Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL GIUDIZIO DEGLI ESPERTI SULLE MOSSE ELETTOLARI DI BERSANI, MONTI E BERLUSCONI
C’è l’invasione radio-televisiva di Silvio Berlusconi, vecchio ma spesso vincente refrain
delle sue campagne elettorali.
La scoperta dei social network e del piccolo schermo da parte di Monti, trasformatosi da premier tecnico in politico d’attacco.
La campagna dei cartelloni pubblicitari 6 per 3 di Bersani, fermo e ben attento a non rincorrere gli avversari.
Mai come in questo 2013, alle elezioni si arriverà di corsa e col fiato corto.
Le strategie comunicative si stanno definendo solo adesso, ci sarà poco tempo per correggere gli errori.
«Siamo di fronte a una campagna elettorale di grande svolta», dice Edoardo Novelli, professore di comunicazione politica a Roma tre.
«Si è scomposto un quadro durato 20 anni, e — a 40 giorni dal voto — la campagna elettorale è ancora soggetta a grandi e rapide evoluzioni».
Questo complica l’analisi, ma non impedisce di tracciare un quadro.
Cominciando da chi, in questo momento, «amministra un vantaggio numerico, oltre che di offerta e proposta politica».
Pier Luigi Bersani, spiega Novelli, «sta facendo operazioni non tanto di immagine, ma politiche, vincenti: il recupero di Renzi, le primarie per i candidati, l’aver detto “Il tempo che mi spetta in televisione datelo alla Siria”».
Per Alessandro Amadori, di Coesis, «è una linea attendista. Il segretario pd amministra una vittoria quasi certa, e non deve commettere errori. Ma è forse troppo arroccato. Rischia di sembrare l’imperatore cinese chiuso nella città perduta. Con il pericolo di una marginalizzazione comunicativa. Anche il pranzo con Renzi è sembrato uno snack all’autogrill, non c’era nulla di narrativo».
Annamaria Testa, pubblicitaria ed esperta di comunicazione, è molto severa sui 6à—3: «Sono ovunque, ma la pubblicità non è un dato irrilevante: se fatta male, danneggia. Quel fondo grigio, i colori desaturati, il volto spento, la bocca tirata che non sorride, l’aria ingobbita: non è mica così vecchio, Bersani!».
E sì che le mosse politiche sono state vincenti: «Ottime le primarie, i confronti televisivi, il giro per l’Europa, perfino la pompa di benzina del padre».
Secondo il sondaggista Fabrizio Masia, di Emg, «Un calo rispetto alle primarie in questo momento può essere fisiologico, ma tra un po’ servirà più presenza. La gente dimentica in fretta».
D’accordo Antonio Noto, Ipr Marketing: «La pre-campagna elettorale è importante perchè dopo entrerà in vigore la par condicio, gli spazi diminuiranno».
Molto interessante per gli osservatori la campagna di Mario Monti: «Passa da una fase di emergenza in cui non aveva il problema del consenso a una in cui gli serve, eccome».
Da qui le asprezze nei confronti tanto del centrosinistra (pesanti contro Fassina e Vendola) quanto del Pdl.
«Per ora fa un po’ il finto tonto, si sottrae a domande cruciali, usa espressioni come “Chi se ne intende mi ha spiegato”, “non sono esperto”, ma non può durare. Parole come “silenziare” assomigliano agli scivoloni comunicativi del suo governo (al choosy della Fornero, al posto fisso definito “monotono”). Non si sa quanto casuali».
Comunque, sta colpendo dove deve colpire: nel centrodestra chi non vuole Berlusconi andrà da Monti naturalmente, nel centrosinistra c’è invece un’area che può essere indecisa tra lui e Bersani».
Più netto Amadori: «Il professore si è completamente berlusconizzato, fa Monti contro tutti, in una sorta di nemesi». Serve? «Sta aumentando la sua visibilità , ma non regge più la sua percezione come uomo al di sopra delle parti. Da lui ci si aspettava una lista di premi nobel, per ora in prima fila si vedono solo Fini e Casini».
«Prevale lo straniamento. Non sta sfondando», conferma Masia. Annamaria Testa boccia il simbolo: «È flebile, riflette la vaghezza della sua proposta politica. Anche il nome scelta civica non si capisce cosa voglia dire».
Per Noto invece «l’ex premier rappresenta la vera novità di comunicazione di questa campagna. Punta su ciò che è inatteso e cerca di proiettare tutto sul futuro parlando poco dell’attività di governo. È abile nell’usare i mezzi di comunicazione. Questo può pagare».
