardi. Un costo calcolato applicando le tariffe pubbliche, che sono circa il 40% in meno di quelle private. Per aumentare l’attività dentro il Servizio sanitario, ovviamente, servirebbero anche più medici. La Legge di bilancio stanzia 150 milioni per assumere 900 professionisti. È una quota troppo bassa per sostenere un trasferimento così ampio dal privato al pubblico.
Un miliardo a rischio Va poi considerato il Pnrr. Con la fine del Piano sarà necessario trovare un miliardo di euro per l’assistenza sanitaria domiciliare ai non autosufficienti, altrimenti si dovrà tagliare dalle risorse esistenti.
Sommando tutte le voci, in totale al Servizio sanitario nazionale mancano 6,8 miliardi, per colmare la distanza tra il fabbisogno stimato e le risorse effettivamente stanziate. In pratica, sarebbe
servito il doppio dei soldi messi.
Dove vanno i soldi L’Ufficio parlamentare di bilancio evidenzia come una parte importante delle risorse della manovra finisca a diversi «portatori di interessi». Tra cui: 630 milioni vanno alle aziende farmaceutiche e ai produttori di dispositivi medici per ridurre la quota che avrebbero dovuto restituire allo Stato quando la spesa supera i limiti fissati. In altre parole: Big Pharma deve restituirci dei soldi, ma gli scontiamo 630 milioni; oltre 1 miliardo in tre anni serve ad aumentare le tariffe riconosciute agli ospedali per ricoveri e riabilitazione, e una parte consistente — almeno 300-400 milioni — finirà al settore privato; 123 milioni l’anno vengono assegnati alle strutture private accreditate per aiutare gli ospedali pubblici a smaltire le liste d’attesa. Eppure i dati mostrano che i privati, negli anni, non hanno aumentato le prestazioni in convenzione, ma hanno invece continuato a privilegiare la ben più remunerativa attività a pagamento.
Milena Gabanelli,Simona Ravizza
per il “Corriere della Sera”
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
GHISLERI: “LA MAGGIORANZA DEGLI ITALIANI RITIENE CHE IL VECCHIO CONTINENTE NON SIA PRONTO A REGGERE L’URTO DI QUESTO CAMBIAMENTO DI PARADIGMA. IL 59% VEDE L’EUROPA FRENATA DALLA SUA LENTEZZA ISTITUZIONALE E DALLE SUE DIVISIONI INTERNE. E PER IL 52,3% IL FUTURO È VERSO L’AFRICA”
Il ritorno di Donald Trump alla Casa Bianca ha segnato uno spartiacque nella politica internazionale; forse in parte ce lo si aspettava, tuttavia non in queste dimensioni.
Non soltanto per l’inevitabile ricalibratura delle priorità statunitensi, ma soprattutto perché sta costringendo tutti gli attori globali – Europa in testa – a ridefinire il proprio posto nel mondo.
Gli italiani, a giudicare dai dati raccolti da Only Numbers, sembrano percepire con grande lucidità la portata di questo cambiamento. Quasi un cittadino su due (46,9%) percepisce che l’asse atlantico – per decenni spina dorsale della sicurezza
occidentale – si stia progressivamente spostando verso il Pacifico.
Si tratta di una sensazione trasversale agli elettorati di tutti i principali partiti, con la sola eccezione della Lega, i cui simpatizzanti continuano a mostrarsi fiduciosi nella solidità dell’architettura tradizionale (50%), rimanendo ancorati a una visione trumpiana di un Occidente compatto e prevedibile.
Questa percezione maggioritaria nel Paese intercetta un dato reale della geo-strategia contemporanea: lo sguardo degli Stati Uniti è sempre più rivolto all’Asia, al confronto con la Cina e alla competizione tecnologica, militare ed economica che caratterizza la nuova era globale
A questo bisogna aggiungere anche la mai celata simpatia del presidente Donald Trump per Vladimir Putin, un elemento che contribuisce a complicare ulteriormente il quadro strategico e a ridefinire le dinamiche interne dell’alleanza occidentale.
In questo scenario, l’elettorato leghista rimane, dunque, l’unico grande gruppo politico a non condividere pienamente questa lettura del mutamento globale, distinguendosi da un’opinione pubblica che, nel complesso, riconosce lo spostamento del baricentro strategico occidentale.
