Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
I RISULTATI ARRIVANO MENTRE IN SENATO È STATO DEPOSITATO IL DISEGNO DI LEGGE CHE PREVEDE, TRA LE ALTRE COSE, L’AMPLIAMENTO DELLE AREE VENABILI, L’ESTENSIONE DELLA DURATA DELLA STAGIONE DI CACCIA, E LA RIDUZIONE DELLE AREE PROTETTE
L’opinione pubblica è contraria alla caccia. E, soprattutto, all’estensione della stessa.
Lo confermano due sondaggi commissionati dalla Fondazione Capellino, proprietaria del marchio Almo Nature, secondo cui l’85% degli italiani ritiene che comporti rischi per la sicurezza. Non solo: il 78% la considera eticamente inaccettabile, mentre il 94% ritiene a vario titolo che vada abolita, fortemente limitata o regolata strettamente.
Fondazione Capellino, pur a capo di un’azienda che produce pet food e che avrebbe tutto l’interesse nello stare dalla parte dei cacciatori — tutti proprietari di cani —, ha deciso di schierarsi contro il disegno di legge 1552, depositato al Senato con le firme dei capigruppo di maggioranza (Malan, Gasparri, Romeo e Salvitti), che prevede un allargamento delle maglie nella regolamentazione dell’attività venatoria, estendendo i calendari e le aree in cui sarà praticabile e aumentando il numero di specie cacciabili. E ridimensionando il ruolo tecnico dell’Ispra a favore di un comitato faunistico con forte connotazione politica.
I risultati dei due sondaggi sono stati trasmessi a tutti i parlamentari. «Non vogliamo abolire la caccia — precisa Pier Giovanni Capellino, presidente della Fondazione —, ma impedire l’introduzione di nuove disposizioni che amplierebbero i diritti dei cacciatori contro il volere della maggioranza dei cittadini»
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
SPIKE LEE, NEWYORKESE DOC, PARLA DEL NUOVO PRIMO CITTADINO DELLA “GRANDE MELA”: “ SE C’È QUALCOSA DI BUONO CHE LA TECNOLOGIA HA FATTO È DARE LA POSSIBILITÀ AI GIOVANI DI POTER MOSTRARE AL MONDO LE LORO CAPACITÀ. IN PASSATO MADONNA È DOVUTA ANDARE A NEW YORK PER FARSI NOTARE, MA OGGI NON AVREBBE MAI POTUTO PERMETTERSI L’AFFITTO. ORA INVECE…”
«Amo l’Italia! Sto venendo lì proprio adesso: sai, devo incontrare questa persona che
risiede in Vaticano… La conosci? Per vederla devi essere invitato». Spike Lee sta passando una settimana intensa nel nostro Paese: prima l’incontro con Papa XIV, di cui è entusiasta, poi l’appuntamento con il Torino Film Festival, arrivato alla 43esima edizione, dove presenterà il suo ultimo film Highest 2 Lowest e riceverà la Stella della Mole.
Quando gli diciamo che però questo fatto del suo tifo per Alcaraz contro Sinner sta facendo arrabbiare mezzo Paese smette di sorridere e cambia discorso. Torniamo quindi sul cinema e quel sorriso inconfondibile riappare. Il protagonista di Highest 2 Lowest (rivisitazione molto libera di Anatomia di un rapimento di Kurosawa, che si trova su AppleTV) è Denzel Washington: interpreta David King, produttore musicale numero uno a New York, a cui rapiscono il figlio per ottenere un riscatto. Il suo mondo va in crisi: la richiesta di 17 milioni di dollari arriva proprio all’alba di un accordo importante.
Perché ancora Kurosawa?
«È tutta la vita che mi faccio ispirare da lui. Il mio debutto è in parte ispirato a Rashomon, che mi colpì in modo incredibile quando studiavo cinema. In qualche modo devo tutto a Rashomon. Ma ho fatto Highest 2 Lowest grazie a Denzel: è lui
che era legato alla sceneggiatura e me l’ha proposta. E quando l’ha fatto ci siamo resi conto che il nostro ultimo film insieme, Inside Man, è uscito 19 anni fa. È stata una sorpresa: ogni volta che ci vediamo è come se l’ultima fosse stata ieri».
Siete come anime gemelle?
«Mio padre era un musicista jazz. E con Denzel è come se fossimo jazzisti: improvvisiamo, reinterpretiamo. E per reinterpretare Kurosawa abbiamo avuto la benedizione della sua famiglia. L’ho incontrato in passato e sono convinto che avrebbe voluto facessi questo film».
Nel film ci sono tanti nuovi talenti, come le cantautrici Jensen McRae e Aiyana-Lee, che ha scritto il brano che dà il titolo al film. È attento alle nuove generazioni?
«Non direi mai che ho scoperto qualcuno, ma posso invece dire che sono su Instagram e osservo con attenzione. Se c’è qualcosa di buono che questa tecnologia ha fatto è dare la possibilità ai giovani di poter mostrare al mondo le loro capacità. In passato Madonna è dovuta andare a New York per farsi notare, ma oggi non avrebbe mai potuto permettersi l’affitto. Ora invece puoi mettere una canzone sui social e magari finirai in un mio film».
