Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
ANCHE FERMANDO L’ITER DELLA DECADENZA AL SENATO… LA NORMA LO VIETA A CHI HA SUBITO CONDANNE SUPERIORI AI DUE ANNI
Corre verso il baratro dell’incandidabilità Silvio Berlusconi. 
I falchi del Pdl lo illudono, ma se il Parlamento dovesse davvero chiudere i battenti per la crisi, il Cavaliere si ritroverebbe a vestire i panni del normale cittadino, costretto quindi a rispettare le leggi, a cominciare proprio dalla Severino.
A quel punto, non ci sarebbero strade percorribili per bloccarne gli effetti.
Denis Verdini e Daniela Santanchè hanno convinto Berlusconi che il voto è l’unica chance per evitare la decadenza e per potersi ricandidare.
Ma è davvero così o si tratta di una valutazione tecnica del tutto sbagliata?
Per certo la crisi di governo e il successivo scioglimento delle Camere bloccherebbero la procedura della decadenza nella giunta del Senato.
Ma questo sarebbe l’unico vantaggio. Seguito da un immediato svantaggio, perchè su un’eventuale ricandidatura incomberebbe l’articolo 1 della legge Severino che non consente a chi ha una condanna superiore a due anni di candidarsi.
A depennare il nome di Silvio dalle liste sarebbe stavolta non il Parlamento, ma gli uffici circoscrizionali addetti al controllo elettorale.
Servono le motivazioni della sentenza?
No, basta il dispositivo emesso il primo agosto.
Anche se la giunta non completa l’iter della decadenza, l’incandidabilità di Berlusconi scatta ugualmente?
Assolutamente sì, perchè il voto della giunta riguarda la sola decadenza e non ha alcun effetto su una successiva candidatura. Per assurdo, se la giunta e l’aula dovessero “salvare” Berlusconi lasciandolo senatore, egli sarebbe comunque non più candidabile al prossimo giro.
Non sarebbe più opportuno per l’ex premier puntare tutto sul ricorso alla Consulta?
Strategicamente, sarebbe la mossa migliore soprattutto dal punto di vista dei tempi, perchè solo il ricorso alla Corte costituzionale congelerebbe non solo la decadenza, ma anche l’incandidabilità .
Di fatto la legge Severino verrebbe messa in frigorifero. Considerati i tempi della Consulta, Berlusconi guadagnerebbe sei-otto mesi, nei quali però dovrebbe comunque scontare la sua pena.
Non c’è invece l’evidente rischio che Berlusconi resti subito privo dello scudo parlamentare, esposto al rischio di un mandato di arresto da parte di una procura?
Ovviamente questo pericolo, solo in astratto, esiste. Il giorno stesso in cui il Parlamento si chiude, Berlusconi torna a essere un cittadino come tutti gli altri che, su richiesta di un gip, può anche essere arrestato.
Ci sono delle inchieste in corso che preoccupano Berlusconi e i suoi legali?
Sì, soprattutto il caso Ruby, dove il tribunale ha rimandato in procura le posizioni di Berlusconi, degli avvocati Niccolò Ghedini e Piero Longo, della stessa Ruby e delle Olgettine per il sospetto di indagini difensive che avrebbero prodotto false testimonianze al processo. A preoccupare Silvio è il fatto che le indagini siano dirette dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Quindi Silvio può correre o non può correre alle prossime elezioni, anche se queste si dovessero tenere prima di Natale?
Non è assolutamente candidabile.
Dal 15 ottobre Berlusconi dovrà cominciare a scontare la condanna a un anno, residuo dei 4 grazie all’indulto. Come farà a fare la campagna elettorale?
Per ogni evento dovrà sempre chiedere il permesso, spiegando di che si tratta, al suo giudice di sorveglianza.
Cambierebbe qualcosa per la candidatura anche se non fosse ancora definitiva la misura dell’interdizione dai pubblici uffici?
Non cambierebbe nulla, perchè la legge Severino anticipa gli effetti dell’interdizione, qualora sia stata prevista dai giudici, ma è stata varata proprio per sopperire ai casi in cui l’interdizione non c’è.
