Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DESIGNATO IL SUCCESSORE DI EMMA MARCEGAGLIA…HA PREVALSO CON 93 VOTI CONTRO GLI 82 DI BOMBASSEI
Undici voti di scarto. 
È stato un testa a testa quello tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi.
Alla fine ha prevalso il patron della Mapei: il successore di Emma Marcegaglia sarà Giorgio Squinzi.
Con 93 voti su Alberto Bombassei (che ha raccolto 82 preferenze) Squinzi è stato designato dalla giunta di Confindustria.
Dopo la designazione di oggi, il 19 aprile il presidente presenterà la squadra di «governance» e il programma.
L’elezione vera e propria del successore di Emma Marcegaglia avverrà invece il 23 maggio, nel corso dell’assemblea privata degli industriali.
Il debutto pubblico ci sarà il giorno successivo alla presenza di alcuni ministri del governo.
Il nuovo presidente resterà in carica fino al 2016.
La campagna elettorale è stata la più combattuta che Confindustria abbia mai visto nella sua storia centenaria.
Con Bombassei che non si è mai arreso nemmeno i primi mesi quando era stato invitato ad accordarsi con il suo avversario per una spartizione dei posti di giunta e nelle associazioni.
Ed è la stessa divisione geografica delle preferenze che fa capire cosa è accaduto in questa elezione.
Il nord è si è espresso in maggioranza per il numero uno della Brembo: con lui sono stati Piemonte, Friuli, Emilia, quasi tutto il Veneto e buona parte della Lombardia (con l’eccezione di Assolombarda, che conferma l’assioma che chi non vince a Milano non vince nemmeno a livello nazionale).
Per Squinzi, grazie alla regia del presidente degli industriali di Roma, Aurelio Regina, si sono schierati compatti gli indusriali del centro-sud.
Alla fine, ha prevalso la campagna impostata da Squinzi, che ha promesso come il suo rivale una profonda riforma delle liturgie e – soprattutto – dell’organizzazione elefantiaca di Confindustria ma in modo più “sobrio”, come lui stesso l’ha definita. Alla fine, ha vinto il blocco che si è concentrato attorno al mondo Fininvest (Fedele Confalonieri si è speso personalmente per Squinzi) e attoprno alle società controllate dallo stato.
Sia l’ad di Enel Fulvio Conti sia quello di Eni Paolo Scaroni si sono schierati con mister Mapei, che contava anche sull’appoggio del presidente uscente Emma Marcegaglia.
La frattura ora andrà ricomposta, soprattutto tenendo conto dei colpi bassi che i due fronti si sono scambiati in queste settimane.
Lo fa capire chiaramente una delle prime dichiarazioni, quella del numero uno di ferrovie, Mauro Moretti:
“Non c’è nessuna spaccatura. Si tratta di due persone di grande personalità ed è normale aspettarsi il sostegno per entrambe -dice Moretti- Confindustria sa che l’unità è la sua forza. Sono convinto che con il contributo di tutti, Bombassei compreso, ci saranno tutte le condizioni per proseguire con un lavoro unitario”.
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
GIORGIO SQUINZI E ALBERTO BOMBASSEI ALLA VOLATA FINALE… DOPO QUATTRO ANNI L’ASSOCIAZIONE DEGLI INDUSTRIALI E’ SPACCATA IN DUE
Una cosa è certa: questa volta non ci sarà la maggioranza bulgara (126 voti su 132) che quattro
anni fa ha portato in viale dell’Astronomia a Roma la prima donna alla presidenza di Confindustria: Emma Marcegaglia.
Questa mattina alle 10, il voto dei 187 componenti della giunta certificherà comunque uno scenario di profonda divisione fra due schieramenti, guidati rispettivamente da Giorgio Squinzi e Alberto Bombassei, sino all’ultimo (il direttivo di ieri) l’un contro l’altro armati.
Ed è suspance sino all’ultimo, con Squinzi, amministratore unico della Mapei, apparso fin dalle prime battute forte di un buon vantaggio, ma con Bombassei, presidente della Brembo, fiducioso in un sorpasso in extremis.
I supporter del primo dicono che avrebbe quasi i due terzi dei voti. Quelli del secondo sostengono di avere una quindicina di voti di vantaggio.
E il fatto che si voti a scrutinio segreto non fa che aumentare il clima di incertezza.
Nonostante gli appelli al serrare le fila e al fair play, l’immagine che esce da una competizione carica di veleni è quella di una Confindustria tutt’altro che compatta proprio in un momento particolarmente delicato per il Paese: con una ripresa economica da agganciare, un clima sociale (vedi articolo 18) non propriamente idilliaco e una politica debole.
Oggi, dunque, con il voto della giunta, Confindustria sceglierà tra Alberto Bombassei e Giorgio Squinzi il presidente designato per il dopo-Marcegaglia.