Insegna anche: qual è la prima cosa che dice ai suoi studenti ogni anno?
«Sono professore di ruolo alla NYU, sono 30 anni ormai. E ogni volta, il primo giorno che passo con una nuova classe, dico ai ragazzi: fare, non c’è provare. Sì, si beccano Yoda»
New York è come se avesse vita nei suoi film. E la vera città in
questo momento ha abbracciato un grande cambiamento. Si sente speranzoso?
«Sì, abbiamo appena avuto delle elezioni. Con Mamdani New York ha il suo primo sindaco musulmano. E io sono registrato: ho votato per lui. Molti stanno dicendo che, con un sindaco musulmano, se ne vogliono andare. Allora dico: fate le valigie e andate. Ma non penso che succederà, non credo ci sarà un esodo di massa da New York. Dove andrebbero?».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 22nd, 2025 Riccardo Fucile
I PAESI SCANDINAVI AMMETTONO SOLO IL RICORSO ALL’EUTANASIA PASSIVA … SE PORTOGALLO E SPAGNA HANNO DATO IL VIA LIBERA, IN FRANCIA IL SUICIDIO ASSISTITO È VIETATO, MA L’ASSEMBLEA NAZIONALE HA APPROVATO UN DDL SUL “DIRITTO ALL’AIUTO A MORIRE”. IN GERMANIA, ANCHE IN ASSENZA DI UNA LEGGE, È AUTORIZZATO. E IN ITALIA? LA LEGGE È FERMA DA SEI ANNI
Non fosse per la situazione incerta di Paesi come il nostro, dove la disciplina del fine vita è ancora appesa ai requisiti stabiliti dalla Consulta sei anni fa e a una proposta di legge ferma al palo, il Vecchio continente sarebbe quasi spaccato in due: nell’Europa centro-occidentale, a grandi linee, gli Stati che permettono il suicidio assistito o l’eutanasia vera e propria, nella parte orientale un muro unanime di Paesi che vietano qualsiasi pratica del genere. Quelli scandinavi poi ammettono solo il ricorso all’eutanasia passiva.
Fra gli Stati che hanno adottato una legislazione favorevole, partendo da Ovest, figurano Portogallo e Spagna. Entrambi prevedono sia il suicidio assistito che l’eutanasia a condizione, per i lusitani (la legge è di due anni fa), che il paziente sia maggiorenne, capace di autodeterminarsi e affetto da malattia grave e incurabile, o da una lesione grave che provochi sofferenze intollerabili.
In Francia attualmente il suicidio assistito è vietato, ma lo scorso maggio l’Assemblea nazionale ha approvato un disegno di legge sul «diritto all’aiuto a morire», il voto finale in Senato è previsto
a gennaio 2026): la proposta consente di «autorizzare e accompagnare» una persona che ha «espresso la richiesta di ricorrere ad una sostanza letale», che dovrà somministrarsi da sola o farsi somministrare «quando non sia in grado di procedere» in autonomia. Cinque i criteri, fra cui una malattia grave e incurabile in fase avanzata o terminale, con una sofferenza fisica o psicologica costante.
Al di là della Manica, l’estate scorsa il Regno Unito si è mosso per disciplinare il ricorso al fine vita con una proposta di legge, approvata dalla Camera dei Comuni e limitata ai cittadini Inghilterra e Galles: permette il suicidio assistito, finora proibito, a persone con diagnosi terminali e aspettativa di vita non oltre i sei mesi, con il consenso espresso da due medici .
Siamo ora al blocco di Paesi che dall’Olanda, la prima
nell’Unione europea a legiferare in materia di fine vita ed eutanasia nel 2002, a Belgio, Lussemburgo, Svizzera (meta come si sa di diversi pazienti che da altri Paesi, Italia compresa, sono costretti a sceglierla per l’ultimo viaggio) e Austria hanno regolamentato il suicidio assistito.
La Germania, anche se tuttora priva di una legge, si è aggiunta all’elenco nel 2020, autorizzando di fatto il ricorso al fine vita Nell’attesa di una norma, la pratica è consentita.
Spostandosi a Est, la musica cambia radicalmente: in Polonia, Repubblica Ceca, Slovacchia, Ungheria, Romania e Bulgaria il suicidio assistito è illegale, così come in Croazia, Serbia, Bosnia Erzegovina e Grecia. Nel Nord Europa, il divieto accomuna
anche Danimarca, Svezia, Norvegia, Finlandia e Repubbliche baltiche, ma nei Paesi scandinavi l’eutanasia passiva, cioè il rifiuto delle cure, con qualche distinguo è permessa: lo è esplicitamente in Svezia e Finlandia, mentre non è regolamentata in Norvegia e Danimarca.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
CROSETTO RISPONDE ALL’INTERROGAZIONE PARLAMENTARE SUL POSTO BARCA NELL’AREA MILITARE DEL CANDIDATO ALLE REGIONALI IN CAMPANIA … DUE SETTIMANE DI PALATE DI FANGO DALLA FECCIA SOVRANISTA FONDATE SUL NULLA
Il ministro della Difesa, Guido Crosetto, fa chiarezza sulla vicenda del “gozzo” di Roberto
Fico, candidato presidente della Regione Campania per il centrosinistra, su cui la destra ha scatenato un’aggressiva campagna per un presunto “ormeggio abusivo” presso l’area militare del porto di Nisida, nel Napoletano. Sulla vicenda è stata presentata anche un’interrogazione parlamentare ed è a questa che il ministro
risponde, affermando che non esiste alcun abuso
Nella sua relazione, Crosetto evidenzia come Fico abbia mantenuto l’ormeggio a Nisida anche dopo la fine del suo mandato da presidente della Camera, epoca in cui ne aveva fatto richiesta per ragioni di sicurezza. Poi, c’è quel dato sul “costo medio” annuo della concessione “in altre aree simili” in Italia: 550 euro.