Poi c’è Berlusconi, partito — ancora una volta — a razzo.
È ovunque, in tutte le radio e le tv, anche la più sperduta.
«Non ha niente da perdere — dice Amadori — ha già bruciato tutto in termini di consenso. La sua è la strategia della tigre, del dragone. Un guerriero solitario che in Giappone chiamano Ronin, e che a costo di apparire comico si gioca il tutto per tutto. Quasi un kamikaze. Così facendo però ha già tolto a Bersani il ruolo di “opposant” di Monti, lo ha ridotto a comprimario».
Per Testa «in un Paese che non legge la televisione resta un grande medium popolare, ed è certo quello più congeniale a Berlusconi e al suo elettorato».
Che, secondo Masia, «è fatto di casalinghe, pensionati e piccoli imprenditori: con i primi funziona il richiamo al quotidiano, al caro vita, con i secondi quello anti-tasse. Questo si legge nei sondaggi».
Ma, dice Noto, «la comunicazione colpisce quando rappresenta una novità e in questo momento la sua appare molto prevedibile. Se non cambia, difficilmente riuscirà a sfondare».
Annalisa Cuzzocrea
(da “La Repubblica“)
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Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
IL SINDACO DI VERONA CONTROLLA ASL, NOMINE E APPALTI, MENTRE ZAIA TAGLIA LE SPESE PUBBLICHE E FAVORISCE L’ASSISTENZA PRIVATA
Politicamente, la sanità veneta del Duemila è governata da Flavio Tosi.
Assessore regionale più che sensibile alle ambizioni della sua Verona, il sindaco leghista ha continuato a controllare ospedali e Usl, appalti e nomine, spese e investimenti per interposta persona.
A Leonardo Padrin (ex Dc doroteo, traslocato nel Pdl via Forza Italia, un passato da presidente della Compagnia delle Opere) restano le briciole: presidente della Commissione Sanità , applica il consociativismo con le diverse anime del Partito democratico e l’Udc di Toni De Poli.
Le nomine dei direttori generali – appena firmate dal governatore Luca Zaia – sono lo specchio fedele del Risiko di interessi del centrodestra in precario equilibrio: conferme nei ruoli-chiave, traslochi per altri, sporadiche «rivoluzioni» in vero stile decisionista e «padano».
Un’indiretta conferma che fino al 2015 la sanità veneta sconterà il campanilismo a scapito delle buone pratiche più mediatiche che reali.
Declina irrimediabilmente l’ hub di Padova; si rafforza il polo veronese, che ha già integrato Ateneo e ospedali; resistono le cittadelle di Marca e i feudi vicentini; annaspa il Veneziano con la cattedrale dell’ospedale all’Angelo impietosamente «radiografata» in televisione da Report .
Lo ammette l’ultima delibera di pianificazione della giunta Zaia: sono 19.127 i posti letto (di cui l’11% riservato alle prestazioni in day hospital ), e «il numero assoluto di pazienti dimessi dagli ospedali del Veneto è in progressiva diminuzione a partire dal 2001, con un calo del 17% nel periodo 2000-2009».
Potrebbe sembrare un’acuta scelta gestionale, magari ispirata al federalismo versione cura e assistenza.
Peccato che negli oltre 8 miliardi di euro (quasi 1.800 euro pro capite) si annidino 3,1 miliardi di spesa a favore di enti, strutture e istituti convenzionati o accreditati: una «rete» privata (spesso anche religiosa) parallela al servizio pubblico.
Forse vale la pena rileggersi le 114 pagine dell’Indagine sull’assistenza sanitaria nel Veneto “licenziata” dalla sezione della Corte dei Conti.
«Si osserva la preoccupante variazione negativa che subisce il patrimonio netto complessivo delle 24 aziende sanitarie venete che passa dai 154,1 milioni del 2009 ai 6,4 milioni del 2010, con una riduzione del 95,8%.
L’erosione del capitale netto è dovuto alle perdite di esercizio che, seppur in progressiva riduzione nell’ultimo triennio, si susseguono ormai da anni riducendone il volume e provocando di conseguenza una pesante dipendenza da terzi».
Insomma, le Usl del Veneto si rivelavano sull’orlo del crac gestionale: la Corte dei Conti punta l’indice sul 60% dei debiti pari ad oltre 2,5 miliardi di euro nei confronti dei fornitori e soprattutto sulla cifra record (più 113,5% rispetto al 2009) dei debiti verso la Regione per finanziamenti.
La «sentenza» è impietosa: metà delle Usl scrivono a bilancio un patrimonio netto in rosso.
