Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI VERONA CONTRO BOSSI: “FACCIO L’AMMINISTRATORE, NON L’IDEOLOGO, HO BISOGNO DI UNA LISTA CON IL MIO NOME”
I primi tempi di Flavio Tosi sindaco non erano stati facili.
Lo accusavano di aver portato una ventata di destra in città , e perfino una rissa fra ubriachi – nella quale ci scappò il morto – gli fu messa in conto: a sinistra qualcuno provò a sostenere che gli ubriachi erano fascisti che si sentivano legittimati, nelle loro aggressioni, dall’avere un sindaco come Tosi.
La storia però è strana e ora siamo arrivati a questo punto: che il leghista Tosi gode di un consenso tanto trasversale che secondo tutti i sondaggi prenderà molti voti anche dagli elettori di sinistra.
E siccome la politica è ancora più strana della storia, adesso Tosi i problemi ce li ha con la propria parte politica.
Nel senso che per intercettare appunto i voti di sinistra vuole presentarsi alle elezioni con una lista sua, e la Lega non vuole.
Ma andiamo con ordine.
Tosi lo incontriamo in un bar di periferia, perchè è lì che riceve quando il Comune è chiuso. Infatti riceve, come si usa dire, «accaventiquattro» e in questo stacanovismo – sostiene lui sta la chiave del suo successo.
Sindaco, ma perchè uno di sinistra dovrebbe votare per lei?
«Semplicemente perchè il lavoro paga. Gli elettori sanno quanto ti impegni. E poi io sono in mezzo alla gente comune, ricevo qui al bar. I cittadini mi chiamano per nome, mi percepiscono come uno di loro».
Cos’è questa leggenda del sindaco che si occupa ogni giorno anche delle buche, dei semafori guasti, degli schiamazzi, insomma delle piccole cose?
«Non è una leggenda. Tutti i giorni leggo le mail e i fax che arrivano in Comune e mi faccio riferire dalla segretaria ogni telefonata dei cittadini. Prendo atto di tutte le lamentele e di tutte le segnalazioni. Poi faccio una nota agli uffici affinchè intervengano. E dopo qualche giorno controllo se sono intervenuti».
E questo non è nè di destra nè di sinistra…
«Io faccio l’amministratore, non l’ideologo. Guardo ai problemi concreti della città e ho sempre cercato di essere il sindaco di tutti. Mi creda: la cosa che fa più piacere a un politico è quando uno che non la pensa come te dice che ti apprezza».
E qui veniamo al dunque. Lei per vincere ha bisogno anche dei voti della sinistra, per prenderli deve fare una «Lista Tosi» e il suo partito, la Lega, non vuole. È così?
«Mi permetta un po’ di storia. Nel 2007 un sondaggio fece capire che se avessi corso da solo avrei preso il 28 per cento, mentre la Lega avrebbe preso il 12. Insomma si capì che c’era una larga fetta dell’elettorato non leghista che avrebbe votato per me».
Come andò a finire?
«Che mi candidai appoggiato da una Lista Tosi, dalla Lega, da Forza Italia, da An e dall’Udc. Vinsi, e la mia lista fu la più votata della coalizione con quasi il 17 per cento».
E oggi i sondaggi che cosa dicono?
«Lista Tosi al 30 per cento, Lega al 20 per cento. Mi spiego più in dettaglio: senza una Lista Tosi, cioè presentandomi con la Lega, potrei anche vincere al primo turno ma non avrei la maggioranza in consiglio comunale e non potrei governare. Con la Lista Tosi, non avrei questi problemi».
Però Bossi non vuole la Lista Tosi, vero?
«Non è tanto Bossi. Non la vuole qualcun altro che tende a confondere due piani che dovrebbero essere distinti: le elezioni di Verona e il congresso regionale della Lega veneta che si terrà in giugno».
Lei sta facendo l’identikit di Giampaolo Gobbo, segretario della Lega veneta. È il suo grande rivale. Gobbo teme che al congresso del partito la corrente di Tosi lo metta in minoranza. E quindi un successo troppo «personale» di Tosi a Verona…
«Io dico solo che se non ci fosse il congresso del partito il problema della mia lista non esisterebbe».
Tosi, si rende conto che lei sta rischiando di spaccare la Lega?
«Non sono io a spaccare il movimento. Provate ad andare a spiegare ai veronesi che non si può fare una Lista Tosi perchè ci sono delle beghe interne alla Lega».
Lei tiene di più a vincere le elezioni di Verona o il congresso del partito?
«Io sono veronese e tengo moltissimo alla mia città . E poi voglio finire il lavoro che abbiamo cominciato cinque anni fa. Quanto alla Lega, spero che prevalgano gli interessi politici, non quelli personali».
È vero che Gobbo sta cercando di far saltare il congresso di giugno? Sui giornali si è parlato di una strategia della tensione interna che costringerebbe Bossi a commissariare la Lega in Veneto. Con un commissario, niente congresso e niente conta tra Tosi e Gobbo…
«C’è una delibera del consiglio federale, cioè di via Bellerio, del 23 gennaio scorso. Dice che entro il 20 giugno i congressi vanno fatti. Senta: se c’è una cosa che tutti riconoscevano alla Lega era quella di essere un monolite. C’era unità , e questo ci rendeva credibili. Se il partito diceva una cosa, era quella e basta. Adesso ci stiamo facendo del male da soli con troppe tensioni interne. E il modo per superare questa fase è uno solo: celebrare i congressi».