“È stato appurato – scrive Crosetto nella sua risposta, ripercorrendo la vicenda – che l’ormeggio dell’imbarcazione dell’onorevole Roberto Fico“ a Nisida, “è avvenuto successivamente alla sua nomina a presidente della Camera dei deputati, in ragione di richiesta di parte del 2018, per poter disporre di un posto barca in un’area sorvegliata e controllata militarmente, per esigenze di sicurezza personale”. “Anche dopo la fine del mandato”, tuttavia, la concessione dell’ormeggio “è stata rinnovata annualmente, senza soluzione di continuità”.
Come è stato possibile? Fico è socio sostenitore della Asd, un’associazione sportiva dilettantistica (Sezione Velica Accademia Aeronautica) che opera sotto il controllo della stessa Aeronautica militare e ha in gestione i posti barca all’approdo di Nisida. Per l’assegnazione del posto barca, chiarisce l’informativa, è sufficiente essere soci ordinari dell’associazione e “lo statuto esclude ogni limite sia temporale che operativo al rapporto associativo e ai diritti che ne derivano, fatto salvo il permanere dell’autorizzazione del comando accademia a praticare attività sociale presso il Nasm di Nisida”.
La quota annua “regolarmente corrisposta” risulta essere – conclude Crosetto -in media, di circa 550 euro.
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
IL PRESIDENTE DEL SENATO, SECONDA CARICA DELLO STATO, PARTECIPA A COMIZI ED EVENTI POLITICI, ENTRA A GAMBA TESA SULLE INCHIESTE, CHIEDE LE DIMISSIONI DI AVVERSARI POLITICI… LE FRASI INDECENTI SULLE SS DI VIA RASELLA (“UNA BANDA MUSICALE DI SEMI PENSIONATI”), L’INVITO ALL’ASTENSIONE AI REFERENDUM, LE MEZZE PRECISAZIONI
Lo scontro istituzionale tra Quirinale e Fratelli d’Italia è chiuso a parole, ma apertissimo sia politicamente sia mediaticamente. Politicamente, per colpa del comunicato fatto filtrare da palazzo Chigi dopo il colloquio tra Giorgia Meloni e Sergio Mattarella: in quella sede la premier si era posta come sinceramente dispiaciuta dell’incidente, ma la velina uscita dai suoi uffici l’ha descritta ancora bellicosa nei confronti del consigliere del capo dello stato, Francesco Saverio Garofani.
Un voltafaccia […] che ha decisamente infastidito il Colle. Un fastidio […] fatto recapitare a chi di dovere per poi stimolare il comunicato successivo dei capigruppo di FdI, che hanno dichiarato «chiusa la questione» (aperta però sempre da loro con Galeazzo Bignami)
Basterà? Di certo l’irritazione rimane, anche perché al Colle nessuno dimentica l’illazione, bollata come «ridicola», di una presunta cospirazione quirinalizia contro il governo, per altro in nessun modo motivata dai virgolettati pubblicati.
Tanto più che il «provvidenziale scossone» contro il governo Meloni attribuito a Garofani non è mai stato pronunciato. Del resto è emerso che la conversazione carpita e riportata nel pezzo è avvenuta durante una cena a piazza Navona organizzata da Luca Di Bartolomei.
Erano presenti manager, esponenti dello sport, politici e giornalisti, tutti accomunati dalla fede romanista. Al tavolo con Garofani ci sarebbero state una ventina di persone e la “gola profonda”, secondo Dagospia e i ben informati, sarebbe già stata individuata
Il paradosso ulteriore, si ripete in ambienti d’opposizione, è che proprio Fratelli d’Italia oggi decida di ergersi a paladina dell’essere e apparire istituzionali in tutti i contesti, impartendo lezioni di contegno a un consigliere di Mattarella il cui nome è noto agli addetti ai lavori ma non certo di grande risonanza mediatica.
Proprio in casa meloniana, infatti, alberga la maggiore contraddizione e a incarnarla è Ignazio La Russa, seconda carica dello stato e supplente del presidente della Repubblica in caso di suo impedimento.
Proprio lui è stato da subito il grande teorizzatore che l’istituzione la si incarna nell’esercizio della funzione nell’aula di palazzo Madama ma, sceso dallo scranno foderato di rosso, La Russa ha sempre orgogliosamente rivendicato il suo diritto a essere di parte.
