Aprile 14th, 2026 Riccardo Fucile
CHI HA CREATO LA FOTO E COSA E’ CAMBIATO PER ATTACCARE IL PAPA
Dal mondo cattolico erano arrivate reazioni durissime contro il presidente americano
per quell’immagine considerata “blasferma” anche dagli sciiti del regime iraniano. Ma sono stati i commenti dei suoi sostenitori Maga a travolgerlo sul suo social: cosa gli avevano scritto
Ha ceduto sotto la valanga di commenti critici dei suoi sostenitori Maga Donald Trump, che ha fatto sparire dal suo profilo Truth l’immagine pubblicata dopo gli attacchi durissimi contro papa Leone XIV. Si tratta di un’immagine generata con l’intelligenza artificiale in cui appare nei panni di una sorta di Gesù guaritore, con una mano sulla fronte di un uomo nell’atto di aiutarlo. Il post è comparso il 13 aprile, a pochi giorni dalle dichiarazioni durissime rivolte al pontefice, il primo papa statunitense della storia della Chiesa cattolica. La tensione era già alta dopo le§critiche di Leone XIV alle politiche migratorie dell’amministrazione e al conflitto contro l’Iran, con il papa che aveva parlato esplicitamente di «follia della guerra».
L’immagine di Trump nei panni di Gesù e l’attacco al Papa
Sullo sfondo del ritratto digitale campeggia una grande bandiera americana, l’aquila testabianca, alcuni soldati, i caccia militari, la Statua della Libertà e un edificio che richiama il Campidoglio. Accanto a Trump compaiono un’infermiera, un soldato, un uomo con cappellino e una donna in preghiera, tutti bianchi, tutti appartenenti alla base elettorale trumpiana, tradizionalmente molto religiosa. Nella mano sinistra del presidente risplende una luce intensa, a evocare una figura messianica. Il contesto in questo caso è quello di un attacco diretto al papa, al quale Trump domenica aveva detto: «Leone dovrebbe essermi grato perché, come tutti sanno, la sua nomina è stata una sorpresa incredibile. Se io non fossi alla Casa Bianca, Leone non sarebbe in Vaticano». Aggiungendo che «Leone dovrebbe darsi una regolata come papa». Il pontefice ha risposto senza giri di parole: «No, non ho paura dell’amministrazione Trump».
La reazione dell’Iran: «Profanare Gesù non è accettabile»
L’immagine ha provocato reazioni anche fuori dagli Stati Uniti. Il presidente iraniano Masoud Pezeshkian è intervenuto su X condannando «l’insulto» rivolto a Leone XIV «a nome della grande nazione dell’Iran». «Dichiaro che la profanazione di Gesù, il profeta di pace e fratellanza, non è accettabile per nessuna persona libera. Vi auguro gloria da parte di Allah», ha scritto Pezeshkian, trasformando l’attacco di Trump in un terreno inatteso di solidarietà tra il regime teocratico di Teheran e il Vaticano§
Da dove arriva l’immagine originale
Il ritratto non è una creazione nuova. La versione originale, anch’essa prodotta con l’AI, era stata pubblicata il 6 febbraio scorso da Nick Adams, acceso sostenitore Maga, con figure angeliche alle spalle di Trump. Nella nuova versione rilanciata dall’account presidenziale, qualcuno nello staff ha pensato che fosse una buona idea modificare uno degli angeli trasformandolo in una figura più oscura, quasi demoniaca, forse per dare all’immagine un tono più minaccioso nei confronti di
Leone XIV. Alcuni utenti sui social hanno sostenuto che si trattasse della Statua della Libertà, ma il tentativo di reinterpretazione non sembra aver convinto nessuno.
