Destra di Popolo.net

UE RISPONDE A DOMANDA SU GAZA CHE HA FATTO PERDERE IL LAVORO AL GIORNALISTA NUNZIATI: “ISRAELE PAGHI I DANNI”

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

KAJA KALLAS: “IN BASE AL DIRITTO INTERNAZIONALE CHI CAUSA UN DANNO E’ TENUTO A RIPARARLO”

Per settimane è rimasta sospesa nell’aria, rimbalzando nella sala stampa della Commissione europea come un interrogativo scomodo: Israele dovrà contribuire alla ricostruzione di Gaza? Una domanda semplice, estremamente diretta, che aveva però avuto conseguenze pesanti. A porla per primo era stato Gabriele Nunziati, giovane giornalista dell’Agenzia Nova, durante il briefing di mezzogiorno al Berlaymont. Una domanda che la portavoce della Commissione aveva liquidato con un rinvio (“interessante, ma non commento”) e che, pochi giorni dopo, era costata al reporter il posto di lavoro, come abbiamo raccontato su Fanpage.it. Da allora, molti colleghi a Bruxelles hanno scelto di riproporre quel quesito in segno di solidarietà, trasformando un episodio di censura aziendale in un caso politico e professionale; ogni giorno, la stessa domanda; ogni giorno, nessuna risposta. Finché qualcuno non è stato obbligato a rispondere.
Tridico (M5s): “Esiste piano affinché Israele paghi per la distruzione a Gaza?”
È accaduto durante un’audizione nella Commissione per il controllo dei Bilanci del Parlamento europeo: a chiedere conto delle responsabilità nella ricostruzione è stato questa volta
l’eurodeputato del Movimento 5 Stelle Pasquale Tridico, che ha incalzato l’Alta rappresentante Ue per la Politica Estera, Kaja Kallas, con un parallelo già evocato a Bruxelles: “Abbiamo stabilito che la Russia debba ripagare i danni causati dalla sua aggressione all’Ucraina. Allora le chiedo se esista un piano affinché Israele paghi per la distruzione a Gaza”. La risposta, finalmente, è arrivata, con un peso politico particolare, proprio perché proveniva dal massimo livello della diplomazia europea: “Non abbiamo accesso a Gaza, quindi non possiamo ancora stimare i danni — ha precisato Kallas — ma il principio fondamentale del diritto è che chi causa un danno deve ripagarlo”. Parole nette, dopo settimane di silenzi.
Per Tridico si tratta di una risposta “significativa”, che “restituisce giustizia anche al giornalista Gabriele Nunziati: la stessa domanda che a lui era costata il licenziamento”. L’eurodeputato ha poi sottolineato come la mancanza di accesso del personale Ue alla Striscia impedisca qualsiasi valutazione precisa ma non cancelli il principio giuridico evocato da Kallas.
Ora resta da capire se l’Unione europea sarà davvero coerente con queste dichiarazioni, perché, come ricorda l’eurodeputato, “finora è stato fatto troppo poco per rendere giustizia alle oltre 70mila vittime”. E perché quella domanda — oggi finalmente evocata e riconosciuta — rimane al centro di un dibattito che intreccia diritto internazionale, responsabilità politica e libertà di stampa.
Cosa è successo al giornalista Gabriele Nunziati
Tutto era iniziato il 13 ottobre, durante uno dei briefing quotidiani tra stampa e istituzioni europee. In platea sedeva Gabriele Nunziati, collaboratore dell’Agenzia Nova. Quando
aveva preso il microfono, aveva rivolto una domanda diretta alla portavoce della Commissione, Paula Pinho: se l’Unione Europea riteneva che la Russia dovesse pagare la ricostruzione dell’Ucraina, lo stesso principio non sarebbe dovuto valere anche per Israele, dopo la devastazione quasi totale della Striscia di Gaza? Nel video di quello scambio si vedeva chiaramente l’imbarazzo della portavoce, che definiva il tema “interessante” ma evitava di rispondere; un silenzio tanto più evidente perché, in quelle stesse ore, si discuteva proprio dei primi accordi per la ricostruzione e del ruolo di Israele.
Da quel momento, tuttavia, la vicenda aveva preso una piega inattesa. L’agenzia per cui lavorava Nunziati lo aveva contattato più volte, lasciando intendere che quella domanda non era stata gradita. Nel frattempo il video circolava sui social, alimentando critiche al presunto doppio standard europeo: duro con Mosca, prudente — se non reticente — quando si trattava dei crimini di Israele a Gaza. Due settimane più tardi, il collaboratore viene licenziato con una lettera formale.
Nella versione dell’Agenzia Nova, la domanda era “tecnicamente sbagliata”: la Russia aveva invaso uno Stato sovrano, sostenevano, mentre Israele avrebbe agito in risposta a un’aggressione armata. L’agenzia contestava anche che il video della conferenza fosse stato rilanciato da “canali Telegram nazionalisti russi” e da media vicini a movimenti islamisti, creando imbarazzo e incrinando il rapporto di fiducia.
Nunziati, dal canto suo, aveva sempre rivendicato che la sua domanda si basava sui fatti. E i fatti, certificati dalle Nazioni Unite, indicano che circa l’80% degli edifici della Striscia risultava distrutto dai bombardamenti israeliani. La questione,
insomma, appare quindi inevitabile: chi ricostruirà Gaza? E soprattutto: quali responsabilità vengono riconosciute per le devastazioni e per il massacro di civili palestinesi? Interrogativi ancora più urgenti se si considerava che il premier israeliano Benjamin Netanyahu è ricercato dalla Corte Penale Internazionale per crimini di guerra e crimini contro l’umanità.

