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PARMALAT FORMATO LACTALIS NON CONVINCE: DOPO UN ANNO I CONTI SONO PEGGIORATI

Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile

FATTURATO CRESCIUTO DEL 4% E DI 4,5 MILIARDI DI EURO, MA L’UTILE E’ SCESO DA 285 A 171 MILIONI DI EURO… CALATO IL RISULTATO OPERATIVO, DIMEZZATI I MARGINI DI FATTURATO, UTILE GRAZIE SOLO AI PROVENTI FINANZIARI

Parmalat formato Lactalis non convince.
Un anno fa, quando i signori francesi del latte e dei latticini presero il controllo del gruppo di Parma, sostituendo il risanatore, Enrico Bondi, avevano speso parole (poche, a dire il vero, perchè la comunicazione del gruppo è ridotta all’osso) per promettere il rilancio industriale di Parmalat: sinergie, innovazioni e più ne ha, più ne metta.
E’ trascorso un anno, appunto, ma il minimo che si possa dire è che le aspettative siano state disattese.
Pochi giorni fa sono stati pubblicati i conti 2011 di Parmalat. Non proprio entusiasmanti.
Il fatturato è cresciuto del 4% a 4,5 miliardi di euro.
Ma l’utile netto è sceso da 285 a 170,9 milioni di euro (e i profitti derivano solo dai proventi finanziari).
E in effetti è soprattutto la gestione industriale a deludere, sulla quale, invece, i francesi dovevano fare faville: è calato il risultato operativo (da 344 a 199 milioni) e i margini sul fatturato sono stati quasi dimezzati (passando dal 6,5 al 3,8 per cento).
E dire che Emmanuel Besnier, il padrone (misterioso) di Lactalis, aveva annunciato l’intenzione di trasformare Parmalat nel gigante europeo del latte confezionato.
Quella volontà  era stata inserita anche nel prospetto dell’Opa, alla quale Lactalis era stata costretta per fagocitare Parmalat.
In realtà  pochi sforzi, all’apparenza, sono stati fatti in questo senso. I francesi si sono concentrati su altro. Sulla finanza, prima di tutto.
L’ultimo esempio è rappresentato dall’acquisizione controversa, il mese scorso, delle attività  americane di Lactalis da parte di Parmalat, utilizzando già  la metà  di quel “tesoretto” di circa 1,5 miliardi, messi insieme da Bondi nelle casse del gruppo italiano.
L’attuale presidente Francesco Tatò lo ha definito, all’assemblea dove sono stati approvati i conti annui, la scorsa settimana, “un buon affare”.
Ma il rappresentante del fondo Amber, azionista con l’1,97%, ha parlato di “operazioni infragruppo non corrette, nè sul piano formale nè su quello sostanziale, che sembrano mirate a realizzare più l’interesse del gruppo di controllo che di tutti gli azionisti”.
Perchè a incassare la metà  del famoso tesoretto sono stati, appunto, i francesi di Lactalis, che cedevano quegli asset statunitensi.
D’altra parte nell’autunno scorso già  Mediobanca aveva fatto notare che il gruppo avrebbe potuto avere difficoltà  a rimborsare le varie tranche di debito che aveva dovuto contrarre per “digerire” l’Opa.
Ecco il modo più semplice per fare cassa: succhiare dai bilanci della controllata italiana.
Fin dagli inizi, su Lactalis si sono accumulate storie (o forse mitologie) che hanno fuorviato rispetto a una corretta valutazione del nuovo padrone di Parmalat, numero uno del latte in Europa. In Italia qualcuno si è fato delle illusioni.
O non ha voluto guardare in faccia la realtà . Lactalis è una multinazionale, ma anche un gruppo familiare al 100%, nelle mani di Emmanuel Besnier e dei due fratelli (questo permette loro di non avere l’obbligo a pubblicare i conti del gruppo, compresi quelli sul pesantissimo indebitamento).
Creato dal nulla dal nonno, nella città  di Laval, nella Mayenne, Francia profonda dell’Ovest, il gruppo resta ancora radicato in quella zona. Emmanuel Besnier (che non si fa mai intervistare e fotografare il meno possibile) vive lì, frequenta ristoranti economici e lo si vede in giro su una Mazda grigia.
Tutto faceva pensare all’imprenditore di altri tempi (ma ha solo 41 anni), concentrato sul prodotto, con la testa assorbita dagli sviluppi industriali e basta.
Le cose non stavano propriamente così.
Dal 2000, quando Michel Besnier, il patriarca, morì all’improvviso, il giovanissimo Emmanuel, che si ritrovò con le redini in mano, già  brillante studente di business, si lanciò in una frenetica corsa alle acquisizioni in tutto il mondo, oltre che di concorrenti francesi nel proprio settore: marchi e marchi, poi tutti uniformizzati. Comprati indebitandosi.
Insomma, industriale puro fino a un certo punto: uomo di finanza, soprattutto.
Un anno fa, quando Lactalis fu costretta a lanciare l’Opa su Parmalat, fu obbligata anche a fornire qualche dettaglio sulla propria salute finanziaria, compreso sui debiti che, si scoprì, ammontavano (allora) a ben sette miliardi di euro.
Qualcuno cominciò a pensare che i francesi, affamati di liquidità , più che ad altro fossero interessati solo al famoso “tesoretto”.

