Marzo 29th, 2012 Riccardo Fucile
L’EX DIRETTORE DEL TG4 A GIORNI DAI PM SULLA VICENDA DEI SOLDI RIFIUTATI A LUGANO
Il reato ipotizzato è il riciclaggio, ma le verifiche riguardano anche una possibile evasione fiscale.
Sono i magistrati romani i titolari dell’indagine sui due milioni e mezzo di euro che il direttore del Tg4 Emilio Fede avrebbe cercato di depositare in Svizzera alla fine dello scorso anno.
La Banca di Lugano ha rifiutato i soldi e poi è partita la segnalazione per la Guardia di Finanza di Como che ha effettuato le prime verifiche.
Fede giura che si tratta di «una colossale balla» e parla di «un’invenzione», ma nel fascicolo ci sarebbero già alcuni elementi di conferma.
Come la macchina intestata a Mediaset che sarebbe stata utilizzata per passare la frontiera e raggiungere il Canton Ticino.
Al momento il giornalista è testimone, i pubblici ministeri hanno deciso di convocarlo nei prossimi giorni per l’interrogatorio.
La vicenda comincia al termine di dicembre quando le Fiamme Gialle ricevono un esposto che racconta come Fede abbia portato qualche giorno prima una valigetta piena di contanti presso l’istituto di credito, ma sia stato respinto «per carenza di idonea documentazione», dunque perchè non era possibile certificare la provenienza lecita dei soldi.
«Viaggiava in auto con una altra persona – è scritto nella denuncia – e non era la prima volta che veniva presso il nostro istituto».
Non c’è firma, però i primi controlli sui dati forniti convincono gli investigatori sull’opportunità di proseguire le indagini.
Nella segnalazione sono infatti indicati il modello e la targa dell’auto utilizzata per la trasferta e la verifica ha consentito di scoprire che si tratta di una vettura intestata a Mediaset, l’azienda in cui Fede lavora da decenni.
Inoltre sembra che, sia pur informalmente, gli investigatori siano riusciti a risalire alla persona che ha raccontato la vicenda e che abbiano ottenuto conferme anche da altri funzionari coinvolti nell’episodio.
Del resto non è la prima volta che Fede ha problemi con una banca di Lugano: è stato un funzionario della Bsi di Lugano a rivelare ai magistrati di Milano che indagano sulla bancarotta della società di Lele Mora come il giornalista – indagato per concorso nello stesso reato – avesse prelevato 500 mila euro dai conti del manager di modelle e attrici.
Dopo aver accertato elementi di fondatezza nell’esposto, il fascicolo viene così trasmesso per competenza ai colleghi della capitale che consegnano l’informativa alla Procura.
Nei prossimi giorni i magistrati interrogheranno Fede e poi delegheranno ulteriori indagini alla Finanza per stabilire da dove arrivi quella valigetta piena di denaro.
Ma anche chi altri si sia presentato allo sportello bancario.
Nell’esposto si parla infatti di un accompagnatore e qualcuno ipotizza che possa trattarsi di un faccendiere italo-svizzero che si occupa di mediazioni immobiliari e consulenze aziendali, ha una sede della sua società proprio a Lugano, ma in alcuni ambienti non viene ritenuto molto affidabile.
Fiorenza Sarzanini
(da“Il Corriere della Sera”)
argomento: Costume, denuncia, Giustizia | Commenta »
Marzo 29th, 2012 Riccardo Fucile
“ORA VOGLIO SENTIRE BERLUSCONI PER AVERE UNA SPIEGAZIONE”… IL PESO DELLA VICENDA DEI SOLDI SOTTRATTI A LELE MORA E IL RECENTE BLOCCO IN SVIZZERA CON 2,5 MILIONI DI EURO
Emilio Fede lascia la direzione del Tg4.
“Non ci credo. Vuoi farmi morire?”.
Trema anche la mia voce. L’incredibile è accaduto.
“Non so niente”.
E se fosse un tardivo scherzo carnevalesco?
“Posso dirti che la trattativa per la risoluzione consensuale non è andata bene e così…”.
Così cosa?
“Niente”.
Questo dimissionamento ha tutte le caratteristiche di un golpe ordito ai suoi danni.
“C’è la mano di Confalonieri, è lui che l’ha architettato e portato a segno”.
L’ha fatta fuori Confalonieri insieme ai figli del presidente.
“Silvio è alla partita”.
Diavolo, c’è Messi a San Siro! Hanno fatto le cose per bene, il presidente sarà irraggiungibile.
“Adesso mi attivo”.
Chiami Berlusconi subito, o anche la scorta se non le riesce.
“Lo devo chiamare e farmi spiegare”.
La mandano via senza neanche l’editoriale di commiato.
“Non l’ho fatto l’editoriale, no”.
Si ricorda che ieri l’abbiamo passato insieme in rassegna?
“Certo che ricordo”.
Senza il Tg4 Emilio Fede semplicemente non è. Questa è la mia opinione.
“E’ la mia vita, ce lo siamo detti”.
Come fa a vivere senza la sua vita?
“Adesso chiamo Berlusconi, mi metto in contatto con lui, porcaccia la miseria c’è la partita!”.
