Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
A COSA SERVONO I COMICI? ALLA CENA PER I CORRISPONDENTI C’E’ ROBERT KENNEDY JR CHE SI DA’ ALLA FUGA LASCIANDO LA MOGLIE INDIETRO?
Come una scena di un film di Fellini, dice su X la grande scrittrice americana Joyce
Carol Oates. Come una sorta di Truman Show in versione Trump, come Una pallottola spuntata ma con Erika Kirk al posto di Priscilla Presley. La figura retorica che meglio si presta al disorientamento del presente è senza dubbio la similitudine, stampella cognitiva.
Come in un Blockbuster di spionaggio, scritto da sceneggiatori un po’ pigri: per dare senso ai fatti avvenuti all’hotel Washington Hilton bisogna appellarsi alla forma di rappresentazione con cui gli Stati Uniti hanno plasmato l’immaginario del Ventesimo secolo.
Solo che, nel 2026, essendo l’Occidente invischiato in questo canovaccio farsesco che trasforma un evento tragico come l’attacco armato a un presidente in un’avventura rocambolesca dalle tinte demenziali – la storia si ripete due volte, e così gli attentati a Trump, a cosa servono i comici alla cena dei corrispondenti quando c’è Robert F. Kennedy Jr. che si dà alla fuga lasciando la moglie indietro? – più che alla settima arte tocca rivolgersi all’ottava, la grande serialità.
Nel 2013, Netflix lanciava il suo catalogo di streaming con una serie che ha bruciato tanto intensamente quanto velocemente per diverse ragioni, non ultime le accuse di abusi sessuali al protagonista Kevin Spacey. House of Cards, oltre a essere un punto di riferimento per Matteo Renzi, lo era anche per gli appassionati di fanta-politica statunitense, grazie al protagonista Frank Underwood che infestava di cinica furbizia travestita da Realpolitik una Casa Bianca ancora priva di fondamentale Ballroom trumpiana.
Nella quarta stagione, il presidente Underwood viene quasi ucciso da un proiettile durante un comizio. Lui si salva, la sua campagna elettorale fino a quel momento in netto sfavore, pure. Speriamo di non ci tocchi dire: «Come in una puntata di House of Cards».
(da editorialedomani.it)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
L’EX SENATORE A PROCESSO: DA CONDANNATO PER MAFIA NON HA DICHIARATO QUEL DENARO
Il processo per l’ex senatore Marcello Dell’Utri accusato di non aver dichiarato i 42 milioni di euro ricevuti da Silvio Berlusconi si aprirà a Milano il 9 luglio. Sul banco degli imputati oltre all’ex parlamentare di Forza Italia, uomo che per decenni è stato ombra, memoria e cassaforte politica della stagione berlusconiana, ci sarà pure la moglie Miranda Ratti. La gup Giulia Marozzi li ha rinviati a giudizio per la vicenda degli otto bonifici milionari, tra il 2014 e il 2024, disposti da Berlusconi all’amico di una vita. Una parte delle dazioni è prescritta e la somma è scesa a 10 milioni e 840 mila euro, che sono sotto sequestro. Il resto diventa materia di processo.
La contestazione, depurata dall’aggravante mafiosa dopo il passaggio dal tribunale di Firenze a quello di Milano, resta pesante: Dell’Utri, già condannato per concorso esterno in associazione mafiosa, avrebbe omesso di comunicare variazioni patrimoniali milionarie, obbligo imposto dalla legge Rognoni-La Torre a chi, come lui, ha scontato una condanna definitiva per mafia. Alla moglie viene contestata l’intestazione fittizia di beni.
La storia giudiziaria è solo la superficie. Sotto, scorre il rapporto tra due uomini che non hanno mai smesso di appartenersi. Berlusconi e Dell’Utri: il fondatore dell’impero Fininvest e l’uomo che ne conosceva stanze, debiti, origini, fedeltà. Il patron del Biscione e il manager di Publitalia che partecipò alla nascita di Forza Italia, alla costruzione del partito, alla discesa in campo.
Nelle carte investigative, quel denaro non è mai soltanto denaro. È riconoscenza. È debito. È memoria. La Dia nelle informative al pm scrive che le dazioni sarebbero connesse a «un riconoscimento anche morale», all’assolvimento di «un debito non scritto», soprattutto nell’ultimo periodo, per avere Dell’Utri “pagato il prezzo” della carcerazione «senza lasciarsi andare a coinvolgimenti di terzi». Tradotto: senza tradire. Per l’accusa è il prezzo del silenzio. Marcello Dell’Utri è attualmente indagato nell’inchiesta sui mandanti esterni delle stragi del ‘93.§
Il fascicolo sui bonifici era nato a Firenze, nell’orbita dell’inchiesta sui concorrenti esterni delle stragi del 1993. Poi l’esclusione dell’aggravante mafiosa ha mutato il quadro e spostato la competenza nel capoluogo lombardo, dove Dell’Utri risiede. Le causali dei bonifici parlavano di prestiti. Le carte della Dia agli atti dell’inchiesta raccontano altro: intercettazioni con richieste di denaro, versamenti continui, operazioni immobiliari, società, conti, spese legali sostenute integralmente. Un sistema di sostegno economico che, secondo gli investigatori, non aveva una ragione trasparente.