(da Fanpage)

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BIGNAMI RILANCIA ACCUSE CONTRO IL QUIRINALE (LA FONTE E’ BELPIETRO, IL CHE E’ TUTTO DIRE): “C’E’ UN PIANO PER FAR CADERE MELONI”. LA REPLICA INDIGNATA: “E’ RIDICOLO”

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

GLI ESPERTI IN ATTENTATI SENZA ATTENTATORE E IN COMPLOTTI INVENTATI ORA ATTACCANO MATTARELLA, LE OPPOSIZIONI ATTACCANO IL CAPOGRUPPO ALLA CAMERA DI FDI CHE HA ABBOCCATO ALL’AMO

Un clima di “sorpresa e incredulità” si sarebbe diffuso al Quirinale a seguito delle recenti affermazioni di Galeazzo Bignami, capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera. In una nota ufficiale, il Colle ha voluto esprimere il proprio stupore per le dichiarazioni del politico riguardo a presunti complotti mirati a minare la fiducia nella Presidenza della Repubblica: “Al Quirinale si registra stupore per la dichiarazione del capogruppo alla Camera del partito di maggioranza relativa, il quale sembra dar credito a un ennesimo attacco alla Presidenza della Repubblica che sfocia nel ridicolo”, si legge nella nota.
Cosa è successo
Bignami, in un intervento che ha sollevato non poche polemiche, ha chiesto infatti pubblicamente alla presidenza della Repubblica di smentire un articolo de La Verità, che sostiene che alcuni consiglieri del presidente sarebbero in cerca di opportunità per ostacolare la premier Giorgia Meloni: “Secondo quanto riportato, ci sarebbero addirittura valutazioni sulla possibilità di alleanze alternative contro il nostro governo”, ha dichiarato Bignami.
Il cuore delle accuse riguarda un consigliere del Quirinale, Francesco Saverio Garofani, menzionato nell’articolo come parte di un presunto piano per “destabilizzare Meloni e impedirle di portare a termine il suo mandato”: Garofani, come riportato nell’articolo, avrebbe affermato che “un anno e mezzo non basta
per trovare qualcuno che metta insieme il centrodestra” e che sarebbe necessario “uno scossone provvidenziale”.
L’articolo, firmato dal direttore Maurizio Belpietro, parla di un’idea di “grande lista civica nazionale”, un tentativo di riprodurre successi passati di coalizione fra le forze politiche. Proprio su questo, Bignami ha sottolineato “l’importanza di una pronta smentita da parte del Quirinale”, evidenziando come tali insinuazioni possano minare la credibilità del ruolo istituzionale: “Confidiamo che queste ricostruzioni siano smentite senza indugio in ossequio al rispetto che si deve per l’importante ruolo ricoperto dovendone diversamente dedurne la fondatezza”, ha avvertito il capogruppo.
Pd: “Inaccettabili le parole di Bignami, Meloni prenda le distanze”
Chiara Braga e Francesco Boccia, capigruppo del Partito Democratico alla Camera dei Deputati e al Senato, insieme a Nicola Zingaretti, capodelegazione del Pd al Parlamento Europeo, hanno espresso forti critiche nei confronti delle recenti dichiarazioni di Bignami e della risposta di Belpietro al Quirinale. In una nota, hanno definito “inaccettabili le parole del capogruppo Bignami e intollerabile la replica di Belpietro”. Hanno poi aggiunto che “una bufala ripetuta più volte non diventa una notizia” e hanno affermato che cercare di giustificare queste affermazioni dietro la libertà di stampa è un “stratagemma” che non scusa il direttore dal responsabile di aver esposto una narrazione “ridicola e fantasiosa”.
Infine, hanno chiesto alla premier Meloni di prendere una posizione chiara, sottolineando che, essendo direttamente coinvolta in questa vicenda e poiché si attacca “la più alta e più
cara istituzione del paese”, è necessario che prenda le distanze da queste “affermazioni false” che potrebbero innescare un conflitto senza precedenti tra i vertici dello Stato.
Avs: “Attacco Bignami al Quirinale inquietante, FdI porga le scuse”
“Galeazzo Bignami parla solo quando la presidente Meloni decide e approva. Per questo il suo attacco al Quirinale è ancora più inquietante: mira a delegittimare la figura del presidente Mattarella, una figura di garanzia e di equilibrio istituzionale apprezzata da tutti gli italiani”, ha dichiarato il deputato di Alleanza verdi e sinistra e co-portavoce di Europa verde, Angelo Bonelli, in una nota: “Siamo di fronte all’ennesimo episodio complottista che tenta di gettare ombre sul Colle per fini politici. È un comportamento gravissimo da parte del capogruppo della maggioranza, che dovrebbe essere il primo a difendere il rispetto delle istituzioni repubblicane”, ha aggiunto il parlamentare.
Bonelli ha poi concluso: “Rivolgo la mia piena solidarietà al presidente Mattarella, la cui autorevolezza e ruolo è riconosciuta da tutta la popolazione italiana. Alla luce di quanto accaduto, Fratelli d’Italia deve porgere le sue scuse al Quirinale, perché non è tollerabile che la più alta carica dello Stato venga trascinata dentro la propaganda di partito. Queste accuse infondate avvelenano il clima democratico e vanno respinte con fermezza”.
(da Fanpage)