Un ricorso alla Corte europea dei diritti dell’uomo di Strasburgo, per manifesta lesione dei diritti di difesa, consentirebbe a Berlusconi di bloccare gli effetti della Severino?
Assolutamente no, la Corte non è un quarto grado di giudizio e la legge farebbe comunque il suo corso.
Il nome di Berlusconi può essere scritto ugualmente nel logo del Pdl?
Può starci, ma potrebbero sorgere dei problemi in caso di eventuali ricorsi.
Berlusconi può presentarsi come candidato premier anche non correndo alle elezioni?
È escluso, perchè comunque la Severino obbliga i condannati a due anni a star fuori anche dal governo.
Per quanti anni Berlusconi, dopo la condanna Mediaset, non sarà più candidabile?
Per sei anni, il Cavaliere dovrà star fuori da ogni competizione. Su questo termine la legge è tassativa.
Liana Milella
(da “la Repubblica“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
ACCELERAZIONE SULLA CAMPAGNA TELEVISIVA, MA BERLUSCONI TEME CHE PARTITO ED ELETTORI NON LO SEGUIREBBERO SE PROVOCASSE LA CRISI DI GOVERNO
Dopo il giorno dell’ira, quello dell’attesa.
Silvio Berlusconi, ancora chiuso ad Arcore dove ha ricevuto la visita dei figli, assiste preoccupato – raccontano – allo scontro intestino esploso nel suo partito tra falchi e colombe.
La linea che vuole far passare all’esterno è quella che riassume Sandro Bondi: «La posizione uscita dal vertice di Arcore è quella di tutto il partito», ma è chiaro che il tirare la corda degli uni da una parte e degli altri da quella opposta condiziona anche l’umore e lo stato d’animo del Cavaliere.
Più possibilista venerdì sera, dopo l’incontro con Alfano, Letta, gli avvocati e i figli. Super falco sabato, nel vertice con lo stato maggiore del partito, dove è stato trascinato dalla accorata verve di Verdini e ha ribattuto a chi, come Quagliariello, tesseva una sorta di elogio di Napolitano che, egli stesso, aveva dovuto subire attacchi dalla magistratura e la perdita di un suo stretto collaboratore: «Sì però – ha ribattuto il Cavaliere – l’ha sostituito con un ex presidente di Cassazione di Magistratura Democratica…».
Ieri, invece, Berlusconi è parso un po’ meno furioso, un po’ meno deciso rispetto all’ipotesi di imboccare con decisione la strada delle elezioni anticipate.
Un po’ la consapevolezza che il suo elettorato non chiede con nettezza il voto subito, un po’ la convinzione che in fondo il governo Letta, nel concreto, sta facendo benino, un po’ la speranza che comunque, all’ultimo momento, qualcosa cambi, lo hanno indotto a non accelerare violentemente i tempi
Poi certo, i segnali sono contrastanti anche nella stessa giornata.
Ieri il Cavaliere pareva deciso a dare il via alla più volte promessa campagna televisiva per spiegare le «ragioni di una malagiustizia che ha condannato un innocente, e gli italiani dovranno saperlo, voglio spiegarlo in tivù presto», magari già alla ripresa di settembre, il tutto sulla scia dell’entusiasmo che continua a suscitargli il libro di Cicchitto
L’uso politico della giustizia di cui al vertice ha annunciato una imminente ristampa.
Ma nello stesso tempo, sempre ieri, continuava a dire ai suoi che, se solo Napolitano lo volesse, potrebbe benissimo dargli un segnale, riabilitarlo, farlo uscire con dignità e «riparare a una terribile ingiustizia».
Sempre che, è la premessa, il Pd non si azzardi a votargli le dimissioni in giunta per le elezioni, che sarebbe l’atto di apertura ufficiale della crisi.
Insomma, le richieste restano le stesse, modulate con toni diversi a seconda della giornata, ma la verità è che la situazione non sembra sbloccarsi nè in un senso nè nell’altro.
Nell’area governativa, resta la convinzione che il filo non si sia ancora spezzato. Nonostante Alfano non abbia ancora incontrato il capo dello Stato, nè abbia ricevuto chiare assicurazione da Enrico Letta, il fatto che dal Pd non siano arrivate brusche accelerazioni viene considerato il segnale che il dialogo può ancora prendere quota.
