Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile
MARONI AVEVA GIURATO: “NESSUN SARA’ RIPRESENTATO, MAI PIU’ INDAGATI DA NOI”… IL GIULLARE DELLE RAMAZZE ORA DICE: “CRITERI DI MERITO, NON SI PUO’ PUNIRE PER UN AVVISO DI GARANZIA”….E C’E’ PURE CIOCCA, FOTOGRAFATO CON UN BOSS DELLA ‘NDRANGHETA
Mentre persino il Pdl di Silvio Berlusconi pulisce parzialmente le liste elettorali, la Lega
nord fa una scelta decisamente controcorrente.
Dei venti consiglieri uscenti in Regione Lombardia ne ripresenta solo sette, ma ben cinque di questi sono indagati.
L’elenco dei candidati alle elezioni di febbraio, indette dopo la caduta della giunta Formigoni, è stato depositato oggi.
“Come abbiamo fatto per le liste nazionali, anche per quanto riguarda per Regione Lombardia queste sono state dettate da criteri di merito e opportunità , con un processo si selezione dal basso”, ha spiegato il segretario federale Roberto Maroni.
Roba da scompisciarsi dalle risate.
E gli indagati?
Secondo Maroni “non è giusto punirli solo sulla base di un semplice avviso di garanzia”.
Ma come, se fino a ieri era l’addetto alle pulizie, con la ramazza in mano e aveva giurato che nessun indagato sarebbe stato piu’ ripresentato.
Il riferimento è appunto ai cinque riconfermati, attualmente indagati dalla Procura della Repubblica di Milano nell’inchiesta sui rimborsi spese dei gruppi consiliari. Un’inchiesta che ha coinvolto quasi per intero l’ex maggioranza di centrodestra.
Si tratta di Dario Bianchi (Como), Giulio De Capitani (Lecco), Fabrizio Cecchetti (Milano), Angelo Ciocca (Pavia) e Ugo Parolo (Sondrio).
Il pavese Ciocca era finito al centro delle polemiche per una foto che lo ritraeva con il presunto padrino della ‘ndrangheta lombarda Pino Neri, recentemente condannato in primo grado al maxiprocesso Criminine-Infinito.
Per quella vicenda Ciocca non è stato indagato e si è sempre difeso affermando di aver incontrato Neri per caso, per una compravendita immobiliare, senza sapere nulla dei suoi legami con la criminalità .
I due consiglieri leghiti confermati e non indagati sono Iari Colla di Milano e Massimiliano Romeo di Monza.
In lista anche due parlamentari uscenti: Pietro Foroni, presidente della Provincia di Lodi,e Laura Molteni.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile
UN ELENCO DI 500 SOTTOSCRITTORI DEL PARTITO DI STORACE A LODI RISULTA FIRMATO DA UN GIUDICE DI PACE CHE IN REALTA’ NON L’HA MAI FIRMATO…SEQUESTRATI TIMBRI DI COMUNI E TRIBUNALI
Un’indagine della Procura di Lodi ha portato alla scoperta di una rete specializzata nel fornire firme false ai movimenti politici intenzionati a presentarsi alle elezioni regionali e politiche.
In diversi appartamenti e in uno studio legale di Milano sono stati trovati 83 timbri con i nomi di giudici di pace di diverse regioni (Lombardia, Liguria, Piemonte, Molise e Lazio), timbri dei Comuni di Monza e Pavia e del tribunale di Milano, elenchi di firme e moduli in bianco.
Tutto materiale necessario per produrre la documentazione richiesta per presentare le liste.
L’indagine è partita dalla scoperta, il 22 gennaio a Lodi, di un elenco di 500 sottoscrittori di La Destra, per il collegio Camera 3 e per le regionali della Lombardia, controfirmato da un giudice di pace che in realtà non lo aveva mai neppure visto.
Per questo la lista di la Destra è al momento esclusa dalla corsa elettorale nella circoscrizione che comprende le province di Mantova, Lodi, Pavia e Cremona.
“Pensiamo di aver scoperto una ‘cartiera’ che, analogamente a quell che realizzano fatture false per le aziende, in questo caso sembra realizzasse falsi elenchi di sottoscrittori per le liste elettorali”, ha spiegato il procuratore di Lodi Vincenzo Russo, secondo quanto riporta il giornale locale “Il Cittadino”.