La reazione durissima della base Maga
Il post non aveva convinto nemmeno una parte della base trumpiana. Su Truth i commenti critici si sono moltiplicati rapidamente, con diversi sostenitori del presidente che hanno preso le distanze. «Io sono al 100% per il presidente Trump, ma questa mi dà fastidio», ha scritto un utente. Un altro ha chiesto esplicitamente la rimozione del contenuto: «Signor presidente, con tutto il rispetto, lei non è Gesù. Di certo non fa una bella figura». C’è chi ha parlato di blasfemia e chi ha letto nell’immagine un «segnale» inquietante, arrivando a evocare la figura dell’anticristo. Una reazione che sembra allargare una crepa già esistente nel movimento Maga, già diviso sulla guerra in Iran.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
LA PROFEZIA DI SVENTURA DI KIRILL DMITRIEV, INVIATO DI PUTIN A WASHINGTON: “QUESTO NON FARÀ ALTRO CHE ACCELERARE IL COLLASSO DELL’UE, VERIFICATE SE HO RAGIONE TRA QUATTRO MESI. L’EUROPA DOVRÀ TROVARE 90 MILIARDI DI EURO PER KIEV, SOLDI CHE NON CI SONO NÉ A BRUXELLES NÉ NELLE CAPITALI EUROPEE”
È un risveglio doloroso quello di questo lunedì per Vladimir Putin. Domenica il Cremlino ha perso di fatto il suo alleato-chiave in Europa, Viktor Orbàn, cacciato dalla guida dell’Ungheria a furor di popolo.
Il neo-eletto premier Péter Magyar (entrerà in carica in realtà non prima di un mese) ha già tracciato nel discorso della vittoria i riferimenti della sua politica estera: ha detto che riporterà l’Ungheria al cuore dell’Europa e della Nato, e che i suoi primi viaggi lo porteranno nell’ordine a Varsavia, Vienna e Bruxelles
Gli altri governi Ue contano che la sua prima mossa concreta sarà quella di sbloccare i 90 miliardi di euro di prestiti promessi dall’Ue all’Ucraina e bloccati per tutto l’inverno dal veto di Orbàn. Magyar non ha ancora sciolto la riserva sul tema, ma ieri sera ha detto che intende «riportare a casa i fondi Ue» congelati all’Ungheria ed è probabile che le due partite saranno collegate.
Tra i primi a congratularsi col leader di Tisza è stato Volodymyr Zelensky, che si è
detto pronto a incontrare il nuovo leader di Budapest e a «per il bene di entrambi i Paesi, della pace, della sicurezza e della stabilità d’Europa».
Putin per ora tace, ma dai primi commenti che emergono dai suoi uomini emerge tutta la rabbia e l’amarezza per il risultato del voto a Budapest. «Questo non farà altro che accelerare il collasso dell’Ue, verificate se ho ragione tra 4 mesi», vaticina Kirill Dmitriev, l’Ad del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato di Putin a Washington, rispondendo su X alla notizia della vittoria di Magyar postata dall’attivista di estrema destra britannico Tommy Robinson.
Tesi che sviluppa in modo più elaborato un altro dirigente di Mosca, il vicecapo del Consiglio della Federazione Konstantin Kosachev. Quella che sta per abbattersi sull’Ue dopo la vittoria di Magyar secondo Kosachev è una «tempesta perfetta», come riporta con grande risalto la Tass.
«Primo, dovrà trovare 90 miliardi di euro per l’Ucraina, soldi che non ci sono né a Bruxelles né tanto meno nelle capitali europee» (il meccanismo prevede la raccolta dei fondi sul mercato tramite la garanzia del bilancio Ue, ndr). «Secondo, i prezzi ai distributori di benzina e il costo delle bollette non faranno che aumentare a causa di quello che sta accadendo in Medio Oriente».
Senza contare, prosegue Kosachev, che a causa delle «politiche anti-russe» l’Europa sarà costretta ad aumentare le spese militari e finirà per dover tornare col cappello in mano da Trump. Insomma, è la tesi di Mosca, «Orbàn lascia ma i problemi per l’Ue rimarranno, anzi diventeranno una valanga».
(da Open)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
SI RAGIONA SULLA “COMPATIBILITÀ” TRA LA PRESENZA DEI RUSSI A VENEZIA E IL REGIME SANZIONATORIO IN VIGORE CONTRO MOSCA. SE CI FOSSERO IRREGOLARITA’ POTREBBE ATTIVARSI LA PROCURA DI VENEZIA PER INDAGARE SU EVENTUALI RILIEVI PENALI …SE L’ESECUTIVO FORZASSE LA MANO, BUTTAFUOCO SI DIMETTEREBBE?
Giovedì scorso il ministro degli Esteri Antonio Tajani ha chiamato il titolare della Cultura
Alessandro Giuli. La riapertura del padiglione russo alla prossima Biennale – con le sue ricadute politiche e geopolitiche – è diventata a tutti gli effetti un problema di entrambi i dicasteri. E pure di difficile soluzione.