Fede, avverto questa suo improvviso disorientamento, ma è l’ora della battaglia!
“Poi ti chiamo, fammi telefonare a Silvio”.
Al complotto si risponde con le armi in pugno.
“Anch’io stavo vedendo la partita”.
Alle 21.05 Fede chiude le comunicazioni in una giornata che l’aveva invece visto galvanizzato, ottimista, fiducioso nelle possibilità di resistere.
Alle 13.45 si era fatto vivo e la voce era ferma e l’umore dei migliori.
“Sono felice, strafelice, gliel’abbiamo messo in quel posto”.
Felicissimo la sento infatti.
“Adesso il giudice mi deve dire chi è che va con la valigiona di euro in banca a Lugano spacciandosi per me”.
Adesso viene il bello direttore.
“Eh, mi voglio divertire”.
Ma sicuro che non fosse lei a Lugano? La sua auto ha davvero passato il confine, dicono i finanzieri
“Ma io mi tengo lontano dalla banca quando vado a Lugano”.
Allora va a Lugano.
“Ma senza andare in banca. Ed è successo una, due volte, toh tre. Ma mai, mai”.
Qualcuno vuole incastrarla.
“Questo è di una evidenza palmare. Perciò mi aspetto che i magistrati facciano luce”.
Si aspetti dall’interno di Mediaset qualche altra controffensiva
“E vuole che non sappia?”.
La vogliono cacciare
“Mi hanno offerto un contratto di tre anni più altri due, la conduzione di un settimanale di informazione”.
Però la stanno trattando con i guanti bianchi
“Ho solo chiesto che slittassimo di qualche mese”.
Lei senza il Tg4 non può vivere.
“Io sono il Tg4”.
Antonello Caporale
(da “La Repubblica“)
argomento: Berlusconi, televisione | Commenta »
Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
LO SCOOP DI UN GIORNALE LOCALE…AL NUMERO DEL TELEFONINO NON RISPONDE L’EX MINISTRO DI BERLUSCONI, MA LA FIGLIA… IN ARRIVO UNA VERIFICA DELLA CORTE DEI CONTI
Chiamate, connessioni a internet e sms per cifre «stratosferiche» che finivano sui conti del Comune di Monza, generate dal cellulare comunale in uso a Paolo Romani, ma in realtà gestito dalla figlia dell’ex ministro.
Uno scandalo che rischia di mettere in serio imbarazzo il fedelissimo di Silvio Berlusconi.
A Monza, nella sua roccaforte, dove Romani è ancora assessore all’Expo, il dirigente pidiellino si fa vedere sempre poco.
Ha intensificato le visite solo negli ultimi due mesi per via delle elezioni amministrative alle porte di cui si deve occupare per mandato dell’ex premier.
Non si è fatto vedere in Giunta che una volta e in Consiglio comunale non ci mette piede da anni.
Nemmeno il tentativo di far approvare il Pgt che prevede l’edificazione sul celebre terreno della Cascinazza di Paolo Berlusconi l’ha smosso più del solito.
Probabilmente preferisce usare il telefono.
Stando a quanto si evince dalla bolletta del cellulare che gli è stato concesso in comodato dal Comune di Monza, Romani, infatti, si deve essere fatto sentire parecchio tra discussioni politiche e amministrative con i colleghi monzesi, se è riuscito ad accumulare una bolletta davvero «record» di 5mila euro in due mesi.
Solo nell’ultimo bimestre, secondo i documenti del Municipio che paga i suoi conti telefonici, il cellulare intestato a Romani ha registrato una spesa a quattro cifre.
A gennaio e febbraio, avrebbe insomma mandato sms, telefonato o forse anche navigato in internet per una somma che supera di gran lunga lo stipendio netto medio di un italiano.
E Pantalone paga.
Ma la vera sorpresa è scoprire che, telefonando al numero in questione (pagato dai contribuenti), l’ex ministro neppure risponde.
Dall’altro capo, in più di un’occasione, ha risposto una voce femminile.
Che, candidamente ha comunicato: «Non trova Paolo su questo numero».
Un mistero sempre più fitto che porta a chiedersi chi allora abbia fatto tutte quelle telefonate per un totale di 2.500 euro al mese se non è Romani a tenere il telefono.
«Mi scusi ma lei è la segretaria?», la naturale domanda che viene da porre all’interlocutrice. Ed ecco la sorpresa.
«No, sono la figlia, le lascio un altro numero se deve contattarlo».
Finora a far parlare di sè era stato solo il figlio maschio di Romani, Federico, che si era conquistato un posto da consigliere provinciale a Monza, ma adesso il secondo «caso» famigliare rischia di mettere in difficoltà i vertici azzurri.
A sollevare la questione è stato Il Giornale di Monza, venuto in possesso delle carte.
Dopo qualche ora dall’uscita del servizio, al cellulare in questione, rispondeva ancora la figlia, poi è stato staccato.
Adesso la Corte dei conti dovrà effettuare una verifica e se verrà dimostrato che non si tratta di una casualità e che il telefono è stato usato in modo improprio non per fini di servizio, si potrebbe presupporre il reato di peculato.