Nell’inchiesta sono emersi anche i nomi della “Lega lombardo-veneta” e del “Movimento Italia Giusta“.
Richieste di chiarimento arrivate, tra gli altri, dal Pd: “Presenteremo immediatamente un’interrogazione parlamentare al ministro Cancellieri per fare luce sull’intera vicenda”, ha annunciato la capogruppo del Pd nella commissione Giustizia della Camera, Donatella Ferranti, capolista in Lazio 2.
“Certamente, apprendere questa notizia proprio nel giorno in cui vengono depositate le liste per il Lazio, getta ombra sulla regolarità delle liste che fanno capo a Francesco Storace”.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 26th, 2013 Riccardo Fucile
UN EX MANAGER ARRESTATO: “TANGENTE RIFERIBILE ALLO STAFF DEL SINDACO”…ALEMANNO SE NE TIRA FUORI: “DA ESCLUDERE”
Scuote i piani alti del Campidoglio l’inchiesta del pm romano Paolo Ielo su una commessa
da 20 milioni di euro del 2009 per l’acquisto di 45 bus da parte di Roma Metropolitane, società del Comune di Roma.
Appalto che sarebbe stato subordinato, secondo la procura, ad una maxi tangente da 600mila euro realizzato tramite il meccanismo delle sovraffatturazioni.
I mezzi, mai entrati in circolazione, sono destinati al corridoio della mobilità Laurentina.
I soldi di una tangente erano “destinati alla segreteria di Alemanno” ha detto un manager (arrestato e ora di nuovo libero) durante un interrogatorio.
“Ceraudo fece riferimento alla ‘segreteria di Alemanno’ come destinataria delle risorse finanziarie. Non precisò nè io chiesi se la segreteria di Alemanno fosse destinataria di tutto o di parte delle risorse” ha affermato nel corso dell’interrogatorio davanti al gip Stefano Aprile, l’8 gennaio scorso, Edoardo D’Incà Levis, imprenditore di 59 anni, originario di Verona ma residente a Praga, indagato nell’ambito dell’inchiesta della Procura di Roma sugli appalti per una commessa di 20 milioni di euro per la fornitura di 45 bus destinati al Comune di Roma.
Il sindaco Gianni Alemanno se ne tira fuori: “Escludo nella maniera più categorica che membri della mia segreteria possano essere tra i destinatari di somme in denaro per questo o per qualsiasi altro affare. Non ho idea di chi sia il signor D’Incà Levis e nè il sottoscritto nè la mia segreteria si sono mai occupati di interferire nelle assegnazioni di appalti di qualsiasi genere, compreso ovviamente quello riguardante l’inchiesta in questione”.
Ma la polemica politica esplode.
L’inchiesta ha portato all’arresto di Roberto Ceraudo, l’ex amministratore della Breda Menarinibus e alle dimissioni dell’ex amministratore dell’Ente Eur, Riccardo Mancini. “Ceraudo mi disse — dice nel corso dell’interrogatorio D’Incà Levis — che la politica voleva ancora soldi; io, stupito, gli chiesi se era De Santis ed egli disse no, la politica, senza aggiungere nomi o sigle”.
“Gli accordi preliminari non scritti con Ceraudo — dice l’imprenditore al gip — erano nel senso che il compenso di tutto il lavoro da me svolto per la fornitura dei 45 filobus ammontava all’1% della fornitura di competenza della Breda Menarini. Poco dopo, sempre nel 2008, Ceraudo mi manifestò la necessita’ di ‘aiutare’ la commessa nel senso che andavano reperite risorse per un milione 200mila euro da destinare a persone della De Santis Costruzioni in grado di influire sull’assegnazione dell’appalto”.
Ed oggi Ceraudo è stato interrogato dal pm Ielo per cinque ore a Regina Coeli.
L’atto istruttorio si è tenuto a due giorni di distanza dall’interrogatorio di garanzia, avvenuto a Napoli, durante il quale il manager si era avvalso della facoltà di non rispondere.
Oggi Ceraudo, invece, ha risposto, ma sull’esito c’è grande riserbo.
Lo stesso Mancini, all’indomani delle dimissioni dalla carica più alta dell’Ente Eur ha parlato oggi della sua gestione e ribadito la piena “fiducia nell’operato della magistratura”.
