Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
PRIMA VITTORIA DEGLI STUDENTI: “E’ UNA LOTTERIA, SERVE UNA GRADUATORIA UNICA”
Con un’ordinanza depositata lo scorso 18 giugno, su ricorso dell’Unione degli universitari, il Consiglio di stato ha rinviato alla Consulta la decisione su uno degli argomenti più controversi degli ultimi anni in ambito universitario.
Il meccanismo attuale – che prevede il numero programmato a livello nazionale per Medicina, Odontoiatria, Veterinaria, Architettura e per le Professioni sanitarie (infermieri, ostetriche, fisioterapisti, per citane alcune), ma con graduatorie finali stilate da ogni singolo ateneo – sceglie veramente gli studenti migliori?
Li mette tutti nelle stesse condizioni di partenza?
O l’ammissione è anche in parte frutto del caso?
I giudici di Palazzo Spada nutrono più di qualche dubbio sul meccanismo messo in piedi nel 1999 che, a parità di test, per ogni singola facoltà seleziona gli studenti con punteggi diversi.
La contesa ha preso le mosse da un ricorso al Tar dell’Emilia Romagna presentato da un gruppo di studenti esclusi nel 2007/2008 dal corso di laurea in Medicina e chirurgia dell’università di Bologna perchè si collocarono oltre i posti messi a concorso.
In quella tornata di quiz successe di tutto: dopo una valanga di polemiche, due domande vennero estromesse dal computo finale – la numero 71 che non aveva risposte corrette e la numero 79 che ne aveva più di una – e le graduatorie vennero compilate su 78 quesiti validi invece degli 80 previsti. Non solo.
Il ministero fu costretto a ripetere il test di ammissione alla facoltà di Medicina dell’università della Magna Grecia di Catanzaro per irregolarità : un tecnico, poi condannato, aveva venduto in anticipo le soluzioni
Gli esclusi dalla facoltà di Medicina di Bologna si rivolsero dunque al Tar perchè ritennero di avere subito un danno dall’annullamento delle due domande in questione. I giudici respinsero i motivi avanzati, così questi ultimi si rivolsero in appello al Consiglio di Stato, che lo scorso 18 giugno ha nuovamente respinto le richieste avanzate, tranne una: quella che lamenta la disparità di trattamento che deriva dalla compilazione di graduatorie diverse per ogni ateneo, piuttosto che di una graduatoria unica nazionale.
«Mentre a Bologna sono stati necessari 47 punti per il collocamento utile in graduatoria, a Sassari ne sarebbero stati sufficienti 37 e a Napoli 40,75», si legge nell’ordinanza dei giudici.
«La prospettata questione (di eccezione di costituzionalità ) è non manifestamente infondata – continuano – , atteso che il sistema delle graduatorie di ateneo in luogo di una graduatoria unica nazionale appare lesiva» di tre articoli della Costituzione.
E concludono: «A fronte di una prova unica nazionale, con 80 quesiti, l’ammissione al corso di laurea non dipende in definitiva dal merito del candidato, ma da fattori casuali e affatto aleatori legati al numero di posti disponibili presso ciascun Ateneo e dal numero di concorrenti presso ciascun Ateneo, ossia fattori non ponderabili ex ante».
Siamo soddisfatti, dice il coordinatore nazionale dell’Udu, Michele Orezzi, «per un ulteriore passo avanti nella battaglia contro il numero chiuso. Siamo certi che il sistema dell’accesso programmato è illegittimo in quanto tale e per la illecita compressione del diritto allo studio. Siamo d’accordo con il Consiglio di Stato, oggi in Italia il sistema è dominato dal caso: siamo di fronte ad una sorta di lotteria».
Salvo Intravaia
(da”la Repubblica“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
BONDI: LOTTA AGLI SPRECHI PER RECUPERARE 4 MILIARDI
Oggi il riordino degli enti vigilati dal ministero, dall’Istituto superiore di Sanità , all’Agenas
(agenzia per i servizi sanitari regionali), alla Croce Rossa, poi, la prossima settimana, il «decretone».
Prende corpo la manovra sulla Sanità : il 2 luglio il Consiglio dei ministri dovrebbe varare un unico provvedimento nel quale confluirebbero sia i tagli suggeriti dal commissario alla spending review, Enrico Bondi, che i provvedimenti messi a punto dal ministro della Salute, Renato Balduzzi: la revisione della filiera del farmaco, la responsabilità professionale dei medici, il regime intramoenia
Il pacchetto Bondi si concentra sulle procedure delle Asl per l’acquisto di beni e servizi, che assorbono ogni anno una spesa di 34 miliardi di euro.