È in questo contesto di riequilibrio globale che si innesta un’altra convinzione diffusa nel Paese: la percezione di un’Europa in affanno. La maggioranza degli italiani, infatti, ritiene che il Vecchio Continente non sia pronto a reggere l’urto di questo cambiamento di paradigma.
Il 59% lo vede schiacciato tra Oriente e Occidente, frenato dalla sua lentezza istituzionale e dalle sue divisioni interne e timoroso del rischio di non disporre più del tempo necessario per riposizionarsi. Di fronte a un mondo che si sposta verso il Pacifico, l’Europa appare dunque vulnerabile e lenta, elemento che rafforza la sensazione – già emersa – di un Occidente in trasformazione e di un equilibrio internazionale sempre più precario.
Ed è proprio da questa percezione di fragilità che nasce un’altra indicazione chiara dell’opinione pubblica: se il mondo cambia, anche l’Europa deve cambiare direzione.
Ed ecco allora che, per oltre metà degli italiani (52,3%), il futuro dell’Europa dovrà guardare altrove. Non solo America, non solo Asia: l’Africa emerge come nuovo punto di riferimento, non per idealismi, ma per necessità strategica.
È vicina, ricca di materie prime, di terre rare, di energia; è giovane, è dinamica, rappresenta un mercato e un’opportunità di cooperazione senza paragoni, con un tema in più legato alla regolamentazione dei flussi migratori e alla distribuzione dei migranti all’interno dell’Unione. Una sfida che rende il rapporto con il continente africano ancora più cruciale. Mentre noi discutiamo, i cinesi investono proprio lì in porti, infrastrutture, miniere…
Una presenza imponente che sta ridisegnando le relazioni di potere nel continente africano e che rischia di lasciarci ai margini di un’area che dovrebbe essere invece una priorità europea.
L’Italia, con la sua posizione di “trampolino” nel Mediterraneo, sarebbe naturalmente avvantaggiata nel tessere relazioni, costruire partenariati, favorire scambi energetici e commerciali con l’Africa. Tuttavia, emerge un altro dato che fa riflettere: il 62,1% degli italiani è convinto che finora la diplomazia dei singoli Stati europei abbia ottenuto risultati migliori di quella dell’Unione europea.
Una percezione che fotografa il cortocircuito della politica estera comune: un’Europa che parla con cento voci, dove gli Stati spesso si muovono meglio quando agiscono da soli.
Ecco allora la domanda centrale, inevitabile: l’Italia deve trattare con l’Africa da sola o come parte dell’Europa? La risposta non è semplice. Da sola, l’Italia guadagnerebbe agilità, rapidità decisionale, una presenza diretta e meno vincolata.
Il Piano Mattei promosso da Giorgia Meloni rappresenta oggi il vero banco di prova: può diventare il ponte tra iniziativa nazionale e azione europea, oppure restare l’ennesimo progetto incompiuto
L’Africa e il Mediterraneo tornano al centro di un “risiko” globale in continua trasformazione. Gli italiani lo hanno già compreso: il tempo a disposizione si sta esaurendo. Adesso serve una politica che sappia anticipare i nuovi assetti mondiali, invece di inseguirli, conducendo il Paese verso il futuro e non semplicemente per custodire l’esistente eternando sé stessa.
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
LA SECONDA CARICA DELLO STATO CONTINUA A STRAPARLARE SUL CASO GAROFANI: “CREDO CHE SIA MEGLIO CHE LASCI IL SUO INCARICO” … È INCREDIBILE CHE LA RAMANZINA ISTITUZIONALE AL CONSIGLIERE DEL QUIRINALE VENGA PROPRIO DAL PRESIDENTE DEL SENATO CHE, DA QUANDO È STATO ELETTO, HA CONTINUATO A FARE IL MILITANTE DI FRATELLI D’ITALIA IGNORANDO IL SUO RUOLO
“Che Meloni non c’entrasse niente era del tutto evidente. Si parla di un Consigliere che
in ambiente di tifosi, a ruota libera, si è lasciato andare improvvidamente a tutta una serie di valutazioni su governo, su Meloni”.
