Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
IL PD TIENE DURO SUL RICORSO ALLA CONSULTA, PUR CON QUALCHE DEFEZIONE
Il pressing delle colombe del Pdl è insistente. E la linea chiara: prendere tempo affidando alla Corte
costituzionale il ricorso sulla legge Severino.
Con l’obiettivo di rimandare la decadenza del senatore Silvio Berlusconi.
Lo scenario non dispiace ai supporter più accaniti delle larghe intese, ma non convince il Pd.
«Non è la nostra linea, l’ha chiarito anche Epifani a Repubblica », assicura il viceministro Stefano Fassina.
Difficile, d’altra parte, giustificare un rinvio di mesi senza pagare un prezzo troppo alto sull’altare della stabilità di governo. Perchè un conto è concedere qualche giorno per rispettare il diritto di difesa, altro rinviare così il momento della verità .
Mario Monti, intanto, sul Foglio apre all’ipotesi di grazia per l’ex premier: «I casi eccezionali vanno affrontati con provvedimenti d’eccezione, ad esempio la grazia, che non troverei affatto scandalosa proprio per il ruolo che Berlusconi ha avuto »
Qualche crepa nell’edificio democratico, comunque, si intravede.
Il primo a uscire allo scoperto, proponendo un break per dare spazio alla Consulta, è stato sabato scorso Umberto Ranieri. Indicato, in passato, come vicino alle posizioni del Quirinale. Ieri, poi, in un’intervista al Corriere della Sera è toccato a Luciano Violante – chiamato dal Colle nel comitato dei saggi – non escludere la strada del ricorso. Gelida, però, la reazione dei vertici dem
Fassina non le manda a dire: «Violante è autorevole esperto e giurista, ma certo non rappresenta la posizione del Pd».
Secondo il viceministro la trincea è pronta a reggere al fuoco dei berlusconiani: «Non mi risulta che ci siano differenze rispetto alla linea di Epifani, c’è un’assoluta convergenza». Nessun cedimento al Cavaliere, insomma, in nome della stabilità .
Certo, l’ala governativa di Pd e Pdl ragiona da settimane sui vantaggi immediati di un ricorso alla Consulta.
E dal quartier generale azzurro Maria Stella Gelmini invita i falchi Pd alla “conversione”.
Nessuno, però, si spinge ancora fino a difendere la tesi dello scambio. Al massimo, l’appello è a valutare ogni strada percorribile. Come fa un lettiano doc, il senatore Francesco Russo: «Non ho le competenze giuridiche – premette – ma è certo che il Pd non farà nulla contra legem. Non sarà accondiscendente verso Berlusconi, ma non negherà tutti gli spazi di difesa».
Molto, sostiene, dipenderà da cosa «diranno i giuristi».
E poi, ricorda, esiste anche il ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo promossa dai berlusconiani. In ogni caso, «nessuno vuole far apparire che si porti avanti una forzatura»
In Giunta per le immunità , però, tira un’aria ben diversa.
Sentite il capogruppo Felice Casson: «Non c’è possibilità di un ricorso alla Consulta. Questo perchè nel sistema costituzionale se una legge non va bene è il Parlamento a rifarla, non delega a un altro organo. E poi la giunta è un organo para-giurisdizionale, di nomina politica. Non un organo giurisdizionale».
Non c’è spazio per ulteriori dilazioni, assicura l’esponente dem.
La strada per ulteriori distinguo è insomma sbarrata: «Dal segretario nazionale al segretario dell’ultimo circolo del Pd c’è compattezza. Anche se il Pdl cercherà di tutto – dalla decadenza all’Imu – per far saltare il governo». E anche Stefania Pezzopane non immagina altro che un giudizio rapido sul Cavaliere: «Per noi è impensabile che la giunta faccia ricorso. E a inizio legislatura questa impossibilità è stata sostenuta con particolare attivismo dai membri del Pdl… «.
E si fanno sentire anche i giuristi.