I prossimi passi, si sono detti, andranno inevitabilmente coordinati. Come anticipato da Repubblica, la Commissione europea, il 26 marzo, ha chiesto al rappresentante italiano a Bruxelles Vincenzo Celeste che le autorità italiane si
esprimessero, entro una settimana, sulla «compatibilità» tra la presenza dei russi a Venezia e il regime sanzionatorio in vigore contro Mosca.
Sono trascorsi diciassette giorni ma la Farnesina non ha ancora fornito una risposta. Poi venerdì scorso, il 10 aprile, l’esecutivo Ue ha alzato la posta in gioco, annunciando alla Biennale la sospensione o la cancellazione dei fondi comunitari con l’accusa di aver violato le sanzioni (a meno che l’istituzione lagunare non si “discolpi” o faccia retromarcia entro l’11 maggio).
La conversazione tra Giuli e Tajani, non a caso, risale al giorno precedente alla lettera di ultimatum dell’Ue alla fondazione guidata da Pietrangelo Buttafuoco. Questa settimana il ministero della Cultura invierà alla Farnesina tutti i documenti ricevuti dalla Biennale circa un mese fa. A quel punto, la partita verrà giocata contemporaneamente su due tavoli.
Gli Esteri, con in mano tutti gli elementi, lavoreranno a fornire il proprio parere alla Commissione Ue.
Il ministero della Cultura, intanto, continuerà il vaglio sulle carte della fondazione, sempre mirato a individuare ipotetiche violazioni.
Se ci fossero, ragiona chi lavora al dossier, potrebbe attivarsi la procura di Venezia per indagare su eventuali rilievi penali. Un’altra ipotesi è che, in quel caso, la prefettura possa intervenire per mettere i sigilli al padiglione
Che rischierebbe così di rimanere chiuso, quale che sia l’esito dell’inchiesta, almeno all’inizio della rassegna che verrà inaugurata il 9 maggio. E tuttavia, trascorso un mese, il Collegio romano non ha ancora reso pubblica nessuna irregolarità. Tanto che all’opposizione, maliziosamente, c’è chi comincia a sospettare che il governo «si sia incartato e non sappia come uscirne».
Ogni passo porta con sé il rischio di mettere un piede su una mina. Se davvero l’esecutivo – tramite il Mic – forzasse la mano per impedire la presenza dei russi, il presidente Buttafuoco rimarrebbe al suo posto? È la preoccupazione che circola in ambienti di FdI, dove in tanti conoscono il carattere fiero del giornalista. Ed è tra le ragioni per cui Palazzo Chigi – pur monitorando la situazione in tempo reale – per ora ha evitato interventi espliciti. Ora però il tempo scorre: mancano ventisei giorni all’inaugurazione della mostra.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
ROMA, REGNO UNITO, GERMANIA E OLANDA SONO GLI UNICI A DISPORRE DEI MEZZI ADEGUATI PER LA MISSIONE… LA PREMIER AVEVA ASSICURATO LA PRESENZA DI NAVI ITALIANE SOLO CON UNA TREGUA, MA ORA GLI USA LE PRETENDONO ANCHE DURANTE IL BLOCCO NAVALE DELLO STRETTO, CON IL RISCHIO CHE I MILITARI ITALIANI VENGANO COLPITI DAI MISSILI IRANIANI – LA “TRUMPETTA” RISCHIA GROSSO: GLI ITALIANI DETESTANO TRUMP E L’81,7% DEI CITTADINI È PREOCCUPATO PER LA GUERRA DEL TYCOON IN IRAN…
Il bivio è delicato. Per certi versi, drammatico. Nei prossimi giorni, Giorgia Meloni dovrà decidere se cedere al pesante pressing americano per ottenere un impegno italiano nello sminamento dello Stretto di Hormuz. Nelle ultime ore, infatti, l’amministrazione di Donald Trump ha intensificato l’azione diplomatica sugli alleati per ottenere al più presto le imbarcazioni necessarie a bonificare quelle acque.