Lo ha detto il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenendo all’evento Italia Direzione Nord in Triennale, a Milano, a proposito del caso del consigliere del Capo dello Stato Francesco Saverio Garofani.
“Se lo dice un consigliere del presidente della Repubblica non si può addossare questo pensiero al presidente, ma una critica a questo consigliere è assolutamente legittima, soprattutto se gli è stata chiesta una smentita e lui ha detto ‘si trattava di chiacchiere di amici’.
Fosse stato uno di destra oggi lo vedremo appeso ai lampioni di qualche città o cattolicamente crocifisso”, ha aggiunto. “Si tratta dei suoi personali desideri, che non sono degni di uno che fa il Consigliere del Presidente”, ha concluso.
Francesco Saverio Garofani “è il segretario del Consiglio supremo di Difesa, quello che si deve occupare della difesa nazionale. Credo che forse è meglio che quel ruolo lo lasci a qualcun altro”. Così il presidente del Senato, Ignazio La Russa, intervenendo all’evento Italia Direzione Nord in Triennale, a Milano.
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
IL MOTIVO? L’IMPOSSIBILITÀ DI CONCILIARE IL LAVORO FUORI CASA CON LA CRESCITA DI UN BIMBO PICCOLO… IN UN MONDO IN CUI LE GIOVANI FAMIGLIE NON VENGONO SUPPORTATE E PAGARE UNA BABY SITTER O UN ASILO COSTA QUANTO UNO STIPENDIO, IL GENITORE CHE GUADAGNA MENO (NORMALMENTE LA DONNA) RIMANE A CASA A CRESCERE I FIGLI – UNA INVOLUZIONE CHE CI RIPORTA INDIETRO DI UN SECOLO
Negli Stati Uniti le donne stanno abbandonando in massa il mondo del lavoro (retribuito). Almeno 455 mila hanno smesso di lavorare fuori casa solo tra gennaio e agosto di quest’anno, secondo i dati dell’Ufficio di statistica del lavoro americano (che attualmente non vengono più aggiornati, a causa della chiusura del governo americano). Il dato è ancora più alto nel confronto con l’anno scorso: 600 mila donne in meno che lavorano. La Cnn la chiama «She-cession», un gioco di parole tra recessione e «lei» («She», in inglese).
«Da quasi 80 anni, da quando il Bureau of Labor Statistics americano ha iniziato a suddividere i dati per genere, almeno una cosa è certa: le donne hanno guadagnato terreno rispetto agli uomini» scrive l’Economist. «Ora qualcosa è cambiato. Sebbene la partecipazione degli uomini sia stabile, le donne stanno abbandonando la forza lavoro. Da un picco post-Covid del 57,7% nell’agosto 2024, il loro tasso di partecipazione è sceso di quasi un punto percentuale, al 56,9%, il che implica che oltre 600 mila donne hanno abbandonato il lavoro».
Ma da cosa dipende?
Il rapporto di Kpmg indica un fattore decisivo: le difficoltà delle giovani madri a conciliare lavoro fuori casa e lavoro «Dalla fine del 2023, le donne con figli piccoli stanno abbandonando il mondo del lavoro. Quelle con un diploma universitario o
superiore stanno guidando queste perdite. Nello stesso periodo, gli uomini con figli piccoli hanno aumentato la loro partecipazione alla forza lavoro», si legge nel rapporto.
«I due cali più significativi nella partecipazione alla forza lavoro si sono registrati tra le donne con una laurea o un titolo superiore o senza laurea il cui figlio più piccolo ha meno di cinque anni. Gli aumenti più significativi si sono registrati tra le donne senza laurea e senza figli, gli uomini senza laurea il cui figlio più piccolo ha tra i 5 e i 18 anni e le donne con una laurea o un titolo superiore e senza figli».
Ma perché questa regressione? I dati parlano chiaro: la crisi del lavoro retribuito delle donne è una crisi dell’assistenza all’infanzia. In altre parole, le donne americane non hanno smesso di lavorare, ma sono passate dal lavorare fuori casa con uno stipendio a lavorare a casa senza essere pagate (per risparmiare i costi per la cura dei figli). E questo dipende principalmente da due fattori: l’assistenza all’infanzia in America è diventata molto più cara
la riduzione dello smart working, il lavoro remoto, ha reso per molte donne inconciliabile l’assistenza ai figli con il lavoro retribuito
Nell’insieme tutti questi fattori hanno fatto sì che in molte famiglie al genitore che guadagna meno convenga restare a casa piuttosto che pagare qualcuno per badare ai figli in modo da poter lavorare. Quel genitore, per ragioni economiche e sociali è quasi sempre la madre.