«Non tagli, nè manovre, ma un sistema per ridurre gli sprechi e rendere più efficiente la spesa pubblica» spiegano a Palazzo Chigi, anche se l’effetto concreto sarà un risparmio strutturale sulla spesa sanitaria che, secondo gli esperti, potrebbe arrivare a 4 miliardi all’anno.
Ai quali si aggiungerebbero i risparmi previsti dal piano Bondi applicato agli acquisti di beni e servizi delle altre amministrazioni pubbliche.
L’obiettivo del governo è di definire entro l’inizio di luglio un pacchetto di misure che porti un risparmio di almeno 6-7 miliardi da qui a fine anno (12-14 miliardi a regime) per evitare l’aumento dell’Iva, finanziare alcune esigenze scoperte (come le missioni di pace e il 5 per mille dell’Irpef) e i primi interventi per la ricostruzione dell’Emilia-Romagna dopo il terremoto.
Tra le altre misure attese in Consiglio dei ministri per la Sanità ci sarebbe anche la proroga del regime intramoenia per i medici, l’aumento della quota della spesa farmaceutica ospedaliera dal 2,4 al 3,6% della spesa complessiva per i farmaci, con la contestuale riduzione del tetto alla spesa territoriale (attraverso le farmacie) dal 13,3 al 12,1% del totale.
Col nuovo meccanismo per la compartecipazione delle imprese al ripiano degli eventuali sforamenti.
Mario Sensini
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
L’INCHIESTA DI CALTANISSETTA: “CI FU UNA DOPPIA MORALE, STAGIONE INGLORIOSA PER LE ISTITUZIONI”… NELLE 300 PAGINE DELL’ACCUSA, RICOSTRUITE LE OMBRE DI QUELLA STAGIONE
Tra mancate proroghe e decreti revocati, nella stagione delle bombe del ’93, il ministero della Giustizia cancella 520 provvedimenti di 41 bis, quasi il 50% di quelli deliberati l’anno precedente.
C’è da chiedersi, scrive la Procura di Caltanissetta, “se questo non sia stato il prezzo della trattativa pagato dallo Stato per far cessare le stragi”.
Ecco perchè, scrivono il procuratore nisseno Sergio Lari, gli aggiunti Nico Gozzo e Amedeo Bertone, i pm Nicola Marino, Gabriele Paci e Stefano Luciani, nella richiesta di custodia cautelare che riassume tre anni di indagine sulla strage di via D’Amelio, quella della trattativa è stata una “stagione ingloriosa per lo Stato italiano”.
In quella richiesta gli inquirenti ricostruiscono, in oltre trecento pagine, tutte le ombre sugli apparati delle istituzioni impegnati a fermare il tritolo, nei mesi della campagna stragista contro il patrimonio artistico.
E se a differenza dei colleghi di Palermo, i pm nisseni non giungono a conclusioni penalmente rilevanti, chiedendo di archiviare le posizioni dei protagonisti istituzionali del dialogo con Cosa Nostra (come ha rivelato il procuratore Pietro Grasso nell’intervista al Fatto Quotidiano del 19 giugno scorso), mostrano di avere le idee chiare nella ricostruzione delle loro carte sull’identità politica di chi ha trattato.
“Questa trattativa — spiegano i pm di Caltanissetta — era stata letta da Cosa Nostra come un segnale di grande debolezza della controparte statale”, che “almeno nella prima parte della trattativa, pare appartenere a quella che Giovanni Brusca definisce la sinistra, in essa ricomprendendo la sinistra Dc e la sinistra vera e propria, proprio quella che apparentemente aveva più volte difeso le inchieste del dottor Falcone e del dottor Borsellino”.
Ma anche quella sinistra che, come ha detto l’ex Guardasigilli Claudio Martelli, “in una sua parte aveva frapposto importanti ostacoli alla conversione del decreto dell’8 giugno ’92 (l’introduzione del 41 bis, ndr) e prima ancora all’istituzione della Procura nazionale Antimafia”.
Ed è a questo punto che i pm di Caltanissetta precisano che “nessuna responsabilità penale è stata accertata a carico di personalità politiche e istituzionali in quella che può definirsi la strategia stragista di Cosa Nostra nel ’92”.
L’altra certezza raggiunta dalla procura nissena è che Paolo Borsellino abbia saputo della trattativa e che la sua posizione in merito “sia stata interpretata, o riportata da qualcuno anche in maniera colposa, in modo da farlo ritenere un ostacolo o un muro da abbattere per poter arrivare ad una conclusione soddisfacente per Cosa Nostra della trattativa”.