Interviene ad esempio Cesare Mirabelli., ex presidente della Corte costituzionale «Non mi pare – afferma – che ricorra il presupposto di un ricorso alla Consulta. Dovrebbe in ogni caso essere l’Aula del Senato a sollevare la questione, e non la Giunta. Ma sarebbe singolare che a sollevare la questione sia lo stesso organo che ha approvato la legge e che potrebbe deliberarne la modifica».
Tommaso Ciriaco
(da “La Repubblica”)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
GLI SCUDI UMANI DEL CAVALIERE FOLGORATI SULLA VIA DI ARCORE
Da qualche giorno, mentre la grande stampa dipinge un panorama da tregenda, con Berlusconi che sta per far saltare il governo perchè Napolitano e il Pd non vogliono saperne di salvarlo, ragion per cui l’Italia orfana dell’inciucio rischia di perdere la bellezza di 6 miliardi (il copyright della barzelletta è del Sòla-24 ore), il Fatto segue con grande passione le gesta degli “scudi umani”.
Chi sono costoro? Sono strani personaggi molto flessibili, anzi pieghevoli, posizionati preferibilmente nei dintorni del centrosinistra ma molto graditi all’occorrenza anche a destra, grondanti lauree in scienze giuridiche, lunghi curricula accademico- istituzionali e ottime entrature al Quirinale.
Radiografando i loro cervelli sotto il copricapo da corazziere, si ottengono figure geometriche tortuose e irregolari dalle forme più bizzarre: ora a zigzag, ora a serpentina, ora a torciglione, ora a banana, ora a sifone del water.
Il che, paradossalmente, spiega le loro fulminanti carriere e fortune. Tornano utili ogni qual volta — il che accade di continuo — il Caimano ricatta tutti e minaccia di spaccare tutto perchè una sentenza, una legge, uno o più articoli della Costituzione, del Codice penale, o di procedura, non collimano con i cazzi suoi.
A quel punto, a un segnale convenuto, un fischio a ultrasuoni non udibile dai comuni mortali, questi cavilli di razza entrano in azione disponendosi a testuggine.
Il primo a partire è stato il presidente emerito della Consulta, Capotosti: aveva sempre sostenuto che il decreto Severino non ammette deroghe nè interpretazioni: B., condannato in via definitiva a 4 anni per frode fiscale, decade automaticamente da senatore e non può ricandidarsi per i prossimi sei anni.
Poi però i berluscones scoprono all’improvviso che la Severino è incostituzionale perchè si applica anche ai condannati per reati commessi prima della sua entrata in vigore.
E riecco Capotosti argomentare con la stessa sicumera di cui sopra che forse, in effetti, a ben guardare, potrebbe aver ragione anche chi sostiene l’incostituzionalità della Severino “retroattiva”, dunque il Senato potrebbe travestirsi da giudice e sollevare eccezione di incostituzionalità della Severino dinanzi alla Consulta.
In men che non si dica, si aprono le cateratte.
E sbucano giuristi e costituzionalisti un po’ ovunque che si battono una mano in fronte e dicono: “Ma certo, com’è che non ci abbiamo pensato prima?!”.
Giovanni Fiandaca, folgorato sulla via di Arcore, cade da cavallo, anzi da cavillo, e scopre d’un tratto che “la Severino è un ginepraio” e “va approfondita”, precisando poi che “noi giuristi siamo in grado di sostenere sia l’una sia l’altra tesi”.
Infatti segue a ruota Valerio Onida, che ribadisce: la Severino vale anche per i reati commessi prima, ma chissà che non abbiano ragione quelli del dopo, quindi si vada alla Consulta.
Ed ecco Carlo Galli, passato direttamente dai soffietti napolitani su Repubblica al seggio parlamentare nel Pd: alla Consulta, alla Consulta.
E poi Umberto Ranieri, aiutante di campo di Re Giorgio: consultare la Consulta. E pure Michele Vietti, vicepresidente del Csm di cui è presidente Napolitano: alla Corte, alla Corte.