“L’anno 2009 — ha aggiunto — è stato chiuso con una perdita di 12,6 mln di euro; il bilancio dell’anno 2010, di mia piena competenza, è stato chiuso con un utile netto di 8,2 mln di euro; il bilancio dell’anno 2011 riportava un utile netto di 9,4 mln di euro mentre il bilancio del 2012 chiude con un utile previsto che sfiora i 10 mln di euro, con un incremento continuo dei ricavi e soprattutto del Margine Operativo Lordo”.
(da “il Fatto Quotidiano”)
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Gennaio 25th, 2013 Riccardo Fucile
UN ASSESSORE COINVOLTO NELL’INCHIESTA SUI BOLLI AUTO E UN AMMINISTRATORE DI ALESSANDRIA CONDANNATO DALLA CORTE DEI CONTI
In Piemonte molti sono i politici confluiti dal Pdl a Fratelli d’Italia.
Tra i candidati al Senato troviamo l’assessore regionale al Commercio William Casoni, indagato per concorso in abuso d’ufficio nello scandalo sulla riscossione del bollo auto.
I vertici della Gec, azienda che ottenne l’appalto, lo chiamavano “l’uomo del 10 per cento”, e per gli inquirenti è un riferimento alle tangenti.
Si candida al Senato pure l’assessore ai Trasporti Barbara Bonino: su di lei le cronache giudiziarie non dicono nulla, ma hanno fatto scalpore gli incarichi del fratello Stefano prima nel suo assessorato e poi alla Sitaf, che gestisce il traforo del Frejus e l’autostrada Torino-Bardonecchia.
A proposito di Bardonecchia, per la Camera si presenta il sindaco Roberto Borgis, la cui moglie, Marita Bobbia, dipendente del Comune di Sauze, è al centro di un’inchiesta col sindaco di Sauze Mauro Meneguzzi.
I due sono indagati per truffa aggravata e falso del pubblico ufficiale a danno di un ente pubblico.
Grazie alla complicità di Meneguzzi lei attestava falsamente di essere al lavoro, mentre in realtà era da altrove.
Nelle liste Piemonte 2 per la Camera troviamo Emanuele Locci, condannato dalla Corte dei Conti insieme all’ex sindaco di Alessandria Pier Carlo Fabbio, all’ex giunta e ad altri consiglieri di maggioranza a risarcire un danno erariale di 7,6 milioni di euro per aver approvato un bilancio falsato.
E dire che lunedì, su Twitter, scriveva: “liste @ilpdl così: 20% indagati 20% condannati 20% fighe giovani 20% milf 20% milionari. Per fortuna che c’è #FratellidItaIia!”.
Nella formazione di Crosetto-Meloni-LaRussa c’è anche Emanuele Pozzolo: giovane di Vercelli, in meno di un anno ha lasciato la Lega per il Pdl, da cui è uscito tuonando contro i vecchi partiti e confluendo in FdI, dove ha trovato la candidatura alla Camera.
Ma in “Fratelli d’Italia” ci sono pure due ex di An, Agostino Ghiglia e Massimiliano Motta, il primo candidato alla Camera nella lista Piemonte 1, il secondo aspirante senatore.
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Gennaio 25th, 2013 Riccardo Fucile
A BERNAREGGIO IN BRIANZA IL SINDACO PDL SI IMPONE: O TI DIMETTI O FACCIO CADERE LA GIUNTA”
Si è dimesso dalla carica di vicesindaco il leghista Stefano Tornaghi. 
Dopo tre giorni di braccio di ferro, ha comunicato la sua decisione al primo cittadino di Bernareggio, il pdl Emilio Biella.
All’indomani dell’omicidio di Antonia Stanghellini, l’operaia di 46 anni madre di tre figli uccisa a coltellate dall’ex convivente, il marocchino Mustafà Hashuani, le frasi del vicesindaco avevano scatenato la polemica.
“Se non si vuole finire ammazzati è meglio evitare di farsi una famiglia con un musulmano”, aveva detto il militante del Carroccio, aggiungendo che arrivava a capire “l’avventura”, con un uomo di religione e cultura diversa, ma bollava come “utopia un matrimonio con quella gente”.
Esternazioni da cui aveva subito preso le distanze il sindaco e tutta la giunta di centrodestra della cittadina brianzola.
“Sono stato chiaro da subito. Tornaghi doveva fare un passo indietro, in caso contrario sarei stato disposto a far cadere la giunta — spiega il sindaco — Non si può governare con chi la pensa a quel modo”.
