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CICCHITTO E LE FERIE DI AGOSTO, SI SCATENA LA PROTESTA SUL WEB

Giugno 27th, 2012 Riccardo Fucile

LE DICHIARAZIONI DEL CAPOGRUPPO PDL: “SE CI VOLETE FAR STARE QUI FINO AL 13 AGOSTO POI VI TROVATE UN’ALTRA MAGGIORANZA”… IRONIA, RABBIA   E   INDIGNAZIONE DEI CITTADINI

E’ già  stata soprannominata “la perla di Cicchitto”. Poche parole, rivolte dal capogruppo del Pdl alla Camera al ministro dei rapporti con il Parlamento, Piero Giarda. “Io ve lo dico, se ci volete far stare qui fino al 13 agosto, sono problemi vostri…”.
E il problema è che, poi, “ve la dovete trovare da soli una maggioranza”.
Così parlò Cicchitto. E in rete queste dichiarazioni non passano inosservate.
L’importanza di far fronte crisi economica, la continua richiesta di sacrifici, il senso di responsabilità  per la tenuta del Paese.
E tutto ciò che sembra assente nelle parole dell’esponente del Popolo delle Libertà , diventa l’argomento per lanciare l’ennesima critica a “una casta che non fa altro che pensare ai propri interessi”.
In principio, l’incredulità : “Ma come, Cicchitto vuole fare le ferie ad agosto altrimenti il governo salta. Ma in che Paese siamo?”.
Poi la rabbia: “Migliaia di persone che vivono in mezzo alle macerie, il lavoro che manca, la crisi economica che ormai non fa dormire più nessuno. Poi la sanità , la scuola, le pensioni. E questi pensano alle loro ferie”.
Ancora: “Io non so che dire: rischiamo di avere la prima crisi di governo causa ferie. Non è possibile”, “Si vergognino: non passa giorno senza una richiesta di sacrifici, non smettono di chiedere l’impegno di tutti. E poi noi in città  e loro a fare le loro vacanze dorate”.
Non manca chi sottolinea: “Il punto odioso è un altro: Cicchitto e compagnia bella, le vacanze, le fanno con i nostri soldi. Il loro stipendio lo paghiamo noi attraverso le tasse”.
C’è chi prova a dare consigli al sottosegretario Polillo: “A proposito di spending review, ma non è che potete tagliare Cicchitto?”.
Poi l’ironia, amara: “Però, forse ha ragione: lavorano tutto l’anno, sono alla Camera che difendono i nostri interessi, non smettano mai di impegnarsi per noi. Qualche giorno di mare spetta anche a loro. Sono sconcertato…”.
Poi: “In effetti deve riposarsi per le stupidaggini che spara ogni giorno”.
Ancora: “Io una cosa da dire a Cicchitto l’avrei. Ma è meglio che non la scrivo”.
E il flusso di post e commenti è inarrestabile: “Periodo di crisi, tempo di sacrifici, per molti ma non per tutti. Ecco che arriva il duro monito del capogruppo Pdl Fabrizio Cicchitto: nessuno tocchi le nostre ferie. Ma andate a casa…”.
Poi: “Caro Fabrizio, vada pure in ferie. E ci resti per un bel po’ di tempo”.
Infine: “E poi dicono che l’antipolitica la fanno i cittadini. Siete il peggiore esempio di democrazia e rispetto della costituzione che il popolo italiano abbia mai avuto”.

Carmine Saviano
(da “La Repubblica“)

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PROMESSA A RISCHIO: APPENA TRE GIORNI PER DESTINARE 91 MILIONI DI RIMBORSI ELETTORALI AI TERREMOTATI

Giugno 27th, 2012 Riccardo Fucile

SI PARLA DELLA SECONDA TRANCHE DEI FONDI PER I PARTITI: L’ADESIONE ERA STATA UNANIME, MA LA PROPOSTA E’ RIMASTA SULLA CARTA… ORA IL GOVERNO POTREBBE RIMEDIARE SOLO CON UN DECRETO D’URGENZA

L’adesione era stata universale. Dare ai terremotati dell’Emilia l’ultima tranche dei rimborsi elettorali destinati ai partiti. Tutti d’accordo, dal Pd al Pdl.
Tutti pronti a rinunciare ai 91 milioni di euro in questione in nome della solidarietà  per le vittime del sisma. Ma quella promessa è a rischio.
Mancano solo tre giorni, settandue ore.
E l’unico modo per sbloccare l’impasse è un decreto legge varato dal governo Monti: perchè, procedure alla mano, non c’è il tempo sufficiente per modificare la legge in altro modo. E dalla società  civile, il pressing sull’esecutivo aumenta.
Hanno raccolto oltre trentamila firme in poco più di 24 ore.
Loro sono Avaaz, il gruppo “specializzato” in mobilitazioni online. Non le mandano a dire.
E l’accusa è rivolta alla scarsa attenzione dei partiti al problema: “E’ una vergogna: nonostante la promessa di trasferire i loro contributi pubblici alle vittime del terremoto, i partiti se li intascheranno tutti il primo luglio”.
Poi, la strada obbligata: un intervento del governo: “Solo Monti può accendere i riflettori su questo scandalo e garantire che l’aiuto concreto vada a quelli che ne hanno più bisogno, ma solo se oggi saremo in tanti ad appellarci a lui”.
E su Avaaz.org, non manca una ricostruzione della vicenda: “i partiti hanno promesso di destinare i 91 milioni di euro della prossima tranche di finanziamento pubblico alla ricostruzione in Emilia e a L’Aquila, ma per far sì che questi fondi vadano alle vittime del terremoto devono adottare una legge entro il 1° luglio, giorno in cui riceveranno i soldi”.
Il punto critico è questo: “I partiti però hanno deliberatamente perso tempo in Parlamento così da affossare la legge e intascarsi i milioni di euro. Alcuni senatori si sono rivolti a Monti per chiedere di adottare una legge d’emergenza per fermare questa presa in giro, e un appello accorato da tutti gli italiani potrebbe convincerlo a farlo”.
Tra i firmatari della lettera, i senatori radicali Donatella Poretti e Marco Perduca.
Che scrivono: “Chi l’ha visto il decreto del governo che doveva destinare la seconda tranche del finanziamento pubblico ai partiti, ipocritamente ancora denominato rimborso elettorale ai terremotati?”.
Una domanda che non smette di circolare in rete. Amplificata dalla mobilitazione di Avaaz. Che rilancia: “Monti deve sentirci forte e chiaro prima della scadenza fra un paio di giorni. Ripetiamolo ancora: chiediamo di dirottare i 91 milioni di euro alle vittime del terremoto”.
Questo il testo della petizione al governo: “Vi chiediamo di riunirvi urgentemente e di adottare una legge d’emergenza per trasferire i 91 milioni di euro di rimborsi elettorali dei partiti ai terremotati. In tempi di ristrettezze economiche, i leader politici devono garantire che le nostre risorse vadano a quelli che ne hanno più bisogno. I partiti hanno promesso di dare una mano per la ricostruzione: sta a voi costringerli a rispettare la parola data”.