«Mai emerge la causale vera», annotano. Mai una obbligazione chiara. Mai un titolo capace di spiegare la perseveranza dei pagamenti. Berlusconi nel 1996 aveva spiegato ai giudici: «Il rapporto esistente tra il dottor Dell’Utri e il sottoscritto è un rapporto di amicizia così profonda e c’è in me una considerazione tale nei suoi confronti per quello che lui ha fatto come fondatore e gestore poi di Publitalia che è sempre stato naturalmente remunerato alle condizioni di mercato, ma che ha lasciato e lascia in me una viva considerazione nei suoi confronti».
Uno stretto rapporto li ha legati, tanto che il cavaliere ha indicato l’ex senatore nel suo testamento lasciandogli 30 milioni. Nelle informative degli investigatori dell’antimafia compaiono parole che pesano più dei numeri: “ricatto”, “copertura”, “colpa”, “danno”. Termini che raccontano non una semplice amicizia, ma una relazione asimmetrica, segnata dalla conoscenza, dal silenzio, dal bisogno reciproco. «Confidiamo di dimostrare l’assenza di responsabilità dei nostri assistiti anche nel presente procedimento», hanno detto i difensori.
Per la procura di Milano, il punto è tecnico: Dell’Utri poteva ricevere quei milioni senza dichiararli? Quei soldi erano davvero prestiti? E perché Berlusconi continuò a versare somme enormi a un uomo già condannato, già detenuto, già portatore di un segreto pubblico e privato? Il processo dovrà rispondere a questo. Non alla leggenda, ma ai bonifici. Non alle allusioni, ma ai documenti.
(da Repubblica)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
SE LE LACRIME FACESSERO REDDITO IL GOVERNO CI AVREBBE GIA’ RESI RICCHI
Se le lacrime facessero reddito, il governo Meloni ci avrebbe già resi ricchi tutti quanti. La povertà sarebbe stata abolita (altro che Di Maio!), l’Italia sarebbe un paese felice e Fratelli d’Italia avrebbe con pieno merito il 50% e più per cento. Invece frignare in politica serve a poco, se non a raccattare qualche consenso di contrabbando dai soliti boccaloni, e quindi tutto questo eterno piagnisteo di Giorgia Meloni è solo noioso. Anzi noiosissimo.
Un vittimismo continuo, ostentato, conclamato, che serve solo come arma (l’ennesima) di distrazione di massa per tirare a campare. Meloni non governa: frigna. Persino più di Berlusconi, Renzi e financo Mazzarri. L’ultima sua lacrimata ha riguardato il 25 Aprile, giornata a lei come noto ontologicamente indigesta. A fine serata, sui suoi gremiti profili social, ha partorito l’ennesimo pianto di governo. Per mettere in cattiva luce sinistra e antifascisti, ha parlato di “aggressioni contro chi portava una bandiera ucraina (tra cui anche esponenti politici), “immagini indegne di un anziano a cui viene impedito di partecipare alla manifestazione”, “Sindaci democraticamente eletti, di ogni schieramento politico, contestati e insultati”, “cartelli e targhe in ricordo delle Foibe imbrattati, “la Brigata ebraica insultata in piazza e costretta ad allontanarsi dal corteo sotto scorta delle Forze dell’ordine”. Praticamente l’apocalisse.
Ovviamente, nella sua lista, Meloni si è curiosamente dimenticata di citare gli spari a due iscritti all’Anpi, evento da ella verosimilmente ritenuto non rilevante. Dopo tre anni e mezzo di governo tremebondo e quasi sempre ributtante, esiste una vera e propria tecnica della Frignata Meloniana.
Frignata contro i giudici. Grande classico, reso immortale da Silvio Berlusconi, non a caso grande maestro politico di Meloni (altro che Borsellino e la destra sociale e legalitaria). È sempre colpa degli altri e mai sua. In questo senso, nella vasta galassia degli “altri” assume un’importanza peculiare la categoria dei “giudici”, ovvero le “toghe rosse”. Tramano sempre contro, non si limitano ad assecondare supinamente quel che vuole il governo, ci rispediscono in Italia i migranti, liberano pedofili e stupratori, non rispettano la volontà popolare, vessano le famiglie nel bosco e – quel che è peggio – non hanno il poster di Donzelli vestito da Minnie in camera. Un atteggiamento vile e odioso, che provoca nella povera martire Meloni continue crisi di pianto. Poveretta.