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“COSÌ MOSCA VUOLE DESTABILIZZARCI”: IL MINISTRO DELLA DIFESA CROSETTO SQUADERNA UN DOSSIER CON TUTTI I RISCHI LEGATI ALLA GUERRA IBRIDA DELLA RUSSIA E A POSSIBILI ATTACCHI SU TRE FRONTI: TRASPORTI, RETI ENERGETICHE E SISTEMA POLITICO, ATTRAVERSO “CAMPAGNE DI DISINFORMAZIONE PORTATE AVANTI CON FAKE NEWS”

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

CROSETTO DOVREBBE PREOCCUPARSI IN PRIMIS DELLE QUINTE COLONNE DI MOSCA NEL SUO GOVERNO

Il dossier circola veloce attorno al tavolo del Quirinale. E fa impressione. Parla soprattutto della Russia, di quanto rappresenti un «rischio» per l’Europa. Di come la sua «leadership sia disposta a utilizzare tutti gli strumenti, da quelli informatici alla pressione economica, pur di indebolire la resilienza occidentale».
E di come progetti di colpire anche l’Italia. Per fiaccarla. Per «destabilizzarla» – al pari degli altri partner – «al suo interno». È il cuore della minaccia ibrida descritta nel documento del ministero della Difesa, di cui Repubblica può anticipare alcuni stralci grazie a fonti meloniane.
È una fotografia da brividi, anche se nessuno dei presenti è stupito dalla descrizione del problema. Non Sergio Mattarella, né Giorgia Meloni, Antonio Tajani o Alfredo Mantovano. Perché nelle poco più di cento pagine volute da Guido Crosetto e anticipate doverosamente al Capo dello Stato, prima di essere trasmesse oggi alle Camere e ai gruppi parlamentari, la Difesa indica un’offensiva che da diversi mesi è in cima alle preoccupazioni degli apparati di sicurezza del Paese.
L’offensiva portata avanti da Mosca, c’è scritto nel testo, è allarmante perché frutto di un «approccio sistemico spregiudicato». Mosca progetta di colpire senza tregua l’Italia, l’Unione europea e l’Occidente con una guerra cyber e asimmetrica decisa da Vladimir Putin. C’è un anno segnalato nel dossier come punto di svolta: è il 2024. In quei dodici mesi è stato «registrato un rafforzamento di attività ibride» su diversi terreni: quello «informatico», «diplomatico», «cybernetico»,
«economico», «militare».
È un’escalation allarmante che ha registrato una «frequenza quotidiana» di queste incursioni (secondo alcune stime non contenute nel documento, l’Italia sarebbe il bersaglio del 10% del totale degli attacchi). L’elenco degli atti offensivi più «ricorrenti» include «sabotaggi», «roghi dolosi» nei pressi di centri strategici e «campagne di disinformazione». Tutto pur di «minare» e «influenzare il dibattito democratico occidentale».
Un ampio capitolo è dedicato all’Italia, «esposta a diversi profili di rischio». Sono tre i fronti finiti da tempo nel mirino dell’offensiva russa: «Energia, infrastrutture critiche ed ecosistema politico e sociale». Colpire l’ecosistema politico e sociale significa utilizzare «campagne di disinformazione» portate avanti con «fake news» capaci di influenzare l’opinione pubblica.
Tra gli esempi citati, quello delle elezioni presidenziali in Romania.
Per quanto riguarda il capitolo del gas, la situazione è sufficientemente nota: Roma ha sostituito il petrolio russo con altre fonti di approvvigionamento, ma è comunque un terreno su cui si tocca con mano una vulnerabilità.
Ancora più allarmante è l’elenco delle infrastrutture critiche considerate a rischio: «Porti, aeroporti, reti e sistemi di comunicazione».
Gli scali aeroportuali, per adesso soprattutto quelli del Nord Europa, sono già da qualche tempo nel mirino di questa offensiva a colpi di droni. Una strategia che causa ritardi e preoccupazioni negli utenti, tanto da aver spinto Roma e gli altri partner a ipotizzare anche la creazione di un “muro difensivo”
Come? Non è indicato nel testo, ma da qualche tempo si ragiona della possibilità di costruire una flotta italiana di droni militari.
Il dossier della Difesa prova anche a fornire possibili soluzioni per reagire. L’idea è mettere in piedi una sorta di arma cyber, con un centro per il contrasto alla guerra ibrida. Mobilitando un esercito di hacker. Per Crosetto, dovrebbero essere inquadrati sotto il suo ministero.
Non è detto che Palazzo Chigi non pretenda invece di mettere la struttura sotto il suo diretto controllo.
(da agenzie)

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“LA PAROLA GENOCIDIO? DOPO AVERLA USATA SONO STATO BOICOTTATO”: LO SCRITTORE ISRAELIANO DAVID GROSSMAN TORNA A PARLARE DEL DIFFICILE RAPPORTO CON IL SUO PAESE