E si tratta di cifre che avrebbero dovuto mettere i brividi ai direttori generali che amministrano soldi pubblici, in ospedali pubblici per conto del servizio pubblico. Antonio Padoan, manager dell’Usl 12 veneziana aveva chiuso il 2010 con 409,7 milioni di debiti di cui ben 313,4 per fatture non saldate.
Maria Giuseppina Bonavina, dg dell’Usl 20 di Verona, ha firmato un bilancio con 389,5 milioni di debiti.
Ma il record spetta all’inossidabile Adriano Cestrone al vertice dell’Azienda ospedaliera di Padova: 433,6 milioni di debiti accumulati nella gestione dell’«eccellenza» sanitaria con un’esposizione di 252,9 milioni nei confronti dei fornitori, pagati ormai ad oltre 400 giorni dalla data prevista.
Gli ospedali sono già le ultime, vere, grandi «fabbriche» del Veneto. Con un indotto di servizi da cannibalizzare.
Perchè non alimentare anche il ciclo del mattone? Ecco la cura del cemento che la giunta Zaia si è trovata a dover prescrivere in ogni provincia: nuovi ospedali clonati con la procedura sperimentata a Mestre traslocando lo storico Umberto I in via don Giussani. Uno già spianato nella Bassa padovana, un altro solo immaginato a Chioggia.
E in attesa di capire se, come e quando si concretizzerà la moderna cittadella della sanità di Padova nell’area limitrofa allo stadio delle tangenti.
La limpidezza degli atti amministrativi nelle Usl non è così scontata e, in alcuni casi, nemmeno l’accesso previsto dalla legge viene rispettato.
I siti Internet si rivelano a volte clamorosamente non aggiornati o, peggio, concepiti proprio per inabissare delibere, incarichi, appalti, consulenze e gare.
È stato lo stesso governatore Zaia ad infuriarsi, recentemente, di fronte a segnalazioni di liste d’attesa… fuori tempo massimo.
In buona sostanza, la media delle prestazioni in Veneto si dimostra più che in linea rispetto agli standard nazionali.
Ma le statistiche si reggono grazie alle convenzioni, mentre è assodato che il «modello» non calamita più lo stesso esercito di malati «in fuga» da altre regioni.
E si profila all’orizzonte un nuovo giro di vite: circa 2.000 posti letto da tagliare; ospedali da chiudere, perchè piccoli, periferici o doppioni di quelli troppo vicini; gli Atenei di Verona e Padova sempre più in competizione per la leadership nella medicina come nella ricerca; la spending review del governo Monti fa il paio con i nuovi budget di spesa imposti negli ultimi due anni dalla giunta Zaia; gli specializzandi (assunti dalla Regione a 1.800 euro al mese) che non basteranno a garantire il ricambio naturale in alcuni reparti-chiave e nei servizi territoriali.
Sebastiano Canetta
argomento: LegaNord, sanità | Commenta »
Gennaio 7th, 2013 Riccardo Fucile
SI SCOMMETTE DI PIU’ IN LOMBARDIA, MA L’ERARIO HA INCASSATO L’8,2% IN MENO
Fra slot machine, poker on line o gratta e vinci gli italiani si sono giocati a testa nel 2012
un stipendio medio: 1.457 euro.
Nei primi dieci mesi dell’anno scorso hanno infatti speso per tutti i giochi d’azzardo 70,2 miliardi di euro, con un incremento rispetto al 2011 del 13%.
Redattore sociale e Terre di mezzo hanno rielaborato i dati pubblicati dai Monopoli di Stato il 2 gennaio, stilando la classifica delle regioni in cui si scommette di più sulla dea bendata: la capolista è la Lombardia con 13 miliardi di euro, seguita da Lazio (8,1 miliardi), Campania (6,9), Emilia Romagna (5,6) e Veneto (4,9).
Ma va poi all’Abruzzo il primato per la spesa pro capite: 1.512 euro, mentre sono i lucani quelli a farsi tentare di meno dal gioco, con “solo” 891 euro a testa.
Sono ancora le slot machine e le video lottery le preferite dagli italiani: nel 2012 ci hanno puntato 38,4 miliardi di euro, quattro in più rispetto al 2011.
Seguono i nuovi giochi on line, con 10,5 miliardi, quasi sette miliardi in più rispetto all’anno precedente.
L’erario continua invece a perdere: da gennaio a ottobre ha incassato infatti 6,7 miliardi di euro, 8,2 per cento in meno rispetto allo stesso periodo del 2011.
(da “Redattore Sociale“)
argomento: Costume, denuncia | Commenta »