Pianto contro i giornalisti bolscevichi. La stampa tutta, secondo Meloni, ce l’ha con lei e il suo mirabile esecutivo. Non si capisce bene dove Donna Giorgia veda tutta questa sviluppata propensione critica nei suoi confronti. Su Rai1? Su Rai2? A Mediaset (fatta salva È sempre Cartabianca)? Nei giornali di destra? Nei giornaloni di centro? Meloni parla dei giornalisti come se fossero tutti uguali a quei pochi talk show/firme/testate/programmi non meloniani, ma è una narrazione così falsa che può (fingere di) crederci giusto Bruno Vespa, non a caso definito da Fratelli di Italia “baluardo della pluralità di informazione” (ahahah). La verità è che Meloni ha un’idea di giornalismo libero coincidente con Porro, e quindi reputa le domande (e le inchieste) lesa maestà. Da qui la lacrima (furbamente) facile.
Oltre a tali categorie, Giorgia Meloni aggiunge – o potrà aggiungere – molte altre fonti lacrimali. Tra le tante: il pianto per qualsivoglia organo di controllo che non le dia ragione a prescindere; per gli intellettuali comunisti; per gli artisti figli dell’egemonia di sinistra; per Sánchez e la sinistra che governa il mondo (?); per Putin (sul serio) e Trump (per finta); per Prodi, il Superbonus, l’Unione europea; per gli arbitri; per il clima (piove governo ladro); per i terremoti, le tremende inondazioni, le cavallette. Eccetera. Va bene tutto, l’importante è piangere benissimo. E governare malissimo.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
TUTTI I NUOVI DISPOSITIVI ELETTRONICI DOVRANNO ESSERE RICARICABILI TRA UNA SOLA SORGENTE UBS-c
Notizia rivoluzionaria! Da oggi (28 aprile) nei paesi della Ue, per legge, tutti i nuovi dispositivi elettronici (computer, tablet, cellulari) devono essere ricaricabili tramite una sola sorgente Usb-c: come si sarebbe detto nel Novecento, una sola presa della corrente buona per ogni elettrodomestico.
Perché rivoluzionaria? Perché le nostre vite digitali sono state infestate, per decenni, da un folle accumulo di caricatori, non uno che valesse anche per ricaricare altri aggeggi, la costante ricerca di quello giusto in mezzo a grovigli di cavetti, maschi e femmine di foggia sempre incompatibile, diametri mutevoli, cosini rettangolari che non entrano in cosi ovali e viceversa. Un caos programmatico che ha sicuramente arricchito a dismisura i produttori di cosi e cosini e ha intasato le discariche dei rifiuti elettronici, tra i più difficili da smaltire.
Abbiamo visto agghiaccianti servizi fotografici su bambini africani che risalgono lungo cordigliere di rifiuti frugando in mezzo alle nostre deiezioni elettroniche alla ricerca di non so quali metalli preziosi. E abbiamo visto, nel nostro piccolo, cassetti intasati di cadaveri digitali, e udito urla disperate per casa: dov’è il caricatore giusto?
Lo pensavamo tutti: ma non sarebbe più comodo e più pulito ricaricare tutto quanto
alla stessa maniera? Ora — incredibile — in Europa potrebbe accadere per davvero. Che la politica riesca ancora a dare regole a un’economia ingorda e inquinante, quasi nessuno ci sperava più. La tecnologia è una folgore, la politica un pachiderma, ma con i suoi tempi infiniti (ci sono voluti anni!) il pachiderma per una volta è riuscito a domare la folgore.
(da Repubblica)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
EMERGE LA FRAGILITA’ DEGLI UNDER 35: TRA SALARI BASSI E MANCANZA DI FEEDBACK, IL 71% ORA SCEGLIE L’AZIENDA IN BASE AL WELFARE
La generazione più istruita è anche la più insicura. Tra i giovani lavoratori italiani, oltre
uno su tre (38,1%) dichiara di soffrire della sindrome dell’impostore: la sensazione di non essere all’altezza, di non meritare i risultati ottenuti, di dover continuamente dimostrare il proprio valore. È uno dei dati più significativi del IX Rapporto Censis-Eudaimon, che fotografa un rapporto sempre più fragile tra giovani e lavoro. Il fenomeno riguarda il 21,7% degli occupati nel complesso, ma cresce tra gli under 35 e tra i laureati.
