Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
FANIZZA: “NON HO AGITO DA BATTITORE LIBERO, MA SU PRECISO MANDATO DEI VERTICI”
«Io non mi muovo come battitore libero. Il collegio mi ha giustamente responsabilizzato
di avviare delle responsabilità di discovery». A parlare è Angelo Fanizza, l’ex segretario generale del Garante della Privacy dimessosi pochi giorni fa.
In un audio diffuso da Report, si sente l’ex segretario intervenire durante la riunione tra dipendenti e collegio del Garante della Privacy. In quell’occasione, Fanizza nega di aver agito da solo e parla di una decisione presa di comune accordo con il collegio dell’ente per la protezione dei dati personali. Una posizione che smentisce il comunicato dello stesso collegio pubblicato poco dopo le sue dimissioni.
Tutti i guai del Garante
Per capire la vicenda occorre fare qualche passo indietro. Il Garante della Privacy è da settimane sotto i riflettori mediatici per via di alcuni dubbi su eventuali conflitti di interesse da parte dei membri del suo collegio. In seguito ad alcune inchieste di Report, trasmissione Rai condotta da Sigfrido Ranucci, diversi leader politici hanno chiesto l’azzeramento dei vertici dell’Autorità, che però non c’è stato. Nei giorni scorsi, però, è arrivata un’importante novità: le dimissioni del segretario generale Angelo Fanizza, Oggi i dipendenti del Garante della Privacy hanno chiesto le dimissioni dei membri del Collegio. Membri che i membri del collegio avevano scelto all’unanimità lo scorso ottobre.
Il nuovo audio di Fanizza diffuso da Report
Secondo quanto rivelato da Report, le prime inchieste giornalistiche avrebbero fatto scattare una sorta di caccia alle streghe in piazza Venezia. Con lo stesso Fanizza che avrebbe chiesto al dipartimento per la sicurezza informatica di spiare i dipendenti del Garante della Privacy per scovare la talpa che ha fornito informazioni ai giornalisti di Report.
Nei giorni scorsi, i dipendenti hanno chiesto le dimissioni dell’intero collegio, ma sono arrivate solo quelle di Fanizza. Che ora, nell’audio diffuso sempre dal programma Rai, fa capire di aver agito su mandato dell’intero collegio e non per conto proprio: «Si è parlato, non si è deciso, se fosse necessario individuare un soggetto istituzionale tipo la magistratura, oppure se incaricare ufficialmente una società privata. Sfido chiunque a dire se io, in quella sede, quando si è parlato di soggetti privati, non mi sono fermamente opposto alla possibilità che un privato potesse conoscere alcuni appuntamenti».
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
LA DEPUTATA MAGA DA ULTRAS DI TRUMP A SUA ACCUSATRICE: “HO UNA MIA DIGNITA’, IL COSTO DELLA VITA IN AUMENTO LA STANNO PAGANDO GLI AMERICANI, TRUMP HA DELUSO LA SUA BASE”
La deputata statunitense Marjorie Taylor Greene ha annunciato venerdì le sue dimissioni dalla Camera dei Rappresentanti dopo la lite con Donald Trump sugli Epstein Files. Taylor Greene ha detto che non vuole essere trattata come una «moglie maltrattata». Greene, repubblicana della Georgia, un tempo una delle più strette alleate di Trump e sostenitrice del suo programma “America First”, ha litigato con il presidente a causa dei documenti governativi relativi al molestatore Jeffrey Epstein e sul sostegno a Israele.
Le dimissioni di Marjorie
Marjorie Taylor Greene ha spiegato in un video sui social media le sue dimissioni. Ha affermato che non vuole affrontare uno sfidante repubblicano alle primarie sostenuto da Trump. E che i Democratici potrebbero prendere la Camera alle elezioni mid-term. Ricordando che il Congresso è stato «messo da parte» da quando Trump è tornato presiddente. «Ho troppa autostima e dignità, amo troppo la mia famiglia e non voglio che il mio distretto debba sopportare primarie dolorose e piene di odio contro di me da parte del presidente per cui tutti abbiamo
combattuto, solo per poi lottare e vincere le mie elezioni mentre i repubblicani probabilmente perderanno le elezioni di medio termine», ha spiegato Greene.
