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BAKARI SAKO PRIMA DI ESSERE UCCISO SI ERA RIFUGIATO IN UN BAR. LA PROCURATRICE: “IL PROPRIETARIO L’HA CACCIATO VIA”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

UN ONESTO CITTADINO COLPITO A MORTE NEL CENTRO STORICO DI TARANTO MENTRE ANDAVA A LAVORARE DA UN BRANCO DI GIOVANI ITALIANI SOLO PERCHE’ IMMIGRATO E SUI SOCIAL C’E’ ANCORA CHI E’ SOLIDALE CON QUESTA FECCIA… I CATTIVI MAESTRI CHE HANNO ISTIGATO A ODIARE GIRANO ANCORA A PIEDE LIBERO CON LE MANI SPORCHE DI SANGUE

Bakari Sako, l’immigrato regolare ucciso da un gruppo di giovanissimi a Taranto lo scorso sabato aveva provato a rifugiarsi in un bar durante l’aggressione, ma sarebbe stato cacciato. A riferire del dettaglio è la procuratrice tarantina, Eugenia Pontassuglia. «Non ci sono decreti sicurezza che tengano – ha riferito in alcune parole raccolte dal Corriere della Sera – non servono solo pene più severe o nuovi reati, dobbiamo cambiare la cultura, dobbiamo cominciare a pensare che ogni persona ha diritto di vivere ed essere rispettata perché la terra è di tutti».
Bakari lasciato solo
Bakari alle cinque del mattino percorreva la città in bicicletta per andare a lavorare e garantire sostegno economico alla propria famiglia. Il branco per gli inquirenti lo avrebbe scelto perché più fragile, più esposto, meno difeso. Il bersaglio diventa così «la persona vulnerabile», «la persona indifesa», fino a coincidere, nel caso specifico, con «la persona di colore». Secondo quanto riferito dalla procuratrice, l’uomo, invece di ricevere protezione, sarebbe stato allontanato dal proprietario senza che venissero chiamate le forze dell’ordine
La procuratrice del Tribunale dei minori: «Ci vuole una nuova grammatica civile»
Anche le parole della procuratrice facente funzioni del Tribunale per i minorenni, Daniela Putignano, si muovono nella stessa direzione. Ha parlato di «un episodio gravissimo, violentemente immotivato. I minori coinvolti sono incensurati, ma non sconosciuti all’autorità giudiziaria minorile. Ci vuole una nuova grammatica civile: tutti si devono far carico del problema perché la repressione conta poco se non si interviene sulle agenzie educative».
In rete la solidarietà verso gli aggressori
Il Corriere della Sera parla dei messaggi solidali nei confronti dei minorenni fermati. «Una presta libertà fratelli miei, vi amo», recita un post. E c’è chi scrive: «Siamo nati e cresciuti insieme. Venuti dal buio, ci siamo creati una figura e una reputazione sulle nostre spalle. Abbiamo affrontato la vita da adulti prima del tempo. Non abbiamo nulla da invidiare a nessuno, semmai il contrario. C’è tempo per recuperare la vita lunga e non abbiamo nulla da temere. Il nostro obiettivo è ritrovarci l’uno con l’altro. Il carcere non ci separa, anzi imparate a nuotare che qui fuori gli squali sono tanti». Sotto la scritta «Taranto vecchia».
(da Corriere della Sera)

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BIENNALE, LA FONDATRICE DELLE PUSSY RIOT: “BUTTAFUOCO? UN PICCOLO UOMO, COME PUTIN. NON HA AVUTO NEANCHE IL CORAGGIO DI INCONTRAMI. A VENEZIA DOVREBBE ESSERCI SOLO L’ARTE DEI DISSIDENTI RUSSI”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“ABBIAMO MESSO IN DIFFICOLTA’ LA MACCHINA DELLA PROPAGANDA DEL CREMLINO”… “COSA HA OTTENUTO IN CAMBIO BUTTAFUOCO?