Romani è comunque in buona compagnia: non è l’unico ad aver accumulato bollette «stratosferiche» a parecchi zeri nella giunta di centrodestra che governa Monza, che adesso andrà al rinnovo amministrativo.
Ci sono un paio di assessori monzesi che nel 2011 sono riuscite ad accumulare 14mila euro di spese telefoniche pagate dai contribuenti in dodici mesi.
Una situazione a cui qualcuno ora dovrà mettere mano dato che il Comune di Monza spende ogni anno mezzo milione di euro per pagare le spese telefoniche di amministratori e personale.
Romani, raggiunto telefonicamente (su un’altra utenza) precisa: “Per il lavoro che faccio ho quattro cellulari, può quindi capitare che a uno risponda la mia segretaria o qualcuno della mia famiglia. Quello del Comune lo lascio a Milano, per questo è capitato che rispondesse mia figlia, ma non gliel’ho certo dato in uso io”.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia | Commenta »
Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
TRATTATIVA CON IL MINISTRO SEVERINO PER SBLOCCARE IL PROVVEDIMENTO FERMO DA MESI… IL PDL PRONTO A USARE COME MERCE DI SCAMBIO IL DDL INTERCETTAZIONI E LA RESPONSABILITA’ CIVILE DEI GIUDICI
E’ in programma venerdì mattina, probabilmente a palazzo Madama, l’incontro tra il ministro
della Giustizia Paola Severino e i capigruppo di Camera e Senato per discutere di legge sulla corruzione, responsabilità civile dei magistrati e intercettazioni.
Lo ha anticipato il presidente dei senatori Pdl Maurizio Gasparri, parlando con i giornalisti a palazzo Madama.
Ma la riunione ufficiale potrebbe essere preceduta da un colloquio informale tra il ministro della Giustizia del governo Monti, il legale di Silvio Berlusconi Niccolò Ghedini e il segretario del Pdl Angelino Alfano.
Il Pdl, infatti, si oppone strenuamente a una legge anticorruzione più incisiva, soprattutto sul fronte di un inasprimento delle pene, che comporterebbe tra l’altro un allungamento dei tempi di prescrizione, con conseguente maggiore probabilità che i processi per tangenti e simili arrivino regolarmente a sentenza.
E così il partito berlusconiano intavola la trattativa.
Strumenti di pressione, lo spauracchio delle responsabilità civile dei giudici, già passata alla Camera per iniziativa leghista, e l’eterno ddl sulle intercettazioni telefoniche, la famigerata “legge bavaglio”.
Che potrebbero diventare merce di scambio per fermare una riforma troppo dura in tema di corruzione.
Ad associare esplicitamente i tre temi, tra l’altro, il parlamentare pidiellino Osvaldo Napoli, in risposta ale polemiche sollevate da Fli, con Fabio Granata che ha definito gli ex alleati “sempre più lontani dall’essere il partito degli onesti”.
Dopo aver respinto “le provocazioni”, Napoli chiarisce: “Siamo per soluzioni serie ed equilibrate che devono riguardare i temi della corruzione, della responsabilità civile dei giudici, delle intercettazioni. Con il terrorismo mediatico non si va da nessuna parte”.
Con il consueto avvertimento finale a Monti: “A meno che non si voglia usare anche questo tema per mettere in difficoltà il governo”.
Governo che ha già rimandato due volte la presentazione del suo “maxiemendamento” al disegno di legge attualmente in discussione in Commissione affari costituzionali e Giustizia della Camera.
Ufficialmente per avere il tempo necessario per valutare il problema, ma sono in molti a pensare che il vero problema sia trovare la “quadra” con il Pdl, disposto ad accettare aumenti delle tasse e tagli alle pensioni, ma non interventi del genere in campo giudiziario.
La linea del governo, infatti, sarebbe quella non solo dell’inasprimento delle pene, ma anche della reintroduzione piena del reato di falso in bilancio — depenalizzato dal governo Berlusconi nel 2002 — caldeggiata tra gli altri in Parlamento dal magistrato milanese Francesco Greco.
In questo clima si innesta il “giallo” della telefonata di Fabrizio Cicchitto, capogruppo del Pdl alla Camera, a Mario Monti.
”Io ho cercato Monti e la sua segreteria mi ha richiamato. I tempi della telefonata li hanno scelti loro, io non ho interrotto nulla. I temi della giustizia non sono stati nemmeno sfiorati. Mi preoccupo per la tenuta della baracca”.
Cicchitto, in un’intervista a Il Corriere della Sera smentisce quanto accaduto questa notte, quando, il presidente del Consiglio Mario Monti, in visita a Seoul e seduto alla plenaria del summit sul nucleare, lasciando leader del calibro di Barack Obama e Hu Jintao, ha risposto a una telefonata “della massima urgenza” di Fabrizio Cicchitto.
Una telefonata, riportavano le agenzie, proprio sul tema tanto caro al Pdl della riforma del sistema giudiziario.
In via dell’Umiltà hanno paura che la Severino li metta davanti al fatto compiuto e chiedono rassicurazioni.
Ecco perchè Cicchitto ha preso la cornetta, sollecitando l’intervento del professore.