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A BOSSI PAGAVAMO ANCHE CANOTTIERE, MUTANDE, CALZINI E CAMICIE VERDI: 24.286 EURO DI RIMBORSI ELETTORALI DESTINATI ALL’ABBIGLIAMENTO DEL CAPO

Giugno 27th, 2012 Riccardo Fucile

LE SPESE ALLEGRE PER IL GUARDAROBA DEL SENATUR: CANOTTIERE A 20 EURO L’UNA, BOXER A 17,50, MAGLIA A 208, CINTURA A 34, GIACCONE   A 480, GUANTI A 85, CAMICIA A 90, CAMICIA VERDE A 70, ABITO BLU A 600, PANTALONI A 185… COI SOLDI PUBBLICI PAGATI ANCHE 15.000 EURO DI LEASING PER LA BMW DI RICCARDO BOSSI, 7.462 EURO DI FIORI, 15.000 EURO PER UN VIAGGIO IN LAPPONIA

Le canottiere, simbolo del Senatur, sono in filo di Scozia e costano 20 euro l’una.
Per le camicie “verde Padania”, comprate cinque alla volta, ci vogliono 70 euro.
Poi ci sono gli abiti da 600-700 euro e i pantaloni spezzati da 185 euro al paio. E ancora pigiami, giacconi, maglie, cinture, calze, mutande e tutto quanto serve a vestire il Capo per un totale di 24.286 euro nel periodo 2008-2011.
E poi?   Poi è scoppiato lo scandalo del tesoriere Belsito, è arrivata la Finanza in via Bellerio e si è portata via una ventina di scatoloni con tutta la contabilità  della Lega Nord.
Si è così scoperto che con i soldi dei contribuenti, il movimento esploso al grido di “Roma ladrona” pagava di tutto: dal guardaroba di Bossi senior alle rate della Bmw X5 del figlio Riccardo, passando per le rate universitarie, le bollette di Sky e i conti del fioraio.
Il primo ostacolo che si trova di fronte l’inchiesta dei pm milanesi è proprio la gran mole dei pagamenti e prelievi in contante che figurano sui conti della Lega presso la Popolare di Lodi, il Banco di Napoli e la Popolare di Novara.
Nel periodo 2008-2011 manca qualsiasi giustificazione di spesa per 1.160.495 euro.
A questa somma va aggiunta quella di 1.460.495 euro che ha spiegazioni generiche (tipo “rimborso spese”) ed è poi è priva di pezze giustificative.
Restano 1,2 milioni di euro che sembrano contabilizzati correttamente, con tanto di scontrini fiscali, fatture varie e rimborsi chilometrici.
In quattro anni è uscita dalla Lega l’enorme cifra di 3.869.430 euro, di cui due terzi circa senza giustificazioni contabili.
Altro mistero su cui sta indagando la G:d.F. : in questi 4 anni le entrate della Lega ammonterebbero a 3,5 milioni di euro, le uscite a 3,8 milioni di euro. Da dove è sortita la differenza?
Decisamente salato il conto del guardaroba di colui che ha sognato di guidare l’immaginifica Padania.
Come per l’Imperatore, hanno pagato i sudditi, attraverso il meccanismo dei rimborsi elettorali.
Il conto dell’ultima stagione di governo arriva a 24.286 euro.
Come si è certi di qeusta cifra?
Perchè mani imprudenti hanno segnato vicino agli scontrini e sul libro giornale della Lega Federale, di volta in volta, la dicitura “Umberto Bossi” e “abbigliamento per Capo”:
E allora, in negozi di MIlano e di Bollate,   ecco scontrini da oltre 1.000 euro a botta, con la distinta della quantità  e dei prezzi per ogni singolo capo.
Le celebri canottiere sono in filo di Scozia a 20.000 euro l’una (cinque alla volta), le camicie verdi d’ordinanza a 70 euro l’una, i boxer a 17,50 euro, il pigiama a 79 euro, i calzini a 10 euro.
E ancora abiti blu o neri a 600 euro, camicie firmate Canali a 90 euro, pullover da 290 euro, giaccone da 480 euro.
Nelle spese allegre di via Bellerio figurano poi gioielli per 2.200 euro, 15.000 euro per il leasing della Bmw X5 del primogenito Riccardo, 3.400 euro per un anno all’Università  Insubria di Varese.
Persino un misterioso viaggio in Lapponia da 15.000 euro di cui si ignora il beneficiario. Non manca una bolletta da 612,70 euro.
E per chi pensava che i leghisti non fossero romantici e galanti, ecco il conto del fiorista da 7.462 euro.
Forse, vista la passione di Belsito per gli investimenti esotici, avrebbe fatto prima a dotarsi di un vivaio di partito.