Ecco, secondo i pm nisseni, la ragione della memoria a orologeria.
Nessuno dei protagonisti di quei giorni, nè gli ex ministri Nicola Mancino, Giovanni Conso, Claudio Martelli, nè i funzionari del Dap Nicolò Amato, Adalberto Capriotti, Edoardo Fazzioli, Francesco Di Maggio, Andrea Calabria, nè gli ex presidenti del consiglio Giuliano Amato e Carlo Azeglio Ciampi, nè il presidente della Repubblica Oscar Luigi Scalfaro, ha piacere di ammettere di essere stato “testimone silente di comportamenti che, seppure posti in essere da altre persone, possano aver spinto Cosa Nostra ad accelerare l’eliminazione di Borsellino”.
La Procura di Lari disegna, insomma, il volto ambiguo di uno Stato dalla “doppia morale”.
Se da una parte le istituzioni “a parole, e sui quotidiani, dispensavano lezioni di antimafia… nel chiuso delle stanze di alcuni membri del governo e di alcuni alti dirigenti della pubblica amministrazione si discusse approfonditamente cosa fare del regime del 41 bis, o meglio di come disfarsene a poco a poco, senza che la cosa venisse percepita all’esterno”.
Davanti alle esplicite richieste provenienti dalle carceri di attenuare il regime di detenzione dura, e dopo l’uccisione di alcuni agenti carcerari, la situazione dei detenuti mafiosi viene rappresentata come “esplosiva”, al punto da temere che potesse “infiammare” anche l’ordine pubblico all’esterno.
Per questo motivo, a solo un anno dalle stragi di Capaci e di via D’Amelio, sottolinea la procura di Caltanissetta “lo Stato, nella specie alcuni dei suoi uomini più importanti, pensa di arretrare di fronte alla offensiva mafiosa”.
Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
DOPO LA NASCITA DEL PD, LE CASSE DELLA MARGHERITA E DS SONO RIMASTE SEPARATE… SE IL PARTITO DI RUTELLI SI E’ TROVATO A FARE I CONTI CON IL CASO LUSI, QUELLO DI FASSINO HA EREDITATO I DEBITI MILIONARI DEL PCI-PDS… ANCORA 49 PERSONE A LIBRO PAGA, 2.399 IMMOBILI DI PROPRIETA’
Per l’Italia s’aggira uno zombie con 150 milioni di debiti. 
Lo zombie si chiama Ds, la sigla di un partito che non c’è più ma presenta bilanci come se fosse vivo e vegeto.
Basta dare un’occhiata ai conti del 2011, resi noti proprio ieri, e si scopre che i Democratici di sinistra nuotano ancora in un mare di debiti.
In totale fanno 156,6 milioni di euro e in cima alla lista dei creditori troviamo alcune delle più grandi banche nazionali.
C’è Unicredit con oltre 26 milioni di prestiti, il gruppo Intesa sfiora i 36 milioni, l’Efibanca del Banco Popolare è esposta per 24 milioni, mentre la Popolare di Milano reclama circa 12 milioni.
L’elenco delle banche finanziatrici compare nel rendiconto dei Democratici di sinistra pubblicato in quattro pagine di inserzione su l’Unità di ieri.
Il buco dei Ds è l’altra faccia della medaglia nell’incredibile storia di Luigi Lusi, l’ex tesoriere della Margherita finito in carcere la settimana scorsa con l’accusa di aver dilapidato i soldi del partito.
Si parte nel 2007, quando le due formazioni politiche hanno dato vita al Pd.
Niente comunione dei beni, però. La cassa è rimasta al vecchio indirizzo.
Con una differenza sostanziale tra i due sposi (si fa per dire).
Il partito di Francesco Rutelli, un partito con pochi anni di vita, si è trovato in cassa rimborsi elettorali per milioni. Tutto legale, questo prevede la legge.
I Democratici di sinistra hanno invece ereditato i debiti del Pci-Pds. Una montagna di soldi. Peggio, una frana sospesa sul destino del partito.
Problema vecchio, a dire il vero. Più volte nel corso degli anni le banche hanno accettato di cancellare una parte dei debiti targati Ds.
L’ultimo salvagente è stato lanciato nel 2003, con la Capitalia allora guidata da Cesare Geronzi, pronta a fornire nuovo ossigeno al partito sull’orlo del crac.
Tutto risolto? Macchè. I debiti restano, eccome.
Il bilancio firmato dal tesoriere Ugo Sposetti parla chiaro.
A fine 2011 i conti dei Democratici di sinistra si sono chiusi con un disavanzo patrimoniale, cioè un buco, di 145 milioni.