«Mi rifiuto di essere una moglie maltrattata sperando che tutto passi e migliori», ha aggiunto. Lamentando lo stato della politica americana, e sostenendo che né i repubblicani né i legislatori democratici stanno lavorando per risolvere i problemi della nazione. Tra cui l’aumento del costo della vita.
Secondo Greene gli elettori si disinteressano di Washington perché «sanno quanto debito hanno sulle carte di credito, sanno quanto sono aumentate le loro bollette negli ultimi cinque anni, fanno la spesa da soli e conoscono troppo bene il costo del cibo, il loro affitto è aumentato progressivamente, sono stati superati troppe volte dai gestori patrimoniali aziendali quando hanno presentato un’offerta per l’acquisto di una casa».
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
UNA GESTIONE DELL’ORDINE PUBBLICO PESSIMA, QUANDO SI POTEVA EVITARE DI FAR DISPUTARE LA PARTITA VIRTUS-MACCABI’ IN CENTRO CITTA’… QUALCUNO CERCA I DISORDINI PER ALIMENTARE L’INSICUREZZA DEI CITTADINI?
Dopo la serata di scontri tra manifestanti e forze dell’ordine mentre Virtus e Maccabi
disputavano il match di Eurolega al Paladozza, è il giorno della politica e dei commenti sugli episodi di guerriglia urbana andati in scena in pieno centro storico.
Mentre il ministro dell’interno Matteo Piantedosi condanna “l’inaccettabile violenza” degli attivisti a favore della Palestina, il sindaco di Bologna Matteo Lepore si dice pronto “a mandare al ministro Piantedosi la fattura dei danni” causati dai disordini, che ammonterebbero a oltre 100mila euro solo per i beni pubblici.
Venerdì sera centinaia di persone hanno partecipato al corteo organizzato da Potere al popolo, Usb, Giovani palestinesi e movimenti e collettivi cittadini. Partiti da piazza Maggiore, la tensione è esplosa quando manifestanti e polizia si sono incrociati sul confine della ‘zona rossa’ intorno al Paladozza
presidiata dalle forze dell’ordine.
Nel tentativo di entrare nell’area blindata, i manifestanti hanno iniziato a lanciare petardi e vernice contro le forze dell’ordine. I primi respingimenti sono avvenuti “a distanza” con lacrimogeni e idranti. Su via Riva di Reno è partita una violenta carica degli agenti in antisommossa che ha disperso l’ultimo gruppo di attivisti. I partecipanti più violenti hanno reagito lanciando sampietrini, spaccando vetrine e dando fuoco a cassonetti e automobili parcheggiate. Nei disordini una ventina di agenti sono rimasti feriti e altrettanti manifestanti sono stati identificati.
Per Lepore sono stati “scontri che si potevano evitare. Chiedo io scusa ai cittadini a nome delle istituzioni, perché nessuno lo sta facendo a partire dal ministro Piantedosi”.
Nei giorni precedenti alla partita, sindaco e ministro si erano duramente criticati a vicenda: se per Lepore era meglio spostare il match all’Unipol Arena per evitare che i disordini causassero il caos in centro città, il ministro ha dato il placet a mantenere la partita al Paladozza.
“Una partita – ha aggiunto Lepore nel punto stampa indetto in mattinata – non può essere vietata dal sindaco, perché l’ordine pubblico è in mano a prefetto e questore. Il ministro ha sovvertito gli orientamenti, è intervenuto in modo irrituale e ha creato questa situazione”. Per questo, ha detto “domani manderò la fattura dei danni a Piantedosi” attaccandone “la gestione sconsiderata dell’ordine pubblico”.
