Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
“MAI SUCCUBI DELLA LEGA”: IL DEPUTATO SICILIANO SE NE ACCORGE SOLO ORA… CRESCE L’INSOFFERENZA DEI DEPUTATI DI CENTRODESTRA DEL SUD VERSO UN GOVERNO CHE NON LI RAPPRESENTA
“Non si può essere succubi della Lega“. Così Gianfranco Miccichè, fondatore di Forza del Sud,
conferma le indiscrezioni che ieri sera riferivano dell’idea del movimento di fuoriuscire dal Pdl.
“Forza del Sud sarà un gruppo autonomo”, dichiara il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio.
Il piano, intanto, è quello di aderire al gruppo Misto, per poi lavorare alla creazione di un gruppo parlamentare autonomo.
Secondo il regolamento di Montecitorio, però, per compiere questa operazione è necessaria l’adesione di almeno venti deputati. “Non torneremo indietro, non possiamo permettercelo”, aggiunge.
L’idea è stata discussa ieri da parlamentari e senatori e ritenuta necessaria ”per rimarcare la propria identità ”.
E’ quanto è emerso durante una riunione in un albergo a Roma, organizzata per discutere dei risultati del voto amministrativo e durata fino a tarda notte.
Chi ha partecipato riferisce di una “diffusa insofferenza” degli aderenti al movimento nei confronti della Lega, che sarebbe “troppo influente nelle scelte di governo a scapito del Sud”.
Il che farebbe emergere anche una distanza dal Pdl. ”Siamo un partito completamente diverso — si diceva ieri — e abbiamo obiettivi differenti, noi guardiamo ai territori”. Durante la riunione i parlamentari hanno anche sollecitato Miccichè a chiedere un incontro urgente con il premier Silvio Berlusconi per un chiarimento nella maggioranza.
In base ad alcuni calcoli, Forza del Sud potrebbe contare su 11-12 deputati e 5-6 senatori. Dieci uomini alla Camera e quattro al Senato, secondo le stime ufficiali di Miccichè.
Che però aggiunge: “Senza tener conto di Noi Sud che è più che disponibile al nostro progetto”.
“Non è possibile che qualsiasi cosa debba essere fatta per accontentare i capricci di Bossi”, commenta oggi il fondatore, confermando le scelte del movimento.
“Spero che questa iniziativa possa muovere un po’ le acque — aggiunge -. Certo, così non si può più andare avanti nel Pdl”.
A essere penalizzato dall’alleanza con la Lega, secondo il sottosegretario, è soprattutto il Sud. “Non è possibile che per questa maggioranza il problema è solo il settentrione — spiega -. C’è tanta gente che si muore letteralmente di fame. E non solo al Sud. Io faccio l’esempio della Sicilia perchè sono nato lì: ci rendiamo conto che ogni giorno, sotto casa mi aspettano delle donne con i bambini in braccio che mi chiedono aiuto per poter comprare del latte?”.
Una mossa dovuta alle esigenze del movimento e ai suoi obiettivi, non a un conflitto personale con il leader del Pdl.
“Io lo adoro il presidente del Consiglio — conclude Miccichè -, ma vado avanti col mio progetto. Per ora andiamo nel gruppo misto”.
In attesa del giorno dispari, quello in cui Miccichè otterrà qualcosa dal suo adorato premier e rientrerà nei ranghi, per ora accontentavevi del suo giorno pari.
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Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
L’OPERAZIONE “MINOTAURO” FA EMERGERE CONTATTI TRA COSCHE E POLITICA…SONO 182 GLI INDAGATI, CIRCA 70 MILIONI IL VALORE DEI BENI SEQUESTRATI
Si è appena conclusa una lunga notte per la ‘ndrangheta in Piemonte.
Una notte che ha fatto emergere, anche in questa regione, contatti tra le cosche e la politica.
Non era ancora mattina quando nomi noti e astri nascenti della criminalità organizzata calabrese sono finiti uno alla volta nella rete di più di mille agenti.
L’operazione “Minotauro” — che ha impegnato più di mille carabinieri — ha portato a 142 arresti, disposti dal gip Silvia Salvadori tra Torino, Milano, Modena e Reggio, tra le circa 150 ordinanze di custodia cautelare in carcere emesse.
Centottantadue indagati, per un’inchiesta resa possibile anche grazie alle dichiarazioni rese negli ultimi anni da due collaboratori di giustizia, Rocco Varacalli e Rocco Marando.
Circa 70 milioni di euro il valore dei beni sequestrati, 20mila in contanti solo a Modena.
Tra questi anche dieci società , circa 127 tra ville e appartamenti, più di 200 conti correnti, diverse cassette di sicurezza, appezzamenti di terreni edificabili e automezzi per il trasporto merci.