Una filosofia applicata sin da subito: già nel dicembre 2022, a due mesi dalla sua elezione, l’esponente di FdI ha pubblicamente celebrato il settantaseiesimo anniversario della nascita del Movimento sociale italiano, ribadendo la sua appartenenza alla tradizione post-fascista.
Pochi mesi dopo, si è lanciato in dichiarazioni revisioniste sulla strage nazi-fascista delle fosse Ardeatine, definendo le SS presenti in via Rasella come «non nazisti, ma una banda musicale di semi pensionati».
Addirittura, in occasione dei referendum sul lavoro e sulla cittadinanza promossi dai sindacati, ha pubblicamente pre
posizione dicendo che si sarebbe «impegnato per l’astensione» perché «dalla sinistra c’è una campagna d’odio» e «il campo largo è morto».
Di recente, infine, è entrato a gamba tesa nell’inchiesta sull’edilizia a Milano, che ha toccato anche la giunta di Giuseppe Sala. La Russa ha pubblicamente detto che «la giunta deve dimettersi» e così anche il sindaco Beppe Sala, «che non ha la maggioranza».
In seguito a ogni pubblica presa di posizione sono poi arrivate le sue precisazioni, mezzi passi indietro ma anche rivendicazioni del suo diritto ad avere una opinione politica […]. Tanto che La Russa ha continuato a partecipare a iniziative politiche.
L’obbligo di apparire sempre imparziale vale quindi per un consigliere del Quirinale, altrimenti FdI si sente legittimata a credere a retroscena su presunti golpe del Quirinale. Lo stesso obbligo, invece, non grava sul presidente La Russa, che fuori da palazzo Madama può orgogliosamente tornare a indossare la casacca di partito.
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
IL 76% DEGLI INTERVISTATI HA UNA VISIONE NEGATIVA DELLO STATO DELL’ECONOMIA STATUNITENSE E, RISPETTO ALLA PROPRIA SITUAZIONE FINANZIARIA, IL 60% DEGLI ELETTORI DICHIARA CHE È “È SCADENTE”
Un sondaggio di Fox News – la rete vicina ai repubblicani – dice che la maggioranza degli
americani disapprova la gestione dell’economia del presidente Donald Trump, che registra il tasso di approvazione più basso dal 2017 — era il suo primo mandato. I numeri: il 38% apprezza le politiche economiche di Trump, mentre il 61% no.
Nel complesso, il 76% degli intervistati ha una visione negativa dello stato dell’economia statunitense. Gli elettori attribuiscono la colpa più a Trump che all’ex presidente Biden. Trump continua a riscuotere un ampio consenso tra i repubblicani per il suo lavoro, ma dal 92% di marzo, il consenso oggi è all’86%.
Rispetto alla propria situazione finanziaria, il 60% degli elettori ha dichiarato che è «non così buona» o «è scadente», mentre per il 40% è «buona» o «eccellente». Il 60% degli ritiene che il costo della spesa sia «molto aumentato».
(da agenzie)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
LA STATISTA DELLA SGARBATELLA SOGNA L’EGEMONIA ISTITUZIONALE: BOCCIATO IL PREMIERATO, VUOLE CAMBIARE CON LA FORZA IL SISTEMA MODIFICANDO LA LEGGE ELETTORALE E INSERENDO IL NOME DEL PRESIDENTE DEL CONSIGLIO SULLA SCHEDA (COSI’ DA BYPASSARE DI FATTO I POTERI DI NOMINA DEL PREMIER CHE SPETTANO AL COLLE) … MA NON TUTTO FILA LISCIO: LEGA E FORZA ITALIA SI OPPONGONO E SE FDI NON AVESSE RINCULATO DAL QUIRINALE SAREBBE PARTITO UN SILURO A TESTATA MULTIPLA
Questa volta, Giorgia Meloni ha fatto male i conti. Il “piano del Quirinale per fermarla”, che secondo Belpietro e “la Verità” sarebbe stato ordito dal consigliere quirinalizio Garofani, e squadernato in una cena conviviale di tifosi romanisti, non esiste.
Il vero obiettivo dello “scoop” del quotidiano di Belpietro era Sergio Mattarella in quanto massima rappresentanza dell’odiato Deep State (Corte dei Conti, Magistratura, Consulta, Ragioneria, funzionari e capi di gabinetto, ecc.) che vigila sul corretto funzionamento delle istituzioni secondo la Costituzione.
Dopo la fine del ventennio di dittatura fascista, è prevalso il paradigma liberal democratico basato sul mandato popolare indiretto, il primato della Carta costituzionale, la divisione dei poteri, i partiti come filtro e canale tra masse e Stato.
Tale ruolo di bilanciamento dei poteri, ovvero i meccanismi di checks and balances immaginati dai padri costituenti e messi in atto dal Deep State, ‘sto “cane da guardia” del potere esecutivo, a Giorgia Meloni sta massimamente sul cazzo.
In questi tre anni e mezzo, i rapporti del governo Meloni con il potere burocratico, che può mettere in discussione o in crisi Palazzo Chigi, sono sempre stati di aperto attrito e conflitto.