Francesco Bonazzi
(da “Il Secolo XIX“)

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LA VECCHIA POLITICA CHE AVANZA: GRILLINI SPACCATI A GORIZIA, DUE LISTE DEL MOVIMENTO ALLE REGIONALI 2013

Giugno 27th, 2012 Riccardo Fucile

“COME PER IL CASO TAVOLAZZI IN EMILIA, SIAMO DAVANTI A UNA FRATTURA INTERNA E ALLA NASCITA DI UNA LINEA DISSIDENTE”… LA CONS. COM. MANUELA BOTTEGHI E’ STATA SOSTITUITA NEL MEETUP: “FINCHE’ ERAVAMO QUATTRO SFIGATI NON CI SONO MAI STATI PROBLEMA, ORA SPUNTANO GLI ARRIVISTI”

A Gorizia cambia l’organizzatore dei meetup per i Cinque Stelle e si arriva alla spaccatura. Manuela Botteghi, candidata sindaco alle scorse amministrative e consigliere regionale, è stata sostituita da Elena Fontanini in base a una consultazione interna.
Su 15 persone aventi diritto, in tre hanno votato per ‘l’organizer’ uscente, in 9 per la vincitrice e tre si sono astenuti.
Una semplice “questione di ricambio” per chi è stata eletta.
La candidata sconfitta, al contrario, parla di rottura “a livello regionale” che “privilegia la Rete ai meetup” e sospetta che alle regionali 2013 i 5 Stelle si presenteranno con ben due liste.
Una contrapposta all’altra.
Niente di più lontano dalla realtà  per Fontanini secondo cui la polemica è puramente mediatica. “C’è stato semplicemente un avvicendamento, ed è normale considerato che siamo un movimento da sempre contro gli incarichi multipli”, spiega.
“Mercoledì 20 si sono svolte le elezioni per decidere il nome del nuovo organizer. Manuela ha vissuto il risultato come una mancanza di fiducia nei suoi confronti, ma non è così. Riconosciamo il prezioso lavoro che ha svolto per le comunali, spendendosi in prima persona per il Movimento. Ma dopo due anni da organizzatrice dei meetup era giusto chiedere un ricambio”. Secondo Fontanini, inoltre, il “posto” non deve essere vissuto come “luogo di potere o comando, e l’organizzatore è semplicemente colui che organizza le forze sul territorio”.
Si tratta solo di un “atto democratico” e il cambio di guardia dovrebbe rappresentare anche un “sollievo” per la stessa Botteghi che è “oberata di incarichi, perchè è consigliere e capogruppo. Nemmeno gli altri due consiglieri — puntualizza Fontanini -, si sono ricandidati, proprio per evitare il cumulo delle cariche”.
La nuova organizer definisce la vicenda come un “polverone strumentale, perchè abbiamo tutti gli occhi puntati su di noi.
A Gorizia (retta da una giunta di centrodestra col sindaco Ettore Romoli al secondo mandato, ndr) aspettano solo un nostro passo falso, come potrebbe essere una diatriba interna”.
Da parte sua Botteghi non contesta l’esito della votazione e del ricambio, ma sottolinea che alcuni del meetup isontino “erano stati a Rimini” al meeting da cui Grillo ha preso le distanze e in cui era presente anche Valentino Tavolazzi, il consigliere di Ferrara espulso dal Movimento 5 Stelle per volontà  dello stesso blogger.
“Il mio è un caso Tavolazzi al contrario, nel senso che in queste votazioni per l’organizer ha prevalso la linea dei dissidenti” che “preferiscono il sistema di selezione in rete anzichè l’incontro di persona del meetup”.
In più, prosegue, “dentro il Movimento stanno spuntando i primi arrivisti”.
Dal successo delle amministrative, dove i 5 Stelle hanno vinto la poltrona di sindaco in 4 comuni e a Gorizia sono stati eletti tre consiglieri, sono entrate in gioco anche le dinamiche del potere. Ovvero la politica.
“Finchè eravamo quattro ‘sfigati’ non c’era nessun problema — osserva Botteghi-. Oggi invece nascono i primi dissapori. In questa città  si è rotto un equilibrio, è evidente che siamo in un momento di crisi”.
E a cosa potrebbe portare questa frattura nel movimento isontino?
“Credo abbiano intenzione di presentare una nuova lista 5 Stelle, separata da quella che ha vinto le amministrative”.
Secondo il non statuto del Movimento, infatti, nella stessa città  si possono presentare più liste previa certificazione.
A quando il debutto della “gemella” dissidente?
“Potrò sbagliarmi — conclude il consigliere-, ma credo la vedremo alle regionali del 2013″.