Gobbo ha detto chiaramente che la Lista Tosi non si farà . Lei come si comporterà ?
«Entro la scadenza, che è il 3 aprile, presenterò una lista civica di riferimento del sindaco. Ora mi confronterò con il movimento sul nome da darle».
Eh va bè, ma come potrebbe non chiamarsi «Lista Tosi»?
«Vedo che ha capito. Sarebbe paradossale. La lista nasce per me sindaco. Come potrebbe non esserci il mio nome?».
Michele Brambilla
(da “La Stampa”)
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Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
I PARLAMENTARI ( O PERSONA DA LORO PRESENTATA) COMPRANO CASA PAGANDO UN TASSO CHE E’ MENO DELLA META’ DI QUANTO PAGA UN COMUNE CITTADINO
Sul testo della convenzione è scritto chiaramente: «Condizioni particolari per
senatori in carica, cessati dal mandato, gruppi parlamentari, dipendenti in servizio o in quiescenza».
Quell`aggettivo «particolari» – è la chiave di tutto.
Spiega i tassi agevolati di cui può usufruire chi ha la fortuna di avere un conto alla Bnl di Palazzo Madama.
Spiega le condizioni di favore di cui si gode anche al Banco di Napoli della Camera, dove il massimo scoperto va (secondo i racconti dei correntisti) dai 12 ai 20mila euro.
Spiega perchè – con una telecamera nascosta – l`onorevole Barbato sia riuscito a dimostrare a Piazza pulita quanto sia più conveniente – per chi gira in Parlamento – avere un prestito in banca.
«Il tasso presentato al deputato era sbagliato precisa Bnl – nessun mutuo è stato mai acceso a quelle condizioni».
Repubblica è però riuscita a vedere l`accordo (seb-bene considerato “privato” dagli uffici del Senato e della banca) e a verificare che i tassi applicati sono, oltre che particolari, decisamente vantaggiosi.
Partiamo dai mutui a tasso fisso a 10 anni: con un tasso irs del 2,25% (è quello fissato a livello internazionale, pagato dalla banca) la maggiorazione è dello 0,70.
Sui variabili, considerando l`euribor a 6 mesi, la maggiorazione accordata dalla banca del Senato è dello 0,70% a 10 anni, dello 0,75 a 15, dello 0,85 a 20, dell` 1,10 a 25, contro condizioni di mercato (le migliori) che vedono una differenza di quasi un punto e mezzo, dal 2,50 al 3%.
Meglio ancora i costi della pratica:
«Eppure – assicura Bnl – negli ultimi tre anni i senatori che hanno acceso mutui si contano sulle dita di una mano. I dipendenti sono stati solo 27. C`è stato un momento in cui un`altra convenzione, perla pubblica amministrazione, era più conveniente».
Di accordi privilegiati ce ne sono stati, ad esempio per enti di previdenza, ma – spiegano alcuni bancari – sono accordi commerciali:
l`istituto offre un pacchetto di servizi, guadagna su una cosa, magari perde un po` su un`altra, ma ad accendere un mutuo a persone con stipendi alti e sicuri (come avviene in Parlamento) si rischia meno.
Semmai, mormora qualcuno, «da cittadino trovo sconveniente che un`istituzione imponga una gara al ribasso. Che dicano invece: vogliamo pagare come tutti gli altri».
«Tra poco ci sarà la nuova gara – spiega il questore pd di Palazzo Madama Benedetto Adragna – potremmo perfino strappare regole più vantaggiose.
Deve però essere chiaro che il Senato non sborsa un euro per questo.
La banca offre condizioni vantaggiose per fornire il servizio, non c`è un costo che ricade sui cittadini». T
ra l`altro, di quei privilegi godono anche i giornalisti parlamentari che aprono un conto li.
Ammette, Adragna, che quei tassi sono privilegiati.
Il suo collega questore della Camera, l`onorevole Albonetti, dice invece che al Banco di Napoli «sono più in linea col mercato».
E addirittura «rivisti al rialzo dopo la crisi».
Sarà , ma due anni fa un deputato – lo rivela lui stesso – ha avuto un mutuo variabile a dieci anni con un tasso maggiorato dello 0,65% più l` euribor a un mese.
A Montecitorio la convenzione è nascosta meglio: è un`intesa privata, «è il mercato bellezza». Alle istituzioni, però, si può chiedere trasparenza anche su questo.
Accordi e convenzioni sui siti, ad esempio.
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica”)
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Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
“MARGHERITA E DS ATTACCATI AI RIMBORSI E LA LISTA DELL’ULIVO SALTO’”
Se non fosse che il termine, di questi tempi, ha assunto una connotazione vagamente negativa, si potrebbe dire che Angelo Rovati, 66 anni, un passato nella pallacanestro e una vita tra palazzi del potere e dell’imprenditoria, è stato a lungo «il bancomat» di Romano Prodi e delle sue sempre vittoriose (e sempre finite male) cavalcate politiche.
Un cercatore d’oro, Rovati, con il compito di ossigenare le campagne elettorali del Professore, che, non avendo alle spalle un partito e nemmeno tv, era costretto a drenare due torrenti: i privati e la politica.
Se con i primi Rovati se l’è sempre cavata egregiamente, con i partiti del centrosinistra sono spesso volati stracci quando si trattava di pecunia.