E Violante, l’intransigente che si taglia con un grissino: lui il ricorso alla Consulta lo chiama “diritto di Berlusconi a difendersi” (da una condanna definitiva!).
C’è persino un magistrato, il Pg di Catanzaro Jannelli, che tre anni fa si ribellò a una perquisizione dei colleghi di Salerno che indagavano sugli insabbiamenti delle inchieste di De Magistris: scrive un’intera pagina sull’autorevole Il Giornale contro la legge Severino che gli sta proprio sul gozzo.
L’unico che non ha ancora capito come il Pd salverà B. è il segretario per caso Epifani: lui continua imperterrito a ripetere che “la legge è uguale per tutti”, “il Pd non si piega ai ricatti”, “voteremo la decadenza”. Ma non precisa quando.
Il giochino è tutto qui: se la giunta o l’aula del Senato, camuffandosi da tribunali, ricorrono alla Consulta contro la Severino prima di votare la decadenza di B., non è che sperino di avere ragione.
La Corte risponderà che la legge è perfettamente legittima (la decadenza dei condannati vale da 20 anni per i consigli comunali, provinciali e regionali, con decine di precedenti), o forse dichiarerà inammissibile il ricorso perchè il Parlamento non ha alcun titolo per presentarlo.
Ma lo farà coi suoi tempi medi: fra uno o due anni.
Intanto B. resta senatore, va ai servizi sociali e dopo qualche giorno magari Napolitano gli commuta la pena in una comoda multa.
Quanto all’interdizione dai pubblici uffici, quando la Corte d’appello l’avrà ricalcolata, potrà estinguersi con il servizio sociale del Cavaliere penitente.
Tutto ciò non accadrebbe se il governo cadesse, la legislatura finisse e B. si ripresentasse: essendo ineleggibile in base alla Severino senza più la copertura dei suoi complici in Senato, si vedrebbe annullare la candidatura dalla Corte d’appello.
Ecco perchè abbaia tanto, ma non morde (ha addirittura vietato ai suoi le dichiarazioni polemiche).
L’ennesima estorsione sta per andare a buon fine e lui non vuole disturbare i manovratori-estorti.
Ma, soprattutto, deve aiutarli a nascondersi dagli elettori.
PS. Ovviamente il giudice Antonio Esposito va immediatamente punito senza rinvii, ricorsi, diritti di difesa, supplementi di approfondimento: lui ha condannato, mica è stato condannato.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
“SONO DA ANNI IL PIU’ VOTATO IN SICILIA, LA SANTANCHE’ NEANCHE LA ASCOLTO: E MOLTISSIMI COLLEGHI SONO D’ACCORDO CON ME”… “I FALCHI VOGLIONO FAR CADERE IL GOVERNO? VEDIAMO COME VA A FINIRE LA VOTAZIONE IN AULA”
«Io lo so per certo». Che la certezza sia vera o soltanto «tattica», sta di fatto che dalle parti di Silvio
Berlusconi il tema del Senato in subbuglio s’è già trasformato in un allarme rosso.
«So per certo», ha detto ieri pomeriggio Gianfranco Miccichè, «che nel Pd stanno già lavorando alla campagna acquisti nel centrodestra per sostenere un Letta bis».
Il sottosegretario ostenta sicurezza, giura che non «troveranno parlamentari disposti a esporsi e a giocarsi una rielezione in cambio di nulla».
E si premura anche di togliere il nome di Enrico Letta da qualsiasi ipotetica chiamata in correità . «Non sono certo i lettiani. Letta subisce sorridendo…».
Ma il tema c’è. Soprattutto perchè, alla girandola di nomi chiamati in causa da sospetti e maldicenze, adesso s’aggiunge chi s’affretta – e neanche troppo timidamente – a mettere la propria faccia e la propria firma contro qualsiasi ricorso alle elezioni anticipate.