Una convinzione che Berlusconi ha molto meno.
Per lui, il silenzio o comunque l’ostilità di parte del Pd, nonchè le parole che arrivano – sempre dure – dai componenti della giunta non fanno presagire nulla di positivo. «Io non voglio la crisi – ripete il Cavaliere – il governo l’ho fatto nascere io.
Ma se nei miei confronti non si ferma l’aggressione, è inevitabile arrivarci, devo difendermi e difendere la democrazia. Non c’è altra via».
E però, le previsioni dei falchi di una rottura ad horas , in mancanza di fatti nuovi, sembrerebbero scongiurate.
Le parole di Enrico Letta di ieri, su Imu e necessità che il governo vada avanti, non sono piaciute a tutti (Capezzone le trova da «Ponzio Pilato»), ma hanno permesso alle colombe di leggervi una certa apertura almeno per disinnescare la mina Imu.
L’attesa è infatti che su questo terreno il premier conceda molto («E ci mancherebbe, lo abbiamo promesso agli italiani, non è una concessione», già dice la Santanchè), perchè in caso contrario il baratro sarebbe a un passo.
Il Consiglio dei ministri di mercoledì resta dunque un appuntamento cruciale, ma se i toni nel Pd non saranno ostili e la montagna Imu sarà scavalcata, l’appuntamento per capire se il governo sopravviverà allo tsunami si sposterà necessariamente all’apertura dei lavori della giunta per le elezioni, a settembre.
E nel frattempo il Cavaliere avrà a disposizione quei sondaggi che ha commissionato per capire quale sarebbe l’impatto di una crisi sui suoi elettori, se si perderebbero voti in caso di trascinamento del Paese al voto anticipato.
Su questi tempi dilatati per far scendere la tensione e ottenere il massimo da Pd e Quirinale contano le colombe, ma il dubbio è sempre lo stesso: quanto resisterà Berlusconi?
Il rallentamento di ieri è sicuramente dovuto anche alla necessità di tenere tranquillo un partito in subbuglio, dove la paura che il governo della situazione venga preso dai falchi potrebbe avere l’effetto, paventa qualcuno nello stesso Pdl, di spaccare il partito dopo un’eventuale crisi, con esiti niente affatto scontati per il prosieguo della legislatura.
Dunque, ancora qualche giorno di attesa, in un clima che resta pesantissimo e di grande pessimismo.
Ma fino all’ultimo secondo, per un uomo abituato ai colpi di scena, è bene tenere aperte tutte le strade .
Paola Di Caro
(da “il Corriere della Sera“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
“OCCORRE GARANTIRE IL PAESE DA UNA POSSIBILE CRISI, CON SENSO DI RESPONSABILITA'”… “MENO FALCHI E COLOMBE E PIU’ SENSO DELLE ISTITUZIONI”
Nè falchi nè colombe, provare a salvare B. ma evitare a tutti i costi la crisi, cercare la cosiddetta
agibilità politica del leader senza però mettere in dubbio il governo Letta. La truppa dei senatori del Popolo della libertà al Senato è tutt’altro che solida.
Parola di capogruppo pidiellino a Palazzo Madama Renato Schifani, che al Messaggero ha rivelato chiaro e tondo: “non abbiamo un gruppo compatto come quello del 2006. Se andiamo alla rottura e non c’è la sicurezza dell’esito elettorale, il gruppo chi lo tiene?”.
Sintomi di crepe interne più che evidenti, di schegge che sfuggono alla logica dei falchi e delle colombe tutta interna al Pdl.
Il quotidiano romano aveva anche fornito una lista di senatori azzurri pronti a dare fiducia al governo Letta, sganciandosi dalle posizioni ufficiali del partito.
Una lista di una ventina di senatori quasi tutti siciliani, peones inseriti nella lista dei “nomi sospetti”, che hanno tutti subito smentito il retroscena disegnato dal quotidiano. Quasi tutti a dire il vero, perchè il palermitano Francesco Scoma, berlusconiano di lungo corso alla prima esperienza da senatore, preferisce argomentare.