Andrea Spada, assessore ai Servizi sociali, anche lui del Pdl, era stato categorico: “O noi o lui. Non c’è altra possibilità . Bisogna far capire ai cittadini che chi governa il territorio non la pensa a quel modo”.
Le dimissioni arrivano sul filo di lana, quando la giunta di Bernareggio è stata a un passo dal baratro.
Fino all’ultimo Tornaghi non sembrava intenzionato a fare marcia indietro.
Anzi, in più di un’occasione ha ribadito di essersi lasciato andare sui toni, ma ha confermato il suo pensiero.
Anche i vertici locali della Lega erano stati chiari: “Se chiedono la testa del vicesindaco, siamo pronti a togliere la maggioranza alla giunta e mandare a casa tutti”, spiegava fino a poche ore prima Maria Grazia Von Berger, segretario della Lega per la Brianza est.
Ora il cambio di atteggiamento, con Tornaghi pronto anche alle pubbliche scuse (come ha fatto sapere al sindaco prima di congedarsi).
Gabriele Cerega
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Gennaio 25th, 2013 Riccardo Fucile
IN VENETO AVANTI IL PDL, IN CAMPANIA IL PD
Ad un mese dalle elezioni, il sondaggio Demos come la maggior parte di quelli finora pubblicati mostra un netto vantaggio della coalizione guidata da Bersani.
Il distacco si è mantenuto nonostante i tentativi di recupero di Berlusconi con la massiccia campagna mediatica delle ultime settimane.
Se per conquistare la maggioranza alla Camera basta al centrosinistra conservare un margine di vantaggio sul centrodestra, la partita appare molto più complessa e difficile per il Senato.
In questo caso, per vincere la coalizione di Bersani dovrà conquistare i premi di maggioranza nelle principali regioni, soprattutto in quelle che vengono considerate regioni in bilico: Lombardia, Veneto, Sicilia e Campania.
La situazione è in parte diversa nei quattro contesti regionali.
Sulla base dei sondaggi disponibili, il centrodestra e il centrosinistra hanno per ora possibilità di vittoria quasi equivalenti sia in Lombardia che in Sicilia.
In Veneto la coalizione guidata da Berlusconi mantiene un relativo vantaggio: ma il distacco rispetto al centrosinistra non è molto elevato.
In Campania è il centrosinistra ad essere in vantaggio, ma il risultato non è scontato perchè la coalizione di Bersani deve fronteggiare la concorrenza della lista Ingroia che ha molto seguito nella regione.
La partita per ora è aperta in tutte e quattro le regioni.
Come ha mostrato l’analisi del Cise per il Sole 24 ore, per ottenere la maggioranza a Palazzo Madama la coalizione di Bersani può permettersi di perdere solo in Sicilia o in Lombardia, ma non in entrambe le regioni.
Si possono delineare diversi scenari.
Per ottenere 158 seggi al Senato – cioè la maggioranza – la coalizione di Bersani dovrebbe prevalere in tutte le regioni tranne la Sicilia (ottenendo 169 seggi) o in alternativa perdere in Lombardia e vincere nelle altre tre (ottenendo 164 seggi).
Le altre combinazioni non garantirebbero la maggioranza alla coalizione di Bersani: otterrebbe 155 seggi vincendo in Campania e Sicilia ma non in Lombardia e Veneto; 154 vincendo Veneto e Campania ma non in Lombardia e Sicilia, oppure vincendo in Veneto e Sicilia ma non in Lombardia e Campania.
Ancora più ridotta sarebbe naturalmente la quota dei seggi per il centrosinistra se perdesse in tre delle quattro regioni, oppure in tutte.
In questo caso la costruzione di una maggioranza al Senato potrebbe essere molto problematica, e dipenderà dai risultati che otterranno le forze esterne alle due principali coalizioni.
Roberto Biorcio
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Gennaio 25th, 2013 Riccardo Fucile
MAZZETTA DA 500.000 EURO PER I BUS… SI DIMETTE L’AD DI EUR SPA, FEDELISSIMO DI ALEMANNO
C’è un pentito che da un mese parla con il pm Paolo Ielo e rischia di trascinare nel baratro
quella che lui chiama la «lobby Roma».
Il sistema della Capitale.
È l’ultimo colpo di scena in una storia che dalla fine di settembre, quando ci furono le perquisizioni disposte dalla procura di Roma, a oggi, ha agitato il sindaco Alemanno e il suo entourage.