Prima ancora delle performance, dei brindisi e delle code davanti ai padiglioni, alla Biennale di Venezia sono arrivate le proteste. Da mesi il nodo della presenza russa – tra chi ne chiede l’esclusione per l’invasione dell’Ucraina e chi la difende in nome di una cultura che dovrebbe restare «uno spazio aperto» – alimenta polemiche, tensioni e prese di posizione sempre più accese. Oltre alle ormai note dichiarazioni istituzionali e alle dimissioni della giuria, a mobilitarsi sono state anche le Pussy
Riot, collettivo artistico femminista punk-rock bandito in Russia, che insieme alle ucraine Femen hanno organizzato un blitz davanti al padiglione di Mosca nei giorni della pre-apertura della manifestazione d’arte.
«Siamo riuscite a rubare la scena alla Russia, mostrando la nostra rabbia e resistenza», dice a Open Nadya Tolokonnikova, fondatrice del gruppo russo, arrestata e incarcerata nel 2012 per aver eseguito una “preghiera punk” nella Cattedrale di Cristo Salvatoredi Mosca contro Putin e la chiesa ortodossa.
Il presidente della Biennale, Pietrangelo Buttafuoco, però, non arretra. Per evitare possibili tensioni con la Commissione europea, che ha minacciato la sospensione dei finanziamenti, il padiglione russo resterà “chiuso”. L’accesso agli spazi fisici non sarà infatti consentito per tutta la durata della Biennale, ma il progetto The Tree Is Rooted in the Sky verrà mostrato tramite una proiezione esterna, senza la presenza degli artisti.
«Mosca ha utilizzato le nostre immagini, ma in Russia è un reato»
La protesta delle Pussy Riot ha avuto eco internazionale. Video e immagini hanno fatto rapidamente il giro del mondo, spingendo il team del padiglione russo a reagire. Più che una replica, spiega l’attivista, si sarebbe però trattato di un tentativo di «appropriarsi della nostra azione». Prima con la pubblicazione di un video in cui membri dello staff indossano gli iconici passamontagna rosa del collettivo, poi inserendo immagini della protesta nella programmazione ufficiale della Biennale. «Un tentativo patetico di recuperare credibilità dopo essere stati “superati” da un collettivo punk femminista capace, ancora una volta, di mettere in difficoltà la macchina propagandistica russa», denuncia Tolokonnikova. «Immagino abbiano avuto una riunione con i loro comandanti dell’Fsb – prosegue – e il loro piano per mascherare la vergogna è stato far sembrare tutto parte del progetto ufficiale».
E mentre il collettivo può creare «arte ed espressione reale con note di libertà, rabbia e bellezza», il regime russo invece, sottolinea ancora la fondatrice delle Pussy Riot, «può solo appropriarsi» di ciò che non riesce a creare spontaneamente. Con questa operazione, il padiglione di Mosca – secondo Nadya – si sarebbe però «intrappolato da solo». In Russia, infatti, il gruppo è stato classificato come «organizzazione estremista» per la sua opposizione a Putin e la semplice diffusione dei suoi simboli può essere perseguita penalmente (articoli 20.29 e 282.2).
«Forse sarò la prima persona nella storia a denunciare per estremismo un’organizzazione che ho creato io stessa – spiega -, ma è il momento per la curatrice Anastasia Karneeva e per l’inafferrabile presidente Buttafuoco di imparare una lezione sulla “censura” e sulla “libertà di dialogo” che tanto spesso proclamano».
Chi può rappresentare l’arte russa?
Il ritorno della Russia alla Biennale, dopo l’assenza nel 2022 e nel 2024, va però oltre la dimensione artistica. Riguarda anche il modo in cui si occupa uno spazio e si prende posizione al suo interno.
La domanda, avanzata da più parti, è diretta: che senso ha ospitare un Paese in cui arte e cultura sono sottoposte a censura e repressione? In Russia, infatti, la libertà di espressione di artisti e intellettuali è fortemente limitata e il dissenso non trova spazio. Di conseguenza, la libertà artistica viene di fatto annullata.
Ma chi può, allora, rappresentare oggi l’arte russa? Per Tolokonnikova la risposta è una sola. «Gli unici che ne hanno il diritto sono i prigionieri politici che hanno combattuto il regime di Putin e sostenuto l’Ucraina. Al momento ci sono più di 50 artisti nel nostro catalogo, ma il lavoro è ancora in corso».
È questa la proposta su cui sta lavorando per la Biennale del 2028, già formalizzata in una lettera inviata a Buttafuoco. Ma il presidente della Biennale si rifiuta di incontrarla. «Io ho cercato attivamente di contattarlo, inviandogli email e dichiarazioni scritte nel mio ruolo di fondatrice delle Pussy Riot e come membro dell’Assemblea Parlamentare del Consiglio d’Europa ed ex prigioniera politica. Ma niente», dice.
Per questo, il 7 maggio è andata negli uffici della Fondazione. «Ho chiesto di parlare con lui, per chiedergli perché mi stava evitando. Centinaia di manifestanti mi hanno seguita, ma siamo stati immediatamente bloccati dalla polizia. Alla fine ci hanno detto che il “capo” voleva parlarmi: se fossi entrata da sola, avrebbe parlato. Sono entrata solo con mio marito, e hanno fotografato i nostri documenti».
L’incontro, però, non si è concretizzato. «Un membro del suo staff mi ha chiesto di scrivere a penna una lettera. Ero lì, seduta per terra, a inseguire il presidente come un topo – una vera “apertura al dialogo”, come dice sempre Buttafuoco, insomma», aggiunge.
«Cosa ha ottenuto Buttafuoco da Mosca?»
Sul piano politico e simbolico, la posizione della fondatrice delle Pussy Riot è netta: «L’eredità di Buttafuoco sarà una macchia sulla Biennale, forse la fine della rilevanza che ha avuto nel mondo dell’arte negli ultimi decenni. E per cosa?» domanda. «Che cosa avrebbe ottenuto dalla Russia di così importante?». Nelle scorse settimane, Open aveva riferito delle mail scambiate tra la Fondazione e gli organizzatori russi. Conversazioni su cui la realtà veneziana aveva chiarito di non aver rilevato irregolarità. «I russi, però, – continua la leader del gruppo – non sono così ingenui da corrompere qualcuno in modo esplicito. Eppure qualcosa lui l’ha ottenuta: visibilità, attenzione mediatica, forse un trattamento privilegiato quando torna nella sua amata “Leningrado”, come la chiama lui. Chi lo sa. Ma credo che il mondo oggi colga tutta la sua debolezza, la sua pochezza, gli slogan vuoti, il bisogno di notorietà e di legittimazione. E in questo, che riconosco anche a Putin, vedo soprattutto un uomo piccolo e spaventato».
Il dilemma, allora, non riguarda soltanto la presenza o meno della Russia alla Biennale di Venezia, ma il valore politico che questi spazi assumono nel contesto attuale. Perché i padiglioni non sono mai stati semplici contenitori d’arte, bensì luoghi di rappresentazione in cui ogni scelta curatoriale finisce inevitabilmente per assumere anche un significato politico.
(da Open)