Eleonora Bianchini
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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VERTICE PARIGI: APERTURA DI BERLINO SULLO SCUDO ANTISPREAD

Giugno 27th, 2012 Riccardo Fucile

SPIRAGLI DI SCHAEUBLE SUL MECCANISMO PROPOSTO DA MONTI PER RAFFREDDARE IL DIFFERENZIALE SUI TITOLI

Un vertice convocato in tutta fretta per preparare il Consiglio europeo del 28 e 29 giugno. I ministri economici di Germania, Spagna, Italia e Francia sono riuniti a Parigi per trovare un’intesa sui nodi più drammatici del futuro vertice.
E, secondo indiscrezioni, nell’incontro si è registrata “una cauta apertura” di Berlino sull’ipotesi, avanzata dall’Italia al G20 di Los Cabos, di utilizzare il fondo salva-Stati europeo per un meccanismo di stabilizzazione degli spread a favore dei paesi più virtuosi.
L’apertura arriva a poche ora dall’ennesimo no di Angela Merkel contro gli eurobond e qualsiasi ipotesi di condivisione del debito e sembra comunque rafferddare le tensioni in vistan del vertice di giovedì.
La possibilità    di utilizzare l’Efsf per far scendere la febbre degli spread era stata avanzata dal governo italiano subito dopo il vertice bilaterale di Roma tra Monti e Hollande.
Inizialmente era stata “bocciata” come “aspirina” dal commissario europeo Olli Rehn, ma ora anche il ministro tedesco delle Finanze, Wolfgang Schauble sembra disposto a ragionarne.
Quelle di ieri sera a Parigi sono state trattative intense, una sorta di rush finale delle quattro principali economie dell’eurozona, in vista del vertice dei capi di Stato e di governo dell’Ue, in programma giovedì e venerdì a Bruxelles.
Il ministro delle Finanze francese, Pierre Moscovici, ha ricevuto nella capitale i colleghi di Italia, Germania e Spagna per “preparare attivamente” il summit.
Da Bruxelles, fonti europee qualificate avevano avvertito nel pomeriggio che la riunione di Parigi sarebbe stata “cruciale” per l’individuazione di misure anti-crisi a breve termine, e non avevano escluso che l’incontro sarebbe potuto trasformarsi in una teleconferenza a livello di Eurogruppo. Ma su questo non c’è stata nessuna conferma.
La riunione “di lavoro” – che in un primo tempo doveva rimanere segreta e che si è tenuta in un luogo non rivelato alla stampa – era stata annunciata questa mattina a sorpresa dallo stesso Moscovici, intervenendo su radio France Info, e poi confermata da un comunicato diffuso nel pomeriggio dal ministero delle Finanze.
na sorta di seguito in formato ‘ridotto’ della quadrilaterale di Roma, dove i leader di Italia, Francia, Germania e Spagna hanno chiesto di mobilitare circa 120-130 miliardi di euro in favore della crescita.
I frutti dell’incontro potranno vedersi già  dal minivertice che metterà  invece a confronto, il presidente francese Francois Hollande e la cancelliera tedesca Angela Merkel.

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IL GOVERNO ALL’ATTACCO DEL TRAMEZZINO: DUE EURO DI RIDUZIONE PER I BUONI PASTO DEGLI STATALI

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

NELLA SPENDING REVIEW L’IPOTESI DI UN ABBASSAMENTO DEL VALORE DEI TICKET A 5,29 EURO PER I DIPENDENTI PUBBLICI… TUTTO PER UN RISPARMIO DI APPENA 10 MILIONI

L’ipotesi sarebbe contenuta nel pacchetto Spending Review su cui sta lavorando alacremente il super-commissario (ex liquidatore Parmalat) Enrico Bondi: ridurre a 5,29 euro l’importo dei buoni pasto per oltre 450 mila dipendenti pubblici di amministrazioni centrali e periferiche (gli statali).
L’asticella finora esentasse dei buoni pasto, quella fino alla quale l’importo è de-fiscalizzato per il lavoratore (per cui non viene denunciato ai fini Irpef) e de-contribuito per il datore lavoro (ai fini previdenziali).
L’ASTICELLA
Imporre a tutti questa cifra-tagliola significa risparmiare circa 10 milioni di euro in termini di spesa pubblica e si sa – in tempi di vacche magre – trovare nuove fonti di risparmio per scongiurare l’aumento dell’Iva di due punti percentuali (dal 21 al 23%) è la missione esistenziale del dream ticket Giarda (il ministro che per primo ha tentato di elaborare una fotografia puntuale della spesa delle amministrazioni pubbliche) e appunto Bondi, chiamato a trovare quei 4,2 miliardi di euro entro la fine dell’anno (al netto degli effetti nefasti post-terremoto in Emilia) per rispettare la road map imposta da Bruxelles in modo da raggiungere il pareggio di bilancio tra tre anni.
Eppure incidere sui centri di spesa (ammesso che la voce buoni-pasto rappresenti il simbolo dello sperpero pubblico) sta provocando una vera e propria levata di scudi di Anseb, l’associazione di società  emittitrici di buoni pasto, e di Fipe (la Federazione Italiana Pubblici Esercizi), che rappresenta gli interessi di chi è a valle della filiera, appunto gli esercenti che ottengono il buono pasto come carta-moneta e corrispondono in cambio almeno un pasto per il dipendente che ne fa uso.
LA RIDUZIONE
Questa presunta riduzione di almeno due euro (una parte dei dipendenti pubblici è in possesso di un ticket con valore facciale compreso tra i 7 e gli 8 euro) «significa tornare al valore di acquisto di 15 anni fa e quindi togliere fisicamente il pane dalla bocca a tanti lavoratori senza far risparmiare in maniera significativa lo Stato», dice il presidente dell’Anseb, Franco Tumino.
Di più: sarebbe un’ulteriore misura deprimente per i consumi, dato il suo effettivo sostegno alle famiglie (una sorta di benefit dal forte contenuto sociale, tanto da poter spesso essere utilizzato come moneta corrente in supermercati e centri commerciali), un simbolo di welfare aziendale, soprattutto capace di generare un indotto da circa 3,4 miliardi di euro all’anno «perfettamente tracciato, con indubbi benefici anche per l’erario», rincara Tumino.
Tanto che il buono pasto obbliga ad una fatturazione finale per ottenere il pagamento del suo valore dalla società  emittitrice, che permette di garantire 306 milioni di euro di Pil e 438 milioni di euro di risorse fiscali per l’erario ogni anno (stima sul 2013).
LO STUDIO
E colpisce il perfetto timing, con il quale un recente studio dell’università  Bocconi ha denunciato il cortocircuito di cui soffre da 15 anni il settore dei buoni pasto, l’unico escluso dal naturale meccanismo di adeguamento all’inflazione (tipico, per esempio, dei contratti di lavoro collettivi e di quelli di locazione).
Secondo questa analisi un eventuale aumento dell’esenzione a 8 euro (cifra che compenserebbe il rincaro dei prezzi degli alimenti di questi ultimi 15 anni cresciuti di circa il 50%) genererebbe un innalzamento del 3,24% del potere d’acquisto per oltre 2,3 milioni di lavoratori.
Ora il governo – sull’altare del risparmio e della razionalizzazione della spesa – fa dietrofront e sacrifica ulteriormente questo benefit per i dipendenti pubblici, già  colpiti dal mancato adeguamento all’inflazione dei contratti collettivi, sancito dalle ultime manovre finanziarie.
«Riducendo i volumi di questo mercato e penalizzando tutto l’indotto», segnala Tumino.
Tutto per dieci milioni di euro.
Quasi la retribuzione di un grand commis di Stato, che magari ha accumulato diversi incarichi e percepisce svariati emolumenti.