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

“C’È STATA UNA REAZIONE MOLTO BURRASCOSA E OSTILE. SI È DETTO DI SMETTERE DI COMPRARE I MIEI LIBRI, QUALCUNO LI HA BUTTATI PER LA STRADA, ALTRI HANNO MINACCIATO DI BRUCIARLI. NON HO POTUTO NON USARE QUELLE PAROLE ALLA LUCE DEI 66MILA PALESTINESI UCCISI. ERRORI E CRIMINI VANNO RICONOSCIUTI OGNI GIORNO, MA VOGLIO CONTINUARE A VIVERE IN ISRAELE PER CAMBIARE QUESTA SOCIETÀ DA DENTRO”

Ostinatamente innamorato di Israele, nella sua bellezza e nella sua bruttezza: «L’unico luogo dove voglio continuare a vivere, per cambiare questa società dal di dentro, perché diventi davvero un giorno la casa che noi ebrei cercavamo». Lo scrittore israeliano David Grossman, ospite del festival Radici al Circolo dei lettori di Torino, torna a parlare del rapporto con la sua terra.
E racconta quel che è accaduto dopo che — dice — «ho smesso di scegliere le parole con delicatezza, e ho pronunciato la parola genocidio». «C’è stata una reazione molto burrascosa e ostile [Non c’è stato alcun dialogo Si è detto di smettere di comprare i miei libri, qualcuno li ha buttati per la strada, altri hanno minacciato di bruciarli.
È stato molto doloroso ma non ho potuto non usare quelle parole alla luce dei sessantamila palestinesi uccisi, di cui diciannovemila bambini»
E ciononostante Grossman non vorrebbe andarsene da Israele, perché, dice «molto più importante che stare in un luogo accogliente, è stare in un luogo dove si può fare la differenza». Lo scrittore, che nel 2006 ha perso un figlio nella guerra del Libano, ne parla con la voce rotta dalla commozione.
Non dimentica le atrocità compiute anche dal terrorismo palestinese. «Voglio continuare a lottare per evitare che noi ebrei rimaniamo per sempre le vittime — dice —: dopo 76 anni di sovranità e di indipendenza non abbiamo ancora trovato la casa che sognavamo. Questa, per ora, è solo una fortezza».
(da agenzie)

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CHI DI “AMERICA FIRST” FERISCE, DI “AMERICA FIRST” PERISCE. I FEDELISSIMI TRUMPIANI “MAGA” SONO INCAZZATISSIMI CONTRO TRUMP PER I SUOI TROPPI VIAGGI ALL’ESTERO: “HA DEDICATO UN’ENORME QUANTITÀ DI ENERGIA PER RISOLVERE I PROBLEMI DEL MONDO, ORA DEVE RIPORTARE L’ATTENZIONE A CASA”

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

È ALLARME IN VISTA DELLE ELEZIONI MIDTERM DEL PROSSIMO ANNO: SOLO IL 37% DEGLI AMERICANI GLI DÀ IL “POLLICE IN SU”