L’appello è sostanzialmente rivolto a quattro paesi europei, gli unici a disporre dei mezzi adeguati: Regno Unito, Italia, Germania e Olanda (il paese del segretario generale Nato Mark Rutte). Il tycoon pretende che queste capitali continentali garantiscano i cacciamine, anche se il contesto in cui andrebbero ad agire è improvvisamente mutato: non più la tregua e la trattativa di pace in Pakistan, ma l’opzione di un blocco navale americano e di una contestuale – e rischiosissima – opera di sminamento portata avanti dai partner in un’area sottoposta alla potenziale minaccia iraniana. Di fatto, uno scenario da incubo, perché l’eventuale navigazione sarebbe comunque sottoposta a possibili attacchi del regime di Teheran.
È il dilemma di Palazzo Chigi, uno dei nodi diplomatici e militari da gestire nell’immediato futuro. Negli scorsi giorni, come detto, Meloni – ma anche il ministero della Difesa – avevano offerto agli Usa la disponibilità a partecipare alla missione attraverso imbarcazioni della Marina, all’avanguardia per materiali e capacità.
L’ipotesi minima era quella di garantire due cacciamine, una fregata e una nave logistica. Quella più impegnativa, quattro cacciamine, una portaelicotteri e una fregata. L’unico paletto posto da Roma, e condiviso con gli altri possibili alleati Ue, era stato quello di operare in un contesto almeno formalmente pacifico: al cessare delle ostilità, l’Italia avrebbe dunque aderito all’operazione.
Il primo round di trattative in Pakistan prometteva questo scenario. Nelle ultime ore, però, la storia sembra aver preso un altro corso, aumentando le probabilità che
l’operazione alleata diventi ad alto rischio: il blocco navale americano minacciato da Trump per fermare tutte le imbarcazioni in transito, sfidando la marina iraniana, renderebbe lo sminamento assai più delicato.
E Roma? Fonti non ufficiali riferiscono di nuovi e recentissimi contatti tra l’esecutivo e la Casa Bianca, ipotizzando addirittura una comunicazione diretta tra Meloni e Trump. Di certo c’è comunque l’enorme pressione di Washington.
Obbligata, perché gli Stati Uniti non hanno più a disposizione cacciamine da schierare nello Stretto: hanno progressivamente rottamato quelli in vetroresina italiani (e gli ultimi in loro possesso, soltanto cinque, si trovano in Corea del Sud). Ciononostante, la linea della presidente del Consiglio resta quella di attestarsi su una vigile cautela: si muoverà come gli altri partner, cercando di capirne nelle prossime l’orientamento.
È chiaro che l’emergenza energetica spingerebbe la premier a restare nella partita, se possibile, perché dagli Usa dipende anche l’eventuale approvvigionamento alternativo alle risorse estratte o che transitano dal Golfo. È però altrettanto evidente che Palazzo Chigi farà di tutto per allontanare lo spettro di incidenti sul terreno, soprattutto perché la missione è figlia di una richiesta del tycoon: il punto critico, ormai, della politica estera di Meloni. Il buco nero nel consenso della destra italiana.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
TRA CANCELLAZIONI, RIFINANZIAMENTI E NUOVI INVESTIMENTI, LE ULTIME MODIFICHE AL PIANO APPROVATE A NOVEMBRE DA BRUXELLES HANNO RIGUARDATO OLTRE UN QUARTO DELL’AMMONTARE COMPLESSIVO DEL PNRR – I MINISTERI CHE HANNO ACCUMULATO I RITARDI PIU’ PESANTI
Sul sito Italia Domani è stato pubblicato a fine marzo il database Regis sullo stato di avanzamento
del Pnrr al 26 febbraio 2026. Come noto, gli stanziamenti concessi all’Italia per il Piano ammontano a 194,4 miliardi (71,8 di sussidi e 122,6 di prestiti) e i lavori dovranno essere conclusi entro il 31 agosto 2026, in modo da poter effettuare tutte le verifiche entro la fine del 2026.
Tra cancellazioni, definanziamenti, rifinanziamenti e nuovi investimenti, le ultime modifiche nell’allocazione delle risorse, richieste alla Commissione europea e approvate a novembre 2025, hanno riguardato più di un quarto dell’ammontare complessivo del Pnrr.
Sono stati introdotti anche strumenti finanziari che consentiranno di prorogare la realizzazione di alcuni interventi dopo il 2026, per non perdere i fondi.