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LA GUERRA IN MEDIO ORIENTE SI FARA’ SENTIRE ANCHE AL SUPERMERCATO: GRANO, FRUTTA E VERDURE ANCORA PIU’ CARE NELLA SECONDA META’ DELL’ANNO

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

IL FORTE AUMENTO DEI FERTILIZZANTI INCIDE SUI PRODOTTI ALIMENTARI

Pochi giorni dopo l’attacco di Stati Uniti e Israele contro l’Iran, gli europei hanno cominciato subito ad avvertire gli effetti della guerra sulla propria pelle. Il blocco dello Stretto di Hormuz – da cui transitano circa il 20 per cento del petrolio e il 30 per cento del gas – ha fatto schizzare al rialzo i prezzi dei carburanti, costringendo i governi a intervenire. Ma c’è un altro effetto, finora trascurato, che si farà sentire sugli scaffali dei supermercati nei prossimi mesi. La chiusura della lingua di mare che separa Iran e Oman ha provocato forti aumenti di prezzo anche per i fertilizzanti. Un fenomeno di cui finora si sono accorti principalmente gli agricoltori, ma che presto sarà sotto gli occhi di tutti.
I rincari dell’urea e gli effetti sul carrello della spesa
La chiusura dello Stretto di Hormuz – da cui passa circa il 25 per cento dei fertilizzanti a livello globale – ha portato soprattutto a un aumento dell’urea, uno dei fertilizzanti azotati più utilizzati in agricoltura, proprio nel pieno della stagione della semina. «Abbiamo ricevuto molte segnalazioni di agricoltori che hanno comprato fertilizzanti a prezzi proibitivi. Prima della guerra il prezzo dell’urea si aggirava intorno ai 380 euro a tonnellata, ora è salito a 1000 euro», spiega a Open Massimliano Giansanti, presidente di Confagricoltura e di Copa, la più potente e rappresentativa lobby agricola europea.
Il meccanismo è semplice: se produrre cereali, ortaggi, frutta, latte o carne costa di più, prima o poi una parte di quei costi entra nella filiera e arriva al consumatore, che si ritrova prodotti più costosi al supermercato. Per il momento, le conseguenze più pesanti non si sono ancora fatte sentire. Questo perché i fertilizzanti usati in primavera dagli agricoltori di tutta Europa sono stati acquistati prima dello scoppio della guerra in Medio Oriente. I rischi, semmai, rischiano di arrivare nella seconda metà dell’anno. «Se dovesse rimanere uno stato perdurante di incertezza, gli effetti significativi li vedremmo intorno all’estate. Nell’agroalimentare il lag temporale tra lo scoppio di un evento e il momento in cui si vedono i primi effetti significativi è di circa 6-9 mesi», osserva ancora Giansanti.
L’allarme sulle colture autunnali
«L’agricoltura risponde a un calendario colturale che non può essere posticipato – ha spiegato di recente il direttore generale della Fao, Qu Dongyu – e un ritardo anche di poche settimane costringe gli agricoltori a ridurre l’impiego di fertilizzanti o a rinunciare alla concimazione, con impatti che si trasmettono ai raccolti futuri». Secondo la Fao, la scarsità globale di fertilizzanti causata dal blocco di Hormuz potrebbe tradursi in raccolti più scarsi e in una contrazione delle disponibilità alimentari nella seconda metà del 2026 e nel corso del 2027. Un timore condiviso anche da Giansanti: «Le culture che rischiano di più sono il frumento e il mais, che spesso rappresentano la base della dieta alimentare di molti Paesi».
Secondo il presidente di Confagricoltura, la conseguenza più grave che rischia di verificarsi è la mancata programmazione di semine del grano a settembre. «Se rimarranno questi prezzi dei fertilizzanti, molti agricoltori preferiranno non seminare quelle culture che ovviamente richiedono alti quantitativi di urea, tra cui proprio il frumento». Al loro posto, c’è chi potrebbe optare per semi oleosi, come la colza. «Tutto è fortemente condizionato dal day by day ed è il motivo per cui tutti noi ci auguriamo che questa guerra finisca il prima possibile», precisa Giansanti.
Le conseguenze sul resto del mondo
Se per l’Italia il problema riguarda soprattutto i prezzi, per altre aree del mondo il blocco di Hormuz rischia di avere conseguenze ben più gravi. «Senza fertilizzanti, potete immaginare che rischiamo di affrontare un grave problema di sicurezza alimentare il prossimo anno», ha avvertito António Guterres, segretario generale delle Nazioni Unite. Tra i Paesi più esposti alla crisi in Medio Oriente c’è anche il Brasile, uno dei maggiori produttori agricoli mondiali. Secondo l’Organizzazione mondiale del commercio, nel 2025 il Paese governato da Lula ha importato il 92 per cento dei fertilizzanti e il 35 per cento dell’urea proprio dal Golfo Persico. Secondo il Programma alimentare mondiale dell’Onu, altri 45 milioni di persone potrebbero trovarsi in una situazione di grave insicurezza alimentare se la guerra dovesse protrarsi oltre la metà dell’anno.
Le richieste degli agricoltori e l’attesa per la strategia UE
Di fronte a questo scenario, l’Unione europea non ha ancora elaborato una propria strategia, ma lo farà presto. Il 19 maggio, la Commissione Ue presenterà il suo piano d’azione sui fertilizzanti. Un annuncio che il settore attende con il fiato sospeso. «L’Europa deve avere coraggio e prendere atto che stiamo vivendo una stagione difficilissima», fa notare Giansanti. Tra le richieste più immediate chieste dalle lobby degli agricoltori c’è la sospensione del Cbam, ossia il meccanismo che da inizio 2026 impone una tassa sulle emissioni di CO2 incorporate nei fertilizzanti importati da Paesi extra-Ue.
Oltre a ciò, gli agricoltori chiedono misure per la semplificazione amministrativa e aiuti per la liquidità d’impresa, in particolare per quegli agricoltori costretti a chiedere prestiti bancari per acquistare i fertilizzanti. Ma sul medio-lungo termine, il piano d’azione di Bruxelles non potrà che avviare anche un percorso per tornare a produrre fertilizzanti dentro i confini europei. «L’Europa produce il 17% del cibo mondiale, ma è totalmente dipendente dalle fonti di approvvigionamento degli input produttivi. Se c’è una lezione da trarre da questa crisi – osserva ancora Giansanti – è che l’agricoltura è un tema di sicurezza nazionale. Chi dispone di cibo dispone di potere».
(da agenzie)