Donald Trump ha messo piede in 13 Paesi nei primi dieci mesi del suo secondo mandato, un vorticoso tour mondiale che supera di gran lunga il ritmo della sua prima presidenza e rivaleggia con l’intensa agenda internazionale di Joe Biden.
Trump ha già attraversato il globo con tappe in Canada, Egitto, Israele, Italia, Corea del Sud, Giappone, Malesia, Paesi Bassi, Arabia Saudita e Regno Unito.
Ha inoltre ipotizzato futuri viaggi a Gaza e in Kazakistan, ha suggerito che l’Australia sia “seriamente in considerazione” e, dopo aver mediato un accordo di pace, spera di visitare Armenia e Azerbaigian e l’Africa “a un certo punto”.
Ma il ritmo frenetico sta inquietando una componente chiave: i fedelissimi MAGA, che preferirebbero il loro presidente con le “ruote a terra” sul suolo americano e non intento a collezionare timbri sul passaporto.
All’interno dell’Ala Ovest, gli assistenti stanno esprimendo preoccupazioni in modo sommesso. Un membro dello staff della Casa Bianca ha detto al Daily Mail che l’amministrazione ha dedicato “un’enorme quantità di energie per risolvere i problemi del mondo”, e chi circonda Trump lo sta esortando a “riportare ora l’attenzione a casa”.
I critici avvertono che ogni giorno trascorso all’estero rischia di erodere ulteriormente l’approvazione interna, in particolare su immigrazione, economia e sicurezza delle frontiere, dove i sostenitori si aspettano un comandante in capo presente e operativo.
I sondaggi mostrano che il tasso di approvazione di Trump è precipitato a uno dei punti più bassi, con solo il 37% degli americani che gli dà il “pollice in su”
Un sondaggio CNN/SSRS ha rilevato che il 68% degli elettori ritiene che le cose nel Paese stiano andando “abbastanza o molto male”, mentre solo il 32% dice che gli Stati Uniti stanno andando “molto o abbastanza bene”.
Con le elezioni di metà mandato a meno di un anno di distanza, i segnali rossi sono inequivocabili: il 41% degli americani afferma che un voto congressuale oggi servirebbe come protesta contro Trump
I commentatori conservatori Raheem Kassam e Mike Cernovich sostengono che il presidente debba concentrarsi sulle priorità “da tavola della cucina”.
E Trump sta subendo pressioni da una fonte inaspettata: l’ex alleata Marjorie Taylor Greene. Il suo “divorzio” pubblico da Trump è diventato simbolo di una frattura ideologica più ampia nel GOP: “MAGA” contro “America First”.
“L’accessibilità economica è un problema importante nel mio distretto e anche l’assicurazione sanitaria”, ha detto Greene la settimana scorsa. “Io sono America First… la gente vuole davvero che i propri problemi vengano risolti con le tasse che hanno sudato per guadagnarsi”.
Anche il vicepresidente ha segnalato “gentilmente” il suo disagio. Dopo le sconfitte repubblicane in New Jersey e Virginia, JD Vance ha sottolineato che l’accessibilità economica deve venire prima, una posizione che molti vedono come preparazione per il 2028 senza rompere apertamente con Trump.
“Vance sta già gettando le basi… dicendo al pubblico americano che dà priorità ai problemi che riguardano innanzitutto gli americani”, ha detto un insider della Casa Bianca al Daily Mail.
Paul Dans, ex capo dello staff dell’Ufficio per la Gestione del Personale e oggi candidato al Senato in South Carolina, è più diretto: in questo mandato c’è stato troppo “scorrazzare all’estero”.
“Il Paese è al punto di rottura con guerre infinite e spese infinite”, ha detto Dans. “Il messaggio proveniente dalla Casa Bianca… sta colpendo una nota davvero stonata a casa”.
I commentatori repubblicani concordano. Kassam ha sostenuto che la concentrazione di Trump sull’estero “ha rovinato quella che avrebbe potuto essere una notte elettoralmente favorevole” a New York, New Jersey e California.
Il portavoce della Casa Bianca Kush Desai ha detto al Daily Mail che il Presidente ha “ripulito l’inflazione e il disastro economico di Biden” e sta adempiendo a “un mandato inequivocabile per attuare la politica estera America First”, citando nuovi accordi commerciali, un impegno sulla spesa per la difesa della NATO e l’uccisione di narco-terroristi.
La Casa Bianca ha detto che i viaggi interni saranno intensificati in vista delle elezioni di metà mandato.
E c’è un contesto alle critiche: durante il primo mandato di Trump, fece solo quattro viaggi internazionali nel 2017 — un ritmo molto più lento — e in quattro anni visitò un totale di 25 Paesi.
Per confronto, Biden fece 21 viaggi internazionali in 28 Paesi durante la sua presidenza, frenato inizialmente dalla pandemia.
Il fatto che Trump abbia raggiunto 13 Paesi in meno di un anno
sottolinea quanto abbia accelerato il suo itinerario estero, e perché tra la sua base stiano suonando campanelli d’allarme.
“Molti dei vertici… sono sempre dall’altra parte del mondo”, ha detto Dans. “Perché non restate qui e realizzate parte dell’agenda americana? Ci sono solo tante ore in un giorno”.
(da dailymail)

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LA RUSSIA HA GIÀ APERTO UN ALTRO FRONTE: IN POLONIA, LA GUERRA IBRIDA È GIÀ COMINCIATA. GLI ATTI DI SABOTAGGIO ALLE FERROVIE POLACCHE CHE PORTANO AIUTI E PERSONE A KIEV SONO SOLO L’APICE DI UN’OFFENSIVA SU PIÙ LIVELLI

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

TRE ANNI E MEZZO DI DISINFORMAZIONE E PROPAGANDA FUNZIONANO: IL FRONTE PRO-UCRAINA DEL PAESE SI È ROTTO, E IL PARTITO DI ESTREMA DESTRA KONFEDERACJA ACCUSA APERTAMENTE GLI UCRAINI