Primo traguardo, decisivo, di un percorso che poi proseguirà il 19 aprile con la presentazione da parte del presidente designato della squadra dei vice e del programma di attività per il primo biennio di lavoro.
E terminerà con l’elezione vera e proprio il 23 maggio durante l’assemblea privata di Confindustria, mentre il 24 ci sarà l’assemblea pubblica.
I «tre saggi» della commissione di designazione, che per quaranta giorni hanno sondato il consenso del sistema di Confindustria e le aspettative degli industriali, presenteranno i due candidati alla giunta con un appello: che chiunque vinca coinvolga poi l’altro schieramento, al di là delle diverse visioni sul ruolo dell’organizzazione.
Squinzi, 69 anni, imprenditore chimico con la passione delle due ruote, è il candidato della «continuità nel cambiamento», in sintonia con Emma Marcegaglia.
Un moderato, che ha più volte sottolineato il valore del dialogo.
Uno che non si considera nè un falco, nè una colomba.
Bombassei, 72 anni, leader nella produzione di freni, è amante delle auto d’epoca ed è considerato un «falco».
Ha incentrato la sua corsa alla presidenza sull’obiettivo di una rifondazione dell’associazione degli industriali, con un programma di netta discontinuità .
Per questo ha avuto il sostegno «esterno» di Sergio Marchionne, l’Ad della Fiat, formalmente uscita da Confindustria a inizio 2012, dopo lo strappo dello scorso anno.
Sfumature diverse fra i due candidati anche sull’articolo 18.
Squinzi: «La licenziabilità dei dipendenti è forse l’ultimo dei nostri problemi. Io sono per il dialogo con il sindacato».
Bombassei: «Se si toglie il tappo dell’articolo 18, questo vincolo che per altro abbiamo solo noi in Europa, sarà molto più facile creare posti di lavoro per i giovani. Se non c’è accordo con le parti sociali, il Governo proceda».
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA SENTENZA SULLA VICENDA DELLA COMPRAVENDITA DELL’EX OLEIFICIO GASLINI… QUANDO DENUNCIAMMO CHE NON ERA OPPPORTUNO CHE MAMONE VENISSE RICEVUTO NELLA SEDE DI FLI O INVITATO A CENE CON NAN E BOCCHINO AVEVAMO VISTO GIUSTO
L’ex consigliere e il titolare della Eco.Ge Gino Mamone condannati rispettivamente a tre anni e sei e mesi e tre anni.
Erano accusati di corruzione nell’ambito della compravendita dell’area dell’ex oleificio Gaslini
Tre anni a Gino Mamone, titolare della EcoGe e tre anni e sei mesi all’ex consigliere comunale e assessore della giunta Vincenzi Paolo Striano, accusati di corruzione nell’ambito della compravendita dell’area dell’ex oleificio Gaslini di Genova.
Queste le pene decise dal tribunale di Genova. Il pm Francesco Pinto aveva chiesto 3 anni e 6 mesi di reclusione per Momone e 4 anni per Striano.
Gino Mamone, leader e fondatore della Eco.Ge, è stato riconosciuto colpevole dai giudici del tribunale penale di Genova del reato di corruzione. Secondo il pm Francesco Pinto l’imprenditore genovese, specializzato nelle demolizioni e nelle bonifiche industriali, avrebbe dato centomila euro all’ex consigliere comunale e, poi, assessore allo Sport della giunta Vincenzi Paolo Striano, e all’ex consigliere comunale dei Ds nella giunta Pericu II, Massimo Casagrande, così da spingerli ad agevolare l’iter burocratico necessario alla conversione dell’area dell’ex Oleificio Gaslini, di sua proprietà .
Casagrande aveva patteggiato la pena di due anni e sei mesi di reclusione unendo anche un secondo procedimento relativo al caso “Mensopoli”. Striano, difeso dagli avvocati Nicola Scodnik e Alessandra Poggi, e Mamone avevano invece deciso di andare a processo.
All’immobile di proprità di Mamone era interessato l’immobiliarista milanese Michelino Capparelli.
L’area ex industriale era destinata ad essere convertita in parte in commerciale ed in parte ad ospitare la sede della Eco.Ge.
Nel complesso il costo dell’intera operazione era di 13 milioni di euro. Secondo l’accusa Mamone avrebbe spinto Casagrande e Striano ad abbassare la quota degli oneri di urbanizzazione per la conversione dell’opera, agevolando così Capparelli e, indirettamente, se stesso.
L’affare non andò mai in porto perchè la procura intervenne prima con gli arresti.
Striano è stato condannato anche per induzione alla corruzione perchè avrebbe chiesto 400mila euro a Capparelli per agevolarlo nella sua operazione immobiliare.