Nel condannare le violenze e nell’esprimere solidarietà ai cittadini danneggiati, il primo cittadino ha spiegato che “l’80% delle persone che ieri ha partecipato agli scontri veniva da fuori città”. Nelle ore precedenti al corteo, sui social e in varie chat della sfera degli organizzatori del corteo è circolato anche l’allarme riguardo presunti militanti di estrema destra in trasferta a Bologna per attaccare deliberatamente i manifestanti, ma durante i disordini non si sono verificati episodi del genere.
La solidarietà ai bolognesi
Ha ripreso Lepore: “Bologna si è trovata in mezzo a uno scontro muscolare, testosteronico, tra un gruppo di estremisti e il ministero degli Interni. Questo non deve accadere più. Piena solidarietà ai cittadini bolognesi che ieri sera non sono potuti rientrare a casa, perché c’è stato un vero e proprio coprifuoco”.
(da Bologna Today)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
IL POST CON L’IMMAGINE ACCOMPAGNATA DA UN SOLO CUORE NERO… UNA VOCE UNICA E LA SENSIBILITA’ DEL CANTAUTORE HANNO DATO VITA A UN CONNUBIO ARTISTICO CHE HA INFLUENZATO GENERAZIONI
Ha scelto la potenza di un’immagine in bianco e nero, l’icona del cuore nero, e nient’altro, Gino Paoli, per omaggiare sui social Ornella Vanoni, scomparsa a Milano all’età di 91 anni. Il cantautore ha postato una foto che li ritrae giovanissimi al pianoforte, con lui che suona e Vanoni appoggiata sullo strumento con indosso una collana di perle. Negli anni ’60 i due vissero una relazione intensa e tormentata, che ispirò canzoni immortali come Senza fine e Che cosa c’è. Pur separandosi, sono stati legati da stima e affetto per tutta la vita.
La storia d’amore
La storia d’amore tra Ornella Vanoni e Gino Paoli è una delle più emblematiche e articolate della canzone italiana: un legame tanto tormentato quanto fertile, capace di trasformare la passione privata in musica eterna. Il loro incontro risale al 1960, quando entrambi erano legati all’etichetta Ricordi: da quel momento nasce non solo una collaborazione professionale, ma anche una relazione sentimentale intensa.
Paoli, già sposato in quel periodo, scrive per Ornella alcuni dei suoi brani più importanti, come “Senza fine” e “Che cosa c’è”, che rimangono tra i pilastri del repertorio della Vanoni. Secondo Vanoni, la relazione fu dolorosa e controversa: «Quando è scoppiato l’amore con Gino Paoli, lui era sposato e io mi sono sposata poco dopo. Una sofferenza tremenda, altro che scandalo» ha raccontato in varie interviste.
Nonostante la complessità sentimentale, il loro rapporto ha generato una delle canzoni più eleganti e delicate della musica italiana: Senza fine, scritta da Paoli, è una ballata romantica dallo stile quasi valzer, e si chiude con un delicato fade‑out, simbolo di un amore che sembra non finire mai. Anche “Che cosa c’è”, un altro valzer sentimentale, è nato dal loro legame: il testo, intriso di tenerezza e malinconia, sembra riflettere proprio la complessità della loro unione.
Da Strehler a Gino Paoli, e poi il matrimonio con Lucio Ardenzi: i grandi amori di Ornella Vanoni
Nel 1961, Ornella Vanoni pubblica il suo primo album, che contiene “Cercami”, brano che diventa il suo primo grande
successo commerciale. Questo pezzo, dedicato idealmente a Paoli, segna una svolta nella carriera della cantante, consolidando la sua voce come una delle più intense e sofisticate del panorama italiano. La loro collaborazione professionale non si esaurisce con la fine della relazione sentimentale. N
egli anni a seguire, Paoli e Vanoni continuano a duettare ea esibirsi insieme: un esempio è l’album live “Insieme”, pubblicato nel 1985, che raccoglie molti dei loro pezzi più famosi, come “Senza fine”, “Che cosa c’è”, “L’appuntamento” e “Non andare via”.