Leonardo Martinelli
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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IMMOBILIARE KOOLY NOODY: IL GIGOLO DI ROSY MAURO COMPRA CASE IN SARDEGNA E A STRESA

Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile

L’UOMO SCORTA DELLA PRESIDENTE DEL SINDACATO PADANO, FAMOSO PER LA LAUREA TAROCCO IN ALBANIA E PER AVER INCISO KOOLY NOODY, NON SI FA MANCARE NULLA… ACQUISTA IMMMOBILI IN PRESTIGIOSE LOCATION

Una casetta in Sardegna e una sul lago Maggiore.
Pierangelo Moscagiuro, in arte Pier Mosca, uomo scorta di Rosi Mauro divenuto famoso per aver conseguito un diploma di laurea in Albania assieme al Trota più che per aver inciso Kooly Noody, non si è fatto mancare niente.
In un anno e mezzo “il gigolò della Mauro” (come lo definisce Nadia Dagrada) ha acquistato un appartamento ad Arzachena e uno a Leggiuno, davanti a Stresa.
La casa è a poche centinaia di metri dalla villa-rifugio di Eugenio Cefis, padre padrone della Montedison, oggi di proprietà  della famiglia Kennedy.
Qui vivono anche le sorelle Pivetti ed è un feudo bossiano: a tre chilometri, a Brenta, ha la cascina Roberto Bossi e con altri cinque minuti di auto si raggiunge Gemonio, capitale del fu Cerchio Magico.
A Leggiuno, per dire, la Lega ha candidato senza troppi timori Fabio Betti, l’amico del Trota con cui inventò il videogame “spara all’immigrato”.
Qui Moscagiuro ha acquistato casa con terrazza vista lago il 2 aprile scorso, in pieno scandalo Lega.
Mentre Rosi Mauro veniva cacciata dal partito, Umberto Bossi riceveva l’avviso di garanzia e i pm di Milano, Napoli e Reggio Calabria rincorrevano Francesco Belsito e i lingotti d’oro e i diamanti che mancavano all’appello, il cantante Pier Mosca si sedeva nello studio del notaio Enrico Somma e consegnava un assegno da 40 mila euro al proprietario dell’appartamento di circa 60 metri quadri con altrettanti di terrazza.
Ma l’abitazione in realtà  “è costata complessivamente 120 mila euro”, dice Augusto M., marito della venditrice che oggi sta ristrutturando la casa con la sua azienda edile. Appena diciotto mesi prima Moscagiuro aveva firmato un altro contratto.
Questa volta per un appartamento in Sardegna, a Cala Bitta, comune di Arzachena: ingresso, cucina, bagno, due camere, terrazzo e veranda per 192 mila euro di cui 170 mila con mutuo.
Gli oltre trecentomila euro, secondo i pm, sono troppi per un agente di Polizia.
Per questo i pm stanno ricostruendo i movimenti bancari del cantante body guard. Anche perchè ci sono diverse intercettazioni che avvalorano l’ipotesi che quei fondi siano arrivati dalle casse della Lega Nord.
A partire da una telefonata del febbraio 2012 tra Nadia Dagrada e Francesco Belsito. “Il mutuo l’ho fatto anche a lui — dice l’ex tesoriere — con la Bnl del Senato”.
È dovuto intervenire, spiega Belsito, perchè “questa casa mi sembra che costasse 150 o 180 e lui non aveva il reddito”.
E del resto è a Belsito che la stessa Rosi Mauro si rivolge per caldeggiare la copertura delle spese.
C’è in particolare una telefonata tra i due il 22 gennaio 2012 in cui la senatrice, preoccupata dalle inchieste avviate dalla magistratura sui conti del partito, sprona Belsito a muoversi senza perdere tempo.
“Comunque Francè, se adesso puoi, ricordati di fare quella cosa che ti ho detto l’altro giorno a voce. (…) Succinta, così da fare in questo momento perchè dopo non potrai più, perchè se no addio”.
Ma il tesoriere è preoccupato. “No .. no, ma lo faccio diversamente adesso”, risponde. Ma Rosi Mauro ribatte: “No ma … purtroppo è urgente eh”.
La vicepresidente del Senato torna alla carica l’8 febbraio e Belsito la rassicura: “L’operazione quella tua, l’ho fatta dal Napoli (banco di Napoli) eh (…) perchè quello lì non viene neanche visto (…) lì non vanno a vedere”, si dice convinto Belsito.
Ma i pm ovviamente l’hanno smentito e hanno richiesto tutti i movimenti bancari anche del deposito aperto alla filiale del banco di Napoli.
Da qui potrebbero essere partiti i fondi diretti al conto corrente presso la Bnl al Senato da cui sono arrivati gli assegni versati nel luglio 2010 per la casa in Sardegna e ad aprile 2012 per quella sul lago Maggiore.
E da lì dovrebbero arrivarne ancora altri: sì perchè la ristrutturazione della casa a Leggiuno sarà  pagata solo al termine dei lavori.
Moscagiuro deve versare ancora 80 mila euro, stando a quanto sostiene il venditore dell’abitazione.
Ma certo Pier Mosca potrebbe incidere un nuovo disco, confidando di non bissare il successo di Kooly Noody.