La tendenza a lasciare a casa la madre è acuita ancora di più dall’ideologia dell’amministrazione Trump. Come ha scritto Jessica Grose sul New York Times, quando il governo Trump parla di lavoro, parla praticamente solo di lavoratori uomini. Non solo, l’amministrazione Trump ha tagliato i fondi del Women’s Bureau, l’agenzia del Dipartimento del Lavoro che sostiene il lavoro delle donne, definendola «un ufficio politico inefficace che è un relitto del passato».
«Gli autori del Progetto 2025 (il piano per la presa del potere della destra reazionaria, ndr) hanno accusato Women’s Bureau di perpetuare “un programma di ricerca e impegno politicizzato”» scrive Grose. La giornalista dell’American Conservative Helen Andrews, in un discorso alla National Conservatism conference diventato virale, ha persino sostenuto che l’ingresso delle donne nel lavoro in settori tradizionalmente maschili sia la vera minaccia alla civiltà occidentale e la radice di quella che la destra Maga americana ritiene l’origine di tutti i mali, la «wokeness».
«La “wokeness” non è una nuova ideologia, una conseguenza del marxismo o il risultato della disillusione post-Obama. Si tratta semplicemente di modelli di comportamento femminili applicati a istituzioni in cui fino a poco tempo fa le donne erano poche» scrive Andrews.
Visto che l’amministrazione Trump ha fatto della guerra contro la wokeness uno dei suoi principali obiettivi, dal ragionamento di Andrews discende che è in guerra anche contro il lavoro
femminile. I dati dimostrano che la sta vincendo.
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
RISULTATO? DMITRIEV SI È INTORTATO WITKOFF, COMPLETAMENTE DIGIUNO DI POLITICA INTERNAZIONALE E DIPLOMAZIA, CON VIAGGI MULTIPLI A MIAMI, PACCHE SULLE SPALLE E PROMESSE DI BUSINESS
Kirill Dmitriev, il manager che ha trattato per Mosca il «piano di pace», non ha niente
degli uomini dei quali Vladimir Putin si è sempre circondato. È nato cinquant’anni fa a Kiev. Non ha vissuto il crollo dell’Unione Sovietica perché a 14 anni si è trasferito negli Stati Uniti, per poi laurearsi a Stanford e Harvard.
Non ha ufficialmente esperienze nei servizi segreti, ne ha invece a McKinsey e Goldman Sachs prima di rientrare a Mosca (dove guida un fondo di governo «per gli investimenti diretti»). Non pratica un’esplicita opacità, al contrario pare sempre più impegnato a coltivare il proprio profilo sui social e sui media globali.
Per questo la sua presenza a Miami alla fine del mese scorso è un segno dei tempi. Donald Trump aveva appena firmato le sue prime sanzioni contro la Russia, prendendo di mira le major del petrolio Rosneft e Lukoil a valere dal 21 novembre. Quelle misure sono ora rinviate al 13 dicembre per l’obbligo di cessione delle attività estere, ma restano in vigore per l’export del greggio: da oggi gli addetti di Litasco, la società di trading di Lukoil, non saranno al lavoro.
Anche per questo, le mosse di Dmitriev appaiono parte di una sequenza studiata. Per arrivare a Miami a fine ottobre l’emissario di Vladimir Putin deve aver avuto un’esenzione speciale, perché il suo nome figura nella lista delle sanzioni di Washington (ma non di Bruxelles).
La stessa scelta del Cremlino di affidarsi a lui non è un caso. Dmitriev rappresentò Putin già all’incontro segreto del 2017 fra
Erik Prince, emissario informale del neo-eletto Trump al suo primo mandato, e Zayed al-Nahyan, che guidava il fondo sovrano di Abu Dhabi.
Ora Dmitriev continua a gestire gli interessi del dittatore, senza delega a spostare una sola virgola di testa propria ma con un tocco perfettamente levigato.