Fermare i treni polacchi, soprattutto quelli che si muovono verso est, quindi verso l’Ucraina, sarebbe stata una vasta operazione contro Kyiv e contro Varsavia, capace di destabilizzare non soltanto la Polonia, ma anche il sostegno polacco agli ucraini, che si muove proprio lungo quei binari che alcuni atti di sabotaggio hanno cercato di far saltare domenica scorsa.
In un giorno, sulla tratta che da Varsavia va verso Lublino, sono state annotate almeno tre azioni ostili. Tutto è partito dalla segnalazione di un macchinista che, all’altezza del villaggio di Mika, ha visto una buca fra le rotaie: era esploso un ordigno e aveva aperto una voragine
L’esplosione è avvenuta senza incidenti, ma avrebbe potuto essere mortale se soltanto un treno fosse passato nell’istante esatto in cui l’ordigno era programmato per esplodere. Oppure, se il macchinista non avesse notato la voragine e fosse andato avanti, il treno avrebbe deragliato.
Il primo a usare la parola “sabotaggio” è stato il premier polacco Donald Tusk, che è andato assieme alla polizia e ai servizi di sicurezza a visitare il luogo dell’esplosione. E’ stato sempre il primo ministro a dire che l’esplosione era destinata a far saltare in aria un treno sulla tratta Varsavia-Deblin.
Un secondo atto di sabotaggio si è verificato nei pressi di Pulawy, sempre in direzione di Lublino, dove le linee sono state danneggiate e un treno ha dovuto effettuare una frenata di emergenza: a bordo viaggiavano più di quattrocento persone. Non distante, sono stati ritrovati una placca di metallo imbullonata sulla rotaia e un telefono attaccato ai binari.
Donald Tusk ha sottolineato che la strada che da Varsavia porta a Lublino è percorsa da molti treni che dalla Polonia portano in Ucraina, con a bordo aiuti di vario genere e passeggeri da tutto il mondo: è la tratta su cui si muovono i giornalisti ma anche i politici della maggior parte delle nazioni europee che vanno in visita a Kyiv.
Dal 2022, la Polonia si è trovata a essere a un passo dal fronte, non a caso i suoi ministri si affannano a ripetere che l’invasione di Putin va fermata, Kyiv va sostenuta, perché dopo l’Ucraina, ci sarà Varsavia, quindi l’Unione europea e la Nato. All’inizio della guerra russa, il messaggio era cristallino e condiviso da tutto lo spettro politico polacco, poi le divisioni interne hanno creato delle sbavature e infatti le reazioni della politica […] sono perse in accuse reciproche, alla ricerca di un colpevole più concreto da inserire nell’ambito delle dinamiche interne.
L’ex partito di governo, il PiS, si è affrettato a dire che la colpa era dell’attuale maggioranza e per la prima volta un partito che lambisce il 15 per cento dei consensi, Konfederacja, ha accusato gli ucraini di voler bloccare le ferrovie del paese. Non era un’accusa nata da sola, la propaganda di Mosca, infatti, si è agitata molto per vendere la storia degli attacchi ucraini, collegandola all’esplosione del gasdotto Nord Stream 2 per cui sono indagate persone interne alle Forze armate dell’Ucraina e due sospetti sono attualmente detenuti in Polonia e in Italia.
La Polonia è fragile politicamente e si trova in una posizione sensibile. E’ uno snodo cruciale per il sostegno a Kyiv: se salta, gli aiuti e le comunicazioni dell’Ucraina ne risentirebbero in modo pesante.
Dal 2022 sono state arrestate più di cinquanta persone con l’accusa di organizzare atti di sabotaggio contro infrastrutture critiche e militari, otto sono gli arresti soltanto nel mese di ottobre.
Quattordici cittadini di Russia, Bielorussia e Ucraina sono stati condannati per spionaggio
La Polonia è l’unico paese dell’Ue ad avere avuto due vittime come conseguenza diretta della guerra della Russia contro l’Ucraina, quando nel novembre di tre anni fa, due operai vennero uccisi da un missile a Przewodow: si trattava di contraerea ucraina per bloccare uno dei forti attacchi combinati di missili e droni lanciati da Mosca.
I detriti delle armi russe sono più volte finiti sul territorio della Polonia, fino alla provocazione diretta, iniziata a settembre di quest’anno, quando Mosca ha iniziato a mandare i suoi droni per studiare la reazione di Varsavia.
I caccia polacchi si alzano in volo quasi a ogni attacco della Russia contro l’Ucraina, temendo sconfinamenti. Il confine è così lungo e così teso che la Polonia è la prima nazione a sentire la guerra con tanta forza, ma da un paio di anni i danni si incuneano in una crisi di politica interna che ha sullo sfondo la solidarietà con Kyiv, contro la quale Mosca ha lavorato con il cesello, pazientemente, per smontare il sostegno coriaceo dei polacchi per l’Ucraina. I fronti che la Russia ha aperto contro la Polonia sono tre: i sabotaggi, gli scontri diretti e la propaganda.
Non è solo Varsavia a subire le minacce di Mosca, tutta l’Europa, in modo particolare i paesi lungo il confine con l’Ucraina o con la Russia, ha visto il suo concetto di difesa stravolto.
Ieri, a causa di un attacco di droni russi, una nave cisterna carica di gas ha preso fuoco sul Danubio, nella zona di Izmail, non lontano dal territorio della Nato. Il centro abitato più vicino è un villaggio romeno chiamato Plauru: è stata evacuata ogni casa, se
la nave battente bandiera turca dovesse esplodere, le conseguenze sarebbero devastanti.
(da agenzie)

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CON L’INTELLIGENZA ARTIFICIALE, LA VERITÀ È DIVENTATA UN DETTAGLIO: UNO STUDIO DIMOSTRA CHE L’IA È IN GRADO DI ALTERARE I SONDAGGI DI OPINIONE PUBBLICA SU LARGA SCALA, SUPERANDO OGNI CONTROLLO DI QUALITÀ, IMITANDO GLI ESSERI UMANI REALI E MANIPOLANDO I RISULTATI SENZA LASCIARE TRACCIA

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

“NON POSSIAMO PIÙ FIDARCI CHE LE RISPOSTE AI SONDAGGI PROVENGANO DA PERSONE REALI”… I “BOT” SONO CAPACI DI SUPERARE IL 99,8% DEI CONTROLLI PENSATI PER INDIVIDUARE LE RISPOSTE AUTOMATIZZATE