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CHIAMATE LA NEURO: DA DUE GIORNIN TRUMP CONTINUA A POSTARE MESSAGGI DELIRANTI, PURE L’IMMAGINE DEL VENEZUELA CON UNA BANDIERA AMERICANA E LA DICITURA 51° STATO

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

SE LA PRENDE CON I MEDIA, I SUOI PREDECESSORI E LA “TRUFFA” DELLE ELEZIONI DEL 2020… IL 59% DEGLI AMERICANO LO RITIENE FUORI DI TESTA

Da due giorni il presidente Usa continua a postare su Truth messaggi su messaggi. Se la prende con i media, i suoi predecessori e la “truffa” delle elezioni del 2020
Il presidente degli Stati Uniti Donald Trump ha pubblicato sulla sua piattaforma Truth Social un’immagine che raffigura il Venezuela con una bandiera americana inserita e la dicitura «51 stato». Il post arriva mentre il tycoon è in viaggio verso la Cina per un vertice con Xi Jinping. E dopo che la presidente ad interim del Venezuela, Delcy Rodrìguez, ha affermato che il suo paese non aveva «mai» preso in considerazione l’ipotesi di diventare uno stato Usa. Nemmeno dopo la cattura del leader deposto Nicolas Maduro da parte delle forze statunitensi a gennaio.
Trump e il Venezuela
Lunedì 11 maggio Trump aveva dichiarato a Fox News di stare valutando la possibilità di rendere il paese sudamericano un nuovo stato, dopo mesi di vanterie sul suo controllo della nazione ricca di petrolio. La Rodrìguez ha approvato riforme che hanno riaperto i settori minerario e petrolifero del Venezuela alle compagnie straniere, in particolare a quelle statunitensi. L’opposizione venezuelana ha chiesto nuove elezioni, mentre Rodrìguez, interrogata il 1 maggio sulle prospettive di un nuovo voto, ha dichiarato di non saperlo e che si sarebbero tenute «prima o poi». L’account social di Trump su Truth, fa notare l’agenzia di stampa Afp, ha pubblicato solo lunedì sera una cinquantina di messaggi. Si tratta di video o screenshot condivisi, e non post originali. Si concentrano tutti sulle elezioni del 2020 e sulla presunta frode ai suoi danni.
La giornata del presidente
I post illustrano il suo risentimento nei confronti dell’ex presidente democratico Barack Obama e dimostrano il suo desiderio di vendetta contro altri avversari politici come Hillary Clinton. Obama è «una forza demoniaca», si legge, ad esempio, in un messaggio ripubblicato da Trump lunedì sera, che coinvolge anche l’ex direttore dell’FBI James Comey, bersaglio frequente del presidente americano. «Sembri completamente pazzo, vecchio mio», ha risposto Comey in un’intervista alla CNN martedì, definendo questi post «ossessivi e notturni deliri». Stamattina, poche ore prima del viaggio in Cina, il repubblicano settantanovenne ha ripreso la sua raffica di messaggi, pubblicando, tra le altre cose, un grafico che vantava il massimo storico del mercato azionario, l’immagine di un aereo distrutto da un laser sparato da una barca con la didascalia “Laser: Bing, bing, non è rimasto niente!!!”.
50 messaggi al giorno
E infine una caricatura offensiva del governatore democratico dell’Illinois, JB Pritzker, intento a divorare cibo spazzatura. Il tycoon ha anche diffuso due messaggi di sua creazione. Uno in cui annunciava enigmatici colloqui con Cuba.
L’altro, piuttosto lungo, in cui difendeva con veemenza la ristrutturazione di una grande vasca riflettente accanto al Lincoln Memorial, uno dei monumenti simbolo di Washington. Trump ha attaccato in particolare il New York Times, che aveva evidenziato la mancanza di trasparenza nell’assegnazione dell’appalto e rivelato che il suo costo avrebbe superato di gran lunga le stime iniziali.
Il sondaggio
Il presidente ha condiviso anche un’immagine generata dall’intelligenza artificiale che mostra Barack Obama e l’ex presidente Joe Biden che fanno il bagno in piscina in mezzo alla spazzatura, con la didascalia: «Gli idioti democratici amano le fogne». In un recente sondaggio di Washington Post/ABC News/Ipsos, il 59% degli intervistati ritiene che Donald Trump non abbia le capacità mentali per guidare il paese e il 55% ritiene che non abbia la salute fisica necessaria.
Il presidente più anziano mai eletto negli Stati Uniti insiste invece di essere in ottima salute. «Mi sento come 50 anni fa. È pazzesco. Sono una persona straordinariamente brillante», ha scritto il 22 aprile su Truth Social. La Casa Bianca ha annunciato lunedì che il presidente si sottoporrà a una visita medica e odontoiatrica il 26 maggio presso il Walter Reed National Military Medical Center, vicino a Washington. Sarà la sua terza visita da quando è tornato alla Casa Bianca un anno e mezzo fa.
(da agenzie)