Più pressione significa più insicurezza
Il paradosso è evidente: la sindrome dell’impostore colpisce di più proprio chi ha titoli di studio più alti (27,1% tra i laureati). Più preparazione non significa quindi più sicurezza, ma spesso più pressione e più aspettative. A pesare, secondo quanto emerge dal rapporto, è anche la mancanza di feedback chiari: senza obiettivi definiti e senza riconoscimenti espliciti, il giudizio su sé stessi diventa incerto e instabile, soprattutto per chi ha iniziato a lavorare da poco. Non a caso, il 78,9% dei lavoratori italiani dichiara di non sentirsi adeguatamente valorizzato. Il risultato è una fragilità che si traduce in insicurezza quotidiana: bisogno costante di approvazione, difficoltà a interiorizzare i successi, paura di essere “scoperti”.
Il lavoro ha perso centralità
Carriere meno lineari, feedback incerti, percorsi di crescita poco chiari: sono questi gli elementi che alimentano l’insicurezza dei giovani lavoratori italiani. E non è un caso isolato. Secondo il report, il disagio dei più giovani si inserisce in un quadro più ampio in cui il lavoro ha perso centralità: non è più il perno dell’identità, ma uno strumento per stare bene. Questo cambio di prospettiva riguarda tutti, ma tra i giovani appare più radicale: il lavoro conta se garantisce qualità della vita, equilibrio e senso. In pratica, non basta più “avere un posto”: serve che quel posto restituisca qualcosa, anche sul piano personale. Il problema è che questo spesso non accade.
Per la Gen Z il welfare conta più dello stipendio
Le retribuzioni sono scese dell’8,7% in termini reali dal 2007 e oltre la metà degli italiani considera la propria paga inadeguata. Per i più giovani, questo si traduce in una prospettiva ancora più incerta: lavorare non garantisce autonomia economica né stabilità. Ecco perché la Gen Z guarda altrove: il 71,6% dei lavoratori sceglie un’azienda anche in base al welfare offerto, e tra i giovani questo peso è ancora più alto. Non si tratta solo di benefit, ma di un segnale: l’azienda deve dimostrare di prendersi cura delle persone, non solo delle performance. I dati parlano chiaro: un giovane su due sceglierebbe un’azienda di cui condivide i valori anche a fronte di una retribuzione più alta altrove.
(da agenzie)
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Aprile 28th, 2026 Riccardo Fucile
SONO STATE AVVIATE NUOVE INDAGINI DEL MINISTERO E DELLA PROCURA GENERALE DELLA CORTE DI APPELLO DI MILANO…“DOPO IL CASO COSPITO E LA VICENDA ALMASRI QUESTO DELLA GRAZIA A MINETTI È L’ULTIMO REGALO DELLA BARTOLOZZI”, SUSSURRA UNA FONTE A VIA ARENULA
L’ex moglie di Silvio Berlusconi, Veronica Lario, lo aveva definitivo un ciarpame senza pudore. Si riferiva alle notti del bunga bunga con protagonista l’allora presidente del Consiglio e alle scelte politiche che maturavano nelle fila dell’allora Pdl, il partito che teneva insieme Forza Italia e gli ex An. Sembrava una vicenda archiviata tra gli scheletri della seconda Repubblica, ma di quei fantasmi bisogna ancora occuparsi.
Nicole Minetti candidata ed eletta nel consiglio regionale lombardo è stata il simbolo di quella stagione. Ora a distanza di anni, torna di nuova protagonista mandando in tilt le più alte istituzioni del paese. A metà pomeriggio è il Quirinale a riaprire un caso che sembrava chiuso: la decisione di concederle la grazia, un atto di clemenza per la necessità di prendersi cura del bambino afflitto da una grave malattia.
Ma è proprio la storia che ruota attorno al figlio che solleva molti interrogativi. Il comunicato vergato dall’ufficio stampa del Colle manda in subbuglio gli uffici e i dipartimenti del ministero della Giustizia. Le parole sono un chiaro allarme, lanciato dopo gli articoli del Fatto Quotidiano che ha sollevato la questione e pesanti dubbi sull’intero iter, con una perentoria richiesta di chiarimenti
«In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa», si legge nella nota.
Così il ministero della Giustizia si è subito attivato facendo sapere che già nelle prossime 24 ore dovrebbero arrivare risposte, sono in corso le verifiche di incartamenti e documentazione allegata alla richiesta di clemenza.
Una richiesta che è stata vagliata da Giusi Bartolozzi, un passato da deputata forzista, ora giudice a Roma dopo la burrascosa avventura da capo di gabinetto del ministro Nordio con seguito di dimissioni dopo la sconfitta referendaria e protagonista di molte delle vicende più discusse che hanno tenuto banco in questi anni di governo Meloni: dal caso Cospito a quello Almasri.