I due reati sono stati considerati in continuazione e la pena finale è stata calcolata in tre anni e sei mesi. Capparelli era stato prosciolto prima dell’udienza preliminare del processo.
Il processo è l’ultima, grande inchiesta della Procura di Genova su tangenti e politica.
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
AL VERTICE DI SOCIETA’ PUBBLICHE SISTEMATI EX PARLAMENTARI E RAPPRESENTANTI DEI PARTITI… TUTTO IN MANO A UN MINISTERO CHE UN REFERENDUM NEL 1993 AVEVA CANCELLATO
Rassegniamoci: i 7 milioni di ettari che il magnate brasiliano Cecilio do Rego Almeida comprò
nel Mato Grosso sono inarrivabili.
Però nemmeno i 338 mila che in Italia secondo la Coldiretti appartengono a soggetti pubblici, sono da buttare via.
È una superficie più grande della Valle D’Aosta, con piazzamento assicurato nella top ten dei latifondisti mondiali.
Molte terre coltivabili sono di proprietà di Regioni ed enti locali.
Ma lo Stato centrale, da solo, ne possiede ben 17 mila ettari.
Ossia cinque volte la tenuta di Maccarese, considerata la più grande azienda agricola italiana, ceduta dall’Iri ai Benetton a fine anni Novanta.
Ironia della sorte: proprietario del ben di Dio è un ministero (l’Agricoltura) che gli italiani avevano cancellato per referendum nel 1993.
E quei 17 mila ettari, dice un’indagine dei gruppi del Pd nelle Commissioni agricoltura di Senato e Camera guidati da Leana Pignedoli e Nicodemo Oliverio, sono ora uno dei problemi più grossi ereditati dal nuovo ministro Mario Catania insieme a una massa di enti (undici, più un dedalo di società controllate) che fanno capo al suo dicastero.
Un groviglio proliferato negli anni per ragioni politiche, che ora i democratici chiedono di sciogliere, riassemblando tutto in soli quattro soggetti, con una proposta di legge per tagliare sovrapposizioni, sprechi e diseconomie.
Prendiamo la ricerca.
Il Cra (Consiglio per la ricerca in agricoltura) ha 1.800 dipendenti, 47 centri sparsi per l’Italia e 5.300 ettari a colture sperimentali.
Fino al commissariamento è stato in mano all’ex senatore Domenico Sudano, professore di francese già segretario siciliano dell’Udc e in seguito coordinatore locale del Pid, il partito del ministro Francesco Saverio Romano che l’aveva nominato.
Però anche l’Inea, con 300 dipendenti e 20 filiali regionali, opera nella ricerca: è presieduto dall’ex consigliere regionale veneto Tiziano Zigiotto, eletto nel 2005 con il listino del governatore e futuro ministro Giancarlo Galan, autore della sua nomina.
E fa ricerca pure l’Inran, che ha 160 addetti e un cda dove hanno trovato posto un ex deputato Ds (Giuseppe Rossiello) e un ex candidato azzurro alle regionali venete (Amedeo Gerolimetto).
L’Ismea, 153 dipendenti, finanzia invece l’acquisto dei terreni da parte degli agricoltori.
E se gli acquirenti non riescono a rimborsarlo diventa padrone.
In questo modo, avendo investito circa 1,5 miliardi, si ritrova proprietario di 11.309 ettari. Non bastasse, l’istituto presieduto da Amedeo Semerari, un tempo esperto agricolo di Forza Italia, controlla altre cinque società .
Fra cui Buonitalia, ora in liquidazione. Liquidatore è Alberto Stagno D’Alcontres, fratello del deputato Francesco Stagno D’Alcontres eletto nel 2008 con il Popolo della libertà .
Ma l’Ismea non è l’unica struttura «finanziaria» del ministero.
C’è infatti l’Isa, l’Istituto di sviluppo agroalimentare creato nel 2004 dall’ex ministro di An Gianni Alemanno.
Ha una quarantina di dipendenti e oltre a finanziare le imprese, detiene una manciata di partecipazioni in aziende agricole. Le risorse investite sono 650 milioni.
Denari affidati all’amministratore delegato Annalisa Vessella, consigliere regionale della Campania e consorte del deputato Michele Pisacane, cofondatore del partito di Romano. Con lei, due leghisti (Nicola Cecconato e Giampaolo Chirichelli) e un ex deputato regionale siciliano (Decio Terrana) bocciato alle ultime elezioni.
Il pezzo forte è però l’Agea, che distribuisce i fondi comunitari: sette miliardi l’anno. L’Agenzia per le erogazioni in agricoltura, 300 dipendenti, agisce anche come esattore.
Il che ha dato luogo a non pochi effetti collaterali.