Un sistema in cui gli amici di “Gianni” fanno il buono e il cattivo tempo, indicando i parenti da assumere nelle municipalizzate e facilitando appalti in cambio di mazzette.
È il caso dei 45 filobus da fornire a Roma Metropolitane, un affare che la Breda Menarini voleva a tutti i costi (l’azienda di Bologna era in difficoltà economiche).
E per il quale Riccardo Mancini, amministratore delegato di Eur Spa (ente che gestisce il patrimonio immobiliare del quartiere a sud di Roma) e vicinissimo al sindaco, è finito sotto inchiesta con l’accusa di corruzione e frode fiscale insieme all’amministratore delegato di Breda, Roberto Ceraudo.
Quest’ultimo avrebbe versato al manger romano una mazzetta da 500 mila euro, il prezzo da pagare perchè Mancini si facesse promotore di quell’assegnazione.
Una vicenda che a settembre era ancora poco chiara, ma che ora sembra dipanarsi, tanto che nei giorni scorsi il pm Paolo Ielo ha chiesto e ottenuto l’arresto dell’ad di Breda. Segnale che il cerchio si sta stringendo proprio intorno al sindaco e ai suoi: non sarà un caso che proprio ieri Mancini abbia rassegnato le dimissioni dal vertice di Eur Spa.
Ma nella storia, ora, spunta una figura importante.
Il suo nome è Edoardo D’Incà Levis, ebreo nato a Verona ma residente dalla metà degli anni Settanta a Praga.
È stato lui il facilitatore della mazzetta, l’uomo che, addirittura, ha messo nero su bianco “il sistema Roma”.
“L’aiuto locale” che doveva essere pagato e sul quale non si potevano fare sconti.
Una “lobby” di cui il faccendiere sta, giorno dopo giorno, descrivendo confini e dettagli.
Gli inquirenti lo intercettano nel corso delle indagini: i motori per i filobus sono forniti da Breda, ma la carrozzeria è Skoda, azienda ceca, non a caso.
È lui a curare il business con Ceraudo, a prevedere una ricompensa per i “favori di Roma”.
A dicembre, D’Incà Levis viene arrestato a Praga e a gennaio viene estradato a Roma.
È allora che inizia a raccontare agli inquietanti retroscena del sistema.
Parole che vengono confermate da una mail trovata dai finanzieri del tributario nel suo pc.
È il 10 aprile del 2008: D’Incà Levis riassume all’ad di Breda il costo dell’affare e prevede 7mila euro di mazzetta per ognuno dei 45 mezzi.
Una voce che viene inserita nel budget con una precisazione: su quella cifra non si fanno sconti.
I piani prevedono 315 mila euro di tangente che, però, questo il parere degli investigatori, col passare del tempo lievitano, arrivando a 500/600 mila euro.
E che vengono messi da parte grazie a una serie di false fatturazioni su conti esteri poi “spallonati”, cash, in Italia.
Duecentomila euro vengono trovati, nel giorno delle perquisizioni, nella cassetta di sicurezza di Ceraudo che, tra l’altro, aveva cercato in tutti i modi di far sparire le chiavi.
Che si tratti proprio del contante della mazzetta, è più che un sospetto: i numeri delle banconote sono seriali e consecutivi.
Gli altri 300 mila dovrebbero essere finiti direttamente nelle tasche di chi aveva propiziato l’appalto da Roma: Riccardo Mancini.
Uno del “sistema Roma”, appunto.
Maria Elena Vincenzi
(da “La Repubblica”)
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Gennaio 25th, 2013 Riccardo Fucile
DA ANNI UNA SPINA NEL FIANCO DELLA ‘NDRANGHETA CALABRESE, COMPONENTE DELLA COMMISSIONE ANTIMAFIA, HA ACCUSATO ITALO BOCCHINO DI AVER FATTO ENTRARE IN GIUNTE LOCALI PERSONAGGI EQUIVOCI…SI E’ OPPOSTA A TUTTO QUESTO E IN FLI, “PARTITO DELLA LEGALITA'”, NON HANNO CACCIATO BOCCHINO, MA LEI
“Sono stata isolata dalla politica e dai partiti”. Lo ha dichiarato ieri sera, la parlamentare calabrese Angela Napoli, intervenendo alla trasmissione di La7 ” Servizio Pubblico”.