Davide Vecchi
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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PRIVACY E AGCOM: PDL, PD UDC E LEGA SI SPARTISCONO LE POLTRONE

Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile

NOMINATI BIANCHI CLERICI E SORO, RICONFERMATO MARTUSCIELLO: DECISIONE SENZA RISPONDERE AD ALCUN CRITERIO DI TRASPARENZA.. CRITICHE DA IDV, SEL, RADICALI E GRANATA (FLI)

Sono Maurizio Decina e Antonio Martusciello i due componenti all’Agcom eletti oggi dal Parlamento su indicazione di Pd e Pdl. I due (il primo è ordinario al Politecnico di Torino, il secondo, ex sottosegretario del governo Berlusconi, era già  membro dell’Agcom) hanno raccolto rispettivamente 166 e 148 voti.
Alla Privacy sono stati nominati invece Giovanna Bianchi Clerici e Antonello Soro. La Clerici, consigliere d’amministrazione Rai uscente e candidata dalla Lega e Pdl, ha ottenuto 179 voti, mentre l’ex capogruppo del Pd alla Camera 167.
Stefano Quintarelli, che si era autocandidato all’Agcom con una campagna condotta prevalentemente online, ha raccolto invece 15 preferenze.
Il Parlamento ha scelto infine con 322 voti Giuseppe Lauricella quale nuovo componente del Consiglio superiore della Giustizia amministrativa.
L’esito delle urne ha confermato la tenuta dell’accordo siglato ieri tra i partiti di maggioranza malgrado le dichiarazioni della vigilia sulla necessità  della massima trasparenza e dell’autonomia da assicurare alle authority.
Non c’è stata infatti alcuna audizione nelle Commissioni parlamentari per vagliare i candidati.
Un metodo che ha scatenato indignazione non solo all’esterno (“i partiti scelgono i 4 di Agcom e Privacy senza trasparenza ora che la priorità  sarebbe la fiducia degli elettori…”, ha commentato lo scrittore Roberto Saviano su Twitter), ma anche dentro al Parlamento.
Durissime critiche arrivano in particolare dall’Idv, ma malumori si registrano comunque in tutte gli schieramenti e il voto è stato disertato da un largo numero di parlamentari, anche se non è semplice distinguere tra assenze politiche e assenze “normali”.
“Noi vogliamo parlare con quella parte di Pd che si era presentato come partito nuovo, quello che corrisponde alle battaglie di Arturo Parisi, quello dei cittadini”, ha spiegato il leader dell’Idv parlando nel corso di una conferenza stampa alla Camera per annunciare la non partecipazione al voto. “Poi c’è un Pd delle dirigenze, degli accordi tra gruppi di potere, un Pd che si è calato le braghe per convenienza e connivenza sull’Agcom”.
Sì è data la possibilità  di presentare dei curricula, “solo che questi curricula poi sono stati utilizzati come carta da cesso, non gliene è fregato niente, nessuno li ha letti”.
E le decisione di nominare i componenti delle authority sono state fatti “a monte” ancor prima “che arrivassero tutti i curricula, in una logica spartitoria dei partiti della cosiddetta maggioranza.
Una valutazione che pare condivisa anche dal terzo partner della foto, il leader di Sel Nichi Vendola, presente anche lui questa mattina alla conferenza stampa. “E’ una pagina nera che per me può pesare moltissimo sulla scena politica italiana”, ha detto il presidente della Puglia puntando il dito contro il comportamento del Pd.
Sia l’Idv che i Radicali hanno deciso quindi che non parteciperanno al voto.
Ha poi annunciato l’intenzione di disertare l’aula anche il parlamentare di Fli Fabio Granata. “Non parteciperò alla votazione per i due componenti dell’Autorità  per le garanzie nelle comunicazioni poichè il metodo seguito per l’individuazione dei candidati ritengo non sia in linea con la richiesta di qualità  e trasparenza che l’importante organismo pretende”.