Nonostante la sofferenza vissuta, Ornella ha dichiarato che il legame con Paoli non è mai davvero svanito: nel corso degli anni, i due hanno costruito un rapporto di amicizia e stima reciproca che durava ancora oggi. Quando nel 2024 hanno festeggiato i 90 anni (lei il 22 settembre, lui il 23 settembre), il loro scambio di auguri ha commosso il pubblico: due artisti che, pur avendo vissuto un amore tempestoso, restano indissolubilmente legati nella memoria della musica italiana. Quel periodo d’oro (gli anni Sessanta) con Paoli è entrato nel cuore del pubblico non solo per il romanticismo della loro love story, ma anche perché ha generato alcune delle canzoni più belle e durature del repertorio italiano.
Ornella, con la sua voce unica e sofisticata, e Gino, con la sua sensibilità da cantautore, hanno dato vita a un connubio artistico che ha influenzato generazioni.
(da La Stampa)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“POICHÉ LA NATURA HA DOTATO I MASCHIETTI DI UNA FORZA MUSCOLARE MAGGIORE DI QUELLA DELLE FEMMINUCCE, QUESTO UNICO CRITERIO DI SUPERIORITÀ HA FONDATO IL COSIDDETTO MASCHILISMO” … L’IRA DI MARIA ELENA BOSCHI: “PAROLE IMBARAZZANTI. E’ QUESTO È IL CONTRIBUTO CHE IL GOVERNO MELONI OFFRE ALLA CONFERENZA CONTRO I FEMMINICIDI?”
Il ministro della Giustizia Carlo Nordio interviene alla Conferenza internazionale contro
il femminicidio in corso alla Camera dei Deputati, organizzata a ridosso della Giornata contro la violenza sulle donne, il 25 novembre, che prevede mobilitazioni e manifestazioni in tutto il Paese.
«Io mi sono sempre chiesto – ha detto Nordio – da modesto studioso anche di storia, come mai siamo arrivati a questa prevaricazione continua, ininterrotta, secolare, millenaria, dell’uomo nei confronti della donna: è una risposta se vogliamo un po’ darwiniana della legge del più forte. Nel senso che dai primordi l’unico criterio di forza era quello della forza fisica, della forza muscolare. E poiché la natura ha dotato i maschietti di una forza muscolare maggiore di quella delle femminucce dai primordi dei tempi, questo unico criterio di superiorità ha diciamo fondato il cosiddetto maschilismo. Se andiamo a guardare la storia dell’umanità, vediamo che purtroppo, salvo rare eccezioni, è un continuo dominio maschile».
«Tutto questo – ha proseguito il Guardasigilli nel suo intervento alla Camera dei Deputati, dove si è tenuto l’evento – ha comportato una sedimentazione anche nella mentalità dell’uomo, intendo proprio del maschio, che è difficile da rimuovere perché
è una sedimentazione che si è formata in millenni di superiorità. Quindi anche se oggi l’uomo accetta, e deve accettare, questa assoluta parità formale e sostanziale nei confronti della donna, nel suo subconscio, nel suo codice genetico trova sempre una certa resistenza».
Alle parole di Nordio replica via social la deputata M5S Chiara Appendino: «Violenza di genere nel codice genetico maschile: dopo aver demolito la giustizia, garantito impunità ai soliti noti, liberato uno stupratore di bambini e preso a modello Gelli, Nordio ci regala un’altra perla. La prossima sarà propagandare Lombroso? Se questo è un ministro…»
«Medioevo», critica anche Angelo Bonelli, parlamentare Avs e
co-portavoce di Europa Verde. «I nuovi dati diffusi oggi dall’Istat sono la fotografia di un Paese che precipita indietro nel tempo: 6 milioni e 400mila donne italiane, quasi una su tre, hanno subito violenze fisiche o sessuali. A fronte di questa realtà drammatica, le parole di Nordio — che tira in ballo un presunto “codice genetico maschile” — e la minimizzazione della ministra Roccella rappresentano un arretramento culturale pericoloso: si deresponsabilizzano gli aggressori e si nega il carattere strutturale della violenza di genere».