L’intelligenza artificiale può alterare i sondaggi di opinione pubblica su larga scala, superando ogni controllo di qualità, imitando gli esseri umani reali e manipolando i risultati senza lasciare traccia. Lo dimostra uno studio del Dartmouth College (Usa) sulla rivista dell’Accademia americana delle scienze, Pnas.
“Non possiamo più fidarci che le risposte ai sondaggi provengano da persone reali”, afferma l’autore dello studio Sean Westwood, direttore del Polarization Research Lab. Per esaminare quanto i sondaggi online siano vulnerabili ai modelli linguistici di grandi dimensioni, Westwood ha creato un semplice strumento di intelligenza artificiale (un ‘rispondente sintetico autonomo’) che funziona a partire da un testo di istruzioni di 500 parole.
In 43.000 test, lo strumento ha superato il 99,8% dei controlli pensati per individuare le risposte automatizzate, non ha commesso alcun errore nei rompicapi logici e ha nascosto con successo la propria natura non umana. Inoltre, ha adattato le risposte in base a dati demografici assegnati casualmente, ad esempio fornendo risposte più semplici quando veniva assegnato un livello di istruzione inferiore.
Quando l’IA veniva programmata per favorire i Democratici o i Repubblicani, i tassi di approvazione presidenziale sono passati dal 34% al 98% o allo 0%. Il sostegno generico alle elezioni è passato dal 38% dei Repubblicani al 97% o all’1%.
Le implicazioni, però, vanno ben oltre i sondaggi elettorali. I questionari sono fondamentali per la ricerca scientifica in molte
discipline: in psicologia per comprendere la salute mentale, in economia per monitorare la spesa dei consumatori e nella salute pubblica per identificare i fattori di rischio delle malattie. Migliaia di studi sottoposti a revisione paritaria e pubblicati ogni anno si basano su dati di sondaggio per orientare la ricerca e plasmare le politiche. “Con dati di sondaggio contaminati dai bot, l’intelligenza artificiale può avvelenare l’intero ecosistema della conoscenza”, osserva Westwood.
(da agenzie)

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L’AUTONOMIA SPACCA L’ITALIA E PURE IL GOVERNO: MELONI DA’ IL VIA LIBERA ALLA FIRMA DELLE PRE-INTESE PER L’AUTONOMIA DIFFERENZIATA (LA RIFORMA BANDIERA DELLA LEGA) CON LE REGIONI DEL NORD, GELO DI FORZA ITALIA CHE CONTINUA A ESPRIMERE RISERVE

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

IL CAPOGRUPPO AL SENATO, GASPARRI: “LE FIRME NON DETERMINANO NIENTE DI CHE, LE NOSTRE COLONNE D’ERCOLE RESTANO LA SENTENZA DELLA CORTE COSTITUZIONALE, CHE HA CHIESTO MODIFICHE AL TESTO. MODIFICHE CHE CALDEROLI CONOSCE BENE” … IL VICESEGRETARIO AZZURRO, ROBERTO OCCHIUTO, PRESIDENTE DELLA CALABRIA: “SI RISCHIANO SQUILIBRI, ALCUNE REGIONI POTREBBERO PAGARE DI PIÙ I MEDICI”

Salvo stravolgimenti d’agenda, Giorgia Meloni non ci sarà. «Impegni istituzionali», ha detto ieri a Roberto Calderoli. La premier stamattina è attesa all’inaugurazione di una funivia che trasporta mele, la prima al mondo, in val di Non, Trentino.
A una settimana dal voto in Veneto, come anticipato ieri da Repubblica, la premier però ha dato il suo benestare: via libera alla firma delle pre-intese per l’autonomia differenziata con le regioni del Nord che ne hanno fatto richiesta. Dunque il Veneto a un passo dalle urne, ma anche Lombardia, Piemonte e Liguria.
Dopo un pressing martellante della Lega, Meloni ha firmato ieri una lettera in cui, «esprimendo soddisfazione», ha «autorizzato» Calderoli, ministro degli Affari regionali, a firmare in sua vece l’avvio delle trattative, poche ore prima del comizio dei leader del centrodestra, stasera a Padova, per tirare la volata al leghista Alberto Stefani.
È solo un primo step: le pre-intese dovranno tradursi in un patto scritto, da far validare a Cdm, conferenza delle regioni e Parlamento.
Anche se Meloni ha deciso di non intestarsi la mossa a favore di flash (nel 2018 gli accordi vennero celebrati a Palazzo Chigi), la Lega porta comunque a dama un risultato, previsto inizialmente dopo le regionali. Calderoli ha in agenda un mini tour: stamattina a Palazzo Balbi, con il governatore uscente del Veneto, Luca Zaia, pomeriggio in Lombardia da Attilio Fontana, domani in Piemonte da Alberto Cirio e in Liguria da Marco Bucci. Quattro le materie non Lep (senza livelli essenziali di prestazione) da trasferire: protezione civile, professioni, previdenza
complementare, finanza pubblica in ambito sanitario.
Tutti contenti a destra? FI in realtà continua a esprimere riserve. Il capogruppo al Senato, Maurizio Gasparri, raggiunto al telefono, spiega che «questo è solo un passaggio, le firme non determinano niente di che, le nostre colonne d’Ercole restano la sentenza della Corte costituzionale, che ha chiesto modifiche al testo.
Modifiche che Calderoli conosce bene». Freddo persino il piemontese Cirio, che domani siglerà comunque le sue pre-intese. «L’autonomia? Un’opportunità che può essere colta o meno, il governo è stato chiaro: si può andare avanti solo dopo i Lep».
Il più ruvido è il vicesegretario nazionale, Roberto Occhiuto, presidente della Calabria, che ha sempre detto: prima di tutto vanno finanziati i livelli essenziali dei servizi. Occhiuto, «con preoccupazione», ha chiesto a Calderoli di convocare subito un tavolo con le regioni: «Si rischiano squilibri, alcune regioni potrebbero pagare di più i medici». A stretto giro la replica del ministro: «Sì al confronto, anche la prossima settimana, non voglio danneggiare o favorire nessuno».
L’opposizione invece torna a picconare la riforma che definisce “Spacca Italia”. Il Pd con Francesco Boccia e Piero De Luca parla di «buffonata incostituzionale, una forzatura che aggira la Consulta», mentre il sindaco di Milano, Beppe Sala, si dissocia da una riforma «fatta male, che non avrà il mio supporto».
Per il M5S le firme di oggi sarebbero «una castroneria, non va abbassata la guardia». Per Avs si tratta di una «promessa
elettorale e di una presa in giro del Mezzogiorno».
E FdI? Sul rullo delle agenzie stampa quasi nessuno si espone.
Mentre qualche malumore sottotraccia trapela dalla Campania, dove il rivale di Edmondo Cirielli, il candidato governatore pentastellato Roberto Fico, già tambureggia sul «Sud colpito dal blitz della Lega». Un pezzo di partito vorrebbe che Meloni tornasse di nuovo in Campania, a ridosso del weekend.
Ma al momento nulla è in agenda.
(da La repubblica)