Come un clamoroso doppio ribaltone che ha riportato al vertice, dopo una sentenza del Tar, l’ex senatore della Lega Nord Dario Fruscio silurato dai suoi perchè voleva far pagare le multe appioppate da Bruxelles agli allevatori che sforano le quote latte.
I contributi sono pagati sulla base dei dati gestiti dalla Sin, società informatica posseduta al 51% ma sulla cui funzionalità esistono serie riserve da parte degli attuali vertici dell’Agea e dello stesso ministro.
Rigorosamente bipartisan la governance: presidente l’ex europarlamentare Ds Francesco Baldarelli, vice l’ex presidente della Provincia di Ragusa Concetta Vidigni, candidata Udc alle europee del 2009 e già esponente del partito di Romano.
Mentre le verifiche sono all’Agecontrol, che ha 25 sedi periferiche dalla Sicilia al Veneto e risulta paradossalmente controllata dalla stessa Agea, cioè dal soggetto che eroga i contributi. Presidente è l’ex candidato Udc alla presidenza della Provincia di Caltanissetta, Massimo Dell’Utri, e fra i consiglieri c’è l’ex deputato Ds Ugo Malagnino.
Il massimo però è l’Unire, appena ribattezzata Assi, Agenzia per lo sviluppo del settore ippico.
Con il tempo è diventata l’ingombrante presenza dello Stato nel mondo delle scommesse ippiche.
Settore, peraltro, che versa in una crisi profonda e a quanto pare irreversibile.
Gestisce i calendari delle corse e ha anche una televisione che trasmette le immagini degli ippodromi alle agenzie dove si raccolgono le puntate: dal 2006 al 2008, secondo quanto riferisce lo studio del Pd, ha bruciato 110 milioni di soldi pubblici.
Occupa 195 persone e attualmente è in mano a un commissario, il consigliere di Stato Claudio Varrone. I
l governo di Silvio Berlusconi l’ha nominato mentre ricopriva l’incarico di capo di gabinetto del ministro del Turismo Michela Vittoria Brambilla.
Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera”)
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LE SALE DESERTE AL CINEMA, IL FILM SU RAIUNO IN PRIMA SERATA… BUTTATI 6,8 MILIONI DI EURO PUBBLICI PER L’ESALTAZIONE DEL PERSONAGGIO IN CHIAVE “LUMBARD” CHE INTERESSAVA SOLO A BOSSI
Dopo tre anni la vendetta di Alberto da Giussano è arrivata.
Il condottiero che, nella ricostruzione del regista Renzo Martinelli (caro amico di Umberto Bossi), sfodera la spada e muove contro il tiranno e coalizza i comuni lumbard.
Ci siamo, domenica e lunedì torna su Rai 1 a riempire uno schermo di simboli antichi che galvanizzano la Lega Nord.
Ci voleva la coppia Lorenza Lei-Antonio Marano (leghista), direttore generale e uomo palinsesto, per resuscitare una pellicola già stroncata per una volta insieme dai critici e dal pubblico.
La pellicola fu realizzata nel 2008, finanziata per 4,5 milioni di euro da Rai Fiction e 2,6 da Rai Cinema e il distributore 01 per volere della Lega di Umberto Bossi, è finita al cinema per un breve periodo (uscì nelle sale il 9 ottobre 2009).
Il film totalizzò nel primo weekend di uscita appena 402 mila euro d’incasso; per arrivare a 830 mila euro il 22 novembre.
Ed è costata 12 milioni.
Ora domenica 25 e lunedì 26 la fiction (con Rutger Hauer nei panni del cattivo Federico I, Raz Degan in quelle del prode condottiero e Kasia Smutniak in quelli della bella) verrà trasmessa su Raiuno in prima serata.
A pochi giorni dalla scadenza del Consiglio d’amministrazione di viale Mazzini e in un periodo a dir poco delicato per la Rai: quello di garanzia, in cui la tv pubblica e Mediaset si giocano la partita degli ascolti piazzando il meglio. Partita da cui dipendono i futuri investimenti pubblicitari. La degna fine, quindi, per una fiction di regime.
Dunque conviene ricordare la telefonata tra il Berlusconi premier e l’ex direttore di Rai Fiction Agostino Saccà .
Berlusconi: “Senti, io avevo bisogno di vederti… Perchè c’è Bossi che mi sta facendo una testa tanto… con questo cavolo di… fiction… di Barbarossa… Puoi chiamare la loro soldatessa (allora come oggi Giovanna Bianchi Clerici, ndr) che hanno dentro il consiglio… dicendogli testualmente che io t’ho chiamato… che tu mi hai dato garanzia che è a posto”.
Saccà : “La chiamo subito, presidente”.
Berlusconi: “Chiamala, perchè ieri sera… a cena con lei e con Bossi, Bossi mi ha detto: ma insomma, di qui, di là …”.