Un confronto a distanza reso più aspro da un’asimmetria di competenze. I politici di Fratelli d’Italia, saliti per la prima volta al potere dopo decenni di marginalità politica, sono dilettanti allo sbaraglio nella gestione della “cosa pubblica”. Non conoscono o ignorano le “buone pratiche” del potere e la sua grammatica. Non si procede a spallate: ci si confronta. Non si impone la
propria linea pretendendo che tutti obbediscano: occorrono mediazione, concertazione, dialogo. Rispetto agli apparati che sono lì da sempre, i Fratelli d’Italia sono dilettanti allo sbaraglio.
Così, dietro il fumo dell’egemonia culturale agitato dalla destra al governo, divampa l’incendio della egemonia istituzionale (per quella economica il successo è stato raggiunto affidandosi a Francesco Gaetano Caltagirone che, attraverso la quota di Mps in mano al Mef, ha espugnato il “forziere d’Italia” Mediobanca-Generali.
Ma politicamente, chi governa davvero il paese? La “Statista della Sgarbatella” non ha mai avuto dubbi: lei per mandato del popolo sovrano.
Non è ancora un mandato diretto, come tanto sognava: sulla riforma costituzionale, il cosiddetto “premierato”, è stata costretta a rinculare, sparando strali e piagnistei all’insegna del vittimismo “chiagni e fotti: il Deep State è contro di noi.
In attesa del referendum sulla riforma della giustizia (il vero punto non è la separazione delle carriere ma lo sdoppiamento del Csm), in vista delle politiche del 2027, la Ducetta sogna una nuova legge elettorale, da approvare entro la prima metà del 2026.
I geni di via della Scrofa hanno capito che, con la legge attuale, il centrodestra rischia di perdere le elezioni, o quanto meno di vincerle stentatamente (con una strategia elettorale unitaria il centrosinistra avrebbe gioco facile a prevalere nei collegi uninominali)
Urge quindi procedere al varo di un nuovo sistema che permetterebbe alla Meloni di diventare presidente del Consiglio sull’onda del consenso popolare attraverso l’indicazione del candidato premier direttamente sulla scheda elettorale.
Una forzatura del “sistema”. La Lady Macbeth del Colle Oppio va a sbattere contro quanto stabilito dall’articolo 92 della Costituzione: il Presidente del Consiglio, come i ministri, è nominato dal Presidente della Repubblica, che solitamente conferisce l’incarico al leader della coalizione che ha vinto le elezioni e ha una maggioranza in Parlamento.
Dunque la nomina del premier dipende formalmente dal Quirinale: l’indicazione del candidato premier sulla scheda è un modo per indebolire le prerogative del Capo dello Stato, previste dalla Costituzione.
L’indicazione del premier sulla scheda fa irritare gli alleati di governo Salvini e Tajani che verrebbero cannibalizzati da Fratelli d’Italia (più della Lega è avversa Forza Italia, che vedrebbe cassato il santo nome di Silvio Berlusconi dal simbolo).
Senza l’ok di Lega e Forza Italia, pero’, Giorgia Meloni non puo’ portare a casa il “premierato di fatto”. E va ricordato che il voto sulla riforma elettorale è segreto…
Al “No!” degli alleati, si aggiunge anche il ripensamento del segretario del Pd, Elly Schlein, che in un primo tempo si era mostrata favorevole.
A tali ostilità, la “Camaleonte di Colle Oppio” ha risposto spingendo a tavoletta il pedale del gas sulle tre Regioni che il 23 e 24 novembre andranno al voto: coltello tra i denti, calzato l’elmetto, non riuscendo a ficcarsi nella testolina bionda che annichilire ancor di più Salvini e Tajani si trasformerebbe in un boomerang, la premier vuole la supremazia totale all’interno della maggioranza, prendendo più voti della Lega in Veneto e di Forza Italia in Campania.
Davanti alle “resistenze” del Deep State, alla riottosità di Salvini e Tajani a farsi divorare e alle probabili batoste del centrodestra in Campania e Puglia, gli otoliti di Giorgia Meloni sono on fire.
Uno stato di nervosismo e di vittimismo paraculo che ha spinto Giorgia Meloni a cavalcare il “complotto del Colle”, confezionato dalle manine esperte di Maurizio Belpietro, rinfocolato dalle dichiarazioni stentoree del fedelissimo Galeazzo Bignami e evocato a gran voce da tutti i camerati in servizio permanente ed effettivo.
Una “scemeggiata” che ha trovato la sua ciliegina sulla torta nel disastroso “incontro di chiarimento” tra la premier e Mattarella.
Il “dispiacere” per la banale uscita di Garofani, espresso dalla Meloni durante il colloquio al Colle, zac!, è svanito una volta messi i piedini fuori dal Quirinale
Ed ecco farsi avanti la protervia della Ducetta che ha vergato un duro comunicato che ha riaperto la cicatrice del “caso-Garofani”, facendola sanguinare ancor più copiosamente.
La dichiarazione della sora Giorgia, che ha ribadito seccamente l’”inopportunità” delle parole del consigliere di Mattarella, si è
trasformata in uno sgarbo istituzionale: dopo un colloquio con il Capo dello Stato, semmai spetta al padrone di casa, Sergio Mattarella, il compito di emettere un comunicato, non all’ospite.