Già perchè, come detto, l’esposizione verso le banche supera i 156 milioni mentre il valore delle attività non raggiunge i 12 milioni. Il passivo ha un’ origine precisa.
Il partito, infatti, si è fatto carico dei debiti accumulati negli anni dall’Unità fino a quando la storica testata fondata da Antonio Gramsci nonè stata ceduta, a partire dal 2001, a cordate di imprenditori privati, ultimo della serie l’ex governatore della Sardegna, Renato Soru.
E così nel bilancio 2011 si legge che circa 101 milioni di debiti derivano “dall’accollo liberatorio” dei debiti della “cessata partecipata L’Unità spa in liquidazione”.
In sostanza il giornale ha cambiato padrone, ma il partito non ha ancora trovato il modo di rimborsare i finanziamenti di cui si è fatto carico a suo tempo per facilitare la vendita della testata.
Di questo passo non si vede come la situazione possa essere riequilibrata. I Ds sono formalmente una scatola vuota. Non hanno attività di rilievo.
L’enorme patrimonio immobiliare del partito, in buona parte intestato alle organizzazioni territoriali, cioè le varie federazioni locali, sono stati trasferiti a una cinquantina di fondazioni.
Si tratta, leggiamo nei conti del 2011, di ben 2.399 immobili, in gran parte (1.819) “utilizzati dalle organizzazioni territoriali del Partito democratico (….) nella maggior parte dei casi con comodato d’uso gratuito”.
Traduzione: i palazzi dei Ds adesso ospitano le sedi locali del Pd, che però non pagano un euro d’affitto.
Quindi un patrimonio che ammonta a svariate centinaia di milioni non fa parte dell’attivo patrimoniale del partito zombie, ma viene gestito da fondazioni che formalmente non sono coperte dall’ombrello contabile dei Ds.
La precisazione è importante, perchè se così non fosse gli istituti di credito potrebbero pignorare gli immobili per rientrare dei loro crediti. E invece niente.
Le banche si trovano ad avere a che fare con un creditore in pratica nullatenente.
Risultato: i banchieri prendono quello che possono, cioè il denaro dei rimborsi elettorali che ancora lo Stato concede ai democratici di sinistra.
A settembre dell’anno scorso, una sentenza del tribunale civile di Roma ha assegnato agli istituti di credito 30 milioni di euro.
Di questo passo però sarà difficile venirne fuori in qualche modo.
I Ds infatti ormai non hanno più diritto a rimborsi elettorali. I debiti invece restano.
E poi ci sono gli stipendi da pagare ai dipendenti.
Perchè il partito che non esiste più conta ancora 49 persone a libro paga.
Vittorio Malagutti
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
PRESENTI SOLO 19 MEMBRI SU 40… FLAVIA PERINA (FLI): “UNA SCENEGGIATA DA PRIMA REPUBBLICA, IL SERVIZIO PUBBLICO E’ IN MANO A LOGORE LOGICHE DI PARTITO CHE IMPEDISCONO IL PROCESSO DI RISANAMENTO”
Fumata nera. Tra “prove tecniche di lottizzazione” e “sceneggiate da prima Repubblica”.
Pdl e Lega disertano la seduta della commissione di Vigilanza Rai, causando il rinvio del voto per l’elezione dei sette membri del nuovo Cda.
Manca il numero legale: sono ventuno su quaranta, infatti, i membri della commissione del Popolo della Libertà e del Carroccio.
Una seduta aperta e subito richiusa.
Non basta la presenza dei parlamentari di Pd, Terzo Polo, Idv e radicali. Il Partito Democratico: “Irresponsabili”. Fabrizio Morri, capogruppo dei democratici in Vigilanza, annuncia che ora il presidente Zavoli pensa già alla calendarizzare di una nuova votazione.
Poi al governo: “Si convochino i partiti”. L’Usigrai: “Pronti allo sciopero se le nomine slittano ancora”.
Il Pd: “Irresponsabili”.
Per Morri, “il punto è la difficoltà di Lega e Pdl: causa i loro dissensi interni dovuti al tentativo di ricreare in commissione un asse che gli garantisca 4 su 7 dei membri del Cda”.
Ancora: “E’ un gioco che ha stufato tutti, non solo noi ma l’intera opinione pubblica. Il Cda è scaduto da 2 mesi”.
E l’esponente democratico chiede quindi ” che il governo convochi un vertice dei partiti di maggioranza per operare rapidamente un chiarimento”.
Il governo, sottolinea, “non può far finta di niente e deve richiamare all’ordine quella componente della maggioranza che oggi non si è presentata”.