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BUTTAFUOCO GETTA LA MASCHERA: “TEMO L’OCCIDENTE PIU’ DI PUTIN”. ALLORA PERCHE’ NON TI FAI NOMINARE DIRETTORE DEL MUSEO DI LENINGRADO E CONTINUI A INCASSARE PREBENDE DAL DISPREZZATO OCCIDENTE?

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

MA QUALE ETICA? OSPITARE ARTISTI SERVI DI PUTIN, FINGENDO DI IGNORARE LE CENTINAIA DI INTELLETTUALI DISSIDENTI OSPITI DELLE GALERE RUSSE? VALLO A FARE A MOSCA IL “PROVOCATORE”, VEDRAI CHE FINE FAI SE CRITICHI IL REGIME

Pietrangelo Buttafuoco dice che Alessandro Giuli, protestando per la Russia alla Biennale di Venezia, «avrà certamente obbedito alla ragion di Stato. Io ho rispettato l’istituzione e le sue regole che purtroppo pochi conoscono. E non spetta a me la consacrazione dell’uno o il dileggio dell’altro». Confermando l’amicizia tra i due già citata dal ministro, Buttafuoco dice che «Giuli è un fratello» anche se è stato assente all’inaugurazione e troverà il modo di fare visita.
La nomina
Secondo Buttafuoco «tutto questo can can perché il presidente della Biennale è stato indicato da Giorgia Meloni. Fosse stato del Pd, il gran silenzio riverenziale». Poi aggiunge che «gli Stati presenti sono i proprietari dei padiglioni e curano, gestiscono e infine compongono artisticamente attraverso scelte che non abbiamo il potere di sindacare». E spiega che «l’etica dovrebbe essere una condizione che unisce i giudizi e non li separa, che individua un comune terreno e non uno standard alternativo. La democrazia alterando la propria valutazione produce sostanze tossiche nel proprio organismo e il liberalismo, la mamma che ha dato al nostro continente il principio e il destino di ciascuno nell’uguaglianza del diritto per ciascuno adesso invece indossa la benda del totalitarismo».
Putin e l’Occidente
E quindi, dice Buttafuoco, «più che Putin temo che l’Occidente, le grandi borghesie di queste democrazie liberali, non abbiano ancora digerito il processo con cui la Russia ha fatto fuori da sola l’Unione Sovietica, ha prodotto nel suo seno la forza per liberarsi del proprio ingombrante passato senza il tutor occidentale. Poi, inutile che assegni la palma dell’ipocrisia a quei ceti politici, economici, anche culturali, che hanno goduto negli anni dell’ambito favore di Mosca e ora, con ribrezzo, ne sparlano».
E sulle ambizioni politiche di presidente della Regione Sicilia: «Il mio proposito sarebbe di aviotrasportare Luca Zaia nell’isola e dargli carta bianca. Governa tu». Infine, sostiene che «la società iraniana è molto più affine alla nostra. Ed è una società ricca di fermenti culturali. Li chiamano ‘tedeschi col tappeto’».
(da agenzie)

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POLIZIOTTI INFEDELI VENDEVANO DATI SU CALCIATORI E CANTANTI AD AGENZIE PRIVATE, 30 MISURE CAUTELARI

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

I RISULTATI DELL’INDAGINE DELLA PROCURA DI NAPOLI DIRETTA DAL PROCURATORE GRATTERI: COMPUTER E PASSWORD PER ESFILTARE INFORMAZIONI, MIGLIAIA DI PARTI OFFESE

“Poliziotti infedeli si sono venduti e per soldi, con un tariffario, usavano computer e password per esfiltrare dati su imprenditori, personaggi dello spettacolo, cantati e calciatori famosi e hanno ceduto queste informazioni”. È stato rubato dalle banche
dati e poi venduto a dieci agenzie di investigazioni private oltre un milione di informazioni. Con migliaia di parti offese. Gli indagati destinatari di misure sono 30, 4 in carcere, 6 ai domiciliari, 19 con obbligo di dimora.
È questo il cuore dell’indagine tra Napoli, Roma, Ferrara, Belluno e Bolzano, coordinata dalla Procura di Napoli diretta dal procuratore Nicola Gratteri, in coordinamento con la Procura nazionale antimafia diretta da Giovanni Melillo con il pm Antonello Ardituro e con scambio di informazioni con la Procura di Milano per il caso Equalize.
Si tratta di una una vasta operazione di polizia giudiziaria condotta dalla polizia postale e dalla squadra mobile di Napoli diretta da Mario Grassia, nei confronti di una organizzazione criminale dedita all’accesso abusivo ai sistemi informatici, corruzione e rivelazione di segreto d’ufficio. “Il mercato delle informazioni è ancora vivissimo”, sottolinea il pm Vincenzo Piscitelli, titolare del fascicolo con il pm Claudio Onorati.La polizia parte dagli accessi anomali eseguiti nei terminali da due agenti di polizia, nessuno dei quali autorizzato, spiega il capo della squadra mobile Mario Grassia: uno ne aveva effettuati 600mila, l’altro oltre 130mila. Le “tariffe” erano dai 6 ai 25 euro per ciascun accesso. Sottolinea il procuratore Gratteri: “Se un privato vuole conoscere notizie su un cantante, un calciatore, magari perché c’è un contenzioso in atto, le informazioni per me sono preziose. Hanno un costo, un valore, e vengono vendute. Siamo riusciti a sequestrare un server che convogliava questi dati. Le agenzie si rivolgono illecitamente a auesti soggetti e le vendono”.“È un vanto per la Procura di Napoli aver istituto un pool per i reati cyber – sottolinea il procuratore Gratteri – lunedì pomeriggio sono stato a Cesena dove ho parlato con i nuovi ispettori specializzati solo in indagini informatiche. Ringrazio il capo della polizia per aver creato questa nuova scuola”.
(da Repubblica)