Saccà : “Allora diciamola tutta, Presidente… Il signor regista ha fatto un errore madornale perchè un mese fa ha dato un’intervista alla Padania, dicendo che era tutto a posto perchè aveva parlato col Senatur… Il giorno dopo, il Corriere scrive… che Saccà fa quello che gli chiede la politica…”.
Berlusconi: “Chi è il regista?”.
Saccà : “Il regista è Martinelli, che è un bravo regista, però è uno stupido, un ingenuo, un cretino proprio… Un cretino, mi ha messo in una condizione molto difficile, perchè mi ha scritto un articolo sul Corriere della Sera e poi, non contento, Aldo Grasso sul Magazine del Corriere della Sera scrive: il potente Saccà fa quello che gli dice Berlusconi e basta… Che poi non è vero, lei non mi ha chiesto mai… Lei è l’unica persona che non mi ha chiesto mai niente… Voglio dire…”.
Berlusconi: “Io qualche volta di donne… E ti chiedo… perchè…”.
Saccà : “Sì, ma mai…”.
Berlusconi: “… per sollevare il morale del capo…”. (Risate)
Ecco. Quando manderanno in onda il Barbarossa, dovrebbero farlo precedere dalla registrazione di questa telefonata.
Così, tanto per ricordare come nasce un capolavoro.
Francesco Ridolfi e Carlo Tecce
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
UN PRIMARIO DI RAGUSA OPERAVA PERSINO PAZIENTI SANI, IN DUE MESI 76 DENUNCIATI
Ci sono le strutture fatiscenti e i medicinali scaduti o vietati somministrati ai pazienti, ma ci
sono anche le truffe dei medici e gli abusi delle società farmaceutiche.
Ci sono i reparti chiusi perchè inutilizzabili e gli infermieri che risultano in servizio nelle strutture pubbliche mentre lavorano per le aziende private.
Un mese fa le immagini dei malati curati per terra oppure abbandonati per giorni sulle barelle nei pronto soccorso degli ospedali romani avevano mostrato lo sfascio della sanità pubblica.
Il rapporto annuale dei carabinieri del Nas relativo al 2011 e aggiornato al primo bimestre 2012 conferma la crisi di un settore che costa alle casse dello Stato centinaia di milioni di euro.
Sono i numeri a fornire il quadro della situazione, con un dato che fa impressione: negli ultimi due anni sono stati effettuati sequestri di apparecchiature e medicine per circa 20 milioni di euro.
E poi ci sono gli arresti, le denunce e ci sono soprattutto ben 10 reparti che si è deciso di chiudere per gravi irregolarità .
Arresti, denunce e segnalazioni contabili
Sono 2.588 le ispezioni effettuate dai militari del Nucleo antisofisticazione nell’anno appena trascorso e hanno portato a ben 760 denunce penali e 1.777 sanzioni.
Una media che appare ancora più alta nei primi due mesi del 2012: in 60 giorni sono stati compiuti 387 controlli, 76 sono le persone denunciate e 152 le sanzioni già erogate.
Nelle case di cura private o convenzionate va addirittura peggio: su 373 «visite» dei militari dell’Arma effettuate nell’anno appena trascorso ci sono state 63 denunce e ben 146 sanzioni penali. In linea, quanto accaduto fino al 29 febbraio con 232 strutture esaminate, 14 persone segnalate alla magistratura e 49 sanzioni erogate.
E poi c’è il capitolo relativo al denaro: ai sequestri per un valore di circa 20 milioni effettuati negli ospedali nell’ultimo biennio si devono aggiungere i 280 milioni «sigillati» nelle cliniche.
La relazione dei carabinieri evidenzia come nelle strutture pubbliche si registri il maggior numero di casi relativi alla malasanità , mentre nelle strutture che ricevono i contributi economici pubblici aumentino in maniera eclatante gli episodi di truffe legati soprattutto all’esercizio del doppio lavoro, ma anche agli interventi effettuati senza che ce ne fosse reale necessità .
Operazioni sbagliate e finti sordi
Nel novembre scorso i magistrati di Udine hanno chiesto e ottenuto l’arresto di tre medici dell’ospedale di Latisana e tra manager di case farmaceutiche.
«L’inchiesta – annotano i Nas – è stata avviata su segnalazioni di privati cittadini che, per l’acquisto delle protesi acustiche, si vedevano indirizzare forzatamente dai medici che li avevano visitati solo verso alcune ditte del settore. Dagli accertamenti è risultato come i medici coinvolti segnalassero i pazienti, spesso anche a loro insaputa, agli imprenditori infedeli affinchè questi ultimi vendessero i loro prodotti, agendo in regime di concorrenza sleale in danno delle altre ditte concorrenti e creando, di fatto, una sorta di “cartello”. Le indagini hanno permesso di accertare che, in cambio della loro illecita attività , i medici venivano regolarmente pagati in contanti presso gli ambulatori dell’ospedale».
