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IL MONTE DEI DONI DI SIENA: EROGATI OLTRE 2 MILIARDI IN SEDICI ANNI

Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile

MILIONATE DI EURO AGLI ENTI LOCALI, MANCE AD ASSOCIAZIONI E AMICI I: SOLDI SPREMUTI DALLA BANCA ELARGITI DALLA FONDAZIONE

Il legame tra la sinistra e la banca senese è concreto e tangibile: i politici locali scelgono i vertici della Fondazione, che poi distribuisce sul territorio i dividendi provenienti da Mps.
Per raccogliere voti e consenso. Ma ora i soldi sono finiti.
Milioni a Provincia e Regione, migliaia di euro per gli apneisti, per la notte della taranta e per il Festival del cinema coreano
Anni di utili spremuti dalla banca ed elargiti dall’ente benefico
E gli esponenti del Pd che diventano funzionari dell’istituto devono fare — secondo il regolamento — un versamento al partito. Bankitalia: via libera ai Monti bond.
Avete presente quando si dice “finanziamenti a pioggia”?
Ecco, la Fondazione Mps, se avesse una gestione più oculata, avrebbe già  da tempo registrato il brevetto.
Palazzo Sansedoni, la più elegante facciata su piazza del Campo, produce una vera pioggia di denaro. Pioggerellina fine, ma insistente. Si infila dappertutto.
Il contribuente, scontento per i 3,9 miliardi di euro che lo Stato ha dovuto prestare al Monte dei Paschi di Siena per evitare la bancarotta, potrà  consolarsi scoprendo che molti soldi che mancano all’appello non sono stati rubati ma regalati.
Avana, Brasile e Guatemala
Tanto per dire: nel 2011, 20 mila euro sono stati dati all’Arci per diffondere valori culturali all’Avana; 10 mila euro li ha presi l’arcivescovo di Siena per costruire un centro di recupero per tossicodipendenti in Brasile; 45 mila euro sono finiti in Guatemala, ma non tutti insieme, non sia mai detto, bensì divisi tra tre enti della generosità  planetaria quali l’associazione “Amici del Guatemala” di Siena, l’associazione “Mani amiche” di Sarteano e la diocesi di Monte Oliveto Maggiore.
E che dire dell’Associazione per l’assistenza spirituale alle Forze armate?
Poteva la Fondazione Mps, nella sua generosità  e sensibilità , negare quel contributo di mille euro per il “sostegno al 186esimo reggimento paracadustisti Folgore”?
E non vuoi dare mille euro al gruppo sportivo di podismo della Polizia di Stato di Siena? Dati .
E se un ente caritatevole come il ministero degli Esteri, sì, proprio il ministero degli Esteri, abbisogna di 25 mila euro per restaurare il suo patrimonio artistico, perchè fare i micragnosi? Pronto il bonifico.
E ancora: dopo che il Monte dei Paschi ha comprato — e mal gliene incolse — la Banca 121 nella nobile terra di Puglia, come non dare 20 mila euro al festival itinerante “La notte della taranta”? Dati.
La taranta vi sembra troppo popolare come investimento culturale?
Niente paura: ecco pronti 5 mila euro per il festival del cinema coreano organizzato a Firenze dall’associazione Taegukgi.
E poi, perchè negare mille euro al “gruppo apneisti senesi”?
Meglio incoraggiare la nobile disciplina in una città  sempre più spesso senza fiato quando scopre come è stata gestita la sua banca.
Soldi di nessuno
Così, un soldino sopra l’altro, la Fondazione Mps continua a spendere i miliardi di euro del suo patrimonio.