Interviene anche la presidente dei deputati di Italia Viva Maria Elena Boschi: «Imbarazzanti. E’ questo è il contributo che il governo Meloni offre alla Conferenza contro i femminicidi? Ora capiamo perché l’Italia arretra. Le donne non hanno bisogno di teorie ottocentesche, ma di leggi applicate, fondi certi, centri antiviolenza sostenuti e una cultura del rispetto che si costruisce proprio a scuola. La parità non è un’idea né un’eccezione biologica, è un dovere costituzionale».
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“HO SBAGLIATO A USARE STRUMENTI ISTITUZIONALI PER COMUNICAZIONI POLITICHE”… DOVE LI VA A CERCARE GIULI SOGGETTI DEL GENERE?
“Ho appena comunicato al ministro della Cultura, Alessandro Giuli, le mie immediate e irrevocabili dimissioni dall’incarico di capoufficio stampa del Mic”. Lo afferma in una nota lo stesso Piero Tatafiore sottolineando che “l’utilizzo di strumenti istituzionali per comunicazioni di natura politica è stato da parte mia un errore improprio di cui mi scuso prima di tutto con il Ministro, che ringrazio per l’opportunità di crescita lavorativa che mi ha concesso, e con l’intero Gabinetto”.
L’ufficio stampa del ministero della Cultura aveva diramato tre comunicati a sostegno della candidatura di Cirielli alla
presidenza della Regione Campania.
“Chiederemo conto nelle sedi opportune dell’utilizzo degli uffici ministeriali per finalità politiche da parte del ministro Giuli. I comunicati diffusi oggi dall’Ufficio stampa del ministero della Cultura, che invitano espressamente al voto per il candidato Cirielli, sono un fatto gravissimo, che non può passare inosservato. Il ministro Giuli dovrà rendere conto di quanto accaduto. È inaccettabile che uffici pubblici, finanziati dai cittadini per svolgere funzioni istituzionali, vengano piegati a fini di propaganda politica. Un episodio che solleva interrogativi profondi sul rispetto delle regole e sull’autonomia della macchina pubblica”. Così in una nota il deputato e segretario del Pd in Campania, Piero De Luca.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
IL 19% HA SUBITO UN’AGGRESSIONE FISICA E IL 23% UN’AGGRESSIONE SESSUALE… IL 6% VITTIMA DI UNO STUPRO… LA MAGGIOR PARTE DEGLI ABUSI PERPETRATI DAL PARTNER
In Italia una donna su tre ha subito violenza da parte di un uomo nel corso della vita.
Sono in tutto 6,4 milioni, il 32% del totale.
Quasi una su cinque (il 19%) ha subito un’aggressione fisica e una su quattro (il 23%) un’aggressione sessuale. Fra queste il 6% è stata vittima di uno stupro tentato o consumato.
Sono numeri enormi, ma non raccontano nulla di nuovo. Se un’evoluzione c’è stata, nell’indagine sulla violenza contro le donne pubblicata ieri dall’Istat, è stata semmai in peggio. Rispetto all’edizione del 2014 sono aumentati di un terzo i maltrattamenti delle ragazze molto giovani. Nella fascia tra 16 e 24 anni le aggressioni sono balzate dal 28% di undici anni fa al 38% di oggi. Si tratta soprattutto di abusi sessuali, passati dal 18% del 2014 al 31% del 2025.