Il quale — del tutto immerso nella trasferta asiatica e, come, raccontano fonti a lui vicine, molto lontano dalle beghe italiane — probabilmente non pensava di doversi occupare da Seoul anche di questo.
Ad ogni modo, nonostante l’insistenza, il tentativo di Cicchitto non pare abbia sortito gli effetti sperati.
Monti ha infatti chiamato la Severino e entrambi — riferiscono fonti di governo — hanno concordato di procedere esattamente come proposto dal ministro: ovvero senza tavoli tecnici e direttamente con l’incontro dei capigruppo.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Costume, denuncia, Giustizia, governo | Commenta »
Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
LICENZIAMENTI CONCORDATI IN CAMBIO DELLA PROMESSA DELL’ACCOMPAGNAMENTO ALLA PENSIONE… MA CON L’INNALZAMENTO DELL’ETA’ PENSIONABILE ORA SONO TUTTI A RISCHIO DISOCCUPAZIONE
Lavoratori esodati è un nome terribile che la stampa ha scelto per descrivere la vicenda di quei dipendenti incentivati a uscire dalla propria azienda o fabbrica con la prospettiva di poter approdare alla pensione in un numero certo di anni.
Licenziamenti concordati, dunque, in cui un certo numero di lavoratori ha scelto di rimanere disoccupato in cambio di una quota di reddito sufficiente ad accompagnarli alla condizione pensionistica.
Solo che questo avveniva con le vecchie regole del sistema previdenziale, prima che, in un solo colpo, il governo Monti portasse l’età minima per la pensione a 66-67 anni. Uno “scalone” che ha imposto a molti di quei lavoratori una prospettiva di vita, non breve, da passare senza reddito.
Gli incentivi erano infatti tarati per periodi di due-tre anni e non basterebbero per cinque-sei o addirittura nove anni.
Il problema è che non si tratta di pochi casi.
Le stime oscillano tra 100 e 350mila e la differenza è data dal conteggio o meno dei lavoratori “autorizzati ai contributi volontari” che costituiscono una parte cospicua. Per tutti i casi presi in considerazione dal governo al momento della riforma — lavoratori in mobilità , contributi volontari, in regime di Fondo di solidarietà — il “Salva Italia” aveva individuato deroghe e stabilito un finanziamento (dai 240 milioni del 2013 si saliva ai 1220 milioni nel 2016).
Ma nell’elenco mancava la tipologia specifica dei lavoratori incentivati all’esodo. Questi sono poi stati aggiunti con il “mille-proroghe” ma a saldo invariato.
E ora le risorse non bastano e forse non bastano nemmeno per tutti gli altri.
E così, al momento, ci sono centinaia di migliaia persone nel limbo in attesa di una soluzione che il ministro Fornero ha annunciato realizzarsi “entro il 30 giugno”.
Ma che soluzione?
Intervistata dalla trasmissione Report di Milena Gabanelli, Elsa Fornero non si è mostrata particolarmente sensibile al tema dimostrando di avere più a cura il proprio ruolo di ministro rigorista.
“Siamo stati chiamati a fare un lavoro sgradevole non a distribuire caramelle” ha spiegato a Bernardo Iovene che l’intervistava, contestando che la riforma pensionistica nel suo complesso sia solo “contro”.
“Io mi sforzo di far capire — ha detto — che c’è molto per… molto a favore”.
Certo, la “riforma della pensione è severa… sì, sì, severa, anzi di più, dura”.
Ma l’Italia, ricorda, rischiava di finire in fondo al baratro. E noi, i tecnici, l’abbiamo salvata.
Ma torniamo al caso degli esodi rimasti senza pensione.
Fornero vuole aggiustare la situazione, ma “non con il vecchio metodo delle promesse”. Non si può, “si perderebbe credibilità ”.
Un’ipotesi avanzata è che quei lavoratori ritornino al loro posto di lavoro.
Eventualità accademica perchè non esiste nessuna azienda disposta a tanto.
Alle Poste, ad esempio, i sindacati raccontano che “l’azienda rifiuta di accogliere qualsiasi ripensamento di chi ha già firmato l’uscita incentivata e ha ultimamente chiesto di rimanere in servizio”.
“Figurarsi se aderirà a riammettere in servizio chi è già uscito” scrive una nota della Ugl. Il massimo che l’azienda postale è disposta a fare è firmare un Avviso comune con i sindacati per chiedere al governo di estendere da 24 a 36 mesi la copertura contributiva e di utilizzare il Fondo di solidarietà interno per un sostegno al reddito.
Se il rientro in azienda non è possibile, il ministro, sempre a Report, fa intravedere una seconda soluzione, il sussidio di disoccupazione.
La nuova “Aspi”, del resto, è stata annunciata come in grado di arrivare dove la disoccupazione non è arrivata anche se i criteri sono gli stessi.
Ma l’Aspi copre 12 mesi, 18 per gli over 55.
Può bastare a chi rimane scoperto per un anno e mezzo, ma per gli altri avrebbe bisogno di una deroga.