«Questo della grazia a Minetti è il suo ultimo regalo», sussurra più di qualche fonte a via Arenula. Bartolozzi non ha lasciato un buon ricordo da quelle parti. Nei fatti si è limitata a visionare l’incartamento, a chiedere accertamenti alla procura generale di Milano che li ha esperiti dando un parere positivo non vincolante. Lei contattata da Domani ha risposto così: «Gentile signore non so chi sia lei e neanche Domani». Insomma, non ha voluto commentare.
«Abbiamo acquisito i dati e svolto gli accertamenti che ci richiedeva il ministero. La procedura riguardante la richiesta di grazia ci è arrivata dal ministero a fine 2025. Sulla base di quanto chiesto, il quadro era completo e non emergevano dati anomali. L’acquisizione documentale è avvenuta attraverso i riscontri sanitari dei carabinieri», ha fatto sapere il sostituto procuratore della Corte d’Appello di Milano, Gaetano Brusa, in merito al caso della grazia a Nicole Minetti.
Ora i magistrati lombardi sono in attesa di ricevere l’autorizzazione dal ministero per svolgere ulteriori accertamenti sulla base di quanto sta emergendo. Di certo c’è che Minetti ha mandato nuovamente in subbuglio i palazzi, dalla procura al ministero, questa volta coinvolgendo anche il colle più alto.
Fonti presidenziali hanno fatto sapere che il capo dello Stato non dispone di autonomi strumenti indagine per accertare fatti, il ministero della Giustizia è competente in via esclusiva a svolgere l’attività istruttoria in merito alle domande di grazia, come sancito dalla Corte Costituzionale (sentenza numero 200 del 2006). In pratica la presidenza della Repubblica non dispone di propri strumenti d’indagine
I dubbi, sollevati dal Fatto, riguardano la nuova vita di Nicole Minetti, i trascorsi del compagno, l’imprenditore Giuseppe Cipriani, con Jeffrey Epstein, l’iter sanitario seguito dal bambino, ma anche la misteriosa scomparsa della madre biologica del piccolo, al quale si aggiunge l’ultimo mistero: l’avvocata che difendeva quella madre è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui legale. I dubbi sollevati riguardano anche l’iter di affidamento del minore alla coppia Minetti-Cipriani.
Dubbi, appunti, che iniziano nelle prime dopo la pubblicazione dell’inchiesta del Fatto Quotidiano, così il Quirinale è costretto a intervenire sul caso. Era l’11 aprile. «La concessione dell’atto di clemenza – in favore del quale si è espresso il competente Procuratore generale della Corte d’appello in un ampio parere – si è fondata anche sulle gravi condizioni di salute di uno stretto familiare minore della Minetti che necessita di assistenza e cure particolari, presso ospedali altamente specializzati.
La normativa a tutela dei dati sensibili dei minori non consente di rendere noti dettagli sulle condizioni di salute del minore», si leggeva in una nota dell’ufficio stampa del Quirinale. Adesso, però, tutto è tornato in discussione.
Minetti era stata condannata in via definitiva a un anno e un mese per peculato e a due anni e dieci mesi per induzione alla prostituzione nell’ambito del processo Ruby bis. La grazia ha chiuso i suoi conti con la giustizia. Almeno per il momento.
(da Domani)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
NEL MIRINO FINISCE ANCHE L’INAZIONE DELL’AMBASCIATA ITALIANA IN URUGUAY, CHE NON HA FORNITO INFORMAZIONI SU CIÒ CHE STAVA AVVENENDO NELLA “BARRA”, LA VILLA-BORDELLO DI GIUSEPPE CIPRIANI, COMPAGNO DELL’EX CONSIGLIERA REGIONALE CARISSIMA A SILVIO BERLUSCONI, NONOSTANTE SUL CASO FOSSE EMERSE MOLTE OMBRE E RIVELAZIONI MOLTO SCOTTANTI IN URUGUAY … LA PRESIDENZA DELLA REPUBBLICA NON HA STRUMENTI AUTONOMI DI INDAGINE PER ACCERTARE I FATTI, MA SI BASA SUL PARERE INVIATO AL MINISTERO DELLA GIUSTIZIA DALLA PROCURA GENERALE DELLA CORTE D’APPELLO DI MILANO
L’ufficio stampa del Quirinale comunica che la Presidenza della Repubblica ha
inviato, in data odierna, la seguente lettera al Ministero della Giustizia: “In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal Presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del Signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa”
A chi si chiede perché il Quirinale non abbia fatto verifiche prima di firmare l’atto di clemenza, i collaboratori del presidente rispondono che il capo dello Stato non dispone di autonomi strumenti di indagine per accertare i fatti.