Il rapporto Istat aveva soprattutto un obiettivo: far emergere i racconti di schiaffi, botte, tentativi di strangolamento, ecc. (classificati come violenze fisiche), rapporti sessuali forzati o degradanti, stupri e tentativi di stupro (le violenze sessuali) che nella maggior parte dei casi non vengono denunciati. Intervistando via telefono 17.500 italiane tra 16 e 75 anni, l’istituto di statistica è entrato nella vita intima e nelle case delle donne. E proprio fra le mura domestiche ha trovato la situazione peggiore. Due casi di stupro su tre (il 64%) sono stati commessi da partner attuali (il 5%) o passati (il 59%). Il 19% ha come autore un conoscente, l’11% un amico e il 7% un estraneo. Nell’1% degli stupri (non c’erano casi registrati nel 2014) la donna era stata drogata o era ubriaca.
Agli abusi fisici dei partner si aggiungono quelli psicologici (li riferisce il 18% del campione) e le minacce di tipo economico
(6,6%). Lo sdegno per i tanti femminicidi, le manifestazioni come quella prevista per sabato a Roma, organizzata da “Non una di meno”, l’istituzione di una giornata internazionale per l’eliminazione della violenza contro le donne (fissata il 25 novembre) non hanno minimamente scalfito il dramma.
Le denunce restano una piccola percentuale: solo il 10,5% delle vittime di violenza da parte del partner o ex partner si è rivolto alle forze dell’ordine. La percentuale arriva al 40% quando i maltrattamenti si protraggono per dieci anni. Eppure non si parla di violenze lievi. Il 21% di chi ha subito l’aggressività del partner ha provato «paura che la propria vita fosse in pericolo». Più gravi i maltrattamenti perpetrati dagli ex partner: qui il 47% delle donne abusate ha avuto paura di morire.
Tra le mura domestiche vivono poi i bambini. La loro presenza non ferma gli abusi. Due terzi delle madri che subiscono violenze ripetute (il 62%) raccontano che i figli hanno assistito alle aggressioni. In un caso su cinque (il 20%) sono finiti anche loro sotto ai colpi dei padri. Il 9% delle donne abusate regolarmente ha subito violenze fisiche o sessuali perfino durante la gravidanza.
Nei dati Istat si nota un rapporto diretto fra l’educazione delle donne e l’aggressività degli uomini. Se le italiane che hanno subito abusi sono il 32%, la percentuale cresce al 36% fra le studentesse e al 42% fra le laureate tra 25 e 34 anni. Le ragazze giovani e istruite allo stesso tempo sono la categoria su cui la violenza si accanisce di più: quasi una diplomata su due tra 16 e
24 anni (il 48%) è stata oggetto di aggressività fisica o molestia sessuale negli ultimi cinque anni.
L’indagine di ieri ha riguardato solo le donne italiane. Quelle straniere saranno intervistate di persona. I loro dati saranno pronti nel 2026.
(da agenzie)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
“NEL PAESE SCANDINAVO 0,25 DONNE UCCISE OGNI 100.000, IN ITALIA 0,32 E L’EDUCAZIONE SESSUALE A SCUOLA E’ FONDAMENTALE PER RIDURRE LE VIOLENZE”
“La ministra Roccella dice una cosa inesatta quando afferma che i femminicidi non calano con l’educazione sessuo-affettiva e, in ogni caso, sposta l’attenzione su un altro Paese senza guardare a un’emergenza che riguarda anche l’Italia. Secondo gli ultimi dati Eurostat disponibili la Svezia ha un tasso di omicidi di donne da parte di partner o familiari più basso rispetto all’Italia. In Svezia sono 0,25 ogni 100mila donne, in Italia 0,32. Inoltre, secondo i dati dell’United nations office on drugs and crime, tra il 2014 e il 2022 nell’Europa del Nord, quindi Svezia inclusa, il tasso di femminicidi è diminuito, mentre in Italia, come dimostrato dai dati Istat, il numero di donne uccise resta sostanzialmente stabile da diversi anni. La ministra quindi tira in ballo dati poco credibili, dimenticando che la piaga dei femminicidi è un problema più nel nostro Paese che in Svezia. E lo fa soltanto per opporsi di principio all’educazione sessuo-affettiva nelle scuole, che comporterebbe tantissimi benefici in termini di parità di genere, come ribadito più volte anche dall’Oms”.