«Con Lusi ho avuto degli scontri violenti nel 2006 per far avere alla Fondazione Prodi un milione e mezzo di contributi da Ds e Margherita per la campagna elettorale delle Politiche, e adesso saltano fuori le ville, i viaggi, gli hotel…».
Aggrappati come l’edera ai loro tesoretti, i partiti.
Anche a costo di pesanti ricadute politiche: «Ma lo sa – prosegue Rovati – perchè nel 2006, in vista di elezioni politiche decisive, non si riuscì a presentare al Senato, a differenza della Camera, la lista Uniti nell’Ulivo? Per una questione di rimborsi elettorali: Margherita e Ds non volevano rinunciarvi…».
Con il rischio, puntualmente centrato, di ottenere al Senato una vittoria striminzita, anticamera di una legislatura politicamente segnata.
Rovati, che impressione le fa il caso Lusi?
«Devastante, se le accuse saranno provate. Penso agli imprenditori che si suicidano perchè non riescono a pagare i loro dipendenti e noi ora siamo qui a parlare di cosiddetti imprenditori della politica che, senza rischiare nulla, si trasformano in immobiliaristi o in tour operator. Un colpo mortale per i partiti, che pure restano i pilastri della democrazia».
Non male, però, la vita del tesoriere, vero?
(Sospiro). «Certo, se c’è chi gliela fa fare».
Ritiene possibile che Lusi abbia fatto tutto da solo?
«Conosco poco i meccanismi di controllo dei partiti, ci sono però cose che non stanno in piedi. Ad esempio, il fatto che nel 2007 la Margherita, pur essendo “in sonno”, abbia iscritto a bilancio spese elettorali per 4 milioni di euro è incomprensibile…».
Quindi?
«Quindi mi domando: ma dormivano tutti? Eppure sui soldi i partiti sono molto sensibili. Quando nel 2006 non riuscivo a ottenere dagli alleati il milione e mezzo per la Fondazione di Prodi, scrissi una lettera al Corriere della Sera , facendo infuriare mezzo centrosinistra perchè affrontavo pubblicamente un tema tabù. Firmai ironicamente la lettera: “Angelo Rovati, pseudotesoriere di Prodi”. Il giorno dopo, l’onorevole Giacchetti della Margherita mi apostrofò così: “Allo pseudo tesoriere daremo pseudo soldi…”. Ora mi chiedo, questi cosa sono? Pseudo appartamenti, pseudo viaggi o che?…».
Lusi dice che non ci sono regole scritte e che lui non doveva rendere conto a nessuno: possibile?
«Se anche fosse, non è una giustificazione per utilizzare, come lo accusano, soldi non suoi ed estranei alla ragione sociale del partito».
Eppure Parisi aveva avanzato dubbi: una voce nel deserto?«È stato l’unico a porre domande, ma senza ottenere risposte».
Anche lei, Rovati, quando faceva il tesoriere per la Fondazione di Prodi, godeva di tanta autonomia?
«Figurarsi! C’era l’obbligo di depositare il bilancio in prefettura, poi c’era il collegio sindacale e il consiglio d’amministrazione, alle cui sedute partecipava anche Romano».
Siete andati in rosso?
«No, abbiamo chiuso le elezioni 2006 con 3 milioni di contributi dai privati e un milione e mezzo dai partiti per un attivo di quasi 2 milioni».
Come se ne esce da questo scandalo?
«Faccio una proposta provocatoria: prorogare fino al 2015 la legislatura, con Napolitano come garante, per consentire al governo Monti di fare le riforme con calma e ai partiti di fare pulizia al proprio interno».
Francesco Alberti
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Marzo 12th, 2012 Riccardo Fucile
UNA RONDINE NON FARA’ PRIMAVERA MA SAREBBE POCO POETICO NON INDICARLA AL CIELO
E’ un po’ questo l’effetto che ha avuto su di me la recente dichiarazione
all’Ansa dell’onorevole di Fli Flavia Perina, che rispondendo al delirio lepenista del segretario con i fili del Pdl su aborto, coppie di fatto e diritti civili, ha dichiarato: «In nessun Paese europeo un leader del centrodestra userebbe sul tema dei gay, della famiglia, del fine vita e della maternità le espressioni e la rozzezza ideologica utilizzata dal segretario del Pdl Angelino Alfano. In Germania, come in Francia o in Inghilterra — osserva Perina — questo tipo di posizioni sono tipiche delle formazioni politiche estremiste. E tutti questi Paesi, governati dal centrodestra, hanno buone leggi sulle unioni civili che nè la Merkel, nè Sarkozy, nè Cameron si sognano di mettere in discussione. Quanto alla retorica sulla maternità bisognerebbe dargli contenuti con una seria riflessione sui problemi delle moltissime donne che crescono i loro figli da sole e che sono quelle — conclude — che pagano il prezzo più alto della crisi».
Mi piacerebbe tanto credere di avere una minima responsabilità per questa dichiarazione dell’on. Perina, nata da una provocazione sulla mia bacheca Facebook.
Riprendevo la dichiarazione lepenista di Alfano e chiamavo in causa Perina, commentando che quelle di Alfano sono le posizioni dell’ultradestra filonazi, in Europa, non certo le posizioni della destra liberale cui l’on. Perina oggi si rifà .
Naturalmente le cose non stanno così e l’on. Perina non fa certo dichiarazioni politiche per soddisfare me o chiunque altro.