“E’ ovvio che Berlusconi rimane il leader assoluto del partito, ed è normale che il partito si muova per tutelarlo ma qui non si può mettere sul piatto della bilancia il nostro senso di responsabilità nei confronti del Paese: la situazione è grave e noi non possiamo parlare di guerra civile”.
Il senatore siciliano, quindi, ha una visione decisamente più laica rispetto ai principali volti del partito del predellino: nessuna chiamata alle armi in stile Bondi, Verdini o Santanchè.
“Non è che se una cosa la dice la Santanchè vuol dire che la pensiamo tutti: qui non bisogna essere nè falchi e nemmeno colombe, bisogna pensare a ricostruire il partito e a lavorare con responsabilità . Non si può certo dire che se a settembre non arrivano soluzioni certe poi si molla nel caos: bisogna fare un ragionamento politico. Mi riferisco anche a certi esponenti del Partito Democratico, autori di dichiarazioni belligeranti, quando invece dovrebbero comunque essere grati a Berlusconi che ha fatto nascere questo governo”.
C’è quindi la possibilità che alcuni pezzi del Pdl diano comunque la fiducia a Letta, andando contro gli ordini di scuderia?
“Mi sembra abbastanza presto per ipotizzare una situazione del genere- risponde il senatore siciliano — certo è che non si può pensare di risolvere tutto già a settembre, bisogna avere pazienza, pensare a lavorare per Berlusconi ma garantendo anche il Paese da una possibile crisi”.
Una posizione, quella di Scoma, che sarebbe condivisa anche da altri senatori pidiellini e che Schifani ha sintetizzato nella sua dichiarazione al quotidiano romano. “Per carità — mette le mani avanti Scoma — io non credo che quella di Schifani fosse un’intervista vera e propria: non ci sono spaccature di questo tenore, e non riesco ancora ad immaginare un Pdl senza Berlusconi. Ma è anche vero che il partito va riempito di contenuti, non basta cambiare il nome. Poi l’articolo del Messaggero mi ha definito peones, a me che ho fatto per cinque volte il deputato regionale in Sicilia e il vice sindaco di Palermo. Io che i voti li ho sempre presi da vent’anni senza essere garantito dal listino bloccato”.
L’aria che tira tra i banchi azzurri di Palazzo Madama suggerisce che a pensarla così ci siano anche altri senatori oltre a Scoma: nè falchi e nè colombe.
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
IL PG CHE HA CHIESTO LA CONFERMA DELLA CONDANNA IN CASSAZIONE E’ STATO PRESIDENTE DI MAGISTRATURA INDIPENDENTE…LO STESSO GIUDICE ESPOSITO FU NOMINATO PRESIDENTE SENZA L’APPOGGIO DI MAGISTRATURA DEMOCRATICA
In quella che è (e sarà ) la “mitologia” berlusconiana il Cavaliere brandisce sempre la sua spada contro un solo vero nemico: le toghe rosse che da quasi 20 anni sono accusate di perseguitarlo.
Ma tra i tanti pubblici ministeri o giudici che — dal quel fatidico 22 novembre 1994 giorno della consegna dell’invito a comparire per corruzione a Napoli — lo hanno indagato, rinviato a giudizio o condannato, ci sono toghe di tutti i colori e non solo di Magistratura Democratica, la corrente progressista all’interno dell’Associazione Nazionale Magistrati.
E la favola che B. racconta da tempo si smonta.
Della stessa Anm che ha nuovamente denunciato il linciaggio mediatico di alcuni magistrati, per fare un esempio clamoroso, non fa più parte Ilda Boccassini – pubblica accusa nei processi Sme Lodo Mondadori e Ruby — che si dimise nel 2008.
E mai Boccassini ha avuto alcun ruolo in una delle correnti, nè di sinistra nè di centro nè di destra.
Mentre è stato presidente di Magistratura Indipendente, la corrente più conservatrice, il procuratore generale della Cassazione Antonello Mura, che ha chiesto la conferma della condanna della pena principale e la rimodulazione dell’interdizione, sostenendo che il leader del Pdl sia stato “l’ideatore” di quel meccanismo di frodi contestato nel processo Mediaset.