La politologa Flavia Restivo, 29 anni, fondatrice di “Italy Needs Sex Education”, autrice del saggio “Gli svedesi lo fanno meglio” (Rizzoli) non crede alla fondatezza della tesi della ministra. A ragion veduta: ha studiato con attenzione il Paese che ha incluso l’educazione sessuale a scuola già dal lontano 1955.
La ministra Roccella sostiene che non c’è una correlazione tra educazione sessuale e violenza contro le donne. Ha ragione?
“No. È importante ricordare che i confronti internazionali sui femminicidi utilizzano quasi sempre la metrica di omicidi da partner o familiari, perché il movente di genere, cioè la classificazione diretta del femminicidio, non viene rilevato in maniera uniforme nei diversi Paesi. Proprio per questo la misura Eurostat del 2020 è quella più attendibile e comparabile: in quel dato ufficiale, la Svezia registra un tasso più basso dell’Italia. Mi
sembra davvero sbagliato continuare a dire che non esistono effetti positivi dell’educazione sessuo-affettiva nelle scuole. Soprattutto oggi, poco prima della manifestazione contro la violenza di genere e alla vigilia della giornata internazionale. Non siamo solo noi femministe a dirlo: le linee guida dell’Oms promuovono l’educazione alla sessualità come un diritto fondamentale, da integrare nei programmi scolastici fin da piccoli. E anche il parlamento Europeo ha approvato risoluzioni che promuovono la salute sessuale e riproduttiva come diritto”
Ma in Svezia l’educazione sessuale ha funzionato o no?
“Prima di tutto è un Paese che non conosce più il gender gap dal punto di vista lavorativo e familiare. Il divario di genere si è praticamente azzerato. E alla ministra della Pari Opportunità questo dato dovrebbe interessare. Secondo il Global Gender Gap Report 2025 la Svezia ha colmato il divario di genere dell’81,7%, e si trova al sesto posto nel mondo. Il nostro dato nazionale non è affatto incoraggiante: l’Italia, infatti, compare solo all’ottantacinquesimo. Inoltre dal punto dell’educazione sessuale gli effetti positivi sono diversi e palesi: la quasi totale assenza di malattie sessualmente trasmissibili tra i giovanissimi in Svezia, mentre in Italia è stato registrato un nuovo boom. E una diminuzione delle gravidanze indesiderate, grazie a una grande cultura della contraccezione e a una maggiore accessibilità al diritto all’aborto”.
Perché allora non diminuiscono le denunce per violenze di genere?
“È molto semplice. Se aumentano le denunce di violenza non vuol dire che aumenta la violenza. Aumenta semmai la cultura della denuncia e del consenso. Un maggior numero di denunce è un dato da considerare positivo. Non dobbiamo essere felici se le denunce sono poche, è semplicistico. La Svezia è sì un Paese dove le denunce di violenza sono più numerose, ma ciò avviene in un contesto culturale in cui la consapevolezza, il riconoscimento e il reporting della violenza sono molto più sviluppati che altrove”.
Roccella però si sofferma sui femminicidi…
“Lo ripetiamo ormai da anni: l’eliminazione di una donna è solo la punta dell’iceberg. La ministra non riesce a prendere in considerazione gli altri tipi di violenza: violenza economica, manipolazione, il catcalling, le molestie verbali, la vittimizzazione secondaria. In Italia le donne non si sentono libere di occupare lo stesso spazio che occupano gli uomini. Consiglio a Roccella di essere un’osservatrice più attenta in questo senso e di mettersi nei panni delle donne”.
Roccella sembra preoccuparsi della crisi della natalità nel nostro Paese. La Svezia ha anche un’attenzione particolare alle politiche per la famiglia?
“La ministra ama parlare di natalità e invita gli italiani a fare figli ma il suo governo non mette in atto politiche di genere adeguate relative alla famiglia. Anche in questo caso “gli svedesi lo fanno meglio”. Basta l’esempio concreto del congedo parentale: in Svezia un neo papà può prendersi 90 giorni di congedo. In Italia
sono solo dieci”.