Poi la conferma che i deputati del Pd in vigilanza hanno scritto sulla scheda i nomi di Gherardo Colombo e Benedetta Tobagi come suggerito dal cartello delle associazioni.
Terzo Polo: “Sceneggiata da prima Repubblica”.
La mossa di Pdl e Lega è una “sceneggiata da prima Repubblica”.
Lo afferma in una nota la deputata di Fli, Flavia Perina. “Il manuale Cencelli sta ritardando il processo di risanamento e rinnovamento di un’azienda sull’orlo del fallimento economico e culturale. E tutto questo non fa bene nè alla Rai, che ha bisogno subito di un Cda autorevole, nè ai cittadini italiani, che non possono più vedere il servizio pubblico in mano a logore logiche di partito che non fanno altro che produrre immobilità “.
I radicali: “Prove malriuscite di lottizzazione”.
Marco Beltrandi, radicali: “In una seduta ridicolmente disertata sono andate in onda le prove mal riuscite dell’ennesima lottizzazione Rai”.
Ancora: “Chiedendo di intervenire sull’ordine dei lavori, il presidente della Commissione neppure mi ha consentito di completare una breve dichiarazione di voto per motivare la mia non partecipazione.”
L’Usigrai: “Continuano i diritti di veto”. Una Rai ferma, immobile, “di tutto ha bisogno salvo che di rinvii. Sia chiaro che domani all’assemblea nazionale dei comitati di redazione, chiederemo il mandato allo sciopero qualora vi fossero ulteriori slittamenti ingiustificati e ingiustificabili”.
E l’assenza dei deputati del Pdl era stata annunciata nei giorni scorsi.
Un braccio di ferro con il governo iniziato con la sostituzione di Lorenza Lei dal ruolo di direttore generale dell’azienda.
Al suo posto, il governo ha nominato l’ex dirigente della Banca d’Italia, Anna Maria Tarantola.
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
CAMMARATA SI ERA DIMESSO DA SINDACO DI PALERMO DOPO IL DISSESTO FINANZIARIO DELLE AZIENDE MUNICIPALIZZATE DEL CAPOLUOGO SICILIANO
Qualcuno a Palermo l’ha presa come una battuta: «Cammarata? Sarà un omonimo». 
E invece no, è proprio lui, l’ex sindaco costretto a dimettersi a gennaio scorso sotto il peso di un’amministrazione sull’orlo del fallimento.
Trascinata verso il rosso dal disastro delle aziende controllate dal Comune: dai rifiuti alle manutenzioni.
E che ti fa, invece, Cammarata? Viene nominato consulente del Senato.
E consulente per che cosa? Per i tagli alla spesa degli enti locali.
Abbastanza per scatenare sul web l’indignazione e l’ironia di centinaia di cittadini. Lui, l’ex sindaco, non fa una piega: «Nessun dissesto finanziario e nessun commissariamento riguardano la mia gestione. La verità è che siamo alle solite: siccome di me non si può dire che sono un corrotto o un mafioso ci si aggrappa a cose ridicole».
E’ un fatto però che l’Amia, l’azienda rifiuti che era il gioiellino di famiglia dell’ex sindaco Leoluca Orlando – appena rieletto – aspetta a giorni la pronuncia dei giudici sul suo fallimento dopo avere inghiottito in dieci anni 850 milioni.
Che la Gesip, carrozzone di precari, abbia finito i soldi dell’ennesima proroga e non sappia più come foraggiarsi.
Che il commissario straordinario nominato dopo le dimissioni di Cammarata abbia dovuto varare un bilancio lacrime e sangue che, a cinque giorni dalla scadenza di legge, il Consiglio non osa approvare.
Che alle ultime elezioni nel centrodestra c’era la gara a prendere le distanze da un’amministrazione uscente (quella con più personale d’Italia: 9.594 occupati, uno ogni 69 abitanti) che per stare a galla era stata costretta a utilizzare pure i soldi del fondo di riserva, quelli per le calamità naturali.
Eppure adesso è nientemeno che Palazzo Madama a volersi avvalere delle collaborazione di Cammarata e proprio per i tagli agli enti locali, sotto l’ombrello dell’unico amico politico che è rimasto all’ex primo cittadino (il presidente del Senato Renato Schifani) e a fianco del deputato questore Angelo Maria Cicolani, eletto nel Lazio.
Al quale, poveretto, tocca pure la parte in commedia più difficile, quella di fare da scudo alla seconda carica dello Stato.
«Il presidente Schifani — dice — è totalmente estraneo alla vicenda. Tirarlo in ballo è pertanto strumentale e fuori luogo. L’ex sindaco di Palermo fa parte esclusivamente della mia segreteria. Ho voluto utilizzare nell’ufficio di Questura le conoscenze giuridiche e amministrative dell’avvocato Cammarata, che conosco e apprezzo da moltissimi anni».