E consultando quella specie di elenco telefonico che è la lista delle cosiddette erogazioni, un migliaio di voci nel solo 2011, si capisce perchè i politici ci tengono tanto alle Fondazioni e al loro controllo.
Pensate a quanti amici si possono fare decidendo ogni giorno a chi dare e a chi no, quale iniziativa benefica approvare e quale no, quale associazione potrà  sopravvivere e quale chiuderà .
La Fondazione di Siena ora è sotto la luce dei riflettori, ma è solo un pezzo di un fenomeno enorme.
Nel 2011 le 88 fondazioni bancarie hanno irrorato l’Italia con erogazioni benefiche pari a un miliardo e 92 milioni di euro.
Siena, da sola, con i suoi 126 milioni di euro, rappresenta l’11 per cento di tanta generosità .
Ma di chi sono questi soldi? Qui sta il punto.
Secondo la legge le fondazioni sono enti privati, costituiti come tali nel 1992 da Giuliano Amato che ha conferito loro la proprietà  delle banche fino ad allora pubbliche.
Sono enti privati ma senza proprietari, perchè le fondazioni sono per definizione di se stesse.
Quindi sono di chi le gestisce, e le gestiscono organi di governo nominati dalla politica. A Siena i 16 membri della deputazione generale sono nominati così: 8 li sceglie il sindaco di Siena, 5 il presidente della Provincia, uno la Regione Toscana, uno l’Università  di Siena, uno il vescovo di Siena.
Dice lo statuto che devono essere scelte persone non necessariamente in grado di governare la terza banca italiana, ma con “comprovate esperienze e competenze atte ad assicurare la rappresentanza del territorio”.
Direbbe Antonio Di Pietro: “Capisci a me!”.
Mance politiche, ma discrete
E quindi tutto torna. Il governo taglia i fondi per le scuole?
La Fondazione dà  3.000 euro per il laboratorio multimediale della scuola di Bagno a Ripoli.
Tagli alla ricerca ? Niente paura: ecco pronti 10 mila euro per una ricerca sulle cellule staminali del San Camillo di Roma.
Ed ecco le erogazioni per il Comune di Siena (di fatto padrone della Fondazione), per la Provincia, per l’Università , per la regione.
E per associazioni di ogni tipo, amici, amici degli amici, mostre d’arte, bande di paese, oppure centri di rianimazione o assistenza ai disabili.
Il punto è che non tutte queste spese sono assurde o clientelari, anzi, per la maggior parte sembrano soldi spesi per scopi nobili.
Il punto è che sono miliardi che i politici hanno trovato il modo di spendere privatamente nella più totale discrezionalità , fuori dai bilanci pubblici sottoposti allo scrutinio delle assemblee elettive e dei cittadini.
Come classificare il milione e 400 mila euro dato da Fondazione Mps all’Università  di Siena per le borse di studio dei dottorati di ricerca?
Non ci dovrebbe pensare il ministero competente?
Dai bilanci di palazzo Sansedoni si capiscono così molte cose.
Nel 2008, anno in cui il Monte dei Paschi scassò i suoi conti per pagare 10 miliardi la Banca Antonveneta che ne valeva due, e fu comprata di corsa, come un’auto rubata, senza neppure una perizia sul valore effettivo, la Fondazione toccò l’apice del suo fulgore, erogando 376 milioni di euro.
Dal 1995 ha distribuito oltre 2 miliardi di euro.
Adesso che il Monte non dà  più dividendi la festa è finita.
Ma finchè è durata era il core business della politica senese e non solo senese.
Altro che gestione dei manager.