Fabio Savelli
(da “Il Corriere della Sera“)

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PENSIONE AGLI ESODATI? FAVOREVOLI SETTE ITALIANI SU DIECI

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

IL 20% PROPONE INCENTIVI CHE NE AGEVOLINO IL RITORNO AL LAVORO

Negli ultimi giorni, in contemporanea con il procedere della faticosa approvazione del provvedimento sul lavoro redatto da Elsa Fornero (che continua a provocare polemiche e proteste su più fronti, ma per il quale tutti concordano in una necessità  di approvazione entro fine mese), sono entrate nel dibattito politico due questioni, sempre relative alla tematica del lavoro, che hanno suscitato dibattiti piuttosto accesi. 1) Il problema degli esodati.
Come si sa, si tratta di chi, avendo sottoscritto degli accordi di uscita anticipata dal lavoro in vista della prossima pensione, ha visto l’avvio di quest’ultima improvvisamente spostato in avanti per effetto del provvedimento Fornero. Trovandosi quindi, per un periodo più o meno lungo, senza lavoro e senza pensione. La polemica è subito divampata, sia sulla stima del numero dei soggetti interessati (per la quale la discussione è ancora in corso) sia, specialmente, sulla natura (e sull’opportunità ) dei provvedimenti da prendere in favore di questa categoria.
Secondo alcuni, va comunque garantito agli esodati il diritto alla pensione nei tempi previsti prima del provvedimento Fornero, poichè è in vista di quella scadenza che essi avevano in buona fede sottoscritto i loro accordi.
Altri sono di parere diverso, ricordando specialmente che molte altre persone, specie i più giovani, sono state comunque danneggiate dalle nuove norme e suggerendo quindi al massimo un aiuto al reinserimento lavorativo degli esodati, senza garantire loro condizioni privilegiate di pensionamento secondo le nuove norme.
La maggioranza assoluta della popolazione (72%) condivide la prima posizione, che sollecita la necessità  che lo Stato aiuti sostanzialmente gli esodati, garantendo loro il diritto alla pensione.
Si tratta, secondo alcuni commentatori, della riproposizione di una visione assistenziale dello Stato ormai incompatibile con l’attuale momento di crisi: ma essa è condivisa dalla gran parte dell’elettorato di tutti i partiti politici. In misura solo di poco più accentuata dai votanti per le forze del centrosinistra (ove il favore alla concessione della pensione raggiunge il 75%) e quasi altrettanto elevata tra gli elettori del centrodestra (favorevoli al 70%).
Una quota minoritaria, ma abbastanza consistente (poco più di un italiano su cinque) ritiene invece auspicabile che gli esodati vengano aiutati favorendo un loro nuovo inserimento nel mercato del lavoro: lo pensano in particolare le persone di età  più elevata. Infine, solo una esigua minoranza propone di abbandonare gli esodati al loro destino
2) La proposta, avanzata dal sottosegretario Polillo, di rinunciare a una settimana di ferie in modo da provocare, a suo avviso, un incremento del Pil attorno all’1%.
Ancora una volta, una parte minoritaria, ma consistente, di italiani (poco più di uno su cinque) si dichiara senz’altro favorevole.
Questo atteggiamento è relativamente più diffuso tra i meno giovani, tra i laureati e tra gli elettori delle forze di centrodestra.
A questo gruppo vanno forse affiancati quanti (la maggioranza relativa, il 36% della popolazione) offrono comunque, in questo momento di crisi, la loro apertura, ma solo a patto che si tratti di un provvedimento temporaneo.
È questa l’ipotesi più considerata dai votanti per il centrosinistra.
C’è anche chi (13%) accetterebbe una riduzione delle ferie solo di fronte alla prospettiva del licenziamento.
E chi (27%) in ogni caso rifiuta l’idea di vedersi diminuire i giorni di ferie. Quest’ultima posizione è più diffusa tra le persone di età  compresa tra i 30 e i 50 anni, i residenti nei grandi comuni e i votanti per Sinistra ecologia e libertà  (ma, in una certa misura, anche tra quelli della Lega).
Nell’insieme, dunque, le risposte degli italiani suggeriscono l’esistenza, per una parte rilevante della popolazione, di una certa disponibilità  a fare sacrifici per aiutare il Paese a uscire dalla crisi. Anche se, secondo la gran parte dei commentatori, l’eventuale riduzione delle ferie non è il provvedimento più opportuno ed efficace in questo momento.