Con il maxi blitz di questa notte la Procura di Torino, che ha coordinato le indagini del Reparto investigativo Carabinieri di Torino e delle Compagnie di Ivrea e Venaria, ha colpito e decapitato i clan calabresi attivi all’ombra della Mole, “un’organizzazione imponente con centinaia di affiliati — scrivono i pm — tenacemente e capillarmente radicata nel territorio”.
Ad essere citati nelle carte, anche se non indagati, sono pezzi grossi della politica piemontese: sette nomi di amministratori locali, tra cui due assessori regionali, Porchietto e Ferrero.
Gli inquirenti rilevano che in Piemonte la ‘ndrangheta si dedica a diverse attività illecite tra cui traffico di stupefacenti, estorsioni e gioco d’azzardo.
L’organizzazione è profondamente infiltrata in alcuni settori dell’economia come l’edilizia e gode di un efficace ed efficiente controllo del territorio.
È in particolare nella zona a nord di Torino, lungo l’asse che dalla cittadina di Borgaro (To) giunge fino a Cuorgnè (To), che la mala è palpabile già nell’aria.
Il canavese e il cuorgnese, residenze storiche di famiglie della ‘ndrangheta, si confermano con questa indagine province della calabria peggiore.
Sul territorio piemontese risultano presenti almeno nove “locali”, ognuno con circa 50 affiliati.
Ogni locale ha un “referente” in Calabria e l’intero hinterland torinese farebbe riferimento a Giuseppe Catalano, indicato come “responsabile provinciale”.
Boss e sodali ramificano i loro affari in un clima di omertà .
Anche in Piemonte, come in Lombardia, le denunce “sono pochissime e ancor meno sono le denunce spontanee”, mentre la capacità di intervento degli ‘ndranghetisti è riconosciuta da “parte della popolazione” che si rivolge a loro per chiedere “piccoli favori, intermediazioni, suggerimenti” e risolvere problemi imminenti.
Ma se da una parte fa paura, dall’altra la ‘ndrangheta in Piemonte intrattiene rapporti con la politica locale anche ai più alti livelli.
È il solito do ut des: la ‘ndrangheta mette sul piatto i voti e ne riceve in cambio promesse e favori.
I candidati entrano in contatto con i membri della consorteria nei periodi immediatamente precedenti alle consultazioni elettorali per richiederne l’intervento, consapevoli — scrivono i pm — “dell’influenza che gli affiliati sono in grado di svolgere.. nella ‘rete dei calabresi’”.
Sono almeno sette i nomi di esponenti politici locali che, pur non figurando nell’elenco degli indagati, vengono infatti riportati nell’inchiesta.
Tra questi, particolarmente rumoroso quello di Claudia Porchietto, assessore al Lavoro (in quota Pdl ) della giunta regionale di Cota.
L’assessore regionale Porchietto (Pdl) è stata fotografata in via Vegli a Torino, nei pressi del Bar Italia di Giuseppe Catalano, nel periodo immediatamente precedente le elezioni provinciali del giugno 2009, mentre era candidata alla poltrona di Presidente della provincia.
Nel bar, in altre occasioni utilizzato dalla ‘ndrangheta per le sue riunioni e di proprietà di Giuseppe Catalano (responsabile provinciale per Torino) Claudia Porchietto incontra, oltre al proprietario, anche Franco D’Onofrio, indicato come padrino del “Crimine” di Torino.
L’altro nome è quello di Caterina Ferrero, assessore alla Sanità della giunta Cota, sempre in quota Pdl, che solo qualche giorno fa ha rimesso le delege perchè raggiunta da un avviso di garanzia per turbativa d’asta.
Il nome della Ferrero emerge in due punti dell’inchiesta.
Il primo fa riferimento ad un episodio relativo alle elezioni Regionali del 2005, in occasione delle quali l’architetto Vittorio Bartesaghi, indagato per concorso in tentata estorsione, si sarebbe fatto promotore della elezione della Ferrero in consiglio regionale presso Adolfo Crea (pluripregiudicato e indicato come responsabile del “Crimine” di Torino) promettendogli cospicui guadagni su lavori pubblici.
Il secondo punto interpella l’assessore per la sua prossimità con Nevio Coral, imprenditore e politico di lungo corso a Leinì e nel canavese, suocero e supporter elettorale della Ferrero in Regione, accusato nell’inchiesta di concorso esterno in associazione mafiosa.
Le carte riportano inoltre i nomi, non oggetto di indagine, di Paolo Mascheroni, sindaco di Castellamonte, che sarebbe stato eletto anche grazie al sostegno del sodalizio criminale; di Antonio Mungo, candidato al consiglio comunale di Borgaro (To) durante le consultazioni del 2009 e sostenuto secondo l’indagine da Benvenuto Praticò, indicato come appartenente al “Crimine”; e infine Fabrizio Bertot, candidato nel 2009 al Parlamento europeo e attualmente sindaco di Rivarolo Canavese, che avrebbe partecipato ad un incontro al Bar Veglia di Giuseppe Catalano con alcuni calabresi, indicati dagli inquirenti come esponenti della ‘ndrangheta, al fine di raccoglierne i consensi elettorali.