(d a “Il Fatto Quotidiano“)

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MPS: UNA BANCA CHE IMBARAZZA LA SINISTRA MA CON LA QUALE BERLUSCONI E VERDINI HANNO TROPPI LEGAMI PER ATTACCARLA

Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile

DAI FINANZIAMENTI CHE HANNO ACCOMPAGNATO IL CAVALIERE AGLI ESORDI IMPRENDITORIALI FINO AI DUE MISTERIOSI BONIFICI A DELL’UTRI POCHI MESI FA, AI FAVORI DI MPS A VERDINI

C’è un filo che lega il Monte dei Paschi al Pdl di Silvio Berlusconi e DenisVerdini.
Il leader e il coordinatore del Pdl hanno più interessi e legami finanziari personali nella banca senese del segretario Pd Pier Luigi Bersani.
Almeno stando a quel che si sa finora.
Infatti il Pdl, che dovrebbe cavalcare lo scandalo senese, lo sta facendo poco.
à‰ difficile per Berlusconi puntare il dito su quel Monte dei Paschi di Siena che lo ha accompagnato dai primi passi con Marcello Dell’Utri nei cantieri milanesi fino agli ultimi bonifici misteriosi, sempre a Dell’Utri, alla vigilia della condanna dell’amico siciliano di sempre.
“Grazie a Mps — ha ammesso il Cavaliere — potei costruire Milano 2 e Milano 3, era l’unica banca che concedeva mutui premiando la puntualità  dei pagamenti”.
Erano due le banche (Bnl e Mps, entrambe con presenze della massoneria nei vertici) che finanziavano in quegli anni generosamente il Cavaliere.
Forse troppo.
Nell’inchiesta del sindacato ispettivo del Monte dei Paschi del 9 ottobre 1981 si legge: “La posizione di rischio verso il gruppo Berlusconi ha dimensioni e caratteristiche del tutto eccezionali e dimostrano l’esistenza di un comportamento preferenziale accentuato”.
Mps, nella sua filiale di Milano 2, ha custodito per 40 anni i segreti del Cavaliere.
Un muro di riservatezza nel quale ogni tanto si apre una finestra solo grazie alle indagini milanesi. Come è successo di recente con i bonifici con causale prestito infruttifero alle Olgettine del ragionier Spinelli.
O a metà  degli anni Novanta, quando i finanzieri scoprirono alla solita filiale del Monte libretti al portatore per circa 28 miliardi di lire per i quali Berlusconi poi affrontò un processo per falso in bilancio (annientato da una legge ad personam).
Anche Verdini non può criticare troppo l’ex presidente Mps, Giuseppe Mussari, per gli accordi con la banca Nomura nascosti in cassaforte per truccare il bilancio del 2009.
Proprio in quel periodo Mussari finanziava generosamente gli amici di Verdini. Il 15 gennaio 2010 la Procura di Siena registra due chiamate di Verdini a Mussari. “Senti, ti posso disturbare due minuti?”. E poi: “à‰ un favore, eh, quello che ti chiedo”.
La questione è quella del prestito da 150 milioni di euro garantito da un pool di banche nell’ottobre 2008 all’amico Riccardo Fusi in quei giorni alla ricerca disperata di liquidità .
Verdini anticipa a voce una mail che inizia così: “Carissimo Giuseppe, con riferimento alla conversazione telefonica odierna ti illustro i motivi della mia chiamata”.
Verdini chiede a Mussari di concedere a Fusi 10 milioni in più, oltre ai 60 già  accordati da Mps, sui 150 totali.
Il Monte doveva sostituirsi nel pool di finanziatori proprio al Credito Cooperativo Fiorentino di Verdini, poi commissariato.
A Verdini che chiede lumi sul prestito da 10 milioni, Mussari replica: “Sto aspettando un riscontro”.
Verdini insiste: “Ti prego, dammi una mano”. Mussari resiste: “Ci proviamo, non è l’esercizio più semplice del mondo, come potrai capire”.
Verdini non si arrende: “Mi devi dare una mano, via, se te la chiedo”. Solo allora Mussari capitola: “Va bene, d’accordo, proviamo”.
Alla fine il finanziamento di 10 milioni non passa.
Due settimane dopo partono le perquisizioni per l’inchiesta G8 che non favoriscono i contatti con Verdini, allora indagato per quelle questioni.
Ma Verdini, da quell’operazione fallimentare per il Monte dei Paschi di Siena, avrà  comunque un utile.
Gli avvocati che seguono il finanziamento da 150 milioni sono i due Olivetti Rason, il padre Gian Paolo e il figlio Pier Ettore. E Niccolò Pisaneschi, fratello di Andrea, allora membro del cda di Mps e presidente di Antonveneta. Più Marzio Agnoloni.
A parte la questione tra i due fratelli Pisaneschi, (Andrea pagato come consigliere di chi presta, Nicola consulente di chi li prende), lo studio Olivetti Rason e Marzio Angnoloni si appoggiano a Verdini.
Lo studio Olivetti Rason paga false fatture (per l’accusa) a Verdini per 260 mila euro e Agnoloni versa in più tranche altri 157 mila euro.
Interessante l’esito delle indagini su Pier Ettore Olivetti Rason.
Nella camera da letto di questo avvocato di 39 anni i Carabinieri trovano una lettera di Licio Gelli, il maestro della loggia P2. Nel verbale del sequestro si legge: “Busta gialla avente mittente conte Licio Gell, Santa Maria delle Grazie 14, Villa Wanda, Arezzo, destinatario l’Avv. Pier Ettore Olivetti Rason, contenente libro dal titolo “L’abito del dolore”, scritto da Licio Gelli riportante dedica manoscritta dell’autore”.
Lo stesso Olivetti Rason che è stato intercettato mentre parlava di affari (il salvataggio della Sasch di Prato) con Nicolò Querci, manager del gruppo Mediaset e segretario di Berlusconi, nonchè figlio di Carlo Querci, fino a pochi anni fa consigliere del Monte dei Paschi.
Arcore e Siena non sono poi così lontane.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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BANKITALIA DICE SI’ AL PRESTITO IN BOND AL MONTE DEI PASCHI

Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile

“E’ STATO A SUO TEMPO IL PARLAMENTO AD APPROVARE IL PRESTITO ALLA BANCA SENESE A FRONTE DI OBBLIGAZIONI”… MONTI: “PRESTITO A TASSO ELEVATO”