(da “Il Corriere della Sera“)

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SIAE, LA GRANDE FAMIGLIA: QUATTRO DIPENDENTI SU DIECI LEGATI DA PARENTELA

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

STIPENDI DI 64.000 EURO E BONUS LAVANDERIA E DI PENNA…CONTI IN ROSSO E PRIVILEGI DELLA SOCIETA’ DEGLI AUTORI E DEGLI EDITORI

Per far sentire i propri dipendenti come in famiglia la Siae non ha rivali: pensa anche al bucato.
Chi va in missione può far lavare e stirare camicie e mutande a spese dell’azienda. Dieci euro e 91 centesimi vale la speciale «indennità  lavanderia» quotidiana che scatta in busta paga dopo il quarto giorno passato fuori sede.
Quanti lo ritengono un privilegio anacronistico non sanno che la Società  degli autori ed editori è anche tecnicamente un gruppo familiare.
Al 42 per cento.
Nel senso che ben 527 dei 1.257 assunti a tempo indeterminato (il 42 per cento del totale, appunto) vantano legami di famiglia o di conoscenza.
Ci sono figli, nipoti, mariti e mogli di dipendenti ed ex dipendenti. Ma anche congiunti di mandatari (cioè gli esattori dei diritti) di sindacalisti e perfino di soci.
E poi rampolli di compositori e parolieri, perfino delle guardie incaricate della vigilanza nella sede centrale.
La lista è sterminata, con intrecci che attraversano ogni categoria.
Dei 559 entrati alla Siae durante gli anni per chiamata diretta, ben 268 sono parenti. Idem 57 dei 128 reclutati tramite il collocamento obbligatorio.
E 55 dei 154 che hanno superato le selezioni speciali.
Ma perfino 147 dei 416 assunti per concorso hanno rapporti di parentela.
I nomi dicono poco o nulla. Ciò che importa è che in questo clan familiare gigantesco finora tutto sia filato liscio, senza bisogno di mettere nulla per iscritto.
Ecco spiegato perchè alla Siae non esiste nemmeno un contratto di lavoro vero e proprio. I rapporti fra l’azienda e i dipendenti, come hanno toccato con mano il commissario Gian Luigi Rondi, i suoi due vice Mario Stella Richter e Domenico Luca Scordino, nonchè i loro collaboratori, sono regolati da micro accordi che hanno determinato condizioni senza alcun paragone in realtà  aziendali di questo Paese. Cominciando dallo stipendio: 64 mila euro in media per i dipendenti e 158 mila per i dirigenti.
Con un sistema di automatismi che fa lievitare le buste paga a ritmi biennali fra il 7,5 e l’8,5 per cento.
Per non parlare della giungla dei benefit che prevede, oltre alla già  citata indennità  per il bucato, quella che in Siae viene chiamata in modo stravagante «indennità  di penna». Altro non è che una somma mensile, da un minimo di 53 a un massimo di 159 euro, riconosciuta a tutto il personale per il passaggio dalla «penna» al computer.
C’è poi il «premio di operosità », la gratifica per l’Epifania, tre giorni di franchigia per malattia senza obbligo di certificato medico, 36 giorni di ferie…
Le conseguenze?
Sono nelle cifre delle perdite operative accusate dalla Siae negli ultimi anni: 21,4 milioni nel 2006, 34,6 nel 2007, 20,1 nel 2008, 20,9 nel 2009, 27,2 nel 2010.
Cifre cui dà  il suo piccolo contributo anche il costo del contenzioso.
Perchè si litiga anche nelle migliori famiglie. Nonostante condizioni di favore che non hanno eguali nel panorama degli enti pubblici o parapubblici, negli ultimi cinque anni i dipendenti della Siae hanno attivato 189 cause di lavoro.
Con un costo medio per l’azienda di un milione 469 mila euro l’anno.
Insomma, un bagno di sangue. Del quale ancora non si vede la fine.
I commissari hanno tagliato 2,8 milioni di spese generali e un milione e mezzo di costi della dirigenza, sperando poi di risparmiarne altri 3 rivedendo gli accordi con i mandatari: un groviglio di 605 agenzie disseminate irrazionalmente sul territorio con dimensioni medie ridicole, se si pensa che il ricavo medio di ciascuna è di 128 mila euro l’anno.
Ma il vero problema è quello del personale, perchè finora tutti tentativi di normalizzare la situazione applicando un qualsiasi contratto di lavoro sono miseramente naufragati nella melma di uno stato d’agitazione proclamato dai sindacati interni.
La questione fa il paio con la vicenda del Fondo pensioni, istituito nel 1951, che deve provvedere al pagamento degli assegni di quiescenza del personale ed è una delle cause principali del dissesto che ha portato un anno fa al commissariamento. Ha un patrimonio interamente investito in immobili, con un valore di mercato di 205 milioni.
Ma che non rende praticamente nulla. Tanto che finora, per riuscire a pagare le pensioni, la Siae ha dovuto mettere costantemente mano al portafoglio, aggravando non poco il proprio conto economico.
Basta dire che il Fondo ha assorbito 130 milioni di contributi aziendali, con la previsione di ingoiarne altri 60 nei prossimi dieci anni.
Nel tentativo di rimetterlo in sesto, e anche in conseguenza delle nuove regole sugli investimenti degli enti previdenziali, sono stati istituiti due fondi immobiliari.
Il che ha scombinato i piani di vendita di alcuni stabili di proprietà  della Siae a condizioni favorevolissime: minimo anticipo e dilazioni di pagamento quarantennali. Parliamo degli immobili a destinazione residenziale occupati fra l’altro dai dipendenti della Società  degli autori ed editori.
Che hanno una caratteristica comune: su 37 affittuari, 34 sono sindacalisti.
Fra di loro figura anche il contabile dello stesso Fondo pensioni. Si tratta di Roberto Belli, responsabile della Slc-Cgil nonchè fratello di una dipendente attualmente in servizio e di una ex dipendente Siae (rispettivamente Antonella e Patrizia Belli), destinatario di una recentissima e sorprendente contestazione disciplinare.
Il 13 giugno la direzione generale gli ha spedito una lettera dove si dice che una verifica condotta dalla Ria&partners, la società  di revisione del bilancio del Fondo, ha fatto saltare fuori alcuni bonifici per un totale di 30 mila euro che insieme ad alcuni assegni e versamenti, c’è scritto, «non risultano autorizzati e non trovano riscontro nelle registrazioni contabili».
Denaro, dicono i documenti bancari, trasferito dal conto Bancoposta del Fondo stesso ai conti correnti bancari personali di Belli e della sua compagna. Inevitabile, adesso, la richiesta di spiegazioni convincenti.