Il giudice Antonio Esposito, presidente della sezione feriale della Cassazione al centro di una bufera per l’intervista al Mattino, è diventato presidente di sezione della suprema Corte senza il sostegno di Md e del Movimento per la Giustizia, ma con quello delle correnti opposte.
Insomma un magistrato che, nonostante la campagna dei giornali vicini all’ex premier, non era gradito alle correnti di sinistra delle toghe italiane.
Il procuratore capo di Milano, Edmondo Bruti Liberati, esponente storico di Md, è stato nominato alla guida della Procura ambrosiana nel giugno 2010, quando l’affaire Ruby stava già per esplodere.
A processo per le tangenti alla Guardia di Finanza (pm Gherardo Colombo, dato in quota Md ma che non ha mai ricoperto incarichi) l’allora presidente del Consiglio fu rinviato, nell’ottobre del 1995, dal giudice per l’udienza preliminare Fabio Paparella, un giudice considerato moderato e più vicino alle posizioni di centrodestra.
Eppure è una una delle toghe che più ha influito sul destino giudiziario del fondatore di Forza Italia, nel bene e nel male.
Il magistrato aveva infatti rinviato a giudizio nel 1997 l’ex premier per l’inchiesta sui terreni di Macherio, però dopo aver respinto nel 1995 una richiesta di giudizio immediato.
Una decisione quest’ultima che fece gongolare il Cavaliere e dichiarare che c’era un giudice a Berlino.
Lo stesso magistrato ha anche dichiarato la prescrizione nell’ambito del procedimento per i fondi neri Fininvest nel gennaio 2003: in quel caso, applicando la nuova norma sul reato di falso in bilancio, il giudice decise di saltare l’udienza preliminare scatenando le ire e un ricorso della procura di Milano che lo accusò di aver impedito l’esercizio dell’azione penale.
Titolare dell’indagine l’attuale procuratore aggiunto di Milano Francesco Greco, che non ha mai ricoperto incarichi o avuto ruoli in nessuna corrente.
Lo stesso Paparella, che aveva chiesto di astenersi dal procedimento, ha poi rinviato a giudizio l’imputato Berlusconi per il processo Mediaset e per il processo Mills.
Per quest’ultimo il Cavaliere ha avuto due collegi giudicanti in primo grado: il primo quello presieduto da Nicoletta Gandus (Md), pluriricusata dalla difesa, che però non ha emesso alcuna sentenza perchè la posizione dell’imputato, causa Lodo Alfano era stata stralciata, ma a sancire la prescrizione in primo grado è stato il collegio presieduto da Francesca Vitale, anche lei ricusata, ma considerata simpatizzante di Unicost e di ispirazione conservatrice.
L’accusa, sostenuta dal pm Fabio De Pasquale (considerato in quota Md senza aver mai avuto incarichi o ruoli nella corrente), aveva chiesto 5 anni sostenendo che il reato non era affatto prescritto.
Del procedimento sui diritti cinematografici in tv in primo grado (condanna per Berlusconi), è stato presidente del collegio del Tribunale, Edoardo D’Avossa, ritenuto un moderato progressista ma senza aver mai aver ricoperto un ruolo in nessuna delle correnti di sinistra.
In secondo grado a presiedere il processo Mediaset, c’era Alessandra Galli, anche lei finita nel mirino della stampa berlusconiana, ma completamente “anonima” rispetto ad adesioni o incarichi di corporazione.
Dato in quota Magistratura Democratica, ma che non ha mai ricoperto incarichi, Oscar Magi, il presidente del collegio che ha condannato a un anno Berlusconi per la vicenda del nastro Fassino Consorte.
In appello il processo per le tangenti alla Guardia di Finanza (maggio 2000) per il Cavaliere era finito molto bene: prescrizione e assoluzione e nel collegio, presieduto da Francesco Nese, c’erano Arturo Soprano e Maria Ocello.
Il primo viene considerato un moderato di centro destra, il secondo vicino alle posizioni di Unicost e la terza “agnostica”.