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“IL VIZIO DELLA DESTRA SOVRANISTA È STATO PENSARE CHE UN’EGEMONIA CULTURALE SI CREA CON NOMINE E DECRETI”. LO STORICO GIANNI OLIVA: “ALLA DESTRA MANCA UN’IDEOLOGIA DEFINITA. CHE FORMA DI EGEMONIA SI ESERCITA PROMUOVENDO BEATRICE VENEZI A LA FENICE? E CHE SENSO HA AFFIDARE LA DIREZIONE DELLA BIENNALE A BUTTAFUOCO PER POI CRITICARNE APERTAMENTE LE SCELTE?”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“E PERCHÉ ESCLUDERE UN INTELLETTUALE COME MARCELLO VENEZIANI, TANTO SCOMODO QUANTO CAPACE? QUANDO L’EGEMONIA SI COSTRUISCE SULL’ASSENZA DI CULTURA, I RISULTATI NON POSSONO CHE ESSERE QUESTI: POLEMICHE, IRRIGIDIMENTI, DIMISSIONARI, DIMISSIONATI”

Inutile elencare gli infortuni del Ministero della Cultura nell’era Meloni, che hanno riempito (e riempiono) pagine di giornali. Il tema, semmai, è che cosa sottintendono, al di là delle polemiche occasionali.
Il primo vizio sta nella premessa: la Destra, almeno dagli anni Settanta, ha patito un complesso di inferiorità e denunciato la supposta egemonia culturale della Sinistra. Vero è che molti intellettuali hanno espresso posizioni di sinistra e assunto potere in enti cultural, ma la cultura “egemone”, in Italia, è sempre stata quella cattolica.
Lo è stata persino nei decenni lontani di fine Ottocento, quando lo Stato era profondamente laico: Cuore, il pilastro della pedagogia italiana, ignora il Natale, la Pasqua, le preghiere, ma riflette un sentire comune fatto di buoni propositi, di maniere corrette, di fratellanza, di educazione al sacrificio, di comprensione tra le classi
Una cultura che ha continuato ad essere tale nell’Italia del Ventennio, dove le liturgie di regime hanno creato spettacolo ma non hanno trasformato il contadino italiano in un acrobata che salta nel cerchio di fuoco; e lo è rimasta nell’Italia democristiana della Prima Repubblica, a dispetto dei tanti registi, scrittori, pittori che guardavano al Partito comunista.
Il secondo vizio è stato pensare che un’egemonia si crea con nomine e decreti. Per almeno due secoli il dibattito filosofico si è domandato se è l’ideologia a generare la realtà (idealismo) o la realtà a generare l’ideologia (materialismo).
La Destra ha affrontato il tema in assenza di un’ideologia definita. Quale è l’identità della Destra, oggi? Qua e là sono stati raccolti spunti di provenienze differenti: Tolkien, nel cui universo narrativo si esprimono gerarchie sociali apparentemente allusive a distinzioni razziali (ma Tolkien si espresse durante contro il razzismo nazista); Atreju, protagonista de La storia infinita il cui autore, Michael Ende, pur rifiutando etichette politiche specifiche, era vicino a posizioni progressiste e ambientaliste; all’esordio del governo Meloni è stato richiamato come uomo di destra Dante Alighieri e il ministro Sangiuliano ha immaginato un pantheon di riferimenti che spaziavano da Giuseppe Prezzolini, a Benedetto Croce, a Giovanni Gentile ma coinvolgevano anche Piero Gobetti e Antonio Gramsci.
La somma di citazioni e di appropriazioni non basta a fare un’identità. E mancando un’identità manca un progetto: quale è il progetto di informazione e programmi per rilanciare la televisione pubblica?
Quale è il progetto per sviluppare il teatro, il cinema, la musica, la danza, l’arte partendo dalle generazioni più giovani? Quale è il progetto per sostenere l’editoria? Quando la partenza è fondata su premesse sbagliate, lo sviluppo non può che essere sbagliato.
Che forma di egemonia culturale si esercita promuovendo Beatrice Venezi a La Fenice? Esiste forse un modo di “destra” o “sinistra” di dirigere un’orchestra? E che senso ha affidare la direzione della Biennale ad un uomo di valore (oltreché di area) come Pierangelo Buttafuoco per poi criticarne apertamente le scelte? E, ancora, perché escludere un intellettuale come Marcello Veneziani, tanto scomodo quanto capace?
L’egemonia culturale si costruisce quando c’è assonanza tra la forza politica al governo e il sentire comune: “egemonia” significa la costruzione di consenso attorno ad un sistema valoriale e come tale richiede tempo, intelligenze, aperture.
Quando la si costruisce sull’assenza di cultura, i risultati non possono che essere questi: polemiche, irrigidimenti, dimissionari, dimissionati. E l’egemonia meloniana (come ha scritto ieri su La Stampa Alberto Mattioli) finisce in macerie.
Gianni Oliva
per “La Stampa”