Senza contare che molti di questi lavoratori, come si legge dalle loro testimonianze, hanno appena concluso il periodo di disoccupazione seguente al licenziamento.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
argomento: Lavoro | Commenta »
Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
FINORA IL 10% DEI FONDI DESTINATI ALLA RICERCA ERA GESTITO IN MODO VIRTUOSO E VALUTATI SEPARATAMENTE DA UN COMITATO MISTO E NON DALLE COMMISSIONI MINISTERIALI
Il dieci per cento dei fondi nazionali destinati alla ricerca fino a ieri finivano nelle tasche dei
giovani ricercatori con un metodo diffusissimo nei paesi anglosassoni: la peer review.
La regola, introdotta nel 2007 dal governo Prodi, grazie all’impegno congiunto del premio nobel Rita Levi Montalcini e il senatore Ignazio Marino, stabiliva che i progetti dei giovani scienziati sotto i 40 anni venissero valutati separatamente “tra pari”, non dalle commissioni ministeriali ma da un comitato formato per metà da ricercatori italiani e metà stranieri sempre sotto i 40 anni.
Una novità assoluta per il panorama italiano, che ha permesso di assegnare oltre cento finanziamenti da mezzo milione di euro.
Ma in futuro non ci sarà più.
Perchè nel decreto Semplificazioni c’è una norma che prevede l’abolizione del sistema.
Secondo il ministro dell’Istruzione, Francesco Profumo, il meccanismo andava ripensato per le difficoltà di formare le commissioni, soprattutto con membri stranieri. “Nessuna difficoltà — spiega Anna Ipata, ricercatrice alla Columbia University di New York e revisore lo scorso anno per i fondi del ministero della Salute — secondo me, e tutte le persone arrivate dall’estero come me con cui ho avuto occasione di parlare, era davvero l’occasione per migliorare l’assegnazione dei fondi, basandosi finalmente sui criteri come quelli usati anche qui negli Stati Uniti. Abbiamo lavorato giorno e notte. Tra l’altro, per risparmiare soldi, era stato deciso che da quest’anno la revisione sarebbe avvenuta direttamente in video conferenza dai paesi dove lavoriamo. Davvero non capisco come sia possibile che si faccia di nuovo un passo indietro”.
Non lo sapeva nemmeno il ministro per la Pubblica amministrazione, Filippo Patroni Griffi, come la norma per la cancellazione fosse finita lì, ma si era impegnato ad approfondire l’argomento.
Eppure è stato lo stesso Pd a bocciare la proposta di revisione, condivisa anche dal Pdl, in Commissione Affari costituzionali al Senato.
Marino e Montalcini avevano presentato infatti un emendamento che abrogava l’articolo del decreto, facendo così rivivere la loro norma.
Ma in Commissione è intervenuto il ministro dell’Istruzione e dell’Università , Francesco Profumo, che ha espresso la contrarietà del governo.
L’emendamento è così stato bocciato per 9 voti a 7. Paradossalmente contro l’emendamento di Marino ha votato il Pd (tranne Marilena Adamo e lo stesso Marino), a favore la Lega, il Pdl e Idv.
Profumo, trincerandosi dietro la difficoltà di reclutare i reviewers all’estero — lasciando quindi intuire da dove venisse una proposta di abolizione — ha preannunciato un disegno di legge del governo, “di pochi articoli”, che riproporrà una norma simile ma più applicabile. In realtà i revisori venivano reclutati grazie ad associazioni di scienziati italiani all’estero come l’Issnaf, le valutazioni fatte prima online, poi scelti 15 reviewers per ogni disciplina che in una “study session” stilavano una classifica dei circa 1500 progetti rimasti in corsa.
Ora, ha spiegato Marino, “i fondi torneranno ad essere gestiti dai ‘ baroni’ e dai burocrati del ministero”.
Per i parlamentari del Pdl Giuseppe Ferruccio Saro, Nitto Palma, Carlo Sarro e il senatore Maurizio Saia di Coesione nazionale “sono state tradite le aspettative dei giovani ricercatori. La condivisione dell’emendamento Marino sul ripristino di una quota di finanziamenti riservata ai progetti di giovani ricercatori era una decisione coerente anche con la salvaguardia dei principi della riforma universitaria voluta dal ministro Moratti, improntata ai principi di trasparenza e di effettiva valorizzazione del merito”.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: governo, PD, Politica, Università | Commenta »
Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
MICHAEL HASTINGS E’ IL GIORNALISTA CHE FECE CACCIARE UN GENERALE COLPEVOLE DI AVER CRITICATO LA CASA BIANCA… NEL SUO NUOVO LIBRO SPIEGA PERCHE’ GLI USA LASCERANNO KABUL DICHIARANDO UAN FINTA VITTORIA
Il reporter che fece licenziare il capo degli Alleati legge il sondaggio del New York Times che condanna la guerra, sette su dieci contrari, e pensa al cinquantesimo morto italiano: la verità , dice, è che “dall’America all’Europa non gliene frega più niente a nessuno, e che questa guerra non la vinceremo mai”.