Tipo Giuseppe Castiglione, coordinatore del Pdl siciliano, amico di Angelino Alfano e – evidentemente – non di Miccichè.
«Tanto per capirci, io ho sempre vinto. Miglior eletto all’Assemblea regionale siciliana, miglior eletto al Parlamento europeo, presidente di Provincia (a Catania, ndr ) più amato d’Italia», riassume Castiglione, oggi sottosegretario, nel suo curriculum. Poi arriva al punto: «E, secondo voi, uno come me si fa dire se si va alle urne oppure no da Daniela Santanchè? Io neanche la ascolto, la Santanchè. La leadership di Berlusconi e il fatto che lo si debba difendere restano per me punti su cui non si discute. Ma in questo momento non possiamo voltare le spalle al governo perchè il Paese si rivolterebbe contro di noi. I falchi dicono che andiamo alle elezioni? Ne dubito. I falchi dicono che, qualora andassimo alle elezioni, le vinceremmo? Ne dubito…»
Non è solo, Castiglione. A parte «il numero esorbitante di senatori nostri che mi hanno chiamato e che sono d’accordo con me nel difendere il governo», c’è sempre quella pattuglia di colleghi siciliani che non lo ha mai abbandonato.
Da Vincenzo Gibiino, classe ’65, avvocato e imprenditore di San Gregorio di Catania, al tandem composto da Giuseppe Pagano detto «Pippo» e Salvatore Torrisi detto «Salvo».
Fedelissimi di Castiglione, soprattutto gli ultimi due, anche se hanno respinto con una nota alle agenzie «le interpretazioni malevole». E precisato che«saremo leali a Berlusconi».
Sembrano i classici sassi che anticipano di poco l’inizio dello smottamento.
E tra i sassi che rotolano c’è anche quello lanciato da Domenico Scilipoti, senatore eletto col Pdl, l’uomo che nella passata legislatura era stato il nume tutelare dei «Responsabili» che abbandonarono il centrosinistra per salvare Berlusconi. «Responsabili è una parola seria, un aggettivo importante», scandisce il parlamentare siciliano.
Poi lascia intendere che il biglietto di ritorno dal berlusconismo ce l’ha praticamente in tasca. «Secondo lei, viene prima l’interesse di un singolo o l’interesse del Paese? Secondo lei, viene prima l’interesse di un singolo o l’interesse dei nostri figli?», si chiede.
E si risponde: «Per me vengono prima l’interesse del Paese e quello dei nostri figli. E di questo governo, di un governo, adesso abbiamo bisogno. Non possiamo permetterci di andare alle elezioni in un momento come questo. Io la penso così. E sarò responsabile anche a costo di qualche doloroso sacrificio personale che mi costerebbe molto….».
E la lista dei possibili transfughi del Pdl non finisce qui.
L’altro giorno, il giornale online Linkiesta ha messo insieme anche i nomi di Giuseppe Ruvolo, di Francesco Scoma e anche di quel Riccardo Villari che, nel chiamarsi fuori da qualsiasi ipotesi di tradimento («Scrivete che le mie dimissioni da senatore sono già nelle mani di Silvio Berlusconi»), aveva comunque ammesso che sì, «al Senato comunque ho fiutato qualche movimento»
Di movimenti ce ne sono, e parecchi, nel gruppo «Grandi autonomie e libertà » (Gal), composto da dieci senatori eletti nel centrodestra tra cui anche Giulio Tremonti e pure Paolo Naccarato, l’amico che l’ex ministro dell’Economia è riuscito a fare eleggere con la Lega.
Naccarato ha detto ieri al Corriere che «al Senato verrà fuori una maggioranza silenziosa». E anche il suo compagno di banco Luigi Compagna adesso ammette che, in vista di un Letta bis, «s’intravede nel centrodestra una specie di fluidità , come dire, “alla Mastella”…».
«Ma dove vanno? Dove volete che vadano?», irride Maurizio Gasparri, uno che il Senato lo conosce bene.