E si basa, dunque, sul parere (favorevole) del procuratore generale e del ministero della Giustizia: «In riferimento al decreto di concessione della grazia alla signora Minetti adottato dal presidente della Repubblica, su proposta favorevole del Ministro della Giustizia, lo scorso 18 febbraio 2026, e alle conseguenti notizie di stampa in ordine alla supposta falsità degli elementi rappresentati nella domanda di clemenza, su indicazione del signor Presidente prego di voler provvedere ad acquisire con cortese urgenza le necessarie informazioni idonee a riscontrare la fondatezza di quanto rappresentato da un organo di stampa».
(da agenzie)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
“IL FATTO”: “NELL’ISTANZA DI GRAZIA SI SOSTIENE CHE GIÀ NEL 2021 MINETTI E CIPRIANI ABBIANO PORTATO IL BAMBINO NEGLI USA PER UN DELICATO INTERVENTO CHIRURGICO. MA ALL’EPOCA NON AVEVANO ANCORA ALCUN DIRITTO A FARLO. COME HA POTUTO ESPATRIARE? FORSE CON LO STESSO JET PRIVATO CON CUI ARRIVAVANO E PARTIVANO ANCHE LE ‘RAGAZZE’ DAL RANCH DI PUNTA DEL ESTE, AGGIRANDO I CONTROLLI DELL’IMMIGRAZIONE?”
Il bambino grazie al quale Nico e Minetti ha ottenuto la grazia ha una madre biologica in Uruguay. Ma ora è scomparsa: il 14 aprile, quattro giorni dopo il primo articolo del Fatto, le autorità hanno diramato un ordine di rintraccio a suo nome. Anche l’avvocata che difendeva quella madre non c’è più: è morta carbonizzata insieme al marito, anche lui avvocato, in circostanze sospette.
Nulla, ufficialmente, collega questi fatti alla grazia che a febbraio ha cancellato le condanne a 3 anni e 11 mesi per favoreggiamento della prostituzione e peculato che Minetti avrebbe dovuto scontare ai servizi sociali.
Ma più si scava, più le ragioni della grazia traballano. A partire da un presupposto: quel bambino che nell’istanza viene presentato come “abbandonato alla nascita” senza legami familiari non lo era.
Gli atti del Tribunale di Maldonado consultati dal Fatto raccontano invece che ancora oggi ha entrambi i genitori viventi e identificati, tanto che Minetti e il compagno Giuseppe Cipriani hanno intentato una vera e propria causa contro di loro per ottenere la “Separación Definitiva y Pérdida de Patria Potestad”.
Il procedimento si chiuderà in loro favore soltanto il 15 febbraio 2023.Il bambino è nato a fine 2017. Nel gennaio 2018 il Tribunale lo affida all’Instituto del Niño y Adolescente del Uruguay (INAU) per un massimo di 45 giorni come “estrema ratio”, vista la situazione della famiglia: madre indigente, padre detenuto. Il giudice González Camejo dispone di “creare un legame tra madre e figlio e verificarne il ricongiungimento”.
Non un abbandono, dunque, ma una famiglia povera che lo Stato avrebbe dovuto aiutare. Maldonado è un contesto spaccato: turismo e denaro da una parte, povertà estrema dall’altra. Il 17% della popolazione vive nell’indigenza. I minori dell’INAU finiscono in hogares anonimi: maltrattamenti, adozioni forzate e corruzione — una vera “fabbrica di orfani”. Negli ultimi mesi è esploso uno scandalo nazionale alla notizia di 114 bambini morti in cinque anni.
È in questo contesto che entrano in scena Minetti e il suo compagno, l’imprenditore milionario Giuseppe Cipriani, in rapporti di affari e di piaceri con Jeffrey Epstein, come ha rivelato il Fatto tre giorni fa.
La coppia trasferitasi in Uruguay costruisce un rapporto stretto con l’ente pubblico: dona soldi e beni, nei weekend apre il ranch ai bambini. Fra questi c’è anche il piccolo, con genitori così poveri da non potersi permettere neppure un avvocato, tanto da ottenere l’ausiliatoria de pobreza.
Ma in che modo entra nell’orbita della ricca coppia italiana? L’Inau, secondo una testimonianza raccolta dal Fatto, portava i minori a pranzo nella tenuta di Cipriani. “Giuseppe li faceva arrivare al chakra, li serviva lui, ma era solo per coprire altri traffici”. Il piccolo dopo l’operazione negli Stati Uniti “stava benissimo, correva felice”.