Ma le bordate arrivano.
A tirarle, è il senatore di Italia dei Valori, Fabio Giambrone, strettissimo collaboratore di Orlando. «Può un ex sindaco commissariato per aver portato al dissesto finanziario la sua città essere chiamato come consulente al Senato per un disegno di legge sui tagli di spesa negli enti locali?», chiede prima di rivolgere un appello a Schifani. «Revochi immediatamente l’incarico a Cammarata se non vuole che mezza Italia gli rida dietro e l’altra mezza si indigni ulteriormente».
Lui, il protagonista delle polemiche, rende la pariglia: «Precisiamo intanto che non ho nessuna consulenza da parte del Senato ma sono distaccato sulla base di una norma che, penso, Giambrone dovrebbe ben conoscere perchè è la stessa che ha consentito il suo distacco da dipendente delle Poste al Comune di Palermo».
E così Cammarata svela il percorso che l’ha portato al Senato.
Un distacco dal ministero della Pubblica istruzione dovuto al suo ruolo di docente negli istituti medi e superiori ottenuto dopo un concorso pubblico fatto in gioventù.
Ma lo stipendio di professore, per uno che ha fatto il sindaco, che è stato condannato a pagare dalla Corte dei Conti 200 mila euro di risarcimento per la nomina illegittima di consulenti, e che ha quattro inchieste giudiziarie sulle spalle, non è proprio lauto.
Lo studio di avvocato ormai è chiuso. Il futuro politico incerto.
Così ecco lo strapuntino a Palazzo Madama, con un rimborso spese di mille euro al mese.
Meglio che niente.
Laura Anello
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
I TRE PUNTI DEL MEMORANDUM DI LUSI E LA REPLICA DI RUTELLI
È diviso in tre punti il memorandum di Francesco Rutelli a Luigi Lusi.
Si tratta di un foglio scritto a mano che dà disposizioni sull’organizzazione del partito, ma anche sulla destinazione di alcuni fondi.
In ballo ci sono 600 mila euro, oltre ad alcuni rimborsi relativi al Parlamento europeo. Ed è su questo che adesso si concentra l’attenzione dei magistrati.
Perchè l’indagine deve accertare se oltre al tesoriere – accusato di aver sottratto dalle casse della Margherita oltre 25 milioni di euro utilizzati per acquistare immobili e in parte trasferiti all’estero – altri possano aver destinato a fini personali il denaro proveniente dai rimborsi elettorali.
Dunque, si effettueranno riscontri sull’appunto, ma dovranno essere esaminate anche le mail che i due si sono scambiati nello stesso anno e che riguardano proprio la gestione finanziaria del partito.
Un settore del quale Rutelli aveva finora detto di non essersi mai occupato «perchè lo abbiamo delegato completamente al tesoriere, però abbiamo sbagliato visto che ci siamo fidati di un ladro».
Quel «ladro» che adesso ha evidentemente deciso di vendicarsi per la scelta dei suoi ex colleghi di partito di concedere il via libera all’arresto disposto dal giudice Simonetta D’Alessandro e ha consegnato la corrispondenza tra sè e il leader accusandolo in sostanza di essere al corrente di come venivano impiegati i finanziamenti.
«Parla dei 600 e soldi Pde»
Sarà la Guardia di Finanza a svolgere le verifiche sui nuovi documenti.
Il memorandum è composto da un’unica pagina e non è datato, è stato Lusi a dire che risale a novembre 2009.
Scrive Rutelli: «Luigi, 1) la vicenda dei tre – Sensi, Podda, Cucinotta – va risolta entro Natale 2) ho incontrato Tommaso, tutto a posto 3) Parla con Improta su punto 1, sulla vicenda dei 600 e sui soldi del Pde (la formazione europea di cui Lusi amministrava le finanze, ndr ) che sono stati gestiti frettolosamente e male per paura».
È Lusi – sollecitato nel corso dell’interrogatorio dal procuratore aggiunto Alberto Caperna e dal sostituto Stefano Pesci – a fornire la sua spiegazione su quell’appunto.
Sensi – dichiara il tesoriere – è il portavoce di Rutelli, le altre sono dipendenti della Margherita e il problema da risolvere riguardava i loro contratti lavorativi. Tommaso è un politico abruzzese che doveva passare all’Api», il partito fondato da Rutelli nell’ottobre 2009.