Il direttorio della Banca d’Italia, riunitosi oggi, ha espresso parere favorevole all’emissione dei Nuovi Strumenti finanziari (Monti Bond da 3,9 miliardi di euro ) da parte di Mps secondo l’iter previsto dalla legge.
E’ quanto si legge in una nota dell’istituto centrale. I Monti Bond saranno poi sottoscritti dal Tesoro.
In precedenza, lo stesso Monti aveva sottolineato il carattere temporaneo del prestito e le sue caratteristiche. “Se il prestito ci sarà  sarà  a tasso molto elevato”.
Monti ha ripercorso i passaggi che hanno portato il governo a decidere del finanziamento a Mps: “Ricordo che il governo ha proposto e il Parlamento ha approvato il finanziamento fino a 3,9 miliardi di euro per il Monte dei Paschi. Questo avverrà , se avverrà  – Monti ha utilizzato più volte la formula ipotetica – a fronte di emissione di obbligazioni che il ministero dell’Economia acquisterà .
“E’ stato previsto dai nostri tecnici questo finanziamento con obbligazioni – ha spiegato Monti – con un tasso di interesse molto elevato, su richiesta delle autorità  europee, perchè altrimenti sarebbe stato considerato un aiuto di Stato che distorce la concorrenza”.
Questo tasso, ha aggiunto il premier, “è molto più alto dei cosiddetti Tremonti Bond. In più rispetto a quei Bond, nel caso la banca trovandosi in situazione di difficoltà  non riuscisse a pagare interessi al Tesoro, dovrebbe dare azioni al Tesoro stesso. In quel caso sarebbe una sorta di nazionalizzazione di risulta. Questo è l’unico aspetto – ha detto – che spetta a me spiegare sul Monte Paschi”.
Il premier ha poi parlato dell’equazione “gettito Imu=prestito Mps”.
“Siccome l’Imu ha garantito un gettito di 4 miliardi, si dice che il governo ha messo l’Imu per pagare Mps. Se ci sarà  questa operazione, sarà  comunque un prestito, mentre l’Imu è una tassa e non torna indietro”.
Ed anche sulle elezioni e le eventuali influenze della vicenda Monte Paschi di Siena, Monti è stato categorico: “Non ho idea, nè tocca a me dire” che peso avrà , se influenzerà  le elezioni politiche frenando alcuni partiti.

(da “La Repubblica“)

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MPS: LA PISTA DELLA MAXI TANGENTE PER L’ACQUISTO DI ANTONVENETA

Gennaio 27th, 2013 Riccardo Fucile

L’ESBORSO DEL MONTE DEI PASCHI PARI A 10,1 MILIARDI SAREBBE STATO APPESANTITO DA UNA MAZZETTA… IL PAGAMENTO DIVISO SU DUE CONTI CORRENTI: VIA ALLE ROGATORIE PER ACCERTARE LA VERITA’

Il “peccato originale” fu l’acquisto di Antonveneta dicevano gli analisti finanziari e ora sembrano essersene sempre più convinti gli inquirenti di Siena.
Ma a quel peccato, commesso ormai cinque anni fa da Monte dei Paschi per l’acquisto dell’istituto veneto già  al centro di un caso giudiziario, potrebbe essere gravato anche da un altro reato: la corruzione.
Ovvero il pagamento di un maxi tangente, tra uno e i due miliardi di euro perchè l’”affare” tra Mps e Santander, che vendeva, andasse a buon fine.
L’esborso di Mps, ben 10,1 miliardi come da bilancio, sarebbe stato, come riportano il Sole24ore e la Repubblica, appesantito da una mazzetta.
Il pagamento, stranamente, fu diviso su due conti correnti: 7 miliardi su uno, due miliardi su un altro.
Soldi che potrebbero essere passati dall’Inghilterra per arrivare in Brasile. E forse rientrare, in parte in Italia, attraverso lo scudo fiscale.
Tra le risposte che gli investigatori della Finanza cercano, e alcune rogatorie sarebbero state portate a termine in Spagna, Brasile e Regno Unito, anche il motivo della cessione di Interbanca (la banca d’affari braccio operativo della popolare padovana) poi riacquistata dalla banca spagnola e ceduta a GeCapital.
Se Mps non avesse pagato così tanto l’istituto veneto, forse non avrebbe dovuto giocare la rischiosissima carta dei derivati per coprire i buchi causati dagli strumenti strutturati Alexandria e Santorini.
Il pasticciaccio brutto dei derivati ha quindi riportato d’attualità  l’inchiesta della primavera dell’anno scorso, e che aveva subito un’accelerata in autunno, sull’anomala acquisizione. Nell’inchiesta ci sono quattro indagati, tra cui tre componenti dell’ex collegio sindacale, cui viene contestato di aver esposto false informazioni alla Banca d’Italia) che chiedeva delucidazioni sulla ”compatibilità  della complessiva operazione di rafforzamento patrimoniale da 1 miliardo di euro nel core capital”) e ostacolo all’organo di vigilanza.
Un’altra ipotesi di reato, questa contro ignoti, riguardava la possibilità  di una manipolazione del mercato sul titolo del Monte nei mesi precedenti ovvero l’aggiotaggio.
A questa si potrebbe aggiungere ora la corruzione.
Intanto per ora l’inchiesta sembra, come sostiene il Corriere della Sera, anche allargarsi su presunti maxi premi ai manager dell’affarre.
Ora forse in finale di partita si aggiunge anche la più classica delle prerogative italiane negli scandali: una tangente.