Una sola cosa cruccia i membri delle famiglie di ‘ndrangheta in Piemonte, che per il resto godono di buoni affari, buoni interlocutori e sono saldamente insediati sul territorio.
L’assenza in questa regione di una “camera di controllo” tra “locali” come esiste in Lombardia e Liguria.
Un coordinamento che eviterebbe gli attriti tra famiglie, creando maggiore sinergia tra i gruppi e conferendo loro maggiore autonomia rispetto alla Calabria.
Gli affiliati ne parlano spesso, intercettati, e ne discutono anche i boss Giuseppe Catalano e Giuseppe Comisso. Catalano: “.. perchè a Torino non gli spetta?.. che ce l’hanno la Lombardia e la Liguria, giusto? Siamo nove locali..”, risponde Comisso: “.. è una cosa che si deve fare”.
Al luglio 2009, data a cui risalgono le ultime intercettazioni in cui viene affrontato l’argomento testimoniano che in quella data la “camera” non esiste ancora.
Elena Ciccarello
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 9th, 2011 Riccardo Fucile
LA COMMISSIONE UE: OCCORRE UNA NUOVA MANOVRA ENTRO OTTOBRE… IL PIANO DI RISANAMENTO E’ CREDIBILE SOLO FINO AL 2012… RICHIAMO AL MIGLIOR UTILIZZO DEI FONDI EUROPEI E A FAVORIRE L’OCCUPAZIONE
Considerando il debito che quest’anno arriverà al 120% e il precario andamento dei conti pubblici, l’Italia non ha alcun margine per ridurre la pressione fiscale ma deve anzi «destinare all’accelerazione della riduzione del deficit e del debito ogni risorsa di bilancio che dovesse rendersi disponibile».
Inoltre, se il piano di risanamento delle finanze «è credibile» fino al 2012, il governo deve presentare «entro ottobre» un pacchetto di misure che consentano di conseguire gli obiettivi per il biennio 2013- 2014, anno in cui, secondo le previsioni presentate da Tremonti, si dovrebbe raggiungere un sostanziale pareggio di bilancio con un deficit dello 0,2 per cento.
E’ questo, in sintesi, il messaggio più importante contenuto nelle «raccomandazioni» sulla strategia di politica economica che la Commissione ha inviato ieri all’Italia e agli altri membri dell’Ue.
Per quanto riguarda il nostro Paese, il diktat di Bruxelles taglia corto al dibattito in corso nella maggioranza di governo sull’opportunità o meno di allentare la linea di rigore economico voluta dal ministro Tremonti.
Non solo non ci può essere nessun allentamento del rigore, dice la Commissione, ma «occorrerà tenersi pronti a intervenire con manovre correttive» in caso di deviazione degli obiettivi fissati per i prossimi due anni, e indicare subito le ulteriori misure necessarie per centrare il pareggio nel 2014.
La Commissione inoltre chiede al governo di fissare «tetti vincolanti sulla spesa» e di provvedere «al miglioramento del monitoraggio delle amministrazioni pubbliche».
Le raccomandazioni europee sono uno dei nuovi strumenti messi a punto nel quadro della riforma della governance della Ue varata a seguito della crisi economica degli ultimi anni.
E’ la prima volta, infatti, che Bruxelles invia pubblicamente dettagliate indicazioni sulla strategia che ciascun Paese dovrà seguire in politica economica.
Anche se non sono formalmente obbligatorie, i governi che dovessero discostarsi dalle direttive di Bruxelles subirebbero pubblici richiami e si esporrebbero quindi alle sanzioni immediate da parte dei mercati prima ancora che da parte dell’Unione europea.
In questo senso, l’invito al rigore che ci arriva dall’Europa suona più come un ordine che come un suggerimento.
Ma il rigore non basta.
Oltre alla precarietà dei conti, l’Italia è afflitta anche da un grave problema strutturale di debolezza della crescita economica, che si riflette negativamente non solo sulle entrate fiscali, ma anche sulla competitività complessiva del Paese.
Per questo il governo deve varare urgentemente una serie di riforme per rilanciare la crescita: in primo luogo, dice Bruxelles, è necessario un migliore utilizzo dei fondi strutturali europei per colmare il divario Nord-Sud.
Poi è necessario favorire l’occupazione delle donne e dei giovani, che in Italia è molto al di sotto della media europea.
Infine occorre liberalizzare il settore dei servizi e delle professioni, e facilitare i finanziamenti a ricerca e innovazione.
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