Anche per il processo Sme-Ariosto il Cavaliere aveva incassato un successo: in primo grado assoluzione e prescrizione e in secondo assoluzione.
Presidente del collegio in primo grado era Francesco Castellano, finito nella bufera per la vicenda Unipol-Bnl. Nel luglio del 2008 le sezioni Unite civili della Cassazione hanno confermato la sanzione della censura inflitta dal Csm per i rapporti che intratteneva con il presidente di Unipol Giovanni Consorte.
Castellano poi è stato poi chiamato da Gaetano Pecorella, già avvocato di Berlusconi e deputato Pdl, come consulente della commissione rifiuti.
Per quanto riguarda la vicenda Imi-Sir al Cavaliere dalla corte d’appello presieduta, da Roberto Pallini (nessun incarico ricoperto in alcuna corrente, ma considerato un moderato di area centrodestra) furono riconosciute le attenuanti generiche e l’accusa di corruzione in atti giudiziari derubricata in quella di corruzione semplice e il reato dichiarato prescritto.
Berlusconi fu condannato in primo grado (2 anni e 4 mesi) anche per il processo All Iberian: 20 miliardi di finanziamenti illeciti a Bettino Craxi.
Il collegio era composto da Marco Ghezzi, Marilena Chessa, Paola Matteucci; il primo non ha mai ricoperto incarichi in Md, la seconda considerata vicina all’ala conservatrice di Unicost e data per simpatizzante di Cl e la terza è ritenuta fuori da qualsiasi corrente.
In appello sempre per le attenuanti generiche, invece, per l’ex presidente del Consiglio era scattata scatta la prescrizione.
Per quanto riguarda uno dei processi più discussi, quello per concussione e prostituzione minorile, il pm titolare dell’accusa insieme a Ilda Boccassini, Antonio Sangermano, viene considerato un moderato e i tre giudici del collegio che lo ha condannato a 7 anni, Giulia Turri presidente e Carmen D’Elia e Orsola De Cristofaro, non hanno mai ricoperto incarichi o ruoli.
Negli ultimi tempi Berlusconi ha incassato anche due proscioglimenti per le vicende relative al procedimento Mediatrade sia a Roma che a Milano e i giudici sono entrambi ritenuti “anonimi” rispetto ad adesioni delle associazioni; il giudice di Roma Pier Luigi Balestrieri era stato chiamato a ricoprire un incarico al ministero della Giustizia nel 1997 (governo Prodi).
Considerato “agnostico” anche Francesco Mesiano, un altro bersaglio (causa calzini azzurri) della stampa di destra, perchè primo giudice della causa civile su Lodo Mondadori. In quota Md invece il giudice di secondo grado Luigi de Ruggiero.
Delle inchieste ancora in corso tra Napoli e Bari, per i casi De Gregorio e Tarantini, tra i vari pm ci sono magistrati considerati in quota Md; ma si deve ricordare che Antonio Laudati, già procuratore capo della città pugliese e considerato in quota Magistratura Indipendente, è accusato dai pm di Lecce di aver favorito l’imprenditore barese Gianpaolo Tarantini e indirettamente Silvio Berlusconi ritardando le indagini sulle escort portate nelle residenze dell’allora premier.
Laudati, decidendo il trasferimento da Bari a Roma, ha ottenuto la chiusura del procedimento disciplinare.
Per quanto riguarda i magistrati siciliani basti ricordare che la maggior parte vivono sotto scorta perchè da anni inseguiti dalla fatwa della mafia.
Nel corso di questi anni il Cavaliere è stato accusato di molti reati: abuso d’ufficio, aggiotaggio, appropriazione indebita, associazione per delinquere, concorso esterno in associazione mafiosa, concorso in strage, concussione, corruzione semplice e giudiziaria, insider trading, falso in bilancio, finanziamento illecito dei partiti, frode fiscale, peculato, prostituzione minorile, ricettazione, riciclaggio, rivelazione di segreto d’ufficio, vilipendio dell’ordine giudiziario.
E presunte toghe rosse, toghe azzurre o toghe bianche, nei 33 procedimenti che lo hanno riguardato, lo hanno archiviato