(da “Il Fatto Quotidiano“)

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TANGENTI BUS, TERREMOTO IN CAMPIDOGLIO: L’UOMO DELLE MAZZETTE 5 ORE DAVANTI AI PM

Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile

L’INTERROGATORIO DEL FACCENDIERE D’INCA’ LEVIS: “CERAUDO MI DISSE CHE LA POLITICA VOLEVA ANCORA SOLDI E CHE ERANO DESTINATI ALLA SEGRETERIA DI ALEMANNO”

Appalto dei bus sotto inchiesta. Nell’affaire entra anche il sindaco Alemanno.
Interrogato il faccendiere D’Incà  Levis che al gip Stefano Aprile ha parlato di una “lobby Rome”, dicendo tra l’altro: “Ceraudo mi disse che la politica voleva ancora soldi e che erano destinati alla segreteria di Alemanno. Non precisò nè io chiesi se la segreteria di Alemanno fosse destinataria di tutto o di parte delle risorse”.
E Ceraudo ha parlato: per cinque ore ha risposto alle domande del pm Paolo Lelo.
Il denaro destinato a Ceraudo per la formazione della tangente   –   spiega D’Incà  Levis, nel frattempo tornato in libertà , è “stato consegnato allo stesso da una persona indicata da un amico: io materialmente ho dato ordine alla banca di consegnare a quest’uomo la somma di 233.360,00 euro in data 16 marzo 2009 e la somma di 312 mila euro in data 24 settembre 2009, somme che Ceraudo mi ha confermato di avere ricevuto.
La terza tranche pari ad euro 204.100,00 è stata da me bonificata in data 17 luglio 2009 su un conto presso Bsi Sa Lugano indicatomi da Ceraudo.
In seguito, nonostante già  la stampa si fosse occupata della questione, sotto le pressioni di Ceraudo emisi tramite la società  inglese Rail & Traction le altre fatture”.
Replica Alemanno: “Non ho idea di chi sia il signor D’Incà  Levis e nè il sottoscritto nè la mia segreteria si sono mai occupati di interferire nelle assegnazioni di appalti di qualsiasi genere, compreso ovviamente quello riguardante l’inchiesta in questione. Escludo nella maniera più categorica che membri della mia segreteria possano essere tra i destinatari di somme in denaro per questo o per qualsiasi altro affare”.
E poi cinque ore di interrogatorio con il pm Paolo Ielo per l’amministratore di Breda Menarini, Roberto Ceraudo, accusato di corruzione e frode fiscale: sarebbe stato lui a pagare una mazzetta all’ormai ex ad di Eur Spa, Riccardo Mancini, per propiziare il subappalto per la fornitura dei filobus del corridoio della mobilità .
Un affare per cui Mancini, vicinissimo ad Alemanno, è indagato e Ceraudo è in carcere da lunedì.
La Breda Menarini è una delle società , del gruppo Finmeccanica, fornitrici dei 45 bus del comune di Roma.
Per la commessa da 20 milioni di euro di bus, mai utilizzati e destinati ad essere utilizzati nel cosiddetto “corridoio della mobilità  Laurentina”, nel 2009 sarebbe stata pagata una tangente frutto del meccanismo delle sovrafatturazioni.
E ieri il manager Ceraudo al magistrato che ha chiesto il suo arresto ha spiegato la provenienza dei 200mila euro in contanti che i finanzieri hanno trovato nella cassetta di sicurezza intestata a suo figlio: Ceraudo aveva cercato di nasconderli.
Per gli inquirenti quel denaro in contanti è parte della mazzetta da 600mila euro messa da parte, grazie a un giro di false fatture, per la “lobby Roma”.
Anche perchè le banconote che Ceraudo ha cercato di nascondere alla Fiamme Gialle sono tutte in sequenza: soldi provenienti dalla svizzera con cui il manager ha pagato se stesso e Mancini.

Maria Elena Vincenzi
(da “La Repubblica“)

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LA PAURA DI BERLUSCONI PER IL DOPO-VOTO

Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile

L’INCUBO DELLE FUGHE VERSO IL CENTRO IN CASO DI SCONFITTA ELETTORALE

Puntare all’elettorato berlusconiano prima del voto, ma soprattutto «gettare scompiglio» in un Pdl che già  dall’indomani rischia di deflagrare sotto il peso e la prospettiva dei cinque anni di opposizione.
Mario Monti lavora fin d’ora alla costruzione di un ponte coi moderati di quel partito, destinato a tornare utile dal 26 febbraio.
È l’incubo segreto, e confessato a pochi, del Cavaliere, a capo di un partito ormai sempre più sulla scia della Dc del ’92: «Il Professore vuole scardinarci, provocare la scissione». Certo è che nel Popolo della libertà  – dietro gli entusiasmi da «rincorsa miracolosa» che sprizzavano ieri dalla kermesse al Teatro Capranica – è già  incubo da flop elettorale.
La rincorsa è partita, «ma se andiamo bene raggiungiamo il 21-22 per cento», raccontava disilluso più di un dirigente, mentre Silvio Berlusconi arringava i suoi per oltre 90 minuti. E a quel punto, il dopo voto aprirà  scenari inediti.
Proprio quelli ai quali il presidente del Consiglio sta già  lavorando.
«Rischiamo di restare schiacciati a sinistra, la gente ha fiducia in noi ma teme l’inciucio» va ripetendo da giorni Mario Monti.
Tuttavia, non risponde solo a logiche da strategia elettorale l’apertura a sorpresa di ieri a un fronte di centrodestra “deberlusconizzato”.
Certo, glielo hanno quasi imposto gli uomini dello staff che lo sta affiancando in questa campagna.
Lo stesso David Axelrod – il guru di Obama che lo ha raggiunto a Palazzo Chigi nei giorni scorsi per avviare il rapporto di collaborazione – gli ha suggerito di iniziare ad «aggredire» destra e sinistra alla stessa maniera.
Senza bisogno degli esperti della Casa Bianca, lo stesso eurodeputato Mario Mauro, prendendo la parola in uno degli incontri a porte chiuse della scorsa settimana, lo ha intimato al gruppo ristretto: «Dobbiamo aprire a destra. E deve farlo personalmente Monti. Se vogliamo puntare al 25 per cento, a sfondare al centro e a non apparire come la stampella di Bersani, è inevitabile».
A ringalluzzire il Professore, l’ultimo sondaggio riservato planato sulla sua scrivania, che darebbe la “Scelta civica” vicina al 18, ma con ampi margini di crescita: un terzo dei 7-8 milioni di indecisi – la gran parte delusi dal centrodestra – sarebbe disponibile ad un’apertura di credito nei suoi confronti.
Nasce da quei numeri l’ambizione più ardita di Mario Monti, quella cioè di un inatteso sorpasso sul Pdl berlusconiano.
Sarebbe la sua suprema «vendetta».
Ma ipotesi ardita per davvero, dato che Udc e Fli non sembrano decollare.
E allora ecco che si apre il secondo scenario. Quello di un dopo voto in cui comunque Bersani si affermerebbe sì alla Camera, ma non al Senato. Con conseguente accordo dei democrat con il centro di Monti per dar vita all’esecutivo.
Ecco, a quell’appuntamento l’attuale premier conta di presentarsi però con truppe ben più consistenti rispetto a quelle che potranno garantirgli le “liste per Monti”.
Lui, come Montezemolo, Casini e Fini scommettono fin d’ora sull’esplosione dell’esercito berlusconiano nel day after.
Un Pdl che non raggiungerà  l’agognata soglia del 25 rischia di essere fuori da tutti i giochi.
Guidato per di più da un leader che a settembre compirà  77 anni e a fine legislatura 82. Un’intera classe dirigente, quella più rampante di quarantacinquantenni, con difficoltà  accetterebbe di inabissarsi per un lustro col suo leader.
A dicembre, moderati come Sacconi, Lupi, Augello e tanti altri sono sembrati sul punto di stringere un patto con Monti all’insegna del Ppe.
Poi, tutti – con l’eccezione di Frattini e Mauro – sono tornati nel recinto berlusconiano. Il Professore ha munizioni in canna per conquistare ancora quell’ala moderata.
Governo e maggioranza vorrebbero dire poltrone anche di peso, dai sottosegretariati alle presidenze di commissione, da garantire.
Fughe e scissioni potrebbero essere facilitate.
Uno scenario che quegli stessi moderati in questo momento scongiurano, leali al Cavaliere. «L’apertura di Monti è tardiva e ingiustificata, anche un po’ cinica – ragiona Gaetano Quagliariello – Pensi piuttosto a prendere voti, se riuscirà  a farlo, e non avanzi proposte irricevibili».
Nella squadra del Professore contano già  i giorni.

Carmelo Lopapa
(da “la Repubblica“)

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BOCCHINO PERDE L’OCCASIONE PER STARE ZITTO: “LA NAPOLI ESCLUSA? MONTI HA IMPOSTO IL LIMITE DI TRE LEGISLATURE”, MA NON DICE CHE LUI NE HA GIA’ QUATTRO ALLE SPALLE

Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile

LISTE PULITE E LISTE CANDEGGIATE: BOCCHINO CAPOLISTA IN CAMPANIA PRESENTA LA LISTA FLI CON UN CONDANNATO, GIA’ FATTO DECADERE PER QUESTO MOTIVO DAL CONSIGLIO REGIONALE