I vari aggiustamenti al piano originario, resisi necessari dalla constatazione che non era possibile rispettare le scadenze e dalla irrealizzabilità di alcune misure, denotano una scarsa capacità di visione e di progettazione della governance italiana. Come si vede dal “prospetto riassuntivo” in pagina, a fronte di 191 miliardi di interventi (di cui 174 impegnati) i progetti attivi ammontano a 167,5 miliardi.
La spesa effettuata a fine febbraio è di 93 miliardi, il 55,6% del totale. Il ritmo di pagamento negli ultimi mesi ha raggiunto i 3,5 miliardi mensili. Pur essendo fortemente cresciuto negli ultimi due anni, non appare sufficiente per completare i pagamenti nei prossimi sei mesi.
L’ammontare complessivo dei progetti avviati e in corso di realizzazione è di 167,5 miliardi, quasi 30 in meno della dotazione finanziaria complessiva. Tra le misure ancora al palo o in ritardo la misura rafforzata 4.0 vale 4,7 miliardi di euro; alla competitività e resilienza delle catene di approvvigionamento strategiche mancano 3,2 miliardi di progetti; nello sviluppo del bio-metano secondo criteri per la promozione dell’economia circolare il vuoto da colmare è di 2,2 miliardi; il Fondo Rotativo Contratti di Filiera (Fcf) per il sostegno nei settori agroalimentare e affini attende 1,7 miliardi; lo strumento finanziario per l’efficientamento energetico
dell’edilizia residenziale pubblica (Erp) 1,4 miliardi; lo sviluppo dell’agrivoltaico 1,1 miliardi; 1,1 miliardi il credito d’imposta di Transizione 5.0; il rafforzamento dell’efficienza dell’infrastruttura ferroviaria in Italia oltre un miliardo; il regime di sovvenzioni per gli investimenti in infrastrutture idriche (Fnissi) 1 miliardo.
Tra le 7 missioni in cui si articola il Pnrr, quella con il maggior stanziamento è “M2 – Rivoluzione verde e transizione ecologica” con 56,8 miliardi, di cui 11 non si traducono ancora in progetti. Anche “M1 – Digitalizzazione, innovazione, competitività e cultura”, con 43,3 miliardi stanziati e 35,7 attivati, presenta un deficit di progetti per quasi 8 miliardi, ma è l’unica con oltre il 70% di pagamenti effettuati.
Tra i soggetti titolari il ministero delle Infrastrutture e Trasporti ha una maggiore dotazioni di fondi su progetti attivati (38,2 miliardi), di cui la metà pagati. Va meglio al ministero dell’Ambiente e Sicurezza energetica con due terzi dei 25,5 miliardi progetti in essere e al ministero delle Imprese e del Made in Italy dove è già stato pagato l’80% dei 20,8 miliardi complessivi.
Il 4,5% dei progetti (7,5 miliardi di euro) è ancora in una fase preliminare che precede l’esecuzione, il 32,3% è stato completato (54 miliardi), il 56,4% è in corso di esecuzione (94 miliardi), mentre il 6,9% (11,5 miliardi) doveva già essere terminato ma è in ritardo
Le missioni con i maggiori ritardi nel completamento dell’esecuzione sono “M5 – Inclusione e coesione” (16,8%); “M6 – Salute” (16%); “M3 – Infrastrutture per una mobilità sostenibile” (8,5%) e “M4 – Istruzione e Ricerca” (6,7%).
Tra le misure, ritardi nel completamento dell’esecuzione si riscontrano nel “Potenziamento dei nodi ferroviari metropolitani e delle linee ferroviarie interregionali e regionali” (1,9 miliardi di euro su 6,5 totali); la “Casa come primo luogo di cura” (1,4 miliardi su 2,8); le politiche attive sul lavoro e formazione professionale (1,4 miliardi su 3,6); il “Piano asili nido e scuole dell’infanzia e servizi di educazione e cura per la prima infanzia” (809 milioni su 4,4 miliardi); il “Piano di messa in sicurezza e riqualificazione dell’edilizia scolastica” (809 milioni su 5 miliardi);la digitalizzazione degli ospedali (356 milioni su 2,8 miliardi) e molti altri. Il ministero delle Infrastrutture e Trasporti è il soggetto titolare che registrerebbe in assoluto il maggior ritardo nella fase di esecuzione con 2,7 miliardi di euro su 38,2 complessivi e, a seguire, il ministero della Salute (2,4 miliardi su quasi 15) e quello dell’Istruzione e del merito (2 miliardi su 17,4).