(da “La Repubblica”)

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RIECCOCI COI TAGLI ALLA POLIZIA: PREVISTI ALTRI 65 MILIONI IN MENO PER LA SICUREZZA

Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile

RIDUZIONE DEL PARCO AUTO PER 2 MILIONI, DIMEZZATE LE SEDI LOCALI DELLA POSTALE, RIDUZIONI PER LA FERROVIARIA E LA STRADALE… VIA LIBERA AGLI SPACCIATORI DI PALLE

E ora che si entra più nel dettaglio della «spending review» al ministero dell’Interno, ecco la dolorosa verità .
La polizia di Stato è chiamata a risparmiare 65 milioni di euro dal proprio bilancio con un’operazione chirurgica di riorganizzazione.
«Non si tocchi il sistema della sicurezza», è il mantra che viene dai piani alti del ministero.
Già , ma intanto si taglierebbero le sezioni distaccate della polizia postale della metà .
Per fare un esempio, nel Lazio sarebbero di fatto chiuse le sezioni di Rieti, Viterbo, Frosinone e Latina; resterebbero operative solo quelle di Roma e del compartimento del Lazio.
Lo stesso nelle altre regioni dove resterebbero operative quelle delle grandi città , dei compartimenti, e dove c’è una direzione distrettuale antimafia.
La riorganizzazione viene spiegata dal successo delle indagini telematiche che non hanno bisogno di un ufficio fisico in ogni capoluogo.
Stessi tagli ai presidi della polizia ferroviaria, che ha una pianta organica legata a una realtà  delle ferrovie ormai desueta.
E della polizia stradale, anch’essa ferma alla rete stradale degli anni Sessanta.
Ci saranno molti accorpamenti tra distaccamenti.
Da queste operazioni su polizia postale, stradale e ferroviaria si prevede di recuperare 6 milioni di euro. E non è affatto scongiurata la chiusura di 17 prefetture minori (e questure), anzi.
E ancora: 56 milioni di euro dovrebbero venire dal mancato ripianamento delle piante organiche per il personale tecnico-scientifico; la Scuola Superiore di Polizia finirà  in seno alla Direzione Centrale per gli Istituti di Istruzione; 2 milioni di euro dovrebbero essere recuperati dal trasferimento del Centro elaborazione dati presso la sede di Napoli; 1 milione di euro verrà  dalla riduzione del parco auto, passando in dieci anni dagli attuali 22 mila a 18 mila mezzi.
Una terza azione di risparmio verrà  dal coordinamento tra polizia e carabinieri.
Si sta procedendo a una revisione drastica e concordata del naviglio: là  dove resterà  il presidio di un corpo andrà  via l’altro e viceversa.
Ma ci si attende anche un congruo risparmio, in termini di costi e di procedure, da un’abile riscrittura dei contratti di approvvigionamento.
I contratti infatti resteranno «aperti», il che vuol dire che per determinati acquisti-fotocopia, che siano auto di servizio o pistole o divise, un corpo di polizia potrà  approfittare in un secondo momento del contratto predisposto dai cugini.
Alla sola notizia che si mette mano alle prefetture e ai presidi di polizia, però, è sollevazione dei sindacati.
«Il perdurare del silenzio del ministro – scrivono – può soltanto alimentare il sospetto che la “spending review” possa risolversi esclusivamente nell’ennesimo taglio lineare piuttosto che in una riorganizzazione efficiente ed efficace».
Chi, dopo i tagli di 2,5 miliardi voluti dal governo Berlusconi, sperava che almeno questa volta si affrontasse il problema sicurezza in termini diversi, rimarrà  insomma deluso.

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PARMA DOPO IL VOTO E LA VITTORIA DEI GRILLINI: PIZZAROTTI IN STALLO, SI DEFILANO ANCHE I CONSULENTI

Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile

IL BUCO IN COMUNE NON E’ DI 600 MILIONI MA DI OLTRE 1 MILIARDO

L’unica cosa a cinque stelle, nel senso d’eccellenza, per ora sono i debiti.
Da vertigine.
La relazione che il commissario prefettizio Mario Ciclosi ha lasciato sul tavolo del sindaco grillino Federico Pizzarotti, prima di cedergli l’ufficio di piazza Garibaldi, farebbe tremare i polsi a manager di altro pelo: figurarsi al discepolo di Grillo, che qualche pizzicotto ancora se lo dà  per metabolizzare l’idea di essere il padrone di Parma.
Seicento milioni il rosso lasciato dalla precedente giunta Vignali? Magari! Il buco certificato dal commissario, al netto delle interpretazioni contabili, oscilla tra gli 846 milioni e, se si considerano anche le partecipate, 1 miliardo e 199 milioni.
Crudele, a dir poco, chi ora accusa il sindaco Pizzarotti, che questi numeri horror li ha in mano da una settimana, di aver aspettato solo ieri prima di renderli pubblici: «Poveretto, il tempo di riprendersi…» ironizzano sotto i Portici del Grano.
Già , il tempo. Sta diventando un’ ossessione per questo esperto di informatica, dipendente di una banca a Reggio Emilia, catapultato dalle urne al vertice di una città  che, alla crisi mondiale, ha aggiunto sciagurate varianti locali.
Tutti a stargli addosso: e allora, questa giunta? E l’inceneritore? E quando fiorisce il grillismo in salsa parmigiana?
D’accordo, in 11 giorni di fascia tricolore si è visto praticamente niente, se si esclude la scelta dell’assessore al bilancio, Gino Capelli, 48 anni, subito fulminato dal consigliere pd, Massimo Iotti: «Un esperto di diritto fallimentare: incoraggiante con i debiti che ci sono…».
Però bisogna capirli: avevano comprato un biglietto del treno e si sono ritrovati padroni delle Ferrovie. «Non ce l’ aspettavamo, ma vi stupiremo…» dice Mauro Nuzzo, uno dei 20 consiglieri comunali che vigilano come pretoriani sul sindaco in rodaggio.
Che a sua volta assicura: «A giorni presenteremo la giunta». Forse sabato. Sicuramente entro il 14 giugno: lo impone la legge.
«Le 5 Stelle già  brillano meno…» malignano in certi ambienti un po’snob.
Magari non è così. Però che qualcosa si sia incartato è evidente.
Dei super consulenti sbandierati prima del ballottaggio, nomi di spessore come Loretta Napoleoni, economista di fama internazionale, Maurizio Pallante, esperto di energia ecologica, o l’analista finanziario Pierluigi Paoletti, non c’è traccia.
«Non ci vogliono mettere la faccia, troppo rischioso…» sibilano dal Pd, che ancora non si è ripreso dalla sconfitta e ha il dente avvelenato.
In posizione defilata, Arrigo Allegri e Pietro De Angelis, i due avvocati della crociata contro l’inceneritore (sul cui azzeramento, promesso da Pizzarotti, pende una penale da 180 milioni).
Il toto-assessori, poi, è stato un susseguirsi di corto circuiti. A parte la retromarcia su Valentino Tavolazzi, stimato da Pizzarotti ma espulso da Grillo, per la Cultura sono stati sparati tre nomi, bruciandoli tutti e tre e offrendo il fianco alle opposizioni: «Gente della casta: e sarebbe il nuovo?».
Macchinosa anche l’idea dei curriculum online per la scelta degli assessori.
I grillini assicurano che «i colloqui sono in corso». Ma perfino il Pdl, che pur di differenziarsi dal Pd promette un’opposizione soft («Guarderemo i fatti»), storce il naso: «In un assessore conta la capacità  politica» dice Paolo Buzzi.
Gli industriali? Ruvido il presidente Giovanni Borri: «Il Comune saldi i debiti con le aziende».
Mai però come il re del cemento, Paolo Pizzarotti, che, come riporta il sito Linkiesta, liquida così i proclami ecologici del sindaco omonimo: «Cose folli, qui, c’è la crisi…». Diplomatica la famiglia Barilla: «C’è bisogno di buona amministrazione».
Parma si dà  di gomito. C’è chi prevede un tonfo a cinque stelle.
E chi scommette sul Grillo salvatore: «Qualcosa si inventerà : se fallisce qui, gli salta il banco..»

Francesco Alberti
(da “Il Corriere della Sera”)