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ARMI, RESORT DI LUSSO E CRIPTOVALUTE: L’ALLEANZA DI FERRO TRUMP-BIN SALMAN

Novembre 18th, 2025 Riccardo Fucile

IL PRINCIPINO SAUDITA ARRIVA A WASHINGTON PER LA PRIMA VOLTA E SARÀ ACCOLTO CON LA FIRMA DI ACCORDI COMMERCIALI E MILITARI SENZA PRECEDENTI: IL PIÙ IMPORTANTE È LA VENDITA DEGLI F35 USA A RIAD, CHE FANNO INCAZZARE IL PENTAGONO (PREOCCUPATO PER LA VICINANZA DI MBS ALLA CINA) E ISRAELE, CHE PERDEREBBE LA SUA SUPREMAZIA AEREA IN MEDIO ORIENTE…POI CI SONO GLI AFFARI “PRIVATI”, COME IL RESORT DI LUSSO ALLE MALDIVE CHE SARÀ COSTRUITO DALLA FAMIGLIA TRUMP INSIEME AI SAUDITI

Nell’arco di un decennio, Mohammed bin Salman è passato da paria internazionale a pivot della diplomazia globale.
Come ricorda “The Times”, il principe ereditario saudita è per i suoi collaboratori un leader “socievole, acuto, dotato di una memoria sorprendente”, ma agli occhi dell’Occidente resta l’uomo segnato dall’ombra dell’omicidio di Jamal Khashoggi, il giornalista fatto a pezzi all’ambasciata saudita a Istanbul, che la CIA attribuisce a una missione da lui autorizzata.
Eppure il suo pragmatismo ha trasformato l’Arabia Saudita: riforme sociali, marginalizzazione della polizia religiosa, e una Riad ormai proiettata verso il Mondiale di calcio 2034.
È in questo contesto che Donald Trump ha costruito con MBS un rapporto personale e politico più stretto di qualunque suo predecessore. Alla vigilia della visita del principe a Washington — la prima in più di sette anni — il presidente ha annunciato che intende vendere ai sauditi i jet d’attacco F-35, nonostante le “forti perplessità” del Pentagono.
Come riporta Karoun Demirjian sul “New York Times”, i vertici della sicurezza temono che, data la cooperazione tra Riad e Pechino, la Cina possa accedere alla tecnologia stealth più avanzata degli Stati Uniti, mettendo a rischio sia il vantaggio strategico americano sia la “qualitative military edge” di Israele
(il vantaggio militare tecnologico e operativo che gli Stati Uniti sono tenuti per legge a garantire a Israele rispetto a qualsiasi altro Paese della regione mediorientale). Ma Trump taglia corto: “I sauditi sono stati grandi alleati”.
La vendita di 48 F-35, dal valore complessivo di molti miliardi di dollari, si affianca alla discussione su un possibile patto di difesa reciproca. Un patto che darebbe a Riad maggiori garanzie contro l’Iran e consoliderebbe il ruolo di Washington come garante della sicurezza del Golfo.
Ma, come ricorda Demirjian, il Congresso avrà formalmente voce in capitolo — benché in passato Trump abbia più volte aggirato le obiezioni bipartisan, invocando poteri d’emergenza per autorizzare mega-forniture militari a sauditi ed emiratini.
La relazione tra i due leader, però, non si limita ai dossier strategici. Coinvolge anche un intreccio crescente di affari, investimenti e affinità tecnologiche.
Come ricostruisce Chloe Cornish sul “Financial Times”, proprio alla vigilia dell’arrivo di MBS a Washington la Trump Organization e il partner saudita Dar Global hanno annunciato la costruzione di un resort di lusso alle Maldive, interamente “tokenizzato” tramite blockchain.
È l’ultimo tassello di un’espansione immobiliare congiunta che va da Dubai a Muscat, e che riflette la convergenza tra l’Arabia Saudita della Vision 2030 e la famiglia Trump, ormai protagonista della finanza cripto con profitti superiori al miliardo di dollari.
Il legame si estende anche attraverso Jared Kushner, che ha raccolto miliardi dai fondi sovrani del Golfo per il suo Affinity Partners, incluso un investimento da 2 miliardi del Public Investment Fund saudita. Proprio il PIF è una delle leve attraverso cui Riad punta a diversificare l’economia oltre il petrolio e a posizionarsi come hub globale di difesa, energia, AI e real estate.
(da agenzie)

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