Sergio Rizzo
(da “Il Corriere della Sera“)

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INCIDENTI SUL LAVORO: “I NUMERI UFFICIALI DEI DECESSI SONO SOTTOSTIMATI DEL 25% E GLI INFORTUNI NON DENUNCIATI SONO ALMENO 250.000”

Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile

LA DENUNCIA DELL’OSSERVATORIO DI BOLOGNA CONTESTA I NUMERI FORNITI DALL’INAIL

«Non chiamatele morti bianche», dice Marco Bazzoni, operaio metalmeccanico di Firenze, riferendosi alle morti sul lavoro.
«Fa pensare che non ci siano colpevoli, che sia una cosa pulita, e non è mai così». Marco, come Carlo Soricelli che ha creato l’Osservatorio Indipendente morti sul lavoro, ha lottato tutta la vita per la sicurezza sul lavoro.
Entrambi, fino a un mese fa, erano considerati due teste calde. Due persone che insistevano sui numeri delle morti, mentre i dati ufficiali Inail dicono una cosa diversa: le morti sono in diminuzione, anno dopo anno.
Il 20 maggio è cambiato tutto: da quella domenica mattina in cui il terremoto ha fatto crollare i capannoni in Emilia uccidendo quattro operai.
A giugno le morti sul lavoro sono già  45, e tra l’otto e l’undici del mese sono morte 17 persone in quattro giorni.
L’allarme scatta in tutta Italia: il 15 giugno un’interrogazione in regione Abruzzo, a Brescia il primato italiano con 10 decessi dall’inizio dell’anno.
La Cgil di Alessandria lancia l’allarme per nove morti nel 2012 nella sola provincia, mentre a Salerno la Cisl segnala tre morti in otto giorni.
Nel Lazio i morti sono 12, e la regione propone una legge per la sicurezza sui cantieri. In Puglia, invece, il direttore regionale dell’Inail spiega che il calo dei decessi va letto alla luce della diminuzione della forza lavoro.
Insomma, non si muore meno sul lavoro ma si lavora meno, o in nero. E anche i dati dell’Inail sarebbero sbagliati: «Secondo i dati del mio Osservatorio nel 2011 le vittime sono aumentate dell’11 per cento», spiega Carlo Soricelli.
La discrepanza è dovuta a categorie intere che non vengono conteggiate dall’ente, perchè non assicurate.
Agricoltori pensionati che muoiono sotto i trattori, militari, forze dell’ordine, pendolari, persone che si spostano per raggiungere il luogo lavoro.
Non ci sono solo i dati
C’è un legame fra queste vicende, una sottile linea rossa che unisce le morti bianche: gli incidenti mortali si ripetono, a distanza di mesi.
E’ successo alla metro di Roma, alla Saras dei Moratti. E’ successo nei capannoni del terremoto. Perchè la legge non tutela a dovere, e le sanzioni sui responsabili non sono adeguate.
La pensa così l’Unione Europea: pochi mesi fa proprio Marco Bazzoni ha scritto una petizione alla Commissione, per denunciare le inefficienze italiane sulle morti nel lavoro.
Bruxelles ha risposto: l’Italia non ha ancora recepito le normative comunitarie per la sicurezza sul lavoro, e ha aperto una procedura d’infrazione contro l’Italia.
I dati sulle morti non corrispondono
I dati dell’Osservatorio di Soricelli, che è diventato oggi un punto di riferimento, non coincidono con quelli dell’Inail.
Secondo i dati Inail, nel 2011 ci sono stati 930 morti sul lavoro, con un calo del 4,4 % rispetto al 2010.
Secondo l’Osservatorio le morti nel 2011 sono state invece 1170. «I dati Inail sono sottostimati di circa il 20% ogni anno perchè monitorano solo i propri assicurati», spiega Soricelli.
Sono tante le categorie che rimangono fuori dal conteggio: gli agricoltori pensionati, i militari, le forze dell’ordine.
Sono morti sul lavoro quelle che avvengono nel tragitto da casa al lavoro (e viceversa), ma in questo caso: «I processi durano anni». Sommando queste categorie si stima, invece della diminuzione registrata dall’Inail, un aumento dell’11 per cento rispetto ai dati del 2011.
Per Alessandro Salvati, che coordina la banca dati infortuni dell’Inail la domanda andrebbe ribaltata: «Dovreste chiedervi perchè i dati dell’Osservatorio non coincidono coi nostri, anzichè il contrario»
Per Salvati l’attività  di Soricelli è meritoria, ma: «Fanno un conteggio di morti ‘presumibili’, che potremo fare anche io e lei: Un istituto nazionale statistico rispetta certe regole, e ha il compito di controllare caso per caso». Sulle ‘morti in nero’, ci spiega sempre Salvati, è difficile che l’Istat non le rilevi, perchè essendo casi eclatanti ne viene a conoscenza.