Tra i soggetti attuatori Rete ferroviaria italiana (Rfi) ha accumulato ritardi per quasi 2 miliardi di euro su 22 complessivi, mentre le Regioni – Lombardia e Campania su tutte – sono in grave difficoltà nel completamento dei progetti relativi alla Sanità.
Osservando i progetti del Pnrr per ambito territoriale regionale, ritardi a doppia cifra si registrano in Trentino Alto Adige (15,7%), Lombardia (12,7%), Campania (12,1%), Abruzzo (11,6%) e Calabria (10,7%), a fronte di una media regionale del 8,9%, con il Nord in maggiore ritardo. Tra i Comuni, il territorio di Roma Capitale usufruisce dei maggiori finanziamenti (oltre 7 miliardi) con progetti in ritardo di esecuzione per 414 milioni.
Risulta collaudato il 25,6% dei progetti (era il 22,2% al 14 ottobre 2025) per quasi 43 miliardi di euro, mentre il 2,6% (4,3 miliardi) doveva già essere terminato ma è in ritardo.
Se si considera il sottoinsieme di progetti la cui esecuzione è conclusa (54 miliardi), per il 10% di essi il collaudo deve ancora iniziare, per il 79% è terminato, per il 10% è in corso di effettuazione e nel restante 1,4% è in ritardo.
L’ammontare dei pagamenti risente dello stato di esecuzione e completamento dei progetti. Come detto la percentuale dei pagamenti al 26 febbraio 2026 ha raggiunto il 56% dell’ammontare dei progetti avviati, ma sfiora il 90% quando il collaudo è completato, mentre è solo il 37% se ancora deve iniziare.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
E POI SI SCHIERA COME SCUDO DI PAPA LEONE: “BUON VIAGGIO. PIANTI MOLTI ALBERI DI PACE. CON RISPETTO, AMMIRAZIONE ED AFFETTO…”
Buon viaggio Papa Leone. Pianti molti alberi di pace. Con rispetto, ammirazione ed affetto”. Così su X il ministro della Difesa, Guido Crosetto.
Il ministro della Difesa Guido Crosetto ha affermato che in Ungheria “perde il destra-centro europeo meno critico nei confronti della Russia” e “vince il centro-destra vicino al Partito popolare europeo (Ppe)”, riferendosi rispettivamente a Fidesz di Viktor Orban e a Tisza di Peter Magyar.
In un messaggio pubblicato su X, Crosetto ha ricordato che “Fidesz, il partito di Orban, è stato nel Ppe fino al 2021” e che “Péter Magyar, leader del partito Tisza, è stato in Fidesz dal 2002 al 2024”, mentre la sua ex moglie Judit Varga “è stata ministro della Giustizia nel quarto e quinto governo Orban”.
Secondo il ministro, “le differenze politiche tra i due sono molto meno forti di quanto si possa capire dai commenti italiani”, spesso “abituati a parlare da tifosi e non ad approfondire”. Crosetto ha quindi sostenuto che “lo scontro è stato sul modo con cui Orban ha governato, sulle garanzie democratiche e sulla corruzione”.
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
ZELENSKY TENDE LA MANO A MAGYAR
È un risveglio doloroso quello di questo lunedì per Vladimir Putin. Domenica il Cremlino ha perso di
fatto il suo alleato-chiave in Europa, Viktor Orbàn, cacciato dalla guida dell’Ungheria a furor di popolo. Il neo-eletto premier Péter Magyar (entrerà in carica in realtà non prima di un mese) ha già tracciato nel discorso della vittoria i riferimenti della sua politica estera: ha detto che riporterà l’Ungheria al cuore dell’Europa e della Nato, e che i suoi primi viaggi lo porteranno nell’ordine a Varsavia, Vienna e Bruxelles. Gli altri governi Ue contano che la sua prima mossa concreta sarà quella di sbloccare i 90 miliardi di euro di prestiti promessi dall’Ue all’Ucraina e bloccati per tutto l’inverno dal veto di Orbàn. Magyar non ha ancora sciolto la riserva sul tema, ma ieri sera ha detto che intende «riportare a casa i fondi Ue» congelati all’Ungheria ed è probabile che le due partite saranno collegate. Non a caso tra i primi a congratularsi col leader di Tisza è stato Volodymyr Zelensky, che si è detto pronto a incontrare il nuovo leader di Budapest e a «per il bene di entrambi i Paesi, della pace, della sicurezza e della stabilità d’Europa». E com
primo gesto concreto Kiev stamattina ha revocato la raccomandazione ai cittadini ucraini di evitare di andare in Ungheria, considerato – ha detto il ministro degli Esteri Andrii Sybiha – «la scelta degli ungheresi segna la sconfitta delle politiche di minacce e di propaganda anti-Ucraina».