La Napoli, intervistata da Santoro, ha ricordato di essere sotto scorta da più di 10 anni per la battaglia condotta contro la ‘ndrangheta e soprattutto contro i connubi tra mafia e politica.
Battaglie che l’hanno condotta ad essere nel mirino delle cosche, ma non all’apprezzamento da parte del suo partito: “mi ha mortificato l’insensibilità della politica rispetto alle battaglie da me condotte”.
Sulle dimissioni da coordinatrice regionale di Fli, spiega: “ho lasciato perchè ho cercato di mettere in pratica l’insegnamento di Paolo Borsellino che sosteneva che non bastava che una persona non fosse toccata dalla Magistratura per qualificarla una persona perbene.Di fronte alle mie posizioni, Italo Bocchino ha ufficialmente fatto entrare nelle giunte rappresentanti molto discussi”.
“La politica — ha proseguito l’ex deputata finiana — deve arrivare prima della Magistratura”.
La Napoli ha ribadito di nuovo il motivo che l’ha portata a lasciare il partito di Fini pur rimanendo da indipendente all’interno del gruppo parlamentare: l’entrata di esponenti di Fli all’interno di giunte dove era stata disposta la commissione d’accesso antimafia”.
La lotta mafia — ha aggiunto la parlamentare — “si fa facendo nomi e cognomi”.
Si definisce “delusa, amareggiata dalla politica”, ma insiste: “io non mi fermo”.
Il commento del ns. direttore
Non è questa la sede per ribadire la solidarietà e la vicinanza umana e politica della comunità genovese (e non solo) che si riconosce nella linea di “destradipopolo” (oltre 400.000 lettori nel 2012)
Quando abbiamo dato una mano a Fli, riconoscendoci nel richiamo alla legalità di Bastia Umbra, non pensavamo che ci saremmo trovati di fronte a fatti sconcertarti, non solo locali.
Ne ricordo solo uno, meno noto: visita istituzionale di Fini a Genova, pomeriggio a disposizione del partito, idee zero da parte dei vertici regionali su come “gestirlo” (se non la solita riunione con gli iscritti).
In quei giorni il presidente della Casa della legalità aveva ricevuto minacce di morte dalla ‘ndrangheta e, lo stesso giorno della visita di Fini, era stato indetto un incontro pubblico di solidarietà con Christian Abbondanza.
Parlo con lui per sapere se avrebbe gradito una visita del presidente della Camera, mi dice subito di si, viene avvisato Fini che, mi viene riferito, e’ “entusiasta della proposta”.
Necessita il programma che è mia cura far pervenire a stretto giro al suo addetto stampa: nel frattempo la voce filtra e la notizia viene riportata dal maggiore quotidiano regionale.
Tutti concordi nel dire che una presenza del genere avrebbe dato un’immagine nuova di Fli, facendolo decollare nell’opinione pubblica locale e rilanciandone la credibilità .
Ricordo aanche le tante firme di solidarietà a Christian di personalità illustri del Paese: unica esponente di Fli fu Angela Napoli, tanti “prudenti” si guardarono bene di apporre la firma.
Noi no.
La vigilia della visita arriva il contrordine: Fini non può partecipare.
Mi riferiranno che qualcuno era intervenuto per dissuaderlo, non era il caso di porgere un saluto di solidarietà a un uomo nel mirino della criminalità organizzata, neanche un telegramma.
Mi fermo qua per carità di patria.
Quel giorno per molti giovani genovesi finì la speranza di vedere interpretata con coerenza la linea politica di Bastia Umbra.
Oggi leggo che qualcuno in Fli critica le parole pronunciate da Angela Napoli da Santoro: sono gli stessi che non hanno mosso un dito quando Fini è stato “sconsigliato” di partecipare a Genova a quell’incontro, sono gli stessi che non hanno certo occupato sedi o fatto casino per protestare quando Angela è stata destituita in Calabria, sono gli stessi che non sono stati capaci di prendere a sberle ogni volta che lo incontravano il mandante di quella operazione o di accoglierlo a pernacchie.
Lo avessero fatto, ora Fli sarebbe diverso, ma guai a rischiare una reprimenda o una poltrona: come ha detto Angela, tutti si riempiono la bocca di legalità salvo non accorgersi che si dovrebbe in primis pretenderla e difenderla a casa propria, costi quel che costi.
Questo è l’insegnamento che ci ha lasciato Paolo Borsellino.
Tutto il resto sono, nella migliore delle ipotesi, inutili chiacchiere.