Eppure, “Minetti non ci stava mai, stava sempre e solo con la tata Fatima”. Su come sia arrivato lì, la risposta è piesos, poder e miedo. Soldi, potere e paura. Ed è qui che emergono altre crepe. Nell’istanza di grazia si sostiene che già nel 2021 Minetti e Cipriani abbiano portato il bambino negli Usa per un delicato intervento chirurgico. Ma all’epoca non avevano ancora alcun diritto a farlo.
Come ha potuto espatriare? Forse con lo stesso jet privato con cui– secondo la testimonianza resa al Fatto – arrivavano e partivano anche le “ragazze” dal ranch di Punta del Este, aggirando i controlli dell’immigrazione?
L’avvocata dei genitori biologici non può più rispondere: Mercedes Nieto, 49 anni, è morta il 15 giugno 2024 insieme al marito, anche lui avvocato, carbonizzati nella loro casa di vacanza a Garzón. Si indaga per duplice omicidio.
I legali sostengono che nell’ottobre 2021, grazie a Cipriani e Minetti, il bambino sia stato operato al Boston Children’s Hospital dopo due pareri contrari all’operazione del San Raffaele di Milano e dell’Ospedale di Padova. Per tale ragione, scrive l’avvocato, il bambino sarebbe stato operato negli Stati Uniti. Quei pareri contrari, citati nella copia visionata dal Fatto, tuttavia, non sono stati numerati e allegati all’istanza.
Il professor Pietro Mortini del San Raffaele fa sapere: “Mai visti”, e il minore non risulta tra i pazienti dell’ospedale. Stessa risposta da Luca Denaro e Maurizio Iacoangeli a Padova. L’istanza firmata dall’avvocato Antonia Calcaterra evidenzia che l’intervento a Boston non è stato risolutivo, tanto che all’ultimo controllo del 16 aprile 2025 sono emersi rischi di recidiva e complicazioni.
Allega una dichiarazione dell’équipe che indica come “necessaria la costante presenza della madre, anche per consentire una discussione esaustiva e un processo decisionale condiviso sul suo piano di trattamento”. Calcaterra, contattata dal Fatto, spiega di aver depositato l’istanza “prima dell’estate”. Il 3 dicembre era fissata l’udienza per l’esecuzione dell’affidamento in prova ma salta proprio perché interviene quella richiesta al Capo dello Stato.
Ma sono stati svolti accertamenti o ci si è limitati a recepire quanto dichiarato nell’istanza? Cinque minuti d’auto separano la Procura da via Fatebenefratelli dove, 15 anni fa, Minetti disse ai poliziotti che Ruby era nipote di Mubarak. Insieme alla pena, il “perdono di Stato” cancella pure la memoria?
La procuratrice Francesca Nanni ha detto al Fatto di non aver mai letto quella pratica: “Se non presenta aspetti specifici di particolare delicatezza, viene gestita in automatico e io non ne vengo informata”. Dunque per Milano non era un caso delicato. Per il Quirinale sì, al punto da tenere segreta la grazia fino al nostro articolo 10 aprile scorso.
Nel 2024 Minetti, Cipriani e il bambino si trasferiscono in Italia. Il 18 settembre, tre mesi dopo la morte degli avvocati di Garzón, il settimanale “Chi” dedica quattro pagine alla nuova vita di Nicole Minetti. Lei elegante, il bambino che corre e gioca ai giardini Montanelli, davanti all’hotel-boutique Casa Cipriani.
Lei e lui in tenuta sportiva che fanno la spesa. “Chi” è Mondadori, che è Fininvest, che è la famiglia Berlusconi, per il cui fondatore Minetti “favoreggiava” la prostituzione. Il cerchio, almeno editorialmente, si chiude.
La storia invece no. Quattro giorni dopo la nostra inchiesta, il Ministero dell’Interno uruguaiano diffonde un avviso nazionale con la foto: María de los Ángeles González Colinet, di anni 29, è scomparsa. E’ la madre biologica del bimbo al centro della grazia a Nicole Minetti. L’ultima traccia di lei risale a metà febbraio. Negli stessi giorni, Nordio e Mattarella – nel silenzio dei palazzi romani – firmano. A settembre 2024 quel bimbo molto malato corre e gioca ai giardini Montanelli, a due passi da Casa Cipriani.
(da Il Fatto Quotidiano)
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Aprile 27th, 2026 Riccardo Fucile
COLPA DELLA INFAUSTA GUERRA AL DEEP STATE INIZIATA DAL GOVERNO MELONI
Il pastrocchio sul deficit (l’Italia resterà sotto procedura d’infrazione per la miseria di
600 milioni, lo 0,03% del PIL) è frutto della totale assenza di “polso” nelle stanze del Tesoro.
Come ben raccontava Federico Fubini sul “Corriere della Sera” qualche giorno fa, “di solito in queste condizioni per la Ragioneria spostare qualche spesa da dicembre a gennaio, mandandola all’anno dopo, è facile. Invece non è successo.