L’incazzatura al Colle ha raggiunto un tale livello di guardia che l’incauta Giorgia Meloni è stata costretta a imporre ai suoi due capigruppo parlamentari, Galeazzo Bignami e Lucio Malan, una dichiarazione riparatoria. I due hanno dettato alle agenzie una nota conciliante: “Il caso Garofani è chiuso”.
Diversamente sarebbe partito, come un siluro a testata multipla, un duro comunicato di risposta dal Quirinale e, a quel punto, il conflitto di poteri con Palazzo Chigi sarebbe deflagrato a un punto di non ritorno…
(da Dagoreport)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
INTERVISTA A STEFANO BONAZZI, SEGRETARIO DELLA FIOM DI GENOVA
La crisi dell’ex Ilva – oggi Acciaierie d’Italia – è entrata in una fase decisiva e rischia di
travolgere l’intera industria siderurgica nazionale, con buona pace dei proclami del governo Meloni sul “sovranismo” e il Made in Italy.
A Genova, dove nello stabilimento di Cornigliano lavorano 1.200 persone, i lavoratori sono in mobilitazione da ieri contro il nuovo piano dell’esecutivo, che prevede di fermare l’arrivo dei rotoli d’acciaio prodotti a Taranto e destinati alla trasformazione nel nord.
Una scelta che metterebbe in ginocchio non solo il capoluogo ligure, ma anche i siti di Novi Ligure e Racconigi, bloccando di fatto l’unica produzione nazionale di banda stagnata – la latta –materiale strategico per la filiera alimentare e dell’imballaggio. In poche parole: se il piano del governo dovesse vedere la luce, migliaia di lavoratori e lavoratrici verrebbero licenziati in tutti i siti del nord Italia.
Intanto a Taranto si sciopera contro la chiusura delle cocherie, considerata un passo verso la fermata degli altoforni. Sullo sfondo, migliaia di posti di lavoro a rischio e un futuro industriale appeso alle trattative per la cessione del gruppo, tra cui quella con il fondo Bedrock.
Ne abbiamo parlato con Stefano Bonazzi, Segretario Generale Fiom Cgil di Genova, per capire che cosa sta davvero accadendo e quali scenari si aprono ora.
Segretario Bonazzi, molte persone associano l’Ilva quasi esclusivamente a Taranto. Partiamo dalle basi: che cos’è l’ex Ilva di Genova e quale ruolo ha nella siderurgia italiana?
L’ex Ilva di Genova è uno dei grandi impianti siderurgici storici del Paese. In città oggi lavorano circa mille persone, che diventano 1.200 se includiamo anche il personale dell’amministrazione straordinaria. La produzione genovese è completamente a freddo: significa che qui non si fonde il minerale, ma si lavorano i coils, cioè i rotoli di acciaio che arrivano dall’altoforno di Taranto. La filiera del nord comprende Genova, Novi Ligure e Racconigi: tutto l’acciaio prodotto a caldo a Taranto viene trasformato in questi tre siti, e qui viene lavorato.
Che cosa si produce esattamente nello stabilimento di Genova
Due tipi di prodotti: la banda zincata e la banda stagnata, che tutti conoscono come latta. Genova è l’unico impianto in Italia che produce latta. È un materiale centrale per l’industria alimentare e per l’imballaggio: le lattine, i barattoli del pomodoro, le scatolette che usiamo ogni giorno, ma anche il contenitore per le vernici. Dal punto di vista tecnico è un acciaio laminato e poi stagnato, indispensabile per un mercato nazionale molto importante.
E perché la produzione di latta è così strategica?
Perché l’Italia è il primo consumatore europeo di latta, soprattutto grazie all’industria delle conserve. Ogni anno importiamo centinaia di migliaia di tonnellate di banda stagnata proprio perché non ne produciamo abbastanza. Se chiude l’ex Ilva di Genova, chiude l’unico impianto nazionale in grado di realizzarla.
È paradossale, specie per un governo che parla di sovranità industriale, immaginare che l’Italia debba dipendere totalmente dall’estero per un materiale d’uso quotidiano e con un mercato interno così forte.
Eppure è quello che sta avvenendo…
Prima di tornare a Genova, ci aiuti a capire cosa sta accadendo a Taranto in queste ore. Anche lì si sta scioperando: ma perché?
L’ex Ilva è in amministrazione straordinaria da quando ArcelorMittal ha abbandonato la gestione. L’impianto di Taranto è l’unico che esegue il ciclo a caldo: gli altoforni trasformano il minerale in acciaio. Questo acciaio, a regime, dovrebbe poi
essere inviato a Genova, Novi e Racconigi per la trasformazione. L’azienda ha una capacità teorica di circa otto milioni di tonnellate l’anno. Oggi però funziona un solo altoforno, e la produzione reale è scesa a un milione di tonnellate: un livello minimo, totalmente insufficiente a sostenere la filiera.
E scusi, cosa c’entra il governo con quello che accade negli stabilimenti ex Ilva?