A 32 anni Michael Hastings, già firma di Newsweek e autore di I Lost my Love in Baghdad – il racconto della sua storia d’amore con Andi, attivista statunitense uccisa in Iraq – è diventato il giornalista di guerra più ricercato d’America: soprattutto dal Pentagono, che non gli ha perdonato quell’articolo su Rolling Stone che costò la testa al generale Stanley McChrystal, licenziato da Barack Obama per aver criticato la Casa Bianca.
The Operators, il suo nuovo libro che è già un bestseller, racconta proprio questo: “La spaventosa e selvaggia storia segreta della guerra americana in Afghanistan”, come recita testualmente il sottotilo.
I morti infiniti nella coalizione, la strage del sergente Usa, la rivolta per il Corano bruciato, l’incredibile buco nella sicurezza che ha fatto rischiare la vita al capo del Pentagono Leon Panetta. La guerra più lunga del secolo è ormai sfuggita di mano?
Gli incidenti si sono ripetuti negli anni abbastanza regolarmente. Ma è la concentrazione, ora, di tutti questi elementi insieme a suggerire che gli americani sono stanchi di guerra. Del resto il livello di impopolarità è il più alto di sempre. Lo dice perfino il presidente Obama: ‘L’ondata della guerra sta calando’….
Ma come si conciliano le dichiarazioni ottimistiche dell’amministrazione e dei militari con la realtà sotto gli occhi di tutti?
I progressi citati dai comandanti americani sono un’illusione. Ma è chiaro che ormai siamo entrati in quel tipo di processo che ci porterà a dichiarare vittoria: per poter tornarcene al più presto a casa.
Negli ultimi anni lei ha dovuto testimoniare dal campo gli orrori della guerra. Avrebbe mai potuto immaginare che nella testa del sergente Robert Bales sarebbe potuto scattare quel raptus? Un soldato modello trasformato in un mostro: com’è stato possibile?
Ma il compito principale dei soldati non è uccidere? Vengono addestrati proprio a fare questo. Alla fine non mi sembra poi così scioccante…
Beh, è anche vero che il sergente veniva dalla stessa caserma di Seattle dove sono stati addestrati i marines poi condannati per avere “ucciso per sport” tre afgani. E nella stessa caserma centinaia di diagnosi di stress da combattimento sono state “cancellate” per rispedire i soldati come Bales al fronte. Neppure questo è scioccante?
E’ proprio questo il problema. Gli americani in genere – e i politici soprattutto – non hanno mai voluto prestare attenzione a quello che succedeva dietro le quinte delle nostre guerre. Ma la stessa cosa credo sia successa anche nella maggior parte dei paesi europei che spedivano le truppe. E adesso siamo al punto in cui a nessuno davvero frega più niente.
Poteva andare diversamente? Due anni fa proprio la controffensiva di McChrystal, con l’aumento di truppe voluto da Obama, sembrava funzionare. Si è mai sentito responsabile per quel licenziamento?
No, non mi sento responsabile. E non credo che il surge avrebbe potuto funzionare davvero: l’ho scritto anche nel mio libro.
Dove racconta anche delle pressioni subite dopo l’intervista col generale che sparava su Joe Biden e la Casa Bianca. E’ cambiato qualcosa nel suo modo di lavorare? E’ diventato più, diciamo così, prudente?
Per niente.
L’ultimo scandalo Usa è il pagamento alle famiglie delle vittime della strage del sergente. Cinquantamila dollari per morto compresa anche la 17esima vittima: il feto di una donna incinta.
A dire il vero la somma è più di dieci volte quello che l’esercito americano di solito versa alle famiglie dei civili uccisi. In passato, dall’Iraq all’Afghanistan, le famiglie prendevano da 3000 a 4000 dollari per questi solatia: gli indennizzi militari. E questo sì che è scioccante: scoprire quanto valutiamo poco la vita di un afgano.
Adesso perfino alcuni repubblicani, che prima accusavano Obama di non spingere abbastanza in guerra, in prima fila lo sfidante alle primarie Newt Gingrich, dicono che sarebbe meglio chiudere. C’è una exit strategy diversa e più rapida di quella tracciata da Barack?
Questa exit strategy sta finendo per assomigliare al copione che abbiamo già visto in Iraq. Lasceremo il paese. Terremo una piccola presenza di truppe e droni. E resteremo a guardare. Tutto questo mentre la guerra civile in Afghanistan continuerà : solo a un livello più basso.
Angelo Aquaro
(da “La Repubblica“)
argomento: Esteri | Commenta »
Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
QUATTRO ARRESTI PER IL FLOP DEI PUNTI VERDI QUALITA’: MUTUI FACILI PER CANTIERI MAI TERMINATI… MENTRE I FONDI PER LA LOTTA CONTRO LA TOSSICODIPENDENZA SONO FINITI AGLI AMICI DEL SINDACO
Mazzette e Parentopoli: nulla di nuovo nella gestione che, da quattro anni a questa parte, il
sindaco di Roma fa della cosa pubblica.
Solo che ogni giorno il pozzo diventa sempre più fondo.
C’è un’inchiesta ancora all’inizio: il flop dei Punti verdi qualità , progetto che risale a Rutelli e Veltroni, poi affidato alla gestione del capo della segreteria Antonio Lucarelli che oggi giura di non occuparsene più.