E per quanto giuri che dal Pdl non uscirà nessuno, l’ex capogruppo dei berlusconiani ammette che qualche movimento a Palazzo Madama c’è.
«Dentro il Cinquestelle c’è gente che vuole salvare lo stipendio e che farà di tutto pur di tenere in piedi la legislatura. Tipo l’ex grillino Mastrangeli, quello che andava ospite su Canale 5 da Barbara d’Urso e che poi è finito al Gruppo misto. Di altri Mastrangeli, tra di loro, ce ne sono altri. Sei, sette, forse otto…».
E la giostra continua a girare.
Tommaso Labate
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
“SI STA CREANDO UN POLVERONE SUL NULLA, UN EVENTUALE RICORSO SAREBBE DICHIARATO INAMMISSIBILE”
Sulla vicenda dell’agibilità politica di Berlusconi se ne leggono davvero molte (in tanti si sono improvvisati dotti giuristi per interpretare le norme con molta libertà d’immaginazione).
Quando il prossimo 9 settembre la Giunta delle elezioni e delle immunità parlamentari del Senato dovrà decidere sulla decadenza del senatore Berlusconi non potrà far altro che far valere la legge Severino, quella sull’incandidabilità (quindi sulla decadenza) di condannati in via definitiva. Ecco perciò che i sostenitori del Cavaliere vorrebbero che questa legge fosse giudicata dal parere di numerosi e autorevoli costituzionalisti.
Da qui l’idea di sottoporla al parere della Corte Costituzionale (che significherebbe due mesi per decidere l’ammissibilità del parere e, nel caso, circa un anno per entrare nel merito). Abbiamo chiesto a Paolo Maddalena, che quella Corte l’ha presieduta (attualmente ne è vicepresidente emerito), cosa ne pensa.
Dottor Maddalena, si rivolgeranno alla Corte?
Credo che non ci sia lo strumento procedurale per arrivare alla Corte. La Giunta è un organo amministrativo, così come la Camera è un organo legislativo. E in quanto tali non hanno accesso alla Corte Costituzionale. La legge che regola il giudizio davanti alla Corte dice che il ricorso può essere promosso solo in via principale, da parte dello Stato (Regioni, amministrazione centrale, ecc.) con termini di decadenza; oppure in via incidentale nel corso di un giudizio davanti al giudice ordinario o al giudice amministrativo. Il procedimento davanti alla Giunta non si può definire un procedimento giurisdizionale.
Ma esistono eccezioni?
C’è qualche precedente, direi poco condivisibile, in materia di accertamento di eleggibilità da parte di consigli comunali. Ma è una giurisprudenza molto remota. Al contrario esiste giurisprudenza chiara e recente che ha stabilito, sia per la Camera sia per il Senato, che la procedura davanti alla Giunta non ha valore di giudizio. Quindi non c’è la sede per poter sollevare la questione di incostituzionalità .
Eppure sembra la via indicata da molti…
Ma cosa si va a impugnare? Il Parlamento impugna una legge che lo stesso Parlamento ha adottato? Già questo mi sembra assurdo. E poi il nocciolo giuridico che è stato prospettato consisterebbe nel sostenere che questa legge contrasta con l’articolo 3 della Costituzione, in quanto la posizione del Capo del governo è diversa da quella di tutti gli altri cittadini. Quel-l’articolo recita che tutti i cittadini sono uguali di fronte alla legge. Ma c’è anche l’articolo 54 della Costituzione che si dimentica; questo dice che tutti i cittadini devono rispettare la legge e la Costituzione, ma i cittadini che sono investiti di pubbliche funzioni (quindi i magistrati, i parlamentari, il capo del governo e i ministri) devono agire con dignità e onore. Come si fa a dire che queste persone sono discriminate? Mi pare assurdo mettere in campo un principio di disparità di trattamenti. La legge Severino è una norma perfettamente in linea con la Costituzione. Se il potere legislativo ha cambiato opinione faccia un’altra legge. Ma intanto quella che c’è va attuata.