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LA GRANDE PAURA DI BERSANI: IL PAPA STRANIERO

Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile

I TIMORI DEL PD: IL VOTO E L’OPA DI “REPUBBLICA”… VOTO IN AUTUNNO? D’ALEMA SCOMUNICA FASSINA

Sarà  anche una ennesima leggenda metropolitana, ma un dirigente che ci ha parlato pochi giorni fa racconta una ennesima, sublime (e terrificante) battuta di Massimo D’Alema.
Un’altra perla nel filone inaugurato fastosamente con l’aforisma disincantato: “La sinistra è un male. Solo l’esistenza della destra rende questo male tollerabile”.
Un filone poi arricchito con quell’altra sentenza distillata a Gargonza (il direttore di Left, Giommaria Monti le chiama Massimae D’Alemae) che nel 1997 fece indignare Umberto Eco: “Vedo che discutete con molta passione della vittoria della sinistra. Ma forse non avete notato che nel 1996 la Destra ha vinto. Vi siete accorti che Casa delle libertà  Ccd e Lega, anche se divisi, hanno la maggioranza dei voti”.
Ieri, fedele alla linea, ha definito “sciocchezza politica” l’idea di andare al voto a ottobre.
Il pensiero meridiano e l’esprit de paradoxe dell’ex premier raccontano il grande caos dentro il Pd. E anche il problema delle alleanze, la sfiducia atavica nella foto di Vasto, il bisogno continuo di corteggiare Pierferdinando Casini e il tentativo di puntellarsi con delle protesi elettorali.
Il primo problema si è aperto quando il Corriere della sera (ed stato un terremoto) ha bruciato a Pierluigi Bersani la mossa a sorpresa: annunciare solennemente l’intenzione di candidarsi alle primarie, e bilanciare il suo cipiglio di apparatnick emiliano con la proposta di una “lista Saviano”, in cui il Pd cede parte della sua sovranità  e del suo peso elettorale per eleggere intellettuali ed esponenti della società  civile.
Un passo a lungo ponderato.
Per un anno Bersani ha fuggito le primarie temendo che gli precludessero le possibilità  di alleanza con Casini.
Adesso Casini sposta la sua vela a destra, forse pensando di raccogliere le spoglie del Pdl, persino Luchino Cordero di Montezemolo cambia l’asse della sua fondazione Futura pensando di entrare in quell’area, e allora Bersani capisce che deve muoversi, per essere pronto a tutto se i tecnici dovessero collassare prima del tempo.
Ieri il segretario del Pd ribadiva: “Il nostro impegno è sostenere il governo fino alla fine della legislatura”.
Mentre si prepara ad annunciare le primarie e la sua candidatura, probabilmente per il 13 e 14 ottobre.
Ma ciò che gonfia le vele dei giovani cyberlaburisti Fassina e Orfini è un malessere sempre più diffuso: sindaci, amministratori, presidenti di regione, dirigenti intermedi non ne possono più degli strafalcioni dei tecnici.
Persino un deputato come Beppe Fioroni ieri alla Camera si sfogava con Agazio Loiero: “Questi sono pazzi . Profumo si inventa questa cazzata della riforma meritocratica, e poi fa sparire tutti i soldi per la formazione. Lo dicano che vogliono smantellare quello che ho fatto e costruire la scuola pubblica dei morti di fame”.
Lo scoop della Meli, che rivela la disponibilità  di Bersani all’apparentamento con una lista civica espone questa proposta al fuoco amico dei dirigenti imbufaliti, e a due giorni dalla direzione il primo (e più delicato annuncio) viene intaccato dalla dichiarazione di Ezio Mauro a Otto e mezzo: “Non faccio operazioni di lobby, ma se il Pd vuole diventare forte deve rendersi scalabile e contendibile”.
Il che come minimo è una dichiarazione di sfiducia.
Ma a qualcuno la cosa non va giù. E ieri Francesco Boccia sfoderava il suo sarcasmo: “Non vedo l’ora di vederla all’opera in mezzo alle masse questa lista così civile della De Gregorio e del professor Zagrebelsky, non vedo l’ora di vederli a raccattare voti nei mercati discettando sulle riforme costituzionali…”.
Intorno a Boccia si fa subito capannello: “Io, al contrario di questi editorialisti, da 23 anni in poi ho presentato 18 dichiarazioni dei redditi, altro che Casta! Davvero — conclude il deputato lettiano — qualcuno crede che i radical chic e gli intellettuali del gruppo Espresso faranno sfracelli?”.
Schizzi di umore nero, che molti condividono.
A questo quadro va aggiunto tutto quello che si mormora in queste ore nel Palazzo. Ad esempio che Giorgio Napolitano vedrebbe con molto piacere un ruolo di primo piano per Fabrizio Barca, ministro con il cuore a sinistra (e anche l’araldo familiare). Solo chiacchiere?
L’idea di un papa straniero aleggia da molto tempo nell’aria.
E quindi, alla luce di quello che si muove, la sortita di Mauro fa preoccupare alcuni dirigenti del Pd molto più di quella di Scalfari.
Perchè se ciò che scrive Scalfari è un discorso che rafforza la leadership di Bersani, o almeno la sua proposta, quello che dice Mauro alla Gruber, mette in dubbio la conduzione del partito.
Venerdì Bersani dovrà  combattere con le sue correnti. E con tutti i fantasmi che popolano le sue (possibili) liste.

Luca Telese blog

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SONDAGGIO IPSOS PER BALLARO’: PD 25%, CINQUESTELLE 20%, PDL 17,2%

Giugno 6th, 2012 Riccardo Fucile

IDV 7,8%, UDC 6,8%, SEL 6,3% LEGA 4,8%, FED. SINISTRA 2,7%, FUTURO E LIBERTA’ 2,5%, LA DESTRA 1,3%

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LA LEGA RAZZISTA CONTRO I TERREMOTATI STRANIERI: “LA SMETTANO DI LAMENTARSI, CHE CAZZO VOGLIONO?”