Dice le cose che, in tutta probabilità , pensa da tempo: sappiamo che nel Movimento Sociale Italiano, dove l’on. Perina si è formata, c’erano molte donne che negli anni Settanta sui temi cosiddetti etici e di libertà andavano a firmare per i referenda radicali su aborto e divorzio, e anche a votare per posizioni laiche e progressiste, con buona pace della Dc, di Assunta Almirante con i suoi saluti romani “igienici” e della piccola, piccolissima Giorgia Meloni.
E’ probabilmente da qui che parte l’on Perina, quando aggiunge, sempre sulla bacheca del vostro reporter: “Non riesco a essere ironica sui diritti delle persone. E la retorica sulla maternità mi rende furiosa: centinaia di migliaia di madri crescono i loro figli da sole, senza aiuti di Stato, con lavori di merda e paghe da terzo mondo. Dovrebbero pure sentirsi colpevolizzate perchè non sono ‘famiglia’? Scusate lo sfogo.”
L’on. Perina è forse pronta per aderire al Pd, e venire pure vista come una “sinistra” al suo interno? Perina la vede in modo diverso: “I problemi nati dopo il ‘900 (dal tema delle coppie di fatto alla libertà della rete) non possono essere affrontati con categorie ideologiche che neanche potevano immaginarli”
Sciltian Gastaldi blog
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Marzo 11th, 2012 Riccardo Fucile
POVERO MARONI: AVEVA APPENA FINITO DI DIRE CHE LA POLITICA ESTERA DEL GOVERNO MONTI ERA DA FANTOZZI E ALLA FINE HA FATTO LUI LA FIGURA DI FRACCHIA… EPPURE IL CONDANNATO PER RESISTENZA A PUBBLICO UFFICIALE DOVREBBE INTENDERSENE DI BLITZ DELLA POLIZIA
E’ atterrato all’aeroporto romano di Ciampino il velivolo dell’Areonautica militare che ha riportato in Italia la salma di Franco Lamolinara, ucciso assieme a Chris McManus nel fallito blitz britannico in un sobborgo di Sokoto, nord ovest della Nigeria.
I dettagli ancora poco chiari dell’operazione costata la vita ai due ostaggi saranno con ogni probabilità affrontati lunedì.
All’inizio della prossima settimana infatti, a Londra, il governo britannico riferirà alla Camera dei Comuni, mentre in a Roma il direttore dell’Aise Adriano Santini sarà ascoltato dal Copasir, il comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti.
Secondo i primi risultati dell’autopsia l’ingegnere piemontese sarebbe stato raggiunto da 4 colpi.
Ad ucciderlo “non un colpo alla tempia ravvicinato” ma un proiettile, sparato “da armi a canna lunga”, che lo ha raggiunto alla testa.
A dirlo Paolo Arbarello, responsabile dell’Istituto di medicina legale dell’università La Sapienza di Roma.
Secondo il medico legale questi rilievi non permettono di “escludere alcuna ipotesi”. Ovviamente “non c’è stata un’esecuzione con un colpo ravvicinato, ma ciò non ci dà il quadro preciso della dinamica. I fatti sono che la raffica non è stata ravvicinata e che le armi erano a canna lunga”.
Il fatto che i colpi siano stati sparati a distanza ravvicinata sembra rafforzare la circostanza secondo la quale ad uccidere l’ingegnere originario della provincia di Vercelli, siano stati i suoi sequestratori.
I risultati dell’autopsia saranno comunicati al pubblico ministero Francesco Scavo, della Procura di Roma, titolare del fascicolo processuale aperto all’indomani del sequestro di Lamolinara.
l magistrato procede per sequestro di persona con finalità di terrorismo.
Non c’è ancora una data per la relazione che il ministro degli esteri Giulio Terzi dovrà presentare al parlamento, ma verosimilmente sarà a brevissimo giro.
“Non vogliamo accettare che illazioni o diatribe” interne “si sviluppino sulla pelle di nostri connazionali a rischio”, ha affermato Terzi ai giornalisti presenti al vertice europei di Copenhagen.
Dopo le polemiche e le accuse di ieri, comunque, arrivano altri dettagli sulla dinamica del “blitz”, che poi tale non è stato, contro il compound dove erano tenuti i due ostaggi.
Venerdì sera un portavoce di Boko Haram ha smentito che il suo gruppo fosse responsabile del sequestro, ma secondo le analisi correnti, proprio una delle ramificazioni dei Boko Haram sarebbe stata la destinataria della presunta “vendita” dei due ostaggi che ha spinto britannici e nigeriani a intervenire.
Sulla dinamica dell’intervento, il quotidiano britannico Guardian scrive che “contrariamente al solito” l’operazione è iniziata nella tarda mattinata, attorno alle 11 ora locale, ed è stata “l’esatto contrario del rapido intervento con armi sofisticate e velocissima uscita di scena di solito associato a questo tipo di operazioni”. I
n pratica, un centinaio di soldati, tra britannici e nigeriani, hanno circondato il compound alla periferia di Sokoto e ingaggiato una sparatoria con i rapitori, dopo aver cercato di convincerli alla resa.
Il tutto sarebbe durato diverse ore — almeno due — con i soldati nigeriani che a un certo momento avrebbero anche tentato di far uscire i rapitori lanciando nel compound copertoni incendiati. In questo arco di tempo, non si sa ancora esattamente quando, i due ostaggi sarebbero stati uccisi.