Ai russi serviva un profilo che combaciasse con quelli di Steve Witkoff e Jared Kushner, rispettivamente socio in affari e genero di Trump: nessuno dei due ha un mandato a trattare sull’Ucraina a nome della Casa Bianca, ma per entrambi vale molto di più il legame personale con il presidente.
Così ha preso forma il paradosso di Miami: le due diplomazie più robuste dell’ultimo secolo, Washington e Mosca, soppiantate da tre uomini di business in una partita che deciderà il futuro dell’Europa.
Ne sono usciti i 28 punti di un piano che ha preso forma in vari mesi, benché porti i segni dell’imperizia professionale di entrambe le parti.
(da agenzie)
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Novembre 24th, 2025 Riccardo Fucile
“SE VADO VIA MI SEGUONO TUTTI”… “DUECENTO AZIONI LEGALI CONTRO DI NOI, NON HO MAI PERSO UNA CAUSA”
Sigfrido Ranucci si racconta oggi in un’intervista al Foglio. E a Salvatore Merlo dice: «Non sono un martire». Nel colloquio rivela di aver avuto una sola tessera di partito: «Quella della Dc. Corrente sbardelliana». Ovvero dell’andreottiano Vittorio Sbardella: «Me la fecero loro quando ero ragazzo, neanche lo sapevo». È figlio di un brigadiere della finanza, e per questo «su alcune cose ho idee vicine alla destra legalitaria». Ma si definisce un cattocomunista.
La Garbatella
Ranucci racconta di essere cresciuto alla Garbatella: « Com’era chiamarsi Sigfrido alla Garbatella? Beh, pensate che mi chiamavano Lello». E dichiara: «Non entrerò mai in politica. Non mi interessa, e non mi identifico in nessuno dei partiti che adesso mi tirano per la giacchetta». Sui partiti a lui vicini dice: « Il Pd mi dà solidarietà ufficiale. Ma non è che mi amino particolarmente. Anzi». Il M5s: «E una parte dei 5 Stelle ha sempre pensato che noi fossimo roba loro, che dovessimo trattarli con riguardo. E invece no». Ricorda: «Ho due o tre processi aperti, su un totale di circa duecento atti di citazione e altre azioni legali. Ma finora non ho mai perso una causa».
Il nome Sigfrido
Lo hanno chiamato Sigfrido «per via del nonno. In famiglia c’era una passione per Wagner». Ma poi è difficile «immaginare l’Anello dei Nibelunghi alla Garbatella… Infatti, mi chiamavano tutti Lello». Sulla bomba dice: «Il 15 settembre abbiamo scoperto mitragliatrici nascoste in un cantiere navale. Le abbiamo collegate a dei prestanome della camorra che trafficano armi verso la Libia». E precisa: «L’unica cosa certa è che la politica non c’entra assolutamente nulla, e non ho mai pensato né detto il contrario». E parla dello ì spettacolo “Diario di un trapezista”, ispirato dal suo libro “La scelta”, che porterà in scena all’inizio del prossimo anno.
La raccomandazione
Poi Ranucci spiega come è entrato in Rai: «Entrai in Rai con la raccomandazione della segretaria di un dirigente cui davo lezioni di tennis». Racconta: «Era il 1989 e la raccomandazione era di una signora, la segretaria di un alto dirigente di Viale Mazzini,
che avevo conosciuto perché le davo lezioni di tennis. Mi facevo pagare in nero. E meno male che allora non c’era ‘Report’ perché mi avrebbero fatto il paiolo».
Infine, su La7: «»Ho incontrato Cairo, e abbiamo parlato per oltre due ore. Un dialogo molto bello. Ero stato contattato per fare un libro con la sua casa editrice, ma poi abbiamo parlato anche di televisione». Però dice: «Io vorrei rimanere in Rai. Ma dipenderà dalla Rai, non da me».
Il nuovo Report
Anche perché «il nome ‘Report’ non può andare su La7: è un marchio di proprietà della Rai. Ma un ‘New Report’ sì, ci può andare». E con lui verrebbe tutta la squadra. «Se mi sposto io, qua non ci rimangono nemmeno i cassetti. Perché è un segnale. Significa che ‘Report’ non ha più la libertà di fare quello che ha fatto fino ad adesso».
(da agenzie)
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