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“TRUMP HA CREATO IL SUO PEGGIOR NEMICO, ORA PAPA LEONE RUGGISCE”

L’ANALISTA DI LIMES PIERO SCHIAVAZZI: “TRUMP HA CONSACRATO PAPA LEONE LEADER GLOBALE, UN AUTOGOL EPOCALE”… “IL PAPA DIVENTA PUNTO DI RIFERIMENTO DELL’OPPOSIZIONE MONDIALE E CUSTIDE DELLA VERA ANIMA AMERICANA”

A quasi un anno dalla scomparsa di Papa Francesco, il mondo sembra aver trovato un nuovo protagonista della scena globale, proprio dove meno se lo aspettava: presso la Santa Sede. Lo scontro frontale degli ultimi giorni tra Donald Trump e Leone XIV, al secolo Robert Prevost, ha segnato il definitivo “fine rodaggio” per il primo Papa statunitense della storia. Se finora il pontefice era apparso cauto, quasi oscurato dall’eredità comunicativa del suo predecessore Jorge Bergoglio, le minacce di Trump e JD Vance hanno innescato una reazione a catena che ha trasformato il Vaticano nel cuore pulsante dell’opposizione al nuovo corso statunitense.
È un paradosso geopolitico: nel tentativo di indebolirlo, il Tycoon ha regalato a Papa Leone il suo “ruggito”, consacrandolo come leader dell’altra America, quella fedele al soft power e a un maggiore rispetto del diritto internazionale e dei confini degli altri stati. Ne abbiamo parlato con il professor Piero Schiavazzi, analista di Limes e docente di Geopolitica vaticana, per capire come questa sfida stia ridisegnando gli equilibri tra le due sponde dell’Atlantico.
Professore Schiavazzi, partiamo dalle ultime ore. JD Vance, il vice di Trump, due giorni fa ha lanciato un avvertimento pesantissimo: “Il Papa deve stare attento quando parla di teologia”. Siamo di fronte all’uscita di un esaltato o a un disegno politico lucido per silenziare il Vaticano?
Guardi, qui siamo di fronte a un paradosso: abbiamo un Presidente che vuole fare il Papa. E lo dico con estrema serietà. Quello a cui assistiamo è uno scontro tra due cristianesimi che, fino a pochi giorni fa, agivano come due enormi iceberg scontratisi sotto il livello dell’acqua. Da una parte la Chiesa Cattolica, dall’altra il mondo evangelico, che rappresenta lo zoccolo duro, anzi durissimo, dell’elettorato di Trump e Vance. Le chiese evangeliche sono fiorenti negli Stati del Sud, nella cosiddetta Cotton Belt, la cintura del cotone e del granoturco. Da anni c’è un’emorragia di anime e di donazioni dai cattolici verso gli evangelici e Leone XIV, il primo Papa statunitense della storia, è stato eletto quasi un anno fa proprio per tamponare questa ferita, non solo spirituale ma finanziaria. Trump non ha mai amato Francesco, ed è venuto al suo funerale con l’intento di “mettere il cappello” sul Conclave. Non avrebbe mai immaginato che lo Spirito Santo avrebbe invece
messo la papalina bianca sull’America, scegliendo un pontefice che è portatore di un’idea di Stati Uniti diametralmente opposta alla sua.
Lei dice che lo scontro era sommerso e ora è emerso. Perché proprio ora? Cosa è cambiato da domenica scorsa?
È cambiata la visibilità. Gli iceberg per l’80-90% sono sommersi; quello che fa notizia è quando le punte si urtano. Fino a ieri era una guerra tra apparati religiosi, oggi è uno scontro frontale tra due Americhe. Come Trump invade il campo della Chiesa pretendendo di dettare la linea teologica perché ha una sua idea di religione funzionale al potere, così Leone XIV – ovvero Robert Prevost – fa “politica” nel senso più alto. Fa politica perché l’idea di America che incarna è l’antitesi di quella della Casa Bianca. Direi così: è in gioco il segreto della “magia americana” nel mondo, quello che chiamiamo Soft Power.
Spieghiamolo meglio. Perché Trump starebbe distruggendo questa “magia” e perché il Papa sarebbe l’unico a poterla difendere?