Anche su questo punto ci sono versioni divergenti. Il quotidiano nigeriano The Nation riferisce oggi, citando fonti della polizia che hanno in carico i sequestratori arrestati, che i due ostaggi sono stati uccisi con un colpo alla testa nel bagno del compound.
Secondo questa versione, tra gli arrestati c’è anche Abu Mohammed, considerato il leader del gruppo che aveva in ostaggio McManus e Lamolinara, nonchè figura di riferimento a Sokoto proprio per i Boko Haram.
Abu Mohammed avrebbe detto alla polizia che c’era l’ordine di uccidere gli ostaggi se qualcosa non fosse andato secondo i piani.
Sarebbero state proprio le telefonate di Abu Mohammed con altri esponenti di Boko Haram a Zaria, nello stato di Kaduna, a essere intercettate dall’intelligence nigeriana nei giorni scorsi e ad aver dato il via alla catena di eventi che si è conclusa con la morte dei due ostaggi.
E se a livello diplomatico la tensione è decisamente calata dopo l’incontro tra il ministro degli esteri italiano Giulio Terzi e il suo collega britannico William Hague al summit europeo di Copenhagen, e soprattutto con l’offerta londinese di “piena condivisione” dei dati rilevanti sull’operazione, in Italia la polemica continua con gli attacchi al governo provenienti tanto da settori del Pdl (che però evita di chiedere le dimissioni di Terzi) quanto dalla Lega (l’ex ministro dell’Interno Roberto Maroni soprattutto) e da alcune voci del Pd.
Tra loro, Marco Minniti, già viceministro dell’interno durante il governo Prodi.
Per il deputato Pd, “il vulnus con Londra sarà difficile da rimarginare” e deriva da un approccio sostanzialmente diverso tra Italia e Regno unito quando si tratta di ostaggi: Roma preferisce la trattativa, anche lunga, e spesso è pronta a pagare riscatti, cosa intollerabile per Londra che invece (come del resto altri paesi occidentali) preferisce tentare la via del blitz militare.
In questo particolare caso, poi, aggiunge la stampa britannica riferendo le parole del governo guidato da David Cameron, l’Italia era d’accordo con la linea britannica, se non altro perchè sul campo, ovvero nel nord della Nigeria, l’Italia non ha capacità di intervento paragonabili a quelle del Regno Unito.
L’accordo di massima sul tipo di azione da intraprendere nel caso se ne fosse presentata l’occasione ha messo Londra nella posizione di dare il via libera ai militari anche senza avvertire Roma se non a operazione in corso.
Ed è un accordo che risale ai mesi scorsi — McManus e Lamolinara sono stati sequestrati nel maggio del 2011 — quando sia alla Farnesina, sia a Palazzo Chigi c’erano altri inquilini, ovvero Frattini e Berlusconi.
Forse Terzi non è il solo a dover riferire.
Joseph Zarlingo
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Marzo 11th, 2012 Riccardo Fucile
TUTTE LE SPESE DELL’EX TESORIERE: SPAGHETTINI DA 1.800 EURO, 80.000 EURO PER UNA SETTIMANA DI VACANZE ALLE BAHAMAS
Per una settimana alle Bahamas con la moglie e altre cinque persone ha speso circa 80 mila euro.
Per un piatto di spaghetti al caviale, 180 euro.
E poi weekend a Londra, a Parigi, a Venezia, cene nei ristoranti più esclusivi della capitale con fiumi di champagne ad accompagnare le ostriche.
Non ha mai badato a spese Luigi Lusi. Anche perchè per quelle spese attingeva dai conti della Margherita, dove ricopriva la carica di tesoriere.
La magistratura romana lo accusa di aver sottratto almeno 20 milioni di euro, la maggior parte utilizzati per acquistare immobili e per ristrutturarne altri.
Dimore di lusso comprate negli ultimi tre anni.
È proprio in questo periodo che il tenore di vita di Lusi fa un balzo, come dimostra una relazione contabile consegnata ieri ai pm dai legali della Margherita Titta Madia e Alessandro Diddi.
È il primo risultato dell’analisi affidata dal partito alla società di consulenza KPGM che ha analizzato fatture e ricevute emesse dal tesoriere dal 2006 al 2010.
Si scopre così che nel 2011 il parlamentare ha pagato oltre 218 mila euro per le vacanze.
E che in questi quattro anni ha effettuato prelevamenti allo sportello per un milione e 339 mila euro.
Possibile che tutto questo denaro sia finito nelle sue tasche?
Possibile che nessuno si sia mai accorto di quanto usciva dalle casse del partito?
«Tutti sapevano, se parlo salta il centrosinistra», ha detto Lusi a Servizio Pubblico , la trasmissione di Santoro.
I vertici della Margherita hanno annunciato una querela «per rispondere con assoluta fermezza a qualsiasi tentativo di intimidazione», il procuratore aggiunto Alberto Caperna e il pm Stefano Pesci lo interrogheranno di nuovo.
E Luciano Neri, parlamentare della Margherita ora nel Pd chiede che Enzo Bianco e Francesco Rutelli «convochino l’assemblea e si dimettano perchè non possono continuare a parlare a nome del partito».
Voli e hotel
Il 5 gennaio 2011 Lusi vola a Toronto con la moglie Giovanna Petricone.