Tutto ruota attorno allo sviluppo di aree verdi cittadine, dotate di attrezzature sportive, affondato nel pantano di lavori non ultimati e in una truffa culminata ieri con l’arresto di due noti imprenditori e due architetti in servizio presso Roma Capitale.
I due imprenditori, Marco Bernardini e Massimo Dolce, sono amministratori della Maspen Center Sport srl, società concessionaria per la realizzazione del “Parco Spinaceto”.
Gli architetti sono invece Stefano Volpe e Annamaria Parisi, marito e moglie, e lavorano presso l’ufficio tecnico del Comune.
La Finanza ha eseguito 25 perquisizioni in uffici e case di una dozzina di indagati. La truffa nel 2011 è già costata alla giunta capitolina almeno 11 milioni di euro, sborsati per coprire mutui agevolati, concessi dal Credito cooperativo, grazie a fideiussioni garantite dal Comune che si ritrova proprietario di cantieri abbandonati, e titolare di mutui non pagati dagli imprenditori che ne avevano beneficiato al solo scopo di entrare in possesso dei sostanziosi anticipi.
Tra i reati contestati la truffa aggravata, il falso ideologico e materiale e la corruzione. A dare avvio all’inchiesta sono state le denunce presentate dall’architetto Annunziato Seminara, titolare della Euroimpresa, e dall’imprenditore Sergio Cerqueti, titolare della Tecma, improvvisamente accortisi che ingenti somme di denaro venivano movimentate a loro insaputa sui conti correnti aziendali.
Somme corrisposte dal Credito Cooperativo, a titolo di mutuo per i lavori del Parco Spinaceto, che Dolce e Bernardini intendevano così distrarre dalla loro destinazione.
A pagare anche Lucia Mokbel, sorella del più famoso Gennaro, tuttora agli arresti per la truffa Fastweb e Telecom Sparkle.
L’imprenditrice, nota dai tempi del sequestro Moro per aver segnalato il covo di via Gradoli, è interessata all’area di parco Feronia.
Dalle 60 pagine dell’ordinanza emerge che Bernardini e Dolce “per sbloccare il pagamento abbiano fatto una lettera di diffida al Credito Cooperativo e pressioni nei confronti dell’assessore all’Ambiente Marco Visconti ottenendo l’interessamento del vice sindaco Sveva Belviso” di modo che “nonostante le problematiche intercorse il Comune di Roma nella persona di Fabio Tancredi ha ribadito il suo nulla osta per il pagamento del secondo stralcio”.
Da una telefonata fra Dolce e Volpe emerge la prova del sistema corruttivo: il Dolce avvisa Volpe della cattiva fama che lo circonda quale soggetto che fa “macheggi” e che “pia ‘ sordi”. C’era stata anche un’interrogazione al sindaco sulla Belviso, cui era seguita una secca smentita: “Il marito del vice sindaco non conosce nè tanto meno ha rapporti lavorativi con gli imprenditori di Spinaceto”.
Mazzette da un lato, parenti e amici dall’altro.
Anche sulla pelle delle persone.
In questo caso, dei tossicodipendenti.
I bandi 2011 per l’erogazione di servizi e di prevenzione, infatti, se li sono aggiudicati — salvo sorprese della giustizia amministrativa — enti che per la maggior parte fanno capo a un gruppo romano di tutto rispetto: le famiglie Rampelli, Marsilio e l’ex ministro della Gioventù, Giorgia Meloni.
Stiamo parlando di una cifra importante, 2 milioni e mezzo di euro.
A denunciare lo scandalo sono gli enti esclusi da quei bandi, gli stessi che hanno gestito per quasi vent’anni il settore tossicodipendenze.
Il Coordinamento nazionale comunità accoglienza Lazio e il Roma Social Forum hanno presentato un dossier che fa le pulci ai bandi pubblici.
Tutto comincia, dicono, con la nomina a presidente dell’Agenzia comunale per le tossicodipendenze di Massimo Canu, psicologo cresciuto nelle file del Modavi (Movimento delle associazioni di volontariato italiano, protezione civile e servizi sociali).
Un mondo fondato — tra gli altri — dallo stesso Alemanno e intorno al quale ruotano Fabio Rampelli, la sorella Elisabetta (avvocato, è nel comitato scientifico, così come il marito Loris Facchinetti) e Giorgia Meloni (il suo capo dipartimento viene dal Modavi).
Anche la moglie di Canu, Maria Teresa Bellucci, ha la stessa provenienza: prima braccio destro di Laura Marsilio, ex assessore capitolino alla Scuola e sorella del deputato Marco, poi dirigente presso l’assessorato alla Famiglia, dal quale dipende l’Act.
Attraverso i bandi 2011, cui ha partecipato in partnership con altre associazioni, il Modavi riceverà 350 mila euro.
E questo nonostante sia cambiato, nel frattempo, il direttore dell’Agenzia.
Oltre 76 mila euro sono andati, per un progetto di prevenzione, alla Asi Ciao (Alleanza sociale italiana Coordinamento imprese sociali, associazioni, organizzazioni non profit).