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TRUMP E XI JINPING, CHE SI INCONTRERANNO A PECHINO, NON POSSONO PERMETTERSI DI FARSI LA GUERRA

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

“WASHINGTON E PECHINO RESTANO SIMULTANEAMENTE RIVALI STRATEGICI E PARTNER NECESSARI. TRUMP CERCA RISULTATI SPENDIBILI NEGLI USA: EXPORT AGRICOLO, BOEING, TREGUA COMMERCIALE, INVESTIMENTI… XI PUNTA A RIDURRE LA PRESSIONE AMERICANA SU COMMERCIO, TECNOLOGIA E DETERRENZA ASIATICA. LA DIFFERENZA TRA I DUE LEADER È CGE TRUMP PENSA IN TERMINI DI “DEAL”, XI IN TERMINI DI TRASFORMAZIONI STORICHE

Il vertice di Pechino tra Trump e Xi arriva in un momento instabile per le relazioni tra Usa e Cina. Sul tavolo non c’è più soltanto il commercio. Guerra economica, crisi energetica, competizione tecnologica e deterrenza militare rischiano ormai di convergere in un’unica crisi sistemica.
Supply chain, semiconduttori, AI, terre rare e dati sono diventati strumenti di sicurezza nazionale.
È il grande paradosso di questa fase storica: Washington e Pechino restano simultaneamente rivali strategici e partner necessari.
Sul piano economico Trump cerca risultati immediatamente spendibili negli Usa: export agricolo, Boeing, tregua commerciale, investimenti. È la logica delle cinque “B”: Boeing, Beef, Beans, Board of Trade e Board of Investment, cioè gestire la competizione senza rompere l’interdipendenza.
Xi ragiona invece secondo una logica diversa. Le tre “T” – Tariffs, Technology, e Taiwan – definiscono le priorità strategiche cinesi: ridurre la pressione americana su commercio, tecnologia e deterrenza asiatica.
È la differenza tra i due leader. Trump pensa in termini di “deal”. Xi in termini di trasformazioni storiche. La Cina non ragiona in cicli elettorali, ma in cicli industriali, tecnologici e strategici. Lo confermano le scelte del XV piano quinquennale cinese.
Pechino vuole sopravvivere al contenimento occidentale, dominare la manifattura avanzata e trasformare superiorità industriale in influenza geopolitica permanente. Ha bisogno, soprattutto, di preservare i flussi di commercio e le proprie esportazioni per consentire una crescita sufficiente a contenere la disoccupazione interna.
Ed è questo che preoccupa Washington: la guerra economica americana non sta rallentando la macchina industriale cinese. In molti casi sta addirittura accelerando la corsa di Pechino verso autosufficienza tecnologica e supremazia manifatturiera.
Non a caso Trump arriverà accompagnato da importanti amministratori delegati Usa, da Apple a Boeing, da BlackRock a Tesla. È la contraddizione centrale
americana: mentre Washington parla di contenimento strategico, una parte del capitalismo americano continua a dipendere dal mercato e dalle “supply chain” cinesi.
Ma il vertice non può essere compreso senza la crisi iraniana. La guerra con Teheran ha prodotto tre effetti strategici: aumento della vulnerabilità energetica globale, trasferimento di risorse militari americane verso il Golfo e crescente convinzione cinese che gli Usa fatichino a sostenere simultaneamente più fronti.
Pechino osserva il logoramento militare americano e lo spostamento di portaerei dal Pacifico. La domanda cinese ormai non è più soltanto se Washington voglia difendere Taiwan, ma se possa farlo efficacemente mentre resta impantanata in Medio Oriente.
Hormuz controlla i flussi energetici globali. Taiwan quelli tecnologici. Uno è il rubinetto del petrolio mondiale. L’altra l’interruttore dell’economia digitale. Taiwan è l’Hormuz del silicio.
Iran e Taiwan non sono, quindi, più crisi separate. Sono i due grandi colli di bottiglia della globalizzazione contemporanea.
L’incontro Trump-Xi ha soprattutto una dimensione sistemica. La geopolitica ora non ruota più soltanto attorno al controllo del territorio, ma dei flussi: energetici, tecnologici, logistici, finanziari. È questo che collega Iran, Taiwan e Cina entro lo stesso quadro strategico.
Il vero obiettivo del vertice, dunque, non è migliorare le relazioni. È piuttosto evitare il loro corto circuito. «Stabilità», ora, significa impedire che i rapporti peggiorino.
La relazione Usa-Cina entra così in una fase di «ostilità stabilizzata»: una convivenza competitiva segnata da diffidenza reciproca permanente. Ciò perché Usa e Cina ragionano ormai soprattutto in termini di vulnerabilità sistemica. Gli Usa temono dipendenza industriale e terre rare cinesi.
La Cina teme strangolamento tecnologico ed escalation tariffaria. Il vertice, quindi, non serve a costruire fiducia ma a gestire la paura reciproca. Anche la possibilità che Trump e Xi riescano a imporre limiti all’espansione delle rispettive guerre
economiche sarebbe già un successo. Questo spiega una delle contraddizioni più evidenti della fase attuale.
Washington accusa società satellitari cinesi di aver aiutato Teheran attraverso supporto geospaziale avanzato. Ma contemporaneamente chiede a Pechino di esercitare pressione sull’Iran per stabilizzare il conflitto.
In fondo, il vertice rappresenta il tentativo di costruire una forma di “G2 transazionale”: non un’alleanza, ma una coabitazione competitiva forzata tra due potenze che continuano simultaneamente a commerciare, contenersi e prepararsi allo scontro strategico di lungo periodo.
Per questo l’incontro probabilmente non produrrà grandi accordi. Produrrà soprattutto una tregua nel deterioramento dei rapporti. Pechino vuole un’America abbastanza forte da mantenere aperti mercati e rotte commerciali e continuare a importare, ma abbastanza logorata da non riuscire più a contenere l’ascesa cinese. E forse l’immagine che descrive meglio la strategia di Xi è in un’antica formula dell’Arte della Guerra del generale Sun Tzu: osservare le tigri che combattono, dalla cima della montagna.
Ettore Sequi
per “La Stampa”