Poi entra nei dettagli del terzo punto, quello che appare rilevante per l’inchiesta. «Guido Improta è l’organizzatore dell’Api», spiega riferendosi al sottosegretario ai Trasporti del governo guidato da Mario Monti.
E aggiunge: «I 600 mila euro cui si fa riferimento equivalgono al 40 per cento di un milione e mezzo di euro che dovevo gestire e che sono esattamente la parte destinata ai rutelliani sulla base di quel patto di spartizione concordato con Rutelli ed Enzo Bianco di cui ero garante. Di quei soldi 100 mila andarono a Matteo Renzi, 200 mila alla fondazione Centocittà e il resto, 300 mila euro, al Cfs, Centro per un futuro sostenibile, la fondazione di Rutelli».
Tutti i bonifici frazionati
È su questo che dovranno essere effettuati accertamenti per stabilire se sia stata davvero questa la destinazione dei fondi e come siano stati poi utilizzati i soldi.
La ricostruzione della movimentazione bancaria è stata da tempo affidata agli analisti delle Fiamme Gialle e a due consulenti di Bankitalia e adesso si chiederà proprio a loro una relazione specifica.
Da parte sua Lusi sostiene che tutti i bonifici sono stati frazionati ed effettuati «avendo cura di non superare la soglia dei 50 mila euro, oltre la quale sarebbe scattata la segnalazione di operazione sospetta».
Soltanto quando saranno terminati i nuovi controlli si deciderà se convocare nuovamente Rutelli e gli altri leader del partito.
La linea stabilita dall’accusa prevede di cercare eventuali riscontri a tutto quello che viene sostenuto grazie alla presentazione di nuovi documenti, mentre non si dà molto credito a quelle dichiarazioni fatte dal tesoriere senza però supportarle con pezze di appoggio.
Per esempio la tesi secondo la quale l’appartamento al centro di Roma e le ville in campagna sarebbero state acquistate come investimento per la corrente rutelliana. «Quegli immobili – ribadiscono in procura – sono la prova delle ruberie compiute dal tesoriere».
«Sono falsità mostruose»
Subito dopo l’interrogatorio di sabato scorso tutti i politici chiamati in causa – lo stesso Rutelli, Bianco e Renzi – avevano accusato Lusi di mentire. Ieri il livello dello scontro si è alzato con l’annuncio del leader dell’Api di una denuncia per calunnia che sarà presentata questa mattina.
«Si tratta di falsità mostruose e grossolane», afferma Rutelli e il suo avvocato Titta Madia afferma: «Eventuali mail e appunti non possono che riguardare l’ordinaria attività politica e la normale dialettica sull’uso delle risorse del partito».
Fiorenza Sarzanini
(da “Il Corriere della Sera“)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
RESPINTO L’EMENDAMENTO DELLA LEGA PER TRASFORMARE PALAZZO MADAMA IN UNA CAMERA DELLE REGIONI.. DOMANI LA PROPOSTA PASSERA’ IN AULA E IL CARROCCIO PRESENTERA’ LA PROPOSTA DI MODIFICA LEGATA AL SEMI-PRESIDENZIALISMO VOLUTO DAL PDL
Aveva avuto la precedenza sull’emendamento per il taglio dei deputati, ma il Senato federale,
almeno per ora, non ci sarà .
La commissione Affari costituzionali del Senato ha infatti respinto l’emendamento della Lega per trasformare Palazzo Madama in una Camera delle Regioni.
Il voto è finito 13-13 e, visto che il pareggio nella votazione comporta il respingimento della proposta, il testo non è passato.
In favore hanno votato, oltre al Carroccio, anche Pdl e Coesione nazionale.
Contrari invece Pd, Terzo polo, Idv e Alberto Tedesco, l’ex Pd ora al Misto.
Si è astenuto il presidente della commissione e relatore, Carlo Vizzini.
Prima della votazione è stato respinto anche un sub-emendamento al testo della Lega a firma Benedetti Valentini (Pdl) che proponeva di togliere ai ‘senatori regionali’ (eletti dai consigli regionali e che nella proposta Calderoli possono partecipare alle sedute del Senato con diritto di voto sulle materie concorrenti) le prerogative parlamentari, compresa la diaria.
Sono stati invece ritirati tutti i sub-emendamenti del Pdl che puntavano a ‘mitigare’ il testo della Lega perchè il Carroccio ha fatto sapere che non li avrebbe appoggiati.
Ora la battaglia si sposta in Aula dove domani la Lega ripresenterà la proposta di modifica e in assemblea ha i numeri favorevoli.
Dall’esito della votazione dipenderà anche il via libera alla riduzione del numero dei senatori, dopo il taglio della composizione della Camera (da 630 a 508 deputati).