Sono almeno 400 i pazienti coinvolti per un giro d’affari che ha superato il mezzo milione di euro e il sospetto, sul quale tuttora si indaga, è che molti di loro non avessero affatto bisogno della protesi, ma che gli sia stata consigliata visto che veniva rimborsata dalla Asl. E l’indagine si è poi allargata a ben dieci province del Nordest da Gorizia a Treviso, passando per Rovigo e arrivando a Venezia.
Ancora più grave quanto scoperto a Ragusa agli inizi del 2011 con un primario che, non solo alterava le liste d’attesa dell’ospedale per favorire gli assistiti che si facevano visitare nel suo studio privato, ma effettuava interventi su pazienti sani e senza ottenere il cosiddetto «consenso informato».
Sono due i malati che avrebbero subito un’operazione per l’asportazione di un tumore che in realtà non esisteva.
E poi c’è il caso della signora portata in sala operatoria due volte nella stessa settimana e per due patologie completamente diverse.
In realtà , si è scoperto in seguito, la seconda volta le è stata tolta la garza che i medici le avevano lasciato nell’addome e che ha rischiato di farla morire.
Tra i reati contestati ci sono concussione, falso e truffa.
Accuse analoghe per un chirurgo vascolare di Cagliari che «diagnosticava gravissime malattie ai suoi assistiti e poi li portava nel proprio studio privato per sottoporli a sofisticati e costosissimi esami, in particolare il doppler transcranico».
Doppi lavori e medici abusivi
Sono centinaia i casi di dottori o infermieri che risultano in servizio nelle strutture pubbliche, mentre in realtà stanno effettuando prestazioni a pagamento.
A Milano «personale sanitario dipendente di alcune aziende ospedaliere pubbliche svolgeva attività professionale non autorizzata, nella fattispecie attività infermieristica, presso altre strutture sanitarie per conto di una cooperativa sociale nei giorni in cui avevano beneficiato di permessi retribuiti oppure assenze per malattie o addirittura in orari in cui risultavano in servizio in entrambe le strutture. I compensi venivano percepiti sotto forma di “rimborso spese”, ma non è stata rintracciata alcuna documentazione fiscale».
Le verifiche riguardano adesso la posizione delle 419 persone che risultano aver lavorato per la cooperativa.
Durante un’indagine a Massa Carrara si è scoperto che «nel corso di almeno 45 interventi chirurgici di artroprotesi eseguiti tra gli anni 2007 e 2009 presso l’ospedale “SS Giacomo e Cristoforo” i medici hanno consentito l’accesso in sala operatoria a persone non qualificate e sprovviste di adeguati titoli di studio, permettendo loro l’esecuzione di atti propri dell’attività sanitaria (divaricazione, aspirazione e tamponamento di ferite, l’uso di elettrobisturi, complesse manovre di posizionamento degli arti)».
Si trattava in realtà di agenti di commercio di prodotti per l’ortopedia, i cosiddetti «specialist», ed è scattata l’accusa di esercizio abusivo della professione sanitaria e falso ideologico.
Falsi lifting e diete
Nella relazione dei Nas si elencano i casi di interventi di chirurgia estetica spacciati per operazioni di asportazione di cisti o tumori e svariati episodi di dottori che prescrivono pillole a base di «fendimetrazina» per uso terapeutico, ben sapendo che in realtà servono a dimagrire ma la legge vieta questo tipo di impiego.
Uno dei casi più eclatanti è stato scoperto a Roma lo scorso anno: i Nas hanno «sigillato» lo studio di un medico che aveva numerosi clienti famosi ai quali somministrava pasticche a base di anfetamina per far ritrovare loro una forma fisica perfetta
Stesso meccanismo veniva utilizzato da una dottoressa specializzata in endocrinologia, dipendente dall’Azienda Ospedaliero-Universitaria di Cagliari, indagata per truffa aggravata e prescrizione non terapeutica di sostanza stupefacente.
«Sul suo conto – annota il rapporto dei Nas – è emerso che nello studio privato svolgeva senza fatturazione attività di dietologa, percependo illecitamente l’indennità di esclusività per rapporto di lavoro a “tempo pieno” e prescrivendo indiscriminatamente farmaci dimagranti a base di “fendimetrazina”, senza osservare le norme sull’uso terapeutico».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
LA RIFORMA DEL LAVORO ACCENDE LA DISCUSSIONE NEL PARTITO: CENTINAIA DI INTERVENTI, TRA L’OBBLIGO DI NON FAR CADERE IL GOVERNO E L’ESIGENZA DI DIFENDERE I DIRITTI DEI LAVORATORI
I rapporti con la Cgil. I veti incrociati. La necessità di risolvere le tensioni interne per garantire la sopravvivenza del partito. La riforma del lavoro annunciata dal governo di Mario Monti accende la discussione nel Partito Democratico.