Presentati a Napoli i candidati del collegio Campania 1 di Futuro e Libertà  per l’Italia alla presenza del vicepresidente nazionale Italo Bocchino.
“ Siamo tutti candidati napoletani — spiega il politico — e puntiamo ad un ottimo risultato. Sfrutteremo la crisi del Pdl, partito imploso sulle due questioni che noi per primi abbiamo sollevato: rapporto con la Lega e caso Cosentino”.
Liste pulite?
Non proprio dato che nella compagine di aspiranti parlamentari c’è anche Pietro Diodato, condannato per il reato di turbativa elettorale a un anno e 6 mesi con sospensione condizionale della pena.
“Il mio caso è stato vagliato — spiega il protagonista — da un tagliatore di teste come Enrico Bondi”.
Diodato era stato eletto in consiglio regionale nel 2010, ma poi era stato dichiarato decaduto dall’Assemblea regionale in virtù di quella condanna.
“Sono stato vittima di un complotto degli uomini di Cosentino”, accusa.
Ma c’è anche un altro caso che scuote la formazione guidata da Gianfranco Fini: l’esclusione dalle liste della deputata calabrese Angela Napoli, sotto scorta per le minacce della ‘ndrangheta a causa del suo impegno antimafia.
“ Non è colpa mia — si giustifica Bocchino — Monti ha imposto il massimo di 3 legislature e Angela Napoli ne ha fatte di più”.
Peccato che lo stesso Bocchino ne abbia fatte 4, per non parlare di Fini che all’attivo ne ha addirittura otto

Nello Trocchia
(da “il Fatto Quotidiano”)

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MONTI: “NOI AVVERSARI DELLA SINISTRA E DELLE FORZE POPULISTE ED ANTIEUROPEE”

Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile

LA STRATEGIA DEL PREMIER: PRENDERE LE DISTANZE DALLE DUE COALIZIONI RIVALI… “IO IN POLITICA NON PER ANDARE AL GOVERNO MA PER   ESSERE UTILE AL PAESE”

“Solo i centristi possono garantire un futuro di riforme al Paese”. Mario Monti torna oggi ad attaccare sia la coalzione di centrodestra che quella di centrosinistra presentandosi come l’unico in grado di introdurre le novità  di chi a suo avviso l’Italia ha un disperato bisogno.
Una certezza, dice il Professore, che lo ha convinto ad impegnarsi in politica, malgrado la sua ritrosia.
“Perchè mi sono convinto violando tutte le mie convinzioni precedenti, che fosse mio dovere cercare di muovere uno sforzo come questo?”,   si chiede il presidente del Cosiglio.
“Perchè – spiega – ho visto i due grandi partiti che componevano la maggioranza, con quello più centrale, muoversi in direzioni già  viste in passato”.
“Ho visto il Pdl ricomporre un polo di destra con la Lega – sottolinea Monti – il Pd ricomporre un polo con l’estrema sinistra e nessuno dei due poli così ricostituiti dà  la garanzia di volere o di riuscire ad andare avanti con le riforme che servono per scrostare dall’Italia gli interessi corportivi e la mentalità  per cui nessuno rappresenta i nostri interessi ci rifugiamo negli interessi particolari e difendiamo con i pugnali gli interessi della nostra categoria”.
“Siamo elettoralmente avversari della sinistra, a maggior ragione della sinistra di Vendola, e ci preoccupa l’influenza della Cgil su Bersani”, avverte il Professore riaccendendo lo scontro con i leader di Pd e Sel, che sembra però chiudere anche a possibili intese con Berlusconi.
L’apertura fatta ieri, precisa, “non è un disegno di alleanza con il Pdl”.
Anche perchè “non vorremmo partecipare a nessun governo della Repubblica italiana che non avesse una forta impronta riformista o nel quale fossero presenti o influenti forze con intonazione populista o antieuropea”.
Poi, un po’ paradossalmente, Monti aggiunge che “non siamo entrati (in politica, ndr) per andare al governo, sto facendo la cosa che più di altre allontana un mio futuro coinvolgimento nella vita pubblica, ma coglie l’unica possibilità  utile per il Paese”. “Sarebbe un’usanza da vecchia politica – aggiunge – dichiarare adesso le alleanze. Il nostro obiettivo è raccogliere i voti. Noi abbiamo una vocazione maggioritaria”.
Sulla vicenda Mps, il premier, dopo lo scambio infuocato di accuse con il Pd, oggi rettifica in parte il tiro.
“Ho detto che le commistioni tra banche e politica sono molto pericolose sia in Italia che altrove – puntualizza – e che il Pd ha sempre avuto molta influenza su Siena e sulla fondazione, non facendo però alcuna considerazione specifica”.
Poi torna a duellare con il Pdl.
“Il mio orgoglio professionale e umano – dice – è ferito quando chi quattordici mesi fa mi ha lasciato il posto dice che l’economia andava bene e ora si è creato un disastro”. “Vengo un pochino provocato da chi 14 mesi fa non riusciva più a gestire la situazione – prosegue Monti – e ora dice che l’economia andava bene e che io ho rovinato tutto”.