Il governo aveva presentato settimane fa un piano industriale che, almeno nelle dichiarazioni iniziali, puntava a ricostruire una produzione da otto milioni di tonnellate all’anno, con un processo di decarbonizzazione: tre forni elettrici a Taranto e un forno elettrico a Genova. Quel piano è già stato accantonato. Oggi viene proposto un piano “temporaneo” basato sul cosiddetto ciclo corto.
Cosa significa?
Taranto produrrebbe coils e li venderebbe direttamente sul mercato, senza inviarli più agli stabilimenti del nord.
E quali sarebbero le conseguenze di questa scelta?
Conseguenze pesantissime. Se i coils non arrivano più a Genova, Novi e Racconigi, gli impianti del nord si fermano immediatamente. Nella riunione di martedì sera il governo lo ha detto in modo ufficiale. Ecco perché abbiamo proclamato lo sciopero. Nel frattempo anche Taranto sta protestando, perché lo stesso piano prevede la chiusura delle cocherie: sono impianti fondamentali, producono il coke necessario per far funzionare gli altoforni. Se chiudi le cocherie, chiudi l’acciaieria. La verità è
che l’intero piano è, come hanno dichiarato le segreterie nazionali dei sindacati, un piano di morte industriale.
Quindi i mercati non mancano. L’Italia ha ancora bisogno di acciaio?
Il mercato c’è, eccome. Lo vediamo a Genova: i nostri prodotti sono richiesti, la latta in particolare. L’Italia, come dicevo, è il primo mercato europeo di banda stagnata. Se la produzione nazionale viene meno, il Paese dovrà importare tutto. È difficile capire perché si voglia rinunciare a un presidio industriale strategico proprio mentre si invoca la produzione nazionale. C’è anche un ministro del Made in Italy…
Se il governo deciderà davvero di fermare gli impianti del nord, che cosa accadrà a Genova?
Nell’immediato, un massiccio aumento della cassa integrazione. Ma sarebbe solo l’inizio. La fermata degli impianti non ha mai un carattere neutro: è una scelta industriale che porta, nel medio periodo, alla chiusura definitiva. Il rischio reale è la perdita di migliaia di posti di lavoro, non solo a Genova, ma anche a Novi Ligure e a Racconigi. Parliamo di una ricaduta che coinvolge l’intera filiera. Voglio essere chiaro: se il Governo ferma gli impianti fa una precisa scelta industriale che di fatto porta alla chiusura definitiva di quelle fabbriche.
In questa partita si inserisce anche Bedrock, uno dei fondi interessati all’acquisto di Ilva. Che cosa sta succedendo?
La procedura aperta dal governo ha messo in campo alcuni soggetti internazionali: Bedrock è uno di questi. Ha lasciato
filtrare un’idea di ristrutturazione molto profonda del gruppo, con esuberi significativi. Ma non è affatto detto che sarà l’acquirente finale. Il governo sostiene che ci siano altri due potenziali soggetti, di cui però non sono stati comunicati i nomi.
Il sindacato chiede una presenza pubblica stabile. Perché?
Perché parliamo di un asset strategico nazionale: l’acciaio serve a tutta l’industria italiana. Noi chiediamo una partecipazione pubblica nella nuova società, non necessariamente una nazionalizzazione totale. Sarebbe una scelta in linea con il sistema industriale italiano: solo a Genova ci sono Leonardo, Ansaldo, Fincantieri, tutte realtà dove lo Stato è presente in modo importante. Non è un tabù, insomma, è la normalità. E soprattutto garantirebbe stabilità, investimenti e una visione di medio-lungo periodo che un fondo privato, da solo, non garantisce.
Anche perché questi gruppi utilizzano moltissimo acciaio. Penso, ad esempio, a Fincantieri.
Fincantieri è uno dei principali consumatori nazionali di acciaio. Avere una produzione interna, controllata e programmabile, è un vantaggio industriale enorme. Ma per farlo è necessario produrre acciaio, non chiudere gli impianti, come prospetta il Governo.
Che cosa accadrà ora? Quali scenari si aprono se il governo non riapre una trattativa?
La mobilitazione è aperta e non si fermerà. Per Genova abbiamo chiesto un incontro dedicato, e lo consideriamo indispensabile. Se il governo non avvia un confronto reale, la protesta
proseguirà senza limiti. I lavoratori difendono il loro futuro, ma anche quello di un settore decisivo per il Paese. Non accetteremo un piano che porta alla chiusura degli stabilimenti del nord e al ridimensionamento di Taranto. Siamo di fronte a un bivio: rilanciare davvero la produzione o consentire lo smantellamento dell’industria siderurgica italiana. E noi non permetteremo che si imbocchi la seconda strada.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »
Novembre 21st, 2025 Riccardo Fucile
E’ LA FILOSOFIA DEI COMPLICI O DEI VIGLIACCHI, ENTRAMBE BEN SI ADDICONO AI PATRIDIOTI
Il mondo in cui vivono uomini come Donald Trump e Vladimir Putin è fatto così, è un mondo dove non esistono regole. O meglio, esistono, ma semplicemente possono essere ignorate. Perché in fondo fare la voce grossa e mostrare i muscoli ripaga. E questa logica, quella dei bulli di quartiere, è anche la logica alla base delle trattative diplomatiche sui piani di pace: si può strapazzare il territorio ucraino, fregandosene beatamente del diritto internazionale, e prendersi qualche pezzetto, imponendo al tempo stesso a uno Stato sovrano di dimezzare il proprio esercito. Si possono mettere queste come condizioni per bloccare
i bombardamenti, stoppare le uccisioni di civili.