Un ente di promozione sociale e culturale che ha ricevuto in passato (dalla Marsilio) 45 mila euro per il Carnevale in tre municipi e 265 mila euro (dalla Meloni) per la sicurezza stradale.
Sempre all’ex ministro fa capo la cooperativa sociale Integra, il cui amministratore unico, Juri Morico, vanta un passato in Azione Studentesca.
Integra andrà a gestire (per 716 mila euro) la Comunità Città della Pieve.
Come è stata possibile questa virata?
La maggior parte dei soldi, lamentano le associazioni escluse, vanno ai progetti di prevenzione e non ai servizi. Il che andrebbe bene, se non fosse, per esempio, che sono stati finanziati con 100 mila euro 5 progetti per la “prevenzione in età prescolare”.
Come insegnare ai bambini di tre anni a non bucarsi.
Rita di Giovacchino e Silvia D’Onghia
(da “Il Fatto Quotidiano”)
argomento: Alemanno | Commenta »
Marzo 28th, 2012 Riccardo Fucile
IL MAGGIORE QUOTIDIANO LIGURE RIPRENDE LA NOSTRA INCHIESTA SUL “PENDOLARE-PORTABORSE” LEGHISTA CHE SI SMENTISCE DA SOLO: SE STAVA ZITTO FACEVA PIU BELLA FIGURA
Pubblichiamo qui di seguito l’articolo del “Secolo XIX” uscito questa mattina sul caso Rixi e, a seguire, un commento del ns. direttore.
Secondo attacco in dieci giorni di “Liguria Futurista” al candidato sindaco della Lega nord, Edoardo Rixi.
Il movimento ha preso spunto da una frase di Bossi (“Rixi ha lavorato a Milano e a Milano lavorano solo quelli bravi”) per confezionare una velenosa inchiesta su internet che è andata a spulciare tra i mestieri e i redditi dell’attuale consigliere regionale.
Il passaggio più sottolineato: l’esperienza come portaborse al consiglio regionale lombardo, con la strisciante accusa di essere stato agli ordini dell’allora assessore Davide Boni, oggi finito nella bufera perchè indagato di finanziamento illecito ai partiti.
La tesi di Liguria Futurista di fatto è che “Rixi non avrebbe mai lavorato a Milano se la Lega non lo avesso piazzato al Pirellone”.
Rixi non ci sta: “Solo bugie, in cinque anni Boni l’avrò visto una volta. Lui era in giunta, io ero al gruppo con Cicchetti e Rosi Mauro. Piuttosto rivendico le mie esperienze professionali in due aziende private”.
Il commento del ns. direttore
Prendiamo atto che, con la sua replica, il candidato sindaco leghista, invece che smentire i fatti da noi denunciati, finisce per avallarli e smentire solo se stesso.
Dopo aver sostenuto infatti di aver lavorato come funzionario in Regione Lombardia, ora concorda con la nostra tesi: “ero al gruppo della Lega con i consiglieri Cicchetti e Rosi Mauro”.
Bene, quindi è stato assunto in quota Lega con contratto a termine e a chiamata diretta, un inquadramento che la vulgata chiama contratto da portaborse.
Ai lettori stabilire chi ha raccontato bugie.
Secondo punto: non abbiamo mai scritto che Rixi fosse il diretto portaborse di Boni, ma che lavorava negli uffici della Lega coordinati da Boni.
Rixi poteva leggere meglio, ma ha voluto strafare, arrivando a dire che “in 5 anni Boni l’avrò visto una volta”.
Peccato vi siano diverse persone che negli uffici della Regione Lombardia li hanno visti insieme ben più di una volta.
E se così fosse che male ci sarebbe?
Perchè Rixi ci tiene così tanto a precisare di non conoscere quasi Boni?
Non è forse stata l’intera classe dirigente del Carroccio, da Bossi a Maroni, a garantire che Boni è innocente ed estraneo a qualsiasi fatto di tangenti?
Perchè prenderne le distanze, invece che onorarsi della sua conoscenza?
Ricordiamo la dichiarazione dello stato maggiore leghista: “Abbiamo spulciato tutti i conti della Lega e non risulta alcuna entrata sospetta riconducibile a Boni”.
Lo ha certificato anche il tesoriere Belsito, il massimo esperto contabile, una garanzia in materia: che problema c’è?
D’altronde è notorio che Rixi godesse di amicizie importanti nella Lega, visto che era uno dei pochi ad avere accesso al riservato “terzo piano” di via Bellerio dove, accanto alla macchinetta del caffè, la ristretta cerchia dei “magici” poteva avere la fortuna di intercettare e fare due chiacchiere con il senatur.
Infine la precisazione “rivendico esperienze professionali con due ditte private” sa più di una risposta non richiesta a una domanda mai formulata.
Come se Rixi si fosse posto da solo una domanda: “Ha mai lavorato senza aiuto della casta politica?”.
Una cosa è certa: da circa dieci anni, tra cariche politiche pubbliche e contratti da “portaborse”, Rixi (che ha 37 anni) non si è occupato di altro.
Risulta dal suo curriculum, non lo diciamo noi.
Con buona pace di chi si traveste da Pinocchietto anticasta.
argomento: Genova, LegaNord, Politica, radici e valori | Commenta »