Lei è nata in Canada, lì vive la sua famiglia. I due fanno anche una puntata a New York. Ma pensano anche ai parenti.
E così, mentre sono all’estero, un tale Lusi B. effettua un volo Monaco-Malaga-Monaco il 7 gennaio.
La coppia rientra in Italia il 12 gennaio, tre giorni dopo va a Parigi per un soggiorno di due giorni che costa circa 1.700 euro.
E per la stessa cifra, due settimane dopo, si spostano a Birmingham.
Agli inizi di marzo si torna a Toronto, alla fine del mese sono al Carlton di Londra.
E dal 22 al 28 aprile trascorrono una vacanza da sogno presso Kamalame Cay Resort alle Bahamas. La cifra da sborsare è alta viene divisa in tre tranche da 33 mila euro, 20 mila euro, fino al saldo di 27 mila euro.
Per l’annullamento di una vacanza in Montenegro a settembre Lusi paga invece una penale di 8.700 euro.
Si consola neanche un mese dopo quando va in Canada con altre quattro persone e paga 14.500 euro.
C’è un’altra spesa che Lusi dovrà chiarire: riguarda soggiorni mensili presso l’Hotel Robinia di Genzano, poco distante dalla splendida villa dove vive.
Dall’8 gennaio all’8 febbraio paga 1.240 euro, rinnova il soggiorno dal 10 marzo al 10 aprile per la stessa cifra e ancora dal 10 aprile al 10 maggio.
Dal 1° al 6 settembre paga 240 euro, poi più nulla.
Chi ha ospitato in albergo addebitando la spesa, come del resto tutte le altre, alla Margherita?
Pranzi e cene
Già nel 2006, prima della fusione con i Ds e dunque quando la Margherita è ancora un partito autonomo, Lusi ha spese di rappresentanza molto elevate.
Durante una cena al ristorante La Rosetta del 17 dicembre paga 240 euro per due antipasti, 60 euro per una bottiglia di vino.
Un mese prima era andata peggio: 180 euro per un piatto di spaghettini al caviale.
Tutto e sempre rigorosamente a spese del partito, come le tre bottigliette di Berlucchi acquistate in un autogrill e costate 60 euro.
Da spiegare ci sono poi i prelevamenti di sportello da un milione e 300 mila euro.
«Le cifre evidenziate – scrivono gli analisti di KPGM – mal si conciliano con un partito che in quegli anni aveva pochissimi dipendenti e – teoricamente – poche operazioni di piccola cassa».
E invece Lusi prende 299 mila euro nel 2007, 326 mila l’anno successivo, 375 mila nel 2009 e 338 mila nel 2010 sempre divisi in cifre che oscillano tra i 3.800 euro e i 6.500 euro.
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 11th, 2012 Riccardo Fucile
BEN 1.082.000 GLIM IMMOBILI MAI DENUNCIATI, 817 MILIONI DI RENDITA CATASTALE, 472 MILIONI DI TASSE ANNUALI EVASE
Un tesoretto inaspettato da 2 miliardi di euro, ben nascosto in un milione e 82 mila immobili fantasma, scovati e riportati alla luce del Catasto (e del Fisco) da un’azione capillare e super-tecnologica dell’Agenzia del territorio.
Mille persone, otto mesi di lavoro sul campo, per indagare 818 mila particelle, ovvero pezzetti di terreno su cui negli anni si è costruito in totale libertà , a cui aggiungere quelle relative ai contribuenti che si sono autodenunciati entro lo scorso aprile.
Risultato: individuati oltre un milione di fabbricati totalmente sconosciuti che valgono 817 milioni di euro di rendita catastale e 472 milioni di tasse per l’anno in corso (tra Imu, cedolare secca, imposta di registro).
Considerati gli arretrati (fino a 5 anni di retroattività per le tasse non pagate), il tesoretto potrebbe davvero centrare quota 2 miliardi di euro.
Entro giugno, poi, il lavoro sarà completato, fino alla quota record di 2,2 milioni di particelle resuscitate.
Tasse comprese.
Il metodo è quasi banale: sovrapporre le ortofoto aeree ad alta risoluzione del territorio italiano alla cartografia catastale.
E poi segnare con un puntino rosso i tetti che prima non c’erano.
Scovare i fantasmi del mattone è nient’altro che il frutto di questa operazione.
Nella pratica, un enorme lavoro.
Tecnologico, innanzitutto: la Agea (Agenzia per le erogazioni in agricoltura) ha messo a disposizione, gratis, le foto all’Agenzia del territorio, che però ha dovuto adeguare la propria cartografia, un tempo solo cartacea, ora “vettorializzata”, ovvero digitalizzata ad altissima risoluzione.
E lavoro pratico, poi: mille uomini dell’Agenzia in giro a svelare le incongruenze dei due scatti.
I RISULTATI
Nel mirino sono entrate oltre 2,2 milioni di particelle (pezzetti di terreno), identificate nel 2011 come sospette, di cui 1,8 milioni già controllate (le restanti lo saranno entro giugno), anche grazie a più di un milione di contribuenti che si sono autodenunciati al 30 aprile dello scorso anno.
Se si escludono le particelle che non richiedono di essere accatastate (spianate, ruderi, case in corso di costruzione) e quelle che i tecnici dell’Agenzia non sono riusciti a controllare perchè inaccessibili (costruzioni con mura di cinta alte, parchi, cancelli, alberi), l’intera operazione ha portato alla luce un milione e 81 mila immobili fantasmi, inesistenti per la banca dati del Catasto e a Fisco zero. I proprietari non hanno mai versato un euro di tasse.