L’America è sempre stata un “Impero – non-Impero”, un impero che sa di esserlo ma lo nega. Dissemina basi militari ovunque, dall’Italia al Pacifico, ma non le chiama “occupazione”: le chiama presidi a difesa della libertà e della sovranità altrui. Questa “verginità” geopolitica permetteva agli USA di espandersi senza essere percepiti come i classici invasori. Con Trump finisce l’incantesimo: lui ha omologato il linguaggio americano a quello di una qualsiasi potenza rapace. Il suo messaggio è: “Io occupo, io conquisto, non rispetto i confini. Se vuoi venire con me bene, altrimenti prendo il Venezuela, prendo la Groenlandia, annettiamo il Canada come 51esimo Stato”. È l’Impero-Impero. Ma se l’America diventa come la Cina di Xi Jinping, come può poi spiegare ai cinesi che non possono annettere Taiwan con la forza? Se tu rivendichi il diritto di prenderti la Groenlandia, perdi ogni autorità morale. Prevost è il portatore dell’altra America, quella che il mondo ha accettato e ammirato dal 1949 a oggi.
In questo contesto, come legge la solidarietà inaspettata e trasversale arrivata dall’Italia? Giorgia Meloni ed Elly Schlein si sono ritrovate unite nel difendere il Papa dagli attacchi di Washington.
Questa è una lettura profonda che a molti è sfuggita. L’Italia non ha scelto tra il Vaticano e l’America. L’Italia ha scelto l’America, ma ha scelto l’America di
Prevost. Solidarizzare con il Papa significa dire a Trump: “Noi ci riconosciamo negli Stati Uniti che rispettano i trattati e i confini, non nel tuo bullismo geopolitico”. C’è poi una valutazione pragmatica: la presidenza Trump è percepita già al tramonto. Non parlo di fine mandato anticipata, ma della sindrome dell’anatra zoppa. Se perderà le elezioni di metà mandato a novembre, non avrà più maggioranza al Congresso. Ma soprattutto ha già perso il soft power, la simpatia del mondo. E l’Italia, membro della Nato e sede del Papato, ha scelto di stare con l’americano che porta la croce, non con quello che agita il bastone.
Recentemente, in un’analisi su Limes, lei ha parlato della “fine del rodaggio geopolitico” di questo Papa. È stato Trump a dargli, paradossalmente, la spinta decisiva?
Assolutamente sì. È un capolavoro al contrario di Trump. Tra pochi giorni, il 21 aprile, sarà un anno dalla morte di Francesco. Finora Prevost soffriva di una debolezza: non riusciva a “bucare lo schermo”. I suoi discorsi erano profondi, incisivi, ma mancavano del ruggito che ci si aspetta da un Leone. Francesco era un comunicatore nato, Prevost sembrava un accademico prestato al soglio pontificio. Beh, Trump ha appena regalato al Leone il suo ruggito. Il 7 aprile scorso, uscendo dai cancelli di Castel Gandolfo, il Papa ha fatto qualcosa che non aveva mai fatto: è andato incontro ai giornalisti senza fogli in mano. Ha parlato a braccio, denunciando come “immorale” la minaccia di Trump di distruggere l’intera civiltà iraniana. Ha detto chiaramente che questa politica ha portato il mondo sull’orlo di una crisi economica globale, con i prezzi di gas e petrolio alle stelle. Ma ha fatto anche molto altro.
Cosa?
Ha invitato i cittadini a rivolgersi ai propri congressmen per fermare il Presidente, sta parlando agli elettori americani. Sta dicendo loro di riappropriarsi dei poteri legislativi per dare un indirizzo a un leader che “sbanda”. Trump ha reagito accusandolo di essere debole, ma ha ottenuto l’effetto opposto. Quella che Benedetto Croce chiamava “eterogenesi dei fini”: voleva sminuirlo e lo ha consacrato leader mondiale. Oggi Prevost non è più solo il pastore della Chiesa
cattolica; è percepito come il leader morale planetario dell’opposizione a Trump. È l’Anti-Trump per eccellenza.
Inizialmente, Papa Leone XIV veniva percepito come mite e forse privo del carisma mediatico del suo predecessore Francesco. Ora sta cambiando strategia?
Diciamo che da una settimana il mondo sente molto meno la mancanza di Francesco. Trump, comportandosi da apprendista stregone, ha aperto la botola e ha fatto uscire un gigante. Gli storici parleranno di questo incredibile autogol: cercando di indebolire la figura del Papa, Trump lo ha trasformato in un protagonista assoluto della scena internazionale. Da alcuni giorni, Leone XIV è un leader geopolitico di struttura globale. Il suo rodaggio è finito. E il Papa, grazie a Trump, ha appena scoperto di avere una voce che tutto il mondo sta ascoltando.

(da Fanpage)

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