Per l’Europa l’Italia è colpevole
Marco Bazzoni, come Carlo Soricelli è un operaio metalmeccanico che ha deciso di impegnarsi per la causa.
Per lui il problema non sono i dati dell’Inail ma il fatto che questi vengano considerati dati statistici: «I sindacati vanno dietro all’Inail, sono loro il problema», ci spiega.
E per Bazzoni i dati non sono sottostimati solo nelle morti, ma anche sugli infortuni: «Ci sono almeno 200.000 infortuni non denunciati, questa era la valutazione dell’Inca, il patronato della Cgil», afferma.
L’ultimo anno in cui l’Inail ha parlato di aumento delle morti sul lavoro è stato il 2006, con 1341 decessi: «Aggiornarono i dati quattro volte fino ad arrivare a gennaio 2008», ricorda l’operaio fiorentino. «Poi scrissero un comunicato sconcertante: l’impennata di morti era da considerarsi esclusivamente come un fatto accidentale».
Marco Bazzoni, come Soricelli non si è mai arreso: nel 2009 ha scritto una petizione-denuncia alla Commissione Europea   sulla conformità  del recepimento in Italia (d.lgs 106/09) della direttiva europea 89/391/CEE, volta a promuovere la sicurezza e la salute dei lavoratori sul posto di lavoro.
Lo scorso 13 ottobre la Commissione ha risposto che il progetto di ‘costituirsi in mora’ contro lo Stato italiano è stato approvato il 29 settembre. L’Italia ha risposto con una relazione ora in esame a Bruxelles. I punti di rilievo del procedimento europeo sono: deresponsabilizzazione del datore di lavoro, obbligo di valutazione del rischio di stress dovuto al lavoro, tempistiche per redarre il documento sulla valutazione dei rischi di una nuova impresa.
Dalla Thyssen a Novi Ligure.
Deresponsabilizzazione del datore di lavoro, l’Europa non sa che è un costume tutto italiano.
E’ dell’aprile 2009 la polemica sulla norma “salva manager” contenuta nel decreto al Testo unico sulla sicurezza del lavoro, del governo Berlusconi.
L’art. 10 bis rischiava di portare all’assoluzione i dirigenti Thyssenkrupp di Torino, che verranno poi condannati (aprile 2011) a 16 anni e mezzo per omicidio volontario. Come ora, una norma italiana entrava in contrasto con le normative europee, secondo la Commissione parlamentare lavoro: la direttiva CEE 391 del 1989, proprio sulla responsabilità  del datore di lavoro.
I lavoratori Thyssen, ora in mobilità , erano in presidio davanti al comune di Torino lo scorso 14 giugno, per incalzare il sindaco Fassino che un anno fa aveva promesso di occuparsi del loro ricollocamento.
Ma c’è un altro particolare: «Su 14 rimasti senza lavoro, otto eravamo parte civile al processo Thyssen», spiega Mirko Pusceddu, portavoce degli operai.
Continua: «Crediamo di essere stati discriminati per questo, perchè su 34 operai ricollocati all’Amiat e altri 35 all’Alenia sono solo due le persone che come noi erano parte civile».
Spostandoci all’Ilva di Novi Ligure, il 7 giugno Pasquale La Rocca è morto schiacciato da un muletto.
L’azienda, nonostante la morte, non ha fermato l’impianto: «Quando siamo arrivati un’ora dopo, comunque, i due reparti a ridosso dell’incidente erano fermi», dice Massimo Repetto della Fiom.
Ma anche se gli operai hanno scioperato l’azienda non ha fermato l’impianto, come conferma Repetto.
Nella stessa Ilva di Novi Ligure era morto un operaio delle ditte appaltatrici nel 2005, precipitando da tre metri di altezza, come ricorda Bruno Motta, sindacalista all’Ilva fino al 2006. «Ci ho lavorato 32 anni a Novi Ligure, è una realtà  molto diversa dall’Ilva di Taranto».
Nessuna legge obbliga quindi l’azienda a fermare gli impianti in caso di incidenti mortali, e nessuna legge potrà  trovare dei responsabili per i 17 lavoratori morti sotto i crolli dei capannoni industriali in Emilia, quelli dovuti ai terremoti del 20 e 29 maggio.
La normativa antisismica del 2005, infatti, non obbliga costruttori ed aziende a mettere a norma i prefabbricati costruiti in epoca precedente, come abbiamo svelato nella nostra inchiesta ‘Perchè sono morti gli operai’.
I prefabbricati sono a rischio, ma agibili e in regola, e questo è solo l’ennesimo caso in cui la legge italiana diventa complice delle morti sul lavoro. «Non chiamatele morti bianche», dice Bazzoni. Perchè i colpevoli ci sono.

Michele Azzu
(da “L’Espresso“)

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