Le profezie di sventura (per l’Ue) del Cremlino
Putin per ora tace, ma dai primi commenti che emergono dai suoi uomini emerge tutta la rabbia e l’amarezza per il risultato del voto a Budapest. «Questo non farà altro che accelerare il collasso dell’Ue, verificate se ho ragione tra 4 mesi», vaticina Kirill Dmitriev, l’Ad del Fondo russo per gli investimenti diretti e inviato di Putin a Washington, rispondendo su X alla notizia della vittoria di Magyar postata dall’attivista di estrema destra britannico Tommy Robinson. Tesi che sviluppa in modo più elaborato un altro dirigente di Mosca, il vicecapo del Consiglio della Federazione Konstantin Kosachev. Quella che sta per abbattersi sull’Ue dopo la vittoria di Magyar secondo Kosachev è una «tempesta perfetta», come riporta con grande risalto la Tass. «Primo, dovrà trovare 90 miliardi di euro per l’Ucraina, soldi che non ci sono né a Bruxelles né tanto meno nelle capitali europee» (il meccanismo prevede la raccolta dei fondi sul mercato tramite la garanzia del bilancio Ue, ndr). «Secondo, i prezzi ai distributori di benzina e il costo delle bollette non faranno che aumentare a causa di quello che sta accadendo in Medio Oriente». Senza contare, prosegue Kosachev, che a causa delle «politiche anti-russe» l’Europa sarà costretta ad aumentare le spese militari e finirà per dover tornare col cappello in mano da Trump. Insomma, è la tesi di Mosca, «Orbàn lascia ma i problemi per l’Ue rimarranno, anzi diventeranno una valanga».
(da agenzie)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
MERCOLEDÌ ARRIVA A ROMA ZELENSKY E IL PRESIDENTE UCRAINO DOVRÀ INDOSSARE LA MASCHERA DI ATTORE CONSUMATO PER DISSIMULARE IL FASTIDIO VERSO LA DUCETTA. A PAROLE, IL SOSTEGNO ITALIANO NON È MAI MANCATO. NEI FATTI, LA SORA GIORGIA SI È SEMPRE SCHIERATA CON TRUMP (CHE CHIEDE LA RESA A KIEV) E ORBAN, IL BURATTINO DI PUTIN NELL’UNIONE EUROPEA…
Urbi et Orban: il tonfo del “Viktator” ungherese a Budapest s’è sentito forte e chiaro anche a Roma.
Al punto da aprire qualche crepa anche nella solida “fiamma magica” di Fratelli d’Italia. Stamani, tra via della Scrofa e Palazzo Chigi, c’era grossa incazzatura di fronte all’improvvida uscita di Giorgia Meloni, che ha voluto ringraziare “il mio amico Viktor Orban” dopo la sconfitta alle elezioni.
Che Orban sia un amico, per Giorgia Meloni, è fuor di dubbio. La Ducetta ha passato gli ultimi dieci anni a coccolare il premier ungherese, arrivando più volte a dire di ispirarsi a lui e di voler importare alcune sue politiche (in particolare su immigrazione e famiglia), e invitandolo ad Atreju svariate volte.
Il culmine fu nel 2019, quando, come ricorda Concetto Vecchio su “Repubblica”, “Orbán salì sul palco di Atreju la platea scattò in piedi sulle note di ‘Avanti, ragazzi di Buda, avanti ragazzi di Pest, il sole non sorge più a est’, la canzone contro l’occupazione sovietica dell’Ungheria”.