TIPOLOGIE DI IMMOBILI
Un terzo delle nuove strutture (34%) è costituito da abitazioni e quasi un terzo (31%) da magazzini. Il resto si divide tra autorimesse (18%) e “altro” (17%).
La categoria “altro” è molto interessante anche perchè ad essa fa capo il 72% della nuova rendita catastale rilevata (tra definitiva, in quanto autodenunciata, e presunta), ovvero 585 su 817 milioni totali.
Un importo rilevante, spiegabile proprio perchè dentro “altro” ci sono stabilimenti industriali, uffici e negozi.
CHI NASCONDE DI PIÙ
Nella classifica delle Province e Regioni con più “fantasmi” vince Bari per i magazzini (13.003), Cosenza per le abitazioni (18.801), Cuneo per “altro” (12.817), Perugia per le autorimesse (6.502), Napoli come Provincia sul totale (37.519), la Sicilia come Regione (153.276), Trapani come rendita catastale totale (88,5 milioni di cui 85 in “altro”), Salerno per le particelle ancora da verificare (42.788).
Un’Italia che appare spaccata in due: al Nord più capannoni e negozi, al Sud più case.
LE PREVISIONI DI GETTITO
Il Dipartimento delle Finanze stima che la maggiore rendita catastale, ora regolarmente iscritta (817,39 milioni), determinerà per quest’anno un gettito aggiuntivo di circa 472 milioni di euro, così diviso: 356 milioni ai fini Imu (anche sulla prima casa), 110 milioni da Irpef e cedolare secca (affitti), 6 milioni dall’imposta di registro su canoni di locazione.
A questo importo, quasi mezzo miliardo, vanno aggiunte le somme recuperabili in modo retroattivo, fino a 5 anni, a meno che il proprietario non dimostri che l’immobile ex-fantasma esiste da meno tempo. La cifra di 2 miliardi totali, un vero e proprio tesoretto, non è considerata del tutto peregrina.
IL RUOLO DEI COMUNI
Pagate le tasse dovute, spetterà ai Comuni esprimersi sulla regolarità delle nuove costruzioni e decidere se abbattere o condonare le irregolari. A Roma, scovate 32 mila strutture in tutto (di cui 12.711 case), a Milano 12 mila (3.701 case), a Napoli 37 mila (17.849 case).
Questi «straordinari risultati», ha commentato Gabriella Alemanno, direttore dell’Agenzia del territorio, «sono stati resi possibili per effetto di soluzioni organizzative e tecnologie innovative mai utilizzate prima».
Valentina Conte
(da “La Repubblica”)
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Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile
ALTRI 61 MILIONI DESTINATI A RICAPITALIZZARE LA SOCIETA’ STRETTO DI MESSINA PER UN PONTE CHE NON SI FARA’
Ecco l’ennesimo spreco, potrà commentare qualcuno di fronte alla notizia, pubblicata ieri dal
quotidiano Mf con il titolo: «Altri 61 milioni al Ponte che non si farà ».
La vicenda a cui si riferisce l’autrice dell’articolo, Luisa Leone, riguarda la ricapitalizzazione della società Stretto di Messina, concessionaria pubblica dell’opera, effettuata lo scorso dicembre da parte dei suoi azionisti Anas e Ferrovie dello Stato.
Più che uno spreco, tuttavia, non è altro che l’emblema dell’enorme ipocrisia che ha sempre avvolto questa infrastruttura, fin dal suo concepimento.
Basta ricordare la sequenza di docce calde e fredde a cui abbiamo assistito da 11 anni a questa parte.
Nel 2001, con l’arrivo di Silvio Berlusconi a Palazzo Chigi, sembrava cosa fatta. «Poseremo la prima pietra alla fine del 2004 e l’opera sarà completata in cinque-sei anni», annunciò il ministro Pietro Lunardi.
Ma nel 2006 non era stata posata alcuna pietra.
Anzi: con il ritorno di Romano Prodi il progetto del Ponte finiva nel cassetto.
Logica avrebbe voluto che fosse tumulata insieme anche la concessionaria Stretto di Messina. Inaspettatamente, però, il ministro delle Infrastrutture Antonio Di Pietro la salvò dalla tomba.
Così nel 2008, con il rientro del Cavaliere a Palazzo Chigi, il Ponte ripartì in pompa magna. Ma era tutta un’apparenza.
Mentre il progetto definitivo tagliava (evento storico) il filo di lana, la tensione politica scemava.
Finchè un giorno di ottobre del 2011, approfittando di una presa di posizione di Bruxelles che aveva giudicato l’opera non più prioritaria, lo stesso governo Berlusconi accettò che venisse nei fatti accantonata con un ordine del giorno parlamentare dell’Italia dei Valori.
E Mario Monti, arrivato a novembre, non ha potuto far altro che prenderne atto.
Ma anche se tutti sono ormai coscienti che il Ponte, a meno di un miracolo, non si farà , nessuno ha il coraggio di dirlo apertamente.
E si continua nell’ipocrisia.