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URSO, SEI SVEGLIO O DORMI? IL COLOSSO SVEDESE DEGLI ELETTRODOMESTICI ELECTROLUX TAGLIA 1.700 LAVORATORI SU QUATTROMILA IN ITALIA E SPIEGA: “PAGHIAMO L’ACCIAIO IL 31% IN PIÙ DI QUANTO NON ACCADA IN CINA”

Maggio 13th, 2026 Riccardo Fucile

I SINDACATI, CHE HANNO INDETTO UNO SCIOPERO, DENUNCIANO: “NON SIAMO COMPETITIVI NEMMENO CON L’ACCIAIO DELL’ILVA” … IL MINISTRO DEL MADE IN ITALY RESTA IN SILENZIO E IL GOVERNO DEVE CERCARE “CONTROPARTITE” DA OFFRIRE A ELECTROLUX PER EVITARE I PESANTI TAGLI

Che le cose si stessero mettendo male i sindacati lo avevano intuito già il mese scorso. Prima la decisione di chiudere uno stabilimento in Ungheria – ottocento dipendenti – poi quella di rinunciare alla produzione ad Anderson in Carolina del Sud, altri 1.200 lavoratori.
Il testo della convocazione dell’incontro di ieri con le rappresentanze sindacali a Mestre – è del 28 aprile – aveva confermato le preoccupazioni: «Piano di ottimizzazione e revisione organizzativa».
Nulla di nuovo sotto il cielo del settore degli elettrodomestici: per il governo Meloni è il secondo tempo della vicenda Beko, il gruppo turco che acquistò le attività europee dell’americana Whirpool.
Allora, dopo una lunga trattativa che costrinse la premier a telefonare direttamente a Recep Erdogan, Palazzo Chigi riuscì a evitare la chiusura dello stabilimento ex Merloni di Comunanza, nelle Marche.
Questa volta la faccenda è più complessa: l’annuncio dell’azienda svedese promette di ridurre drasticamente tutte le attività italiane sparse in cinque fabbriche. A marzo di quest’anno Electrolux dava lavoro in Italia a 4.542 persone, quattro anni fa erano 5.700: se andrà in fondo nei suoi piani, ne rimarranno 2.800.
Durante la riunione di ieri davanti ai sindacati raggelati l’azienda ha spiegato di essere costretta ai tagli per la difficoltà a far fronte alla concorrenza cinese e asiatica sui prodotti di gamma medio-bassa. Electrolux in Italia produce ancora di tutto: frigoriferi, congelatori, lavastoviglie, lavatrici, lavasciuga, forni, piani cottura e cappe da cucina.
La ragione di fondo dei tagli è la stessa per tutti, ed è beffarda per il sistema Italia: «Paghiamo l’acciaio il 31 per cento in più di quanto non accada in Cina», hanno spiegato gli uomini di Electrolux.
«Non siamo competitivi nemmeno con l’acciaio dell’Ilva», denuncia il responsabile elettrodomestici dei metalmeccanici Cisl Massimiliano Nobis. Il dettaglio è particolarmente urticante per il governo, perché se c’è una vicenda che in questi quattro anni non ha trovato soluzione è quella dell’Ilva, la cui vendita al fondo
americano Flacks – inizialmente data per certa – è naufragata per l’assenza di una proposta seria.
Il ministro delle Imprese Adolfo Urso – sempre più sotto attacco anche all’interno del governo per i troppi dossier irrisolti – al telefono si chiude nel silenzio: «Ho fatto un comunicato, sto lavorando, non è il momento delle dichiarazioni».
Il comunicato non aggiunge nulla: promette di voler «svolgere tutte le attività di monitoraggio necessarie» e di «mantenere un confronto costante con l’azienda e i sindacati».
Secondo quanto ricostruito, l’idea sarebbe quella di offrire contropartite come quelle che hanno permesso di evitare la chiusura della Beko, salvata in extremis dopo una trattativa fra governi sulle partnership militari di Leonardo e il destino di Piaggio Aerospace, utile a Baykar, l’azienda specializzata nella costruzione di droni militari e guidata dal genero di Erdogan.
Questa volta però il contesto è del tutto diverso, perché Electrolux non è Beko e benché abbia ancora nella famiglia Wallenberg un socio importante, è una public company partecipata da svariati fondi di investimento fra cui l’americano Causeway.
I sindacati speravano che durante l’incontro si materializzasse la cinese Medea, da tempo interessata alle attività europee di Electrolux. «E invece niente», riferiscono i presenti.
(da La Stampa)

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