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Gennaio 25th, 2013 Riccardo Fucile
PARLA IL PADRE DI EMMANUELA, FINITA AI DOMICILIARI: “MIA FIGLIA E’ UNA VITTIMA, E’ TUTTA UNA MONTATURA”
I reati contestati: associazione sovversiva e banda armata. Poi l’antisemitismo,
sbandierato. «Una montatura e non parlo da papà ».
Michele Florino, ex senatore missino, è il padre di Emmanuela, responsabile regionale di CasaPound, da ieri agli arresti domiciliari, considerata la mente, soprannominata dai suoi amici la «ducessa».
Florino, un padre difende sempre sua figlia.
«Certo, io lo farei qualunque fosse l’accusa, ma in questo caso non vale come giustificazione».
Per lei sono tutte accuse infondate?
«Una montatura aberrante da parte degli organi inquirenti».
Anche lei con la storia dei magistrati comunisti?
«Non mi interessa se sono comunisti, certo che è incredibile che nel momento in cui i ragazzi di CasaPound si candidano alle elezioni scattano gli arresti».
Ma i fatti contestati risalgono al 2009.
«Fatti?».
Fatti, episodi, come li vuole chiamare?
«Non mi pare che ci siano stati gli scontri. Quindi parliamo di dimostrazioni sia a Porta di Massa, sia in piazza Carlo III».
Non ci sono stati perchè c’erano le forze dell’ordine.
«Vabbè. Poi, ho letto, si contesta la sistematica occupazione di immobili. Ma non esiste, di solito sono quelli di sinistra che occupano, a Napoli sono 32 gli immobili. I ragazzi di Casapound che occuparono l’ex convento di Materdei c’hanno speso 20 mila euro per ripulirlo e hanno fatto volontariato».
Volontariato con mazze, bombe carta e con l’intenzione di violentare una studentessa perchè ebrea?
«Millanterie di qualche giovane che non appartiene a CasaPound».
Le leggo il testuale delle intercettazioni?
«Chiacchiere stupide, ma chiacchiere. Dicono una cosa di questo tipo: “Te la faresti un’ebrea? No, io no”. Capisco che colpiscano l’opinione pubblica queste frasi, ma sono parole al vento».
Anche quelle di sua figlia?
«Mia figlia è responsabile regionale dell’associazione, quindi per i magistrati sarebbe responsabile degli scontri non avvenuti».
Ci sono stati pestaggi, accoltellamenti.
«E aggressioni, come quello subito da Emmanuela. Traumatizzata da quell’evento. Mia figlia è una vittima, altro che carnefice, dopo quelle aggressioni non frequenta più la Federico II».
Sua figlia al telefono con un altro ragazzo parla della manifestazione nazionale di Casapound. Dice come si devono vestire, il suo interlocutore parla di mazze, lei lo corregge.
«Sono aste, aste delle bandiere. È così da sempre, in gergo si chiamano mazze. E si vestono in un determinato modo come segno identificativo. Sono telefonate estrapolate da un contesto. Una montatura, ripeto, per far scoppiare il caso. Ma che una ragazza di destra non potesse frequentare l’università non se ne è fregato nessuno».
Lei è stato accusato dal pentito Giuseppe Misso di essere il mandante dell’uccisione di tre giovani di estrema sinistra nell’83.
«E i giornali dopo avermi crocifisso, non hanno mai scritto che sono stato prosciolto da Narducci e Amato. Non ho mai avuto giustizia. Sono tre anni che aspetto che la mia denuncia per calunnia vada avanti, ma non se ne sa nulla. Se vuol sapere se penso che la storia si è ripetuta, rispondo che non è così. Il mio è stato un dramma, quella di Emmanuela sarà solo una brutta esperienza, perchè non c’è nulla contro di lei».
E neanche contro Savuto e Tarantino, considerati dai magistrati, i più violenti?
«Tarantino non è di Casapound. Savuto lo conosco da anni, è un pezzo di pane».
Quando parla, però, ci va giù duro.
«Ragazzate, millanterie».
È sicuro?
«Sono sicuro. Se altri sono colpevoli pagheranno, ma in quelle quattrocento pagine ci sono solo pezzi attaccati tra di loro, per creare mostri. Gli orchi di destra, ma, lo scriva, i giovani di destra non si fermeranno. E nemmeno gli anziani».
Simona Brandolini
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