C’è chi sostiene che questa legge non può essere retroattiva.
Ma non è una legge penale, per la quale si può parlare di irretroattività . È una legge che stabilisce quali sono i requisiti per essere eleggibile. Vale perciò il principio che è stato una della ultime conquiste della nostra legislazione: parificare l’illegittimità preventiva alla decadenza successiva. Non c’è via di scampo. Si sta creando un polverone su nulla.
Un nulla condiviso da molti commentatori…
Mi meraviglio dei soggetti, anche pregevoli, che sostengono queste idee. Siamo di fronte a un caso chiaro: c’è una condanna passata in giudicato e questa è il presupposto per l’applicazione della legge Severino, che non è penale e quindi non si pone la questione della irretroattività .
Quindi?
La legge va applicata con piena coscienza e senza nessun ripensamento. Dal punto di vista giuridico è chiarissima, non c’è possibilità di scampo.
E se il ricorso alla Corte fosse solo un pretesto per prender tempo?
Se così fosse sarebbe gravissimo. Se si trattasse di una specie di escamotage allora inviterei alla prudenza: bisogna star attenti che così si fa crollare la Costituzione perchè si va a colpire la sua essenza. Ovvero la legalità costituzionale, la conformità della legge alla Costituzione.
Poniamo il caso che davvero si farà ricorso alla Corte: questa che farà ?
A mio avviso non ha altra via che dichiarare il ricorso inammissibile.
Sarebbe un colpo durissimo per chi l’ha proposto.
Cosa s’aspettano del resto se chi chiede il parere non è un giudice?
E se per, diciamo così, “cortesia istituzionale”, dichiarasse il parere ammissibile?
A quel punto dovrebbe entrare nel merito e dichiararlo infondato. Ma arrivare a questo punto sarebbe grave. Non si può pensare che tutto sia lecito, che tutto si possa fare, perchè così salta l’ordinamento della vita civile. E se barattiamo la nostra legalità costituzionale con le esigenze di salvare il governo facciamo un errore enorme. Perchè la legalità costituzionale è il fine ultimo della vita civile.
Marco Filoni
(da “Il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
SUPERVERTICE CON I FIGLI E CONFALONIERI: “QUA FINISCE MALE”
È stato un parto laborioso benchè la nota di Silvio Berlusconi sia relativamente breve. 
Ma è stata dettata soprattutto da una serie di preoccupazioni che gli sono state rappresentate con un’energia insolita dall’inner circle costituito dai figli e dagli amici più stretti, come Fedele Confalonieri, Ennio Doris e Gianni Letta.
La nota diffusa attraverso il sito ufficiale del Popolo della libertà giunge in una giornata segnata, tra l’altro, da un pesante tonfo in Borsa delle azioni Mediaset (-6,25%) e di quelle di Mediolanum (-3,16%).
Un tonfo che segnala, è questa l’interpretazione più ricorrente, il giudizio negativo dei mercati verso l’ipotesi di una crisi di governo, così sarebbe stato letto l’esito del vertice di Arcore e gli strascichi che ne sono seguiti.
Insomma, la Borsa ha lanciato un avvertimento che ricorda quanto è avvenuto nell’autunno 2011 e che spinse il Cavaliere a dimettersi per lasciare il posto poi al governo tecnico guidato da Mario Monti
Il timore, quindi, è quello di essere considerato un fattore di instabilità e non un attore politico mosso dalla responsabilità verso il proprio Paese.
Ed ecco perchè Berlusconi sente il bisogno di intervenire di persona, richiamando all’ordine chi ha alimentato le polemiche negli ultimi tempi.
«In questa situazione di difficoltà per il nostro Paese e di confronto tra le forze politiche – scrive l’ex premier –, il dibattito all’interno del Popolo della libertà , che nasce come chiaro segnale di democrazia, viene sempre più spesso alimentato, forzato e strumentalizzato dagli organi di stampa».