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

DIMENTICANDO CHE VI SONO OPERAI STRANIERI TRA LE VITTIME, UN INFAME ROTTAME DELLA POLITICA, MAURO MANFREDINI, CAPOGRUPPO DELLA LEGA NORD IN REGIONE EMILIA-ROMAGNA, NON TROVA DI MEGLIO CHE SFOGARE IL SUO ODIO RAZZIALE CONTRO GLI SFOLLATI STRANIERI…E’ LUI IL VERO CLANDESTINO DELL’UMANITA’

Altro che cittadinanza onoraria: “Andate a vedere nei campi, sono trattati come principi. E poi si lamentano: ma che cazzo vogliono?”.
Il capogruppo della Lega Nord in regione, Mauro Manfredini, rompe gli argini e innesca la polemica sugli stranieri ospitati nei campi allestiti dalla protezione civile nei territori colpiti dal sisma in Emilia-Romagna.
Parole indegne che sfociano nel turpiloquio contro i cittadini non italiani e che attirano su Manfredini lo sdegno di tutti i partiti.
“Chi osserva un minuto di silenzio per le vittime del terremoto e poi ne offende la memoria – attacca la vicecapogruppo dei Democratici in viale Aldo Moro, Anna Pariani – non è degno di sedere qui dentro”.
Pariani aveva proposto di “concedere la cittadinanza onoraria alle vittime del terremoto di origini straniere”.
Lo scontro è nato dalla risoluzione proposta dal centrosinistra per invitare la giunta Errani a sollecitare la diffusione dell’iniziativa per il conferimento della cittadinanza italiana onoraria ai bambini nati da genitori stranieri.
Un documento passato con il voto a favore di tutta la maggioranza e del Movimento 5 Stelle, e la contrarietà  del centrodestra.
Proprio nelle battute finali del dibattito, tuttavia, Manfredini ha chiamato in causa gli sfollati di origini straniere: “Andate nei campi a vedere come stanno – ha detto il capogruppo del Carroccio rivolto agli esponenti del centrosinistra -. Sono trattati come principi”.
Manfredini li ha poi accusati di “defecare di fianco alle tende” e di “lamentarsi della carne di pollo. Che se la facciano portare dalle loro comunità  islamiche, ma che cazzo vogliono?”.
Un intervento in preda al delirio, visto che nessuno ha mai riportato di lamentele degli sfollati stranieri o di comportamenti incivili degli stessi.
E’ questa la Lega che si rinnova? E’ questa la Lega di Maroni? Quella che mantiene capogruppo del partito in Regione un infame razzista che non ha rispetto neanche delle vittime del terremoto?
Forza Maroni, facci vedere se hai le palle di espellere questo rifiuto dell’umanità  o farai finta di nulla come hai fatto con l’inquisito Pini solo perchè è della tua corrente.

 

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ECCO CHI NON PAGHERA’ L’IMU: COSTRUTTORI, PARTITI, FONDAZIONI ED ENTI

Giugno 5th, 2012 Riccardo Fucile

I CITTADINI PAGANO MA LO STATO ESENTA I SIGNORI DEL MATTONE, LE FONDAZIONI BANCARIE, GLI ENTI ECCLESIASTICI, LE FORZE POLITICHE E SINDACALI

“Calcola la tua Imu”. I siti dei giornali in questi giorni sono giustamente pieni di sezioni che aiutano i lettori a stabilire quanto dovranno pagare di imposta sugli immobili.
Soltanto che c’è qualcuno che può attendere la scadenza del 18 giugno con molta più tranquillità  degli altri e senza dannarsi l’anima con le simulazioni.
Alle categorie che vedete qui sotto è stato infatti risparmiato il disturbo di preoccuparsi prima e di pagare poi (a chi è andata male, tocca almeno l’aliquota dimezzata, per qualcun altro è forse l’ultimo anno di pacchia).
Esenzioni sacrosante? Può darsi.
Ma allora che dire di chi ha dato gratuitamente la casa a suo figlio o al nipote e si trova a pagare come se avesse una seconda casa sfitta?
E degli anziani che hanno la residenza in ospizio o in clinica e devono pagare l’Imu sulla loro vecchia casa come se fosse una seconda abitazione?
Insomma, al tavolo delle esenzioni c’è sempre qualcuno che è più esente degli altri: eccovene una breve panoramica con alcune ipotesi di mancato incasso per Stato e comuni.

I costruttori risparmiano 35 milioni

Sospiro di sollievo tra i costruttori: le loro proposte per combattere la crisi dell’edilizia hanno trovato largo spazio nel dl Sviluppo che il ministro Passera presenterà  in Consiglio dei ministri questa settimana (un tentativo di un senatore Pdl di inserire norme simili nel decreto fiscale era infatti fallito nelle scorse settimane per mancanza di copertura economica).
Questi i provvedimenti più rilevanti: per chi acquista una casa sotto i 200 mila euro è prevista l’esenzione dall’Imu per i successivi due anni, a cui probabilmente sarà  aggiunto l’azzeramento dell’Iva e dell’imposta di registro per un mancato gettito totale di circa 150 milioni di euro (data la soglia dei 200 mila euro, per di più, si tratta di un’esenzione che avrà  effetti solo fuori dalle città  grandi e medie, dove le case costano di più).
I costruttori, dal canto loro, avranno invece l’esenzione dall’Imu per gli appartamenti non venduti fino al terzo anno dalla fine dei lavori. Costo stimato: 35 milioni.