A quanto pare, non sono mancate tensioni fra la Ragioneria dello Stato e Eurostat in questi mesi: gli statistici europei hanno espresso dubbi sulla classificazione contabile senza copertura di 600 milioni di sconti alle imprese per la prevenzione Inail e per altri 600 milioni circa di spese per il Piano di ripresa (Pnrr) sugli studentati addossati alla Cassa depositi e prestiti (fuori bilancio) anziché al ministero dell’Economia. Eurostat l’ha data vinta all’Italia su questi due punti, ma alla fine si è irrigidita proprio sugli ultimi 600 milioni che hanno determinato lo sforamento”.
La principale indiziata, insomma, è la ragioniera generale dello Stato, la rampante Daria Perrotta
Fedelissima del ministro Giorgetti ma molto acerba, la sua nomina scatenò molte perplessità, nell’estate del 2024: andò a sostituire il grand commis Biagio Mazzotta, vecchio volpone dei conti pubblici, in un atto di sfida ai poteri “storti” di Roma.
Uno come lui, mormorano i tecnici più velenosi, avrebbe portato a casa il risultato, con qualche “genialata” contabile: spostando qualche milione qua e qualche altro là, avrebbe ammorbidito la tensione con gli uffici europei spuntando per l’Italia l’uscita anticipata dalla procedura di infrazione, che obbligherà la Meloni a stringere la cinghia e a non varare una manovra di fine legislatura “espansiva”.
Un autogol clamoroso, a maggior ragione visto che è stato lo stesso Ministero dell’Economia a indicare inizialmente il 3% di deficit come target.
Scriveva Luciano Capone sul “Foglio” del 24 aprile: “Al Mef erano consapevoli che si trattava di un dato precario, visto che nel Dpfp di ottobre il deficit al 3 per cento era solo il frutto dell’arrotondamento di una stima del 3,04 per cento che, formalmente, neppure avrebbe consentito l’uscita dalla procedura d’infrazione (secondo le regole fiscali europee bisogna restare sotto la soglia: un pelo sopra, seppure al secondo decimale, non basta).
In ogni caso, una volta posta l’asticella politica al 3 per cento, il compito principale del governo e del Mef sarebbe dovuto essere quello di controllare la spesa più
scrupolosamente del solito per evitare brutte sorprese, dato che una manciata di milioni avrebbero potuto far superare la soglia autoimposta come obiettivo.
E invece no. Il paradosso è che, come certifica il governo nel Dfp, il 3,1 per cento è il risultato di un deficit al 3,07 per cento, ovvero 0,03 punti più del previsto: appena 600 milioni (598 per la precisione). Bastava davvero poco al governo per evitare di spararsi un colpo nei piedi…”
C’è anche una questione di “karma”: l’esito infausto sul deficit è anche il risultato della guerra imbastita dalla sora Giorgia e dal ministro leghista al deep state. Quel potere che non va sui giornali o nei talk show, lo “stato dentro lo Stato” costruito dai burocrati inamovibili, un apparato di cui non fa parte Daria Perrotta e che, anzi, in questa situazione avrebbe rimediato la situazione…
Certo, oltre ai giochi contabili, sarebbe bastata una crescita anche solo lievemente più sostenuta per ribaltare il tavolo e consentire di non sforare il deficit.
Ricorda Veronica De Romanis sulla “Stampa”: “L’Italia è tornata agli ultimi posti della classifica per variazione del Pil. Peraltro, la stabilità non ci tiene neanche fermi: ci fa arretrare.
I numeri lo dimostrano: nel 2023 il tasso di crescita è stato pari allo 0,9 per cento, poi è sceso allo 0,8 nel 2024 fino allo 0,5 nel 2025. Per il 2026 la previsione dell’Ocse dello 0,4 per cento. La traiettoria è chiara: è quella che porta dritta verso il declino.
La scelta di non intervenire in maniera incisiva dal lato della spesa si ripercuote inevitabilmente sulla dinamica del rapporto debito/Pil.
Nel 2025 il debito ha raggiunto il 137,1 per cento del Pil. Secondo le stime del Fondo monetario internazionale è atteso crescere ancora fino al 138,4 nel 2027 per poi – nel 2028 – iniziare finalmente a scendere sebbene in maniera graduale al 137,6”.
Dati horror, destinati probabilmente a peggiorare, considerando lo choc globale, che colpisce in particolare il nostro Paese, che ha i prezzi dell’energia tra i più alti del mondo e dipende per la quasi totalità dalle importazioni di gas. L’uscita dalla procedura d’infrazione sarebbe stata una boccata d’ossigeno
(da Dagoreport)
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