Si fa confusione, da quando il dibattito si è acceso, tra educazione sessuale e affettiva. Come rispondere a chi teme che si “insegni a fare sesso ai bambini”?
“Dovrebbe iniziare alla scuola dell’infanzia. Parlare di questi temi da quando si è più piccoli, senza che diventino un tabù, con esperti ed esperte, non con insegnanti di religione o persone poco preparate scelte a caso. Serve una professionalità. Ogni fase di età ha il suo tema e il suo linguaggio. Quando si è molto piccoli si parlerà di consenso, di privacy. E poi crescendo si affrontano argomenti come l’affettività e la sessualità, soprattutto nel senso di prevenzione. È ottuso pensare che l’educazione a scuola spinga i bambini o i ragazzi ad avere relazioni sessuali precoci”.
(da Repubblica)
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Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
SONO 598 I CENTRI SENZA PANIFICI, 576 QUELLI SENZA NEGOZI DI FRUTTA E VERDURA, 650 SENZA MACELLERIA E 232 SENZA PUNTI VENDITA DI LATTE E DERIVATI … PER COMPRARE QUALCOSA DA MANGIARE (A CARO PREZZO) MILIONI DI ITALIANI DEVONO PERCORRERE CHILOMETRI
Circa 4,5 milioni di italiani vivono in comuni dove è scomparso almeno uno dei negozi
alimentari essenziali. Sono 598 i comuni oggi privi di panificio, 576 quelli senza negozi di frutta e verdura, 650 senza macelleria e 232 senza punti vendita di latte e derivati. Un’avanzata della desertificazione che ha un impatto significativo sulla qualità della vita dei residenti nelle aree interne, nei borghi e nei piccoli centri.È quanto evidenzia Alimentare il territorio, lo studio nazionale di Fiesa Confesercenti presentato in occasione dell’Assemblea annuale 2025 dell’associazione che riunisce gli specialisti alimentari Confesercenti
La riduzione delle attività colpisce entrambe le componenti della distribuzione alimentare di prossimità. La distribuzione tradizionale – panifici, ortofrutta, macellerie, pescherie, negozi specializzati – è passata da 123.095 a 115.968 attività tra 2019 e
2024: 7.127 negozi in meno e circa 12.000 addetti persi. Il calo è più marcato nei comuni sotto i 5.000 abitanti (-7,8%) e nelle grandi città (-7,1%).
Nonostante la contrazione numerica, i minimarket e i supermercati indipendenti mostrano una capacità di resistenza superiore a quella della rete tradizionale: i punti vendita diminuiscono, ma l’occupazione tiene. Il personale scende solo del 5%, contro un calo del 13,9% delle superfici.
Inflazione. A pesare anche la corsa dei prezzi. L’Italia ha registrato un’inflazione alimentare più bassa della media europea (+24,7% contro +32,1% nell’UE tra 2019 e 2023), ma l’effetto sulle famiglie è stato comunque pesante: -10% nei volumi acquistati. Si paga di più (il 14%) per comprare meno.
Per invertire il processo, Fiesa Confesercenti individua tre linee di intervento. In primo luogo, garantire l’accesso alimentare nei territori fragili, rafforzando i Distretti del Commercio e riconoscendo i negozi essenziali come infrastruttura territoriale. Serve però anche stabilizzare i margini delle microimprese della prossimità, riducendo i costi fissi – a partire dal costo del lavoro – e attivando strumenti compensativi selettivi.
Necessario poi legare commercio e coesione territoriale, perché dove resta il negozio resta la possibilità stessa di vivere. “I dati mostrano che non è solo un problema del segmento commerciale, ma di accesso quotidiano ai beni alimentari nei territori”, dichiara Daniele Erasmi, presidente nazionale di Fiesa Confesercenti. “Dove un negozio chiude non arretra il mercato: arretra la vita economica di una comunità”.
(da agenzie)
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