A questa premessa, la nota fa seguire un fermo richiamo alla continenza verbale e un’altrettanta ferma esortazione a valutare con attenzione gli effetti di esternazioni a ruota libera.
Dice, a questo riguardo, il Cavaliere: «La passione e l’impegno generoso dei nostri dirigenti e dei nostri militanti, anche negli ultimi giorni, vengono riportati e descritti a tinte forti, quasi fossero sintomi di divisioni e di contrasto».
A questo punto, intima Berlusconi, «invito tutti a non fornire con dichiarazioni e interviste altre occasioni a questa manipolazione continua che alimenta le polemiche e che nuoce a quella coesione interna, attorno ai nostri ideali e ai nostri valori, che è sempre stata ed è il tratto distintivo del nostro movimento»
La messa a punto del Cavaliere è, di fatto, un brusco altolà ai cosiddetti falchi.
Così la interpreta, all’interno del partito, la grande maggioranza dei dirigenti.
«È la presa di coscienza ancora embrionale – fa notare un parlamentare di prima fila che parla a condizione di restare anonimo – di chi si rende conto che seguire la strada della trimurti Santanchè, Verdini, Capezzone porta alla spaccatura del Pdl che finora è rimasto coeso».
Non solo.
Fare saltare il tavolo non costituisce affatto uno strumento per difendere il Cavaliere, aggiunge un ex ministro, «ma è un azzardo totale perchè conduce all’isolamento politico, cosa che Berlusconi in questo momento non si può permettere».
Non può, viene fatto notare ancora, aprire la crisi in questo momento perchè la soluzione non saranno le elezioni, ma tentativi ripetuti di fare comunque nascere un governo purchessia e se ciò non accadesse Napolitano si dimetterebbe e così si arriverebbe al dilemma di eleggere come capo dello Stato uno tra Stefano Rodotà e Romano Prodi.
Berlusconi, ricorda un senatore del Pdl, «comincia a rendersi conto che qualcuno sta giocando su di lui una partita cinica per fini personali».
La nota, insomma, è la conclusione di questo ragionamento, «serve anche a stoppare questo tipo di operazioni. Per ora».
Lorenzo Fuccaro
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
“NAPOLITANO HA GRAZIATO SENZA RICHIESTA IL COLONNELLO USA” SPARA GASPARRI… L’AVVOCATO DEL MILITARE LO SMENTISCE: “DICE UNA CAZZATA, L’HO PRESENTATA IO”
Mancava giusto il complotto tra un ex comunista e la Cia.
Scartate tutte le strade al Pdl restano solo le bufale.
Mentre fa ballare il governo sull’Imu e si finge rassegnato il pregiudicato di Arcore cerca ancora una strada per costringere Napolitano a concedergli la grazia.
Dopo averle battute tutte per tirare in mezzo il Presidente della Repubblica non gli resta che giocare di fantasia.
Se ne incarica di buon’ora Maurizio Gasparri, ma con un tentativo così maldestro da essere smentito nel giro di poche ore, sia dal Quirinale che dal misterioso oggetto delle sue farneticazioni, l’avvocato milanese Cesare Bulgheroni, che gli rifila pure un assai poco onorevole: “Quella grazia? L’ho chiesta io e Gasparri, con rispetto parlando, sta dicendo una cazzata”.
Un passo indietro.
E’ mattino presto quando il vicepresidente del Pdl passa alle agenzie l’ennesimo attacco frontale al Colle volto a rimuovere l’ostacolo della richiesta della grazia, ancora non pervenuta.
Napolitano era stato lapidario in proposito, stampando il concetto in una nota del 13 agosto, ribadendo una volta per tutte che è l’interessato a doversene fare carico.
Ma Berlusconi non si dà pace.
“Questi magistrati — ha confidato a un fedelissimo — mi vogliono far fuori e il capo dello Stato non può restare con le mani in mano. È grazie a me se sta al Quirinale, l’abbiamo voluto noi, e non può tutelare solo una parte politica”.