(da “La Repubblica“)

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LA REGIONE LOMBARDIA BRUCIA 700 MILIONI DI FONDI UE CHE AVREBBE POTUTO UTILIZZARE

Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile

PIU’ DELLA META’ DEI FONDI DESTINATI RESTANNO INTATTI PER MANCANZA DI PROGETTI PADANI

La buona notizia è che la Lombardia, rispetto alle altre regioni italiane, è una di quelle che ne ha spesi di più.
Ma la cattiva è che, arrivati all’ultimo anno di programmazione dei fondi europei (2007-2013), degli oltre 1,3 miliardi di euro a disposizione ne sono stati spesi, finora, poco meno della metà .
Sarà  una corsa contro il tempo riuscire a portare a termine le migliaia di progetti messi in cantiere, anche se per farlo l’Unione Europea mette a disposizione tutto il 2014 e il 2015; ma c’è un’altra sfida che la macchina regionale e la futura nuova amministrazione hanno davanti, e qui i tempi sono davvero strettissimi: entro giugno si dovrà  convincere l’Europa a rifinanziare con gli stessi soldi (o magari di più) la programmazione 2014-2020.
Dice a microfoni spenti uno degli alti funzionari della Regione che proprio dei fondi europei si occupa: «I soldi veri, ormai, arrivano solo da Bruxelles»: già , perchè mentre lo Stato tende a tagliare ovunque possa, di spending review in spending review, i finanziamenti europei sono lì, già  stanziati, che aspettano solo di essere spesi.
E magari bene.
Sono di due tipi: l’Fse, per prevenire e combattere la disoccupazione e sviluppare risorse umane e integrazione sociale nel mercato del lavoro, e il Fesr, per promuovere la coesione economica e sociale correggendo i principali squilibri regionali nell’Ue.
In Lombardia 798 milioni sono stati stanziati per il primo fondo e 532 per il secondo.
Per il Fse – seguito a livello governativo dai tecnici del ministero del Lavoro – si sono spesi ad oggi 411,6 milioni.
Ha dato una mano l’accordo nazionale nel 2009, quando la crisi cominciò a farsi sentire: parte dei soldi andò a finanziare la cassa integrazione.
Utilizzata, cioè, in stato di emergenza. Per questo motivo, se si scorre la lista dei beneficiari dal 2010 in poi, quasi tutti hanno tra le varie voci, ben nutrita, la «dote ammortizzatori sociali»: i percorsi formativi, di specializzazione e sperimentali hanno così lasciato il posto alle misure di sostegno.
Ma, nonostante questo, un quarto dei quasi 800 milioni deve essere ancora impegnato entro la fine dell’anno.
Del poco più di mezzo miliardo di euro del Fesr, invece, sono state certificate spese per 230 milioni (il 43 per cento) ma ad essere vincolati in progetti approvati dagli uffici regionali ce ne sono 496.
Quasi tutti, insomma.
Le voci del fondo sono cinque: innovazione, energia, mobilità  sostenibile, tutela del patrimonio ambientale e assistenza tecnica (questa voce si riferisce agli strumenti affidati alla Regione per rendere operativo il fondo: soldi, cioè, spesi per riuscire a spendere i soldi).
I ritardi maggiori sono proprio sulla mobilità  sostenibile, a favore della quale erano stati stanziati 139 milioni: solo il 3,7 per cento della somma (5,15 milioni) è stata pagata. «Tutte le attività  previste risultano attivate – spiega un documento del ministero dello Sviluppo economico, che segue i fondi Fesr – anche se è basso il livello di attuazione principalmente a causa di criticità  tipiche delle misure infrastrutturali».
Ma perchè è così difficile spendere i soldi che vengono dall’Europa?
I motivi sono principalmente due: primo, «la complessità  delle procedure burocratiche necessarie per mettere in piedi i progetti» spiega Luigi Reggi, uno degli economisti più esperti del settore; e poi, anche se sembra un controsenso, l’arrivo della crisi: «Quando si pensarono le linee guida operative le imprese potevano permettersi di investire in innovazione – dice Giorgio Martini, dirigente del ministero dello Sviluppo e responsabile dei programmi comunitari per le Regioni del centronord – ora invece le aziende non ricevono più dalle banche il credito necessario per accedere ai fondi, che finanziano solo una parte delle spese».
Altra nota dolente: chi controllerà  l’efficacia della spesa, terminato il ciclo 2007-2013?
«La regione non ha gli strumenti per valutare se gli interventi finanziati serviranno oppure no – evidenzia Fulvia Colombini, esperta della Cgil – insomma non basta spendere, serve saper spendere».

Matteo Pucciarelli

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