Dai vertici ai militanti: un confronto che prosegue senza sosta dalla serata di ieri.
E sui social network l’attenzione degli elettori del partito di Pierluigi Bersani è alle stelle.
Le richieste sono tante, difficili da tenere insieme: appoggiare il governo, non retrocedere di un passo sull’articolo 18, modernizzare salvaguardando i diritti dei lavoratori. E in tanti avvertono questo passaggio come decisivo per il futuro del Pd.
I messaggi diretti a Bersani e ai leader dei democratici sono centinaia.
E se in tanti considerano positivi molti punti della riforma Monti-Fornero – “la retribuzione degli stage, il nuovo regime dei co.co.co. sono misure importanti” – il punto dolente è la parziale riscrittura dell’articolo 18.
Il solo indennizzo previsto per i licenziamenti economici non soddisfa gli elettori del Pd.
C’è chi scrive: “Voto Pd da sempre. Ma adesso mi toccherà spostarmi più a sinistra”. Ancora: “Ma cosa state combinando? Come si fa ad accettare tutto questo? La libertà di licenziamento avrà risultati devastanti”.
Certo, c’è chi appoggia il segretario e confida nella “discussione parlamentare”.
Ma non manca chi fa notare differenze di peso politico all’interno della maggioranza che sostiene Monti: “Caro Bersani, il Pdl riesce e vince sui Taxi, sulle Farmacie, sui Notai, sull’asta delle frequenze TV, la responsabilità dei giudici, le intercettazioni, la concussione, la corruzione. Il Pd, invece, accetta la nuova riforma delle pensioni con la disperazione dei lavoratori che si sono dimessi a pochi anni dal pensionamento, l’aumento delle tasse, la diminuzione del potere d’acquisto dei salari e delle pensioni. E oggi l’articolo 18”.
Sullo sfondo, un interrogativo diffuso: “Ma chi dovrebbe difendere le classi più deboli in questo Governo?”.
In tanti si affidano a slogan. Secchi, decisi.
“Non voterò chi appoggerà questa riforma”, “Meglio scendere in piazza con la Fiom e la Cgil”, “Speriamo che gli altri partiti di sinistra si sveglino”.
C’è chi immagina spostamenti di consenso verso Sinistra e Libertà e Italia dei Valori, perchè “almeno loro hanno una posizione chiara”.
Le accuse sono dure: “Vi lascio ai vostri inciuci. Speriamo che Vendola e Di Pietro si sveglino”.
Ancora: “Bersani, vi scongiuro, a questo punto è meglio che non facciate più niente. Ve lo chiede un lavoratore. Detto questo, il mio voto potete dimenticarvelo”.
Sullo sfondo, le due anime del Pd.
C’è chi sottoscrive le parole di Enrico Letta: “Lavoreremo ancora fino alla fine per soluzioni più condivise, ma il nostro voto favorevole non può essere messo in discussione”.
E chi condivide e rilancia quelle dei rappresentanti della sinistra del Partito.
Come Stefano Fassina: “La riscrittura dell’articolo 18 non va bene, perchè rischia di rimanere un guscio vuoto con un notevole allargamento delle possibilità di licenziamento”.
Carmine Saviano
(da “La Repubblica“)
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Marzo 22nd, 2012 Riccardo Fucile
DEMOCRATICI DIVISI SULL’ESITO DEL NEGOZIATO: FIORONI APPREZZA, FASSINA NO… IL PD COSTRETTO A DIRE SI’ MA IL LEADER TEME TENSIONI SOCIALI E LO STRAPPO CON LA CGIL
Al Pd lo hanno battezzato il «disaccordo concordato». 
E ai più anziani tra i dirigenti del partito ha ricordato un termine del politichese del tempo che fu: le convergenze parallele.
Tradotto, significa che a Largo del Nazareno sperano di gestire senza strappi, rotture e polemiche con la Cgil questa vicenda della riforma del lavoro.
Non sarà facile.
Quando il provvedimento arriverà in aula il Pd sarà costretto a dire il suo sì, anche di fronte al no di Camusso.
«Il nostro voto favorevole, pur con tanti distinguo, non può essere in discussione», sottolinea infatti Enrico Letta.
Bersani preferisce non essere così esplicito. È fortemente irritato con il governo: «Non ha cercato con convinzione l’accordo. I patti non erano questi, i patti erano che si sarebbe tentata l’intesa in tutti i modi», è il suo rimprovero.
Quello che più temono in questo momento i vertici del Pd è lo scoppio di focolai di tensione sociale.