La grazia? “Io non ho fatto niente, sono innocente, perchè dovrei chiedere la grazia? È Napolitano che deve trovare il modo di riparare a un’ingiustizia, a un evidente errore, a una persecuzione che può essere negata soltanto da chi è in malafede”.
Ma l’ostacolo resta e Gasparri si incarica di aggirarlo andando a ravanare ovunque pur di trovare un qualche appiglio che dimostri il contrario, che la richiesta non è affatto necessaria, che Napolitano può concedere l’atto di clemenza motu proprio e anzi, in vero, l’ha già fatto.
Per dimostrarlo lavora di ingegno e tira fuori dal cilindro un parallelo che per qualche ora prende corpo: la grazia concessa ad aprile al colonnello della Nato Joseph Romano, l’unico militare americano (gli altri erano della Cia) condannato per il sequestro Abu Omar.
“Tutto dipende da Napolitano”, improvvisa il vicepresidente Pdl Maurizio Gasparri in un’intervista a QN.
“Il signor presidente della Repubblica — dice — nei mesi scorsi ha dato la grazia a un agente della Cia (in realtà un colonnello, comandante della base di Aviano, ndr) coinvolto nel caso Abu Omar. Ora dice che se Berlusconi vuole la grazia deve chiederla, ma perchè a lui chi l’ha chiesta: la Cia? Lo dica, Napolitano, dica chiaramente su quali basi formali ha deciso quella grazia e ci faccia vedere le carte”.
Il punto per i berluscones sembra segnato.
Napolitano, questo il ragionamento, piegò l’istituto della clemenza — che è motivato esclusivamente da finalità umanitarie — a finalità politiche.
Anche allora lo fece contro il parere espresso dalla Procura, anche allora a seguito di una sentenza di condanna del Tribunale di Milano.
Quante coincidenze, ragiona il falco del centrodestra: e allora perchè non farlo oggi per Silvio, che pure gli ha permesso di mettere in piedi due governi (Monti e Letta) e risalire al Colle?
Ed ecco che, trovata la quadra, Gasparri butta lì una quarta “coincidenza”, a completare il poker da calare presto sul tavolo del Quirinale (Alfano ci andrà a giorni). Ecco, dice Gasparri, in quel caso Napolitano si è sporcato le mani per concedere una grazia “politica” mentre ora per Berlusconi si tira indietro e non si presta.
E allora avanti, per Dio, chi ha presentato quella richiesta di grazia? Chi è stato?
Il mistero si scioglie presto con una semplice telefonata e non Washington ma a Milano.
Ebbene, ecco la risposta: la grazia al colonnello Jospeh Romano non l’ha chiesta un fantomatico agente della Cia ma il suo legale, Cesare Bulgheroni, come vuole la legge che regola la materia.
Che a ilfattoquotidiano.it, per altro, mostra sconcerto per un “caso” smaccatamente costruito a tavolino e sul nulla: “Certo che è stata presentata una formale richiesta al Presidente della Repubblica, l’ho presentata io perchè ne ero titolato in qualità di legale, Gasparri scusi il termine ha detto una c…ta”, ha detto al Fattoquotidiano.it. Del resto chi fosse l’istante della domanda lo poteva apprendere senza troppi incomodi anche dalla nota ufficiale del Quirinale del 5 aprile scorso (scarica il comunicato) che annunciava il decreto di concessione, al secondo capoverso appena. Ma a un Pdl ormai disperato e pronto a tutto, con poche cartucce buone da sparare, fa molto più comodo accreditare il sospetto di un atto unilaterale, che prima contestava al Presidente della Repubblica e ora gli chiede di ripetere per salvare il “caro leader”, approfittando del fatto che istruttorie e decreti in materia di clemenza sono coperti dalla privacy.
Nessun mistero, nessun parallelo.
Solo una bufala d’agosto che si scioglie con una telefonata dietro casa.
Thomas Mackinson
(da “il Fatto Quotidiano“)
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