Se passasse l’emendamento della Lega si avrebbe sì una riduzione, ma di appena 4 componenti.
Una proposta legata a filo doppio con il semi-presidenzialismo voluto dal Pdl e che verrà messo in votazione in commissione solo dopo che sarà stato votato in Aula il Senato federale.
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Giugno 26th, 2012 Riccardo Fucile
IN ATTESA DEL CONSIGLIO EUROPEO SI NAVIGA A VISTA…. E ANCHE IN CASO DI FALLIMENTO NON C’E’ ACCORDO SUL DA FARSI
Mancano tre giorni al Consiglio europeo, e la politica trattiene il fiato perchè ormai tutto dipende da quanto succederà a Bruxelles.
Se il governo andrà avanti o meno, se ci sarà un Monti-bis (prospettiva molto evocata in una intervista dal sottosegretario Catricalà ) o viceversa saremo chiamati alle urne in ottobre, lo capiremo venerdì mattina, al momento di tirare le somme del vertice.
Negli stati maggiori dei partiti si percepisce l’umile consapevolezza che, stavolta, la posta è troppo grande per affrettare le decisioni, quali esse siano.
Idem nei palazzi romani che contano: «Navighiamo a vista», è l’immancabile risposta. Con la postilla prudenziale: «Tutto può accadere, e non dipende solo da noi».
Se Monti farà ritorno da Bruxelles sulle note della marcia trionfale, avendo piegato le resistenze di Frau Merkel, è certo che nessuno avrà il coraggio di tendergli lo sgambetto.
Anzi, si può scommettere che destra e sinistra faranno a gara per prendersi il «bonus», vantando i meriti del comportamento responsabile.
Addirittura tornerebbe in auge la tesi (assolutamente minoritaria) di chi vorrebbe un coinvolgimento diretto dei partiti nel governo: fermo restando, come sottolinea Catricalà , il parere determinante del presidente Napolitano.
Perfino nel caso in cui l’esito del summit fosse in chiaroscuro, un po’ bene e un po’ male, il partito delle elezioni faticherebbe a imporsi, complice il calendario (per votare in autunno, le Camere andrebbero sciolte entro i primi giorni di agosto).
Quasi impossibile prevedere che cosa accadrebbe, invece, se il Professore tornasse dal vertice a mani vuote.
Dai centristi Monti non deve attendersi brutte sorprese, saranno comunque dalla sua parte.
Fonti Pd garantiscono che, di sua iniziativa, Bersani non staccherà comunque la spina. Però certo starà a vedere quanto combinano sull’altra sponda.
Dove ancora ieri i segnali risultavano contraddittori.
Berlusconi si tiene la mente aperta a qualunque sviluppo, per cui chi lo va a trovare ne esce con le idee confuse. Molto dipenderà dal trend elettorale.
Se ad esempio stasera Alessandra Ghisleri gli confermerà il recupero di consensi delle due precedenti settimane, in questo caso il Cavaliere avrà un motivo in più per attendere gli sviluppi.
Personaggi del suo giro ieri scommettevano (a torto o a ragione) che il fenomeno Grillo non durerà , far cadere Monti significherebbe ridargli fiato, dunque un errore da matita blu.
Berlusconi, ahilui, non è più il solo protagonista da quelle parti.
C’è pure il gruppo dirigente Pdl dove un peso determinante l’hanno acquisito da ultimo gli ex di An. I quali tutti, chi più chi meno, non vedono l’ora di godersi la probabile sconfitta, sempre minore della tragedia che si attendono nel 2013.
Il segretario Alfano tiene in grande considerazione il loro pensiero, tanto da lanciare giovedì scorso una specie di ultimatum: mai più voteremo quello su cui non siamo d’accordo.
Quel «mai più» deve essere risuonato troppo perentorio e troppo poco prudente.
E comunque il Pdl non intende ritrovarsi con il cerino delle elezioni in mano. Alle urne occorre eventualmente arrivare, sussurrano in Via dell’Umiltà , con un percorso concordato col Pd, magari in un sapiente gioco delle parti…
Fatto sta che ora Alfano precisa: al governo non abbiamo messo alcuna scadenza.
Il guaio è, ringhia Cicchitto, che «qualche ministro c’è la mette tutta per far saltare il banco con delle vere provocazioni nei nostri confronti, come è accaduto sulla legge anti-corruzione e adesso sulla riforma Fornero».
Nella santa barbara dei partiti, pure una scintilla involontaria è sufficiente a provocare il botto.
Ugo Magri
(da “La Stampa“)
argomento: economia, elezioni, governo | Commenta »