Il segretario è stato chiaro con i suoi: «Prepariamoci, perchè adesso si apre una fase non facile. La questione sociale esiste e potrebbe aggravarsi nei prossimi mesi. Chi protesta, chi non ce la fa più a fare sacrifici va ascoltato».
A questo proposito si mostra preoccupato anche Stefano Fassina: «Il governo rifiutando le aperture fatte dalla segreteria della Cgil alimenta una tensione sociale che non fa bene a nessuno. Quando parlava dell’articolo 18 in conferenza stampa Monti sembrava Sacconi».
Sul merito del provvedimento, come era prevedibile, nel Pd ci sono reazioni diverse.
Beppe Fioroni non ha dubbi: «Credo che sia stata trovata, sia nel metodo che nel contenuto, una soluzione importante. Si incentiva il lavoro a tempo indeterminato, vengono rafforzati gli ammortizzatori sociali, l’articolo 18 resta con una significativa manutenzione. Nella riunione, altro fattore degno di nota, si è registrata l’unità su tanti punti. Adesso nessuno faccia saltare il banco».
Di tutt’altro tenore le osservazioni di Fassina: «Da quello che si può capire finora ci sono dei punti positivi, ma anche molti buchi, per esempio per quel che riguarda gli ammortizzatori sociali. La parte che riguarda l’articolo 18 non va bene perchè lo svuota completamente».
Secondo il responsabile economico infatti va introdotto il sistema tedesco nel senso pieno del termine, ossia affidando sempre al giudice la decisione, anche nel caso dei licenziamenti economici.
La pensa nello stesso modo Cesare Damiano: «Il modello tedesco, al quale si fa spesso riferimento, prevede nel caso di licenziamento per motivi economici senza giusta causa di lasciare al giudice la possibilità di scegliere tra reintegrazione e risarcimenti».
La linea ufficiale del Pd sull’articolo 18 è questa.
E pubblicamente Bersani dice: «Su questa riforma dovrà pronunciarsi il Parlamento».
Come a dire che è pronto a chiedere delle modifiche: «Prenderemo le nostre iniziative», assicura Fassina.
Ma Bersani sa bene che non si faranno altri passi avanti nella ricerca di un’intesa con la Cgil. Inevitabilmente, le strade del Pd e quelle del sindacato di Camusso si divideranno.
E a largo del Nazareno, nonostante le dichiarazioni contrarie, ci si prepara già ad affrontare l’eventuale richiesta del governo di inserire la riforma in un decreto.
Maria Teresa Meli
(da “La Repubblica”)
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Marzo 21st, 2012 Riccardo Fucile
ESCLUSI DALLE LISTE CHI E’ COINVOLTO IN PROCEDIMENTI GIUDIZIARI RELATIVI A REATI LEGATI ALLA CRIMINALITA’ ORGANIZZATA, DALL’ESTORSIONE AL RICICLAGGIO
Benedetto Della Vedova lo definisce “un appello allo spirito civico e legalitario di tutti i partiti”, Antonino Lo Presti ne annuncia l’adozione per tutti i candidati di cui è capolista per Fli a Palermo, per Fabio Granata si tratta della “dimostrazione che la politica sa fare due passi in avanti, dandosi delle regole e rispettandole”.
E’ il Codice etico per le candidature alle elezioni amministrative che la commissione Antimafia approvò, all’unanimità , due anni fa in vista delle elezioni regionali, e che Futuro e libertà ha deciso di adottare formalmente.
In sostanza, l’autoregolamentazione dispone che non sia candidato chiunque, a seguito di un rinvio a giudizio, risulti coinvolto in procedimenti giudiziari relativi a reati legati all’attività tipica della criminalità organizzata, dall’estorsione al riciclaggio, dal traffico illecito di rifiuti ai delitti le cui caratteristiche rientrino nelle attività a carattere mafioso.
Granata, nel corso della conferenza stampa a Montecitorio, ricorda che alle ultime elezioni regionali sono risultati eletti in altri partiti 48 persone che in base al Codice non avrebbero nemmeno dovuto essere candidate.
“Per motivi di costituzionalità — aggiunge — legati alla presunzione di non colpevolezza fino a giudizio definitivo, questa proposta non può avere valore legislativo ma ne ha uno fortemente politico. Però, i partiti, e comunque intanto lo facciamo noi, dicono da subito che non si può aspettare la Cassazione e che non succede nulla se chi ha un problema di questa natura resta fuori dalla vita pubblica per un giro.
E Granata ha annunciato, inoltre, che “Fli rilancerà su questo fronte anche nella prospettiva delle elezioni politiche: sia nel caso che la legge elettorale cambi, sia nel caso il ‘porcellum’ resti in vigore”, perchè “il Codice è una garanzia per tutti i cittadini sul piano del contrasto alla criminalità ”
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