Chissà ancora per quanto tempo…
Sergio Rizzo
(da “Corriere della Sera”)
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Marzo 10th, 2012 Riccardo Fucile
IL 7,3% DELLE TRANSAZIONI NEI PRIMI DUE MESI DEL 2012 SONO STATE EFFTTUATE DA ITALIANI
Secondo la rete di agenzie immobiliari Knight Frank, nei mesi di gennaio e febbraio 2012, il 7,3 per cento delle transazioni sono state effettuate da nostri connazionali, contro il 7,2 dei russi.
E 2011 lo scambio d’affari ha riguardato 450 milioni di sterline pari a 540 milioni di euro. I quartieri preferiti?
I migliori e i più cari: Chelsea, Maida Vale, Saint John’s Wood e Kensingto
Gli italiani a Londra non sono mai mancati.
Ma ora gli abitanti del Belpaese che emigrano o investono nella capitale inglese hanno una caratteristica in più: hanno tanti, ma tanti soldi.
Secondo la rete di agenzie immobiliari di case di lusso Knight Frank, nei mesi di gennaio e di febbraio di quest’anno gli italiani hanno superato i russi nell’acquisto di ville e appartamenti di pregio.
E ora rappresentano la prima comunità estera, nei primi due mesi del 2012 ben il 7,3 per cento delle transazioni sono state effettuate da italiani, contro il 7,2 per cento dei russi. Proprio in questi giorni, a Londra, è in scena la fiera dell’Italia, “La Dolce Vita”.
«I ricchi italiani vogliono investire fuori dall’Eurozona, che, come sappiamo, non se la passa bene», spiega Liam Bailey, responsabile del centro studi sul residenziale di Knight Frank.
«Lo stesso grande interesse per gli immobili londinesi lo vediamo da Paesi come la Grecia e la Spagna. Da Atene arriva, per esempio, un 3 per cento delle transazioni, e questo fa della penisola ellenica la quinta area in ordine di importanza per quanto riguarda la provenienza dei compratori».
Ma perchè proprio Londra?
«La capitale è un posto “logico” per investire. È un enorme mercato molto liquido e dove i prezzi delle case salgono di continuo, c’è la City e l’alta finanza, lo stile di vita è interessante. Insomma, a Londra si è sempre al centro del mondo».
Nel 2011, gli italiani hanno comprato da Knight Frank case e ville per un totale di 450 milioni di sterline, al cambio attuale quasi 540 milioni di euro.
Il prezzo medio di una casa acquistata dagli abitanti dello Stivale è di 2 milioni di sterline.
«Ma abbiamo venduto anche proprietà da 10 milioni di sterline — riprende Frank — e ancora nella nostra memoria è quella villa nel quartiere di South Kensington da 7,4 milioni venduta a un italiano».
Chelsea, Maida Vale, Saint John’s Wood e Kensington, appunto, i quartieri preferiti, dove gli italiani trovano ottime scuole, ottimi servizi e tanto, tanto lusso.
Ma a Roma e a Milano stanno riscoprendo pure quartieri periferici e meno di pregio come Clapham e Fulham.
Gli inglesi, chiaramente, rappresentano ancora la maggioranza, con un 40,1 per cento delle transazioni.
Secondi gli italiani con il 7,3 e terzi i russi con il 7,2 per cento, appunto.
Poi vengono i francesi, con il 5,2 per cento e gli indiani con il 4,4 per cento.
Al quinto posto i greci, con un 3 per cento.
«Gli italiani sono sempre stati fra i “top buyer” — aggiunge Bailey — e da anni sono fra le prime cinque posizioni. Ma non possiamo nascondere che questo sorpasso dei russi, ora, ci ha proprio stupito». Poi, una cosa Bailey suggerisce. Non ci sono solo le case, ma c’è tutto un mondo legato all’Italia che gira attorno.
Così i nostri connazionali con i portafogli pieni si incontrano al ristorante San Lorenzo di Kensington o al bar Frankie’s fondato dal famoso fantino Frankie Dettori.
Ancora, fanno frequentare ai figli le migliori scuole private e i migliori college e, di sera, vanno nei club esclusivi della capitale, fino a ieri riservati agli inglesi, ma che ora si sono aperti anche ai ricchi possidenti stranieri.
Ma chi sono questi facoltosi italiani?
Knight Frank non fa nomi, nel rispetto della privacy dei suoi clienti, ma si sa che ci sono tanti uomini e donne della finanza, attratti dalla City, attori, imprenditori, gente dello spettacolo e dello sport e persino intere famiglie che scelgono di vivere definitivamente all’ombra del Big Ben.
«Soprattutto dall’Italia del nord — spiega John Kennedy, dell’agenzia Knight Frank di South Kensington — e ci ha impressionato il numero di genitori che comprano case di lusso per i loro figli che studiano a Londra. Poi ci sono i compratori professionali, come le agenzie immobiliari italiane che acquistano per poi rivendere».
Secondo gli analisti dell’agenzia, che ha sedi in tutto il mondo, gli italiani, i greci e gli spagnoli sono spinti ad acquistare nel Regno Unito anche dalle recenti misure di austerity messe in atto dai rispettivi governi.
E l’interesse è alto, nonostante i prezzi.
Le valutazioni sono aumentate, infatti, in tutto il 2011, dell’11,6 per cento e, solo nel mese di febbraio di quest’anno, dell’1 per cento.
Dal collasso della Lehman Brothers e dalla crisi economica del 2008/2009, i prezzi delle case di lusso londinesi sono aumentati del 43 per cento.
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