Fondazioni bancarie, un regalo che vale 5-10 milioni

Per il governo e il fisco italiano sono istituzioni no profit, per la Cassazione — ad esempio — non proprio, come dimostra una sentenza del 2009: sta di fatto che le fondazioni bancarie non pagheranno nemmeno un euro di Imu sui loro oltre 1.500 immobili e 712 terreni.
E dire che hanno un patrimonio complessivo che supera di un po’ i 50 miliardi di euro e controllano la stragrande maggioranza delle banche italiane, da cui incassano un paio di miliardi di proventi l’anno.
Tant’è: sono esenti.
Le magnifiche 88 si difendono sdegnate attraverso il presidente dell’associazione “di categoria” Giuseppe Guzzetti, numero uno di fondazione Cariplo dal 1997: non è vero che non paghiamo e in ogni caso, quello beneficiato dall’esenzione, è solo il 2% del patrimonio, immobili destinati ad attività  benefiche.
A spanne, si tratta di beni a bilancio per un valore superiore al miliardo di euro e di un erosione del gettito collocabile tra i 5 e i 10 milioni di euro l’anno: spiccioli, per le fondazioni, ma è anche così che si resta ricchi.

Enti ecclesiastici, dal 2013 “tassati” solo i turisti

Per gli immobili di loro proprietà  si tratta dell’ultimo anno di vacche grasse.
Dal gennaio 2013 entra in vigore, infatti, la norma varata a febbraio dal governo per stringere le maglie all’elusione Imu degli enti no profit: luoghi di culto e attività  non a scopo di lucro (come alcune scuole) continueranno a non pagare, tutti gli altri dovranno tirar fuori i soldi. Il problema, finora, era che la legge prevedeva l’esenzione per quei luoghi in cui si svolgeva un’attività  “non esclusivamente commerciale”.
Una definizione vaga che finiva per consentire a tutti o quasi di auto-dichiararsi esenti, persino a qualche albergo quattro stelle: bastava ospitare una cappella o destinare l’ala di un palazzo a convento o ricovero.
Ora si pagherà  percentualmente: non per la parte in cui dormono le suore, per rimanere all’esempio dell’hotel, sì per quella che ospita i turisti.
Le stime di gettito sono le più varie: si va dai 100 milioni ipotizzati dal governo ai 500-700 stimati dall’Anci.

Forze politiche e sindacati, il rebus della “natura commerciale”

Vale il discorso fatto per la Chiesa: dall’anno prossimo anche a loro dovrebbe applicarsi la norma sulla “natura commerciale” anche parziale dell’attività  svolta all’interno degli immobili. Per i partiti, in realtà , e per le fondazioni a loro riferibili — come quelle che hanno inglobato il patrimonio ex Democratici di sinistra ed ex Alleanza nazionale — non dovrebbe cambiare granchè: in genere non traggono profitti da quanto fanno nelle loro sedi. Per i sindacati, invece, potrebbero esserci novità  spiacevoli almeno per gli uffici dei patronati (i Caf) e per quelli che ospitano le lucrose attività  di formazione.
Nessuna ipotesi è però possibile sul gettito, visto che non si sa nemmeno a quanto ammonti il patrimonio immobiliare dei sindacati, a partire da quello ereditato gratis dalle organizzazioni fasciste: qualche anno fa, per avere un’idea, la Cgil vantava 3 mila sedi e la Cisl 5 mila (ma non si sa quante siano di proprietà ), mentre la Uil dichiarava invece beni immobili per circa 35 milioni di euro.

Dimore storiche, dai Ruspoli ai Torlonia: sconto del 50%

I fortunati proprietari — tra cui abbondano banche, società  immobiliari e rampolli di vecchie famiglie nobili — di palazzi patrizi in città , ville e castelli antichi in campagna avranno lo sconto del 50%.
Quanti siano esattamente non si sa. Ma l’Asdi (Associazione dimore storiche italiane) sostiene di rappresentare cinquemila iscritti e 17 mi-la dimore storiche, alcune delle quali — come vi abbiamo raccontato domenica — sono in parte affittate alla distribuzione delle grandi firme del lusso a prezzi stratosferici (e pure la tassa su quel reddito è scontata).
Quando, a dicembre, l’Imu fu varata senza eccezioni, l’Asdi parlò di aumenti del 600% e profetizzò vendite in massa e/o fine dei lavori di manutenzione: poi è arrivato lo sconto e la situazione si è normalizzata.
Quanto al gettito, il Tesoro a novembre calcolava l’erosione del gettito dovuta al “trattamento di favore” delle dimore storiche in almeno 23 milioni di euro l’anno.

Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano
”)

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