È assurdo, quando si mette in fila quello che sta succedendo, pensare che accada nell’Europa del 2025. Pensare che i primi artefici siano gli Stati Uniti, il Paese che abbiamo studiato nei libri di storia come la più grande democrazia del mondo. Eppure, è esattamente quello che starebbe accadendo.
Per ora sono rivelazioni del sito Axios, che le parti interessate non hanno ancora commentato. Ma visto quello che è accaduto negli ultimi mesi – sia durante le trattative sulla guerra in Ucraina, che nel piano di pace per Gaza – è uno scenario decisamente verosimile. Parliamo di un piano di pace in 28 punti, negoziato direttamente tra Stati Uniti e Russia. Un negoziato sulla pace in Ucraina che non coinvolge l’Ucraina, insomma. Però la riguarda, la riguarda eccome, visto che prevede anche la cessione di alcuni territori.
Steve Witkoff, l’inviato speciale dell’amministrazione Trump, avrebbe negoziato questo piano con l’inviato russo Kirill Dmitriev in gran segreto, incontrandolo a Miami tra il 24 e il 26 ottobre. E Dmitriev avrebbe detto in toni ottimisti che “parrebbe che la posizione russa sia stata ascoltata”. Che non è esattamente una buona notizia per il resto del mondo.
Cosa prevede il piano di pace in 28 punti
Axios cita una fonte dell’amministrazione USA informata del piano, che spiega come tra questi 28 punti ci sarebbe di fatto la cessione di territori ucraini alla Russia. In particolare il Donbass, le regioni di Donetsk e Lugansk. Queste province passerebbero
di fatto sotto il controllo di Mosca, ma dovrebbero diventare un’area smilitarizzata, in cui alla Russia non verrebbe concesso schierare le truppe.
Che però sarebbe una ben magra consolazione, visto che comunque si sta chiedendo a uno Stato sovrano aggredito di cedere parte del proprio territorio proprio a chi lo ha attaccato. Che tra l’altro, non si accontenterebbe del Donbass, ma vorrebbe anche il riconoscimento legale della Crimea come territorio russo. E non è tutto, perché all’Ucraina verrebbe anche richiesto di dimezzare il suo esercito e di rinunciare a specifici armamenti, in particolare a quelli a lungo raggio, capaci quindi di colpire oltre le linee russe.
In cambio di tutto questo, l’Ucraina riceverebbe delle generiche garanzie di sicurezza da parte degli Stati Uniti. Vista la quantità di volte in cui Trump ha cambiato idea e fatto dei clamorosi retromarcia per quel che riguarda la guerra in Ucraina, queste promesse – che siano dettagliate o meno – lasciano comunque il tempo che trovano.
La Casa Bianca spinge Kiev ad accettare
Nell’articolo di Axios viene citato un funzionario della Casa Bianca, secondo cui l’Ucraina non riuscirà a resistere ancora a lungo, quindi comunque finirà per perdere territorio. Allora, tanto vale accettare questo piano di “pace”. Secondo l’Institute for the Study of War al momento l’Ucraina controllo comunque ancora il 14% del Donbass, quindi non solo sarebbe costretta a cedere al Cremlino i territori che l’esercito russo ha occupato con la forza, ma dovrebbe anche rinunciare a delle zone dove Mosca non è ancora arrivata.
Nelle regioni di Kherson e di Zaporizhzhia, anche queste martoriate dall’attacco russo, verrebbe pressapoco congelata la linea del fronte. Anche se la Russia potrebbe, in futuro, dover restituire delle porzioni di territorio. Questi particolari, però, sarebbero ancora in fase di negoziato.
La reazione dell’Europa
In tutto questo oggi c’era anche il Consiglio europeo Affari esteri, cioè la riunione dei ministri degli Esteri dell’Ue, presieduta dall’Alta rappresentante Kaja Kallas. Che arrivando al vertice ha spiegato di non essere mai stata a conoscenza di questo piano e questi contatti segreti tra la Russia e gli Stati Uniti. E ha sottolineato che nessun piano di pace potrà funzionare se l’Ucraina e l’Europa non vengono coinvolte. Questo comunque, non sembra un piano di pace, ma più che altro un piano per la capitolazione dell’Ucraina. E in quanto tale, irricevibile per Kiev.
Durante la riunione oggi gli europei hanno sottolineato che ci si dovrebbe ricordare che in questa guerra c’è un aggredito e un aggressore, e che quest’ultimo dovrebbe intanto porre fine agli attacchi – che anche in queste ore stanno mietendo vittime civili – e poi sedersi al tavolo con Kiev e negoziare una pace giusta. Insomma, cedere alle richieste di Putin non è la soluzione. Anche perché – e di questo alcuni, come i tedeschi o i polacchi, ne sono più convinti degli altri – il presidente russo non si fermerà.
(da Fanpage)
argomento: Politica | Commenta »