Meloni, che ha definito il premier sconfitto “un patriota che difende la propria cultura, la propria identità, i propri cittadini e soprattutto i propri confini”, emozionata, intonò il canto invitando i militanti alla standing ovation.
Negli anni, il rapporto tra i due si è consolidato, nonostante Orban sia diventato via via sempre più scomodo: con il suo veto, ha cercato di bloccare ogni tentativo di sostegno alla resistenza ucraina, servendo più gli interessi di Mosca che quelli dell’Ue.
Ciò non ha impedito a Giorgia Meloni di partecipare, tra lo scetticismo di molti colleghi di partito, a uno spot elettorale per “l’amico” Viktor.
Il video di gennaio, con la Ducetta che ci mette la faccia e dice di lottare insieme a Orban per difendere le radici dell’Europa e la sua sovranità nazionale è diventato fonte di estremo imbarazzo.
E infatti, a differenza di Matteo Salvini, che si è speso fino all’ultimo per la vittoria (è andato a Budapest il giorno dello spoglio elettorale del referendum), nelle ultime settimane la sora Giorgia s’era imboscata.
Scrive Francesco Malfetano sulla “Stampa”: “In molti, nel partito, lasciano filtrare una considerazione: poter archiviare il rapporto privilegiato con Orbán consente a Meloni di riposizionarsi, di alleggerire il profilo internazionale senza doverlo dichiarare apertamente”.
Ora, la destra italiana dovrà intraprendere una inversione a U: per Forza Italia, alleata nel Partito popolare europeo con Tisza di Peter Magyar, vincitore delle elezioni ungheresi, sarà facile. Per Matteo Salvini, che invece milita nei Patrioti insieme a Fidesz (il partito di Orban), più complicato
Per Giorgia Meloni, che sta pagando con il consenso in calo la sua vicinanza a Trump e ai trumpiani di tutto il mondo, è una necessità: la premier può trasformare la sconfitta del suo “amico” in opportunità, promuovendo finalmente lo stop al diritto di veto nelle decisioni del Consiglio europeo, che blocca ogni riforma Ue.
Smarcarsi e prendere posizione le eviterà altri imbarazzi, come quello che proverà mercoledì, quando a Roma arriverà Volodymyr Zelensky. Il presidente ucraino dovrà indossare la maschera dell’attore consumato per dissimulare amicizia e simpatia verso una premier che, da un lato, lo ha sostenuto a parole, ma dall’altro ha appoggiato e difeso Orban, cioè il nemico numero due (dopo Putin) del popolo ucraino.
Sarà difficile evitare che sul tavolo non finisca la questione Biennale: Zelensky è incazzatissimo per la scelta di Pietrangelo Buttafuoco di riaprire il padiglione russo, e ha sanzionato 5 organizzatori.
Il governo italiano, invece, a quasi un mese dai rilievi della Commissione europea, che nel frattempo ha minacciato di togliere i fondi alla Biennale, non ha risposto, in attesa di capire le mosse del musulmano Buttafuoco, in arte Giafar al-SiqillI
(da Dagoreport)
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Aprile 13th, 2026 Riccardo Fucile
“È ARRIVATO IL MOMENTO DI APRIRE IL MIO TELEFONO E FAR CAPIRE COSA MUOVE ME E COSA INVECE MUOVE CHI GESTISCE IL PARTITO DI FRATELLI D’ITALIA”…GIOVEDÌ L’EX UOMO FORTE DELLA MELONI IN SICILIA TERRÀ UNA CONFERENZA STAMPA ALLA CAMERA
“Credo, dopo tanti mesi, sia arrivato il momento di raccontare perché sono uscito da Fratelli d’Italia,
le vere motivazioni e non quelle raccontate con ricostruzioni fantasiose.
È arrivato il momento di aprire il mio telefono e far capire cosa muove me e cosa invece muove chi gestisce il partito di Fratelli d’Italia. E soprattutto raccontarvi cosa farò da qui a breve. Ci vediamo giovedì alle 10:30 alla Camera dei Deputati per chi volesse partecipare in presenza o sul mio profilo Facebook per la diretta”. Lo afferma, in un post sui social, il parlamentare nazionale catanese Manlio Messina, ex esponente di Fdi passato al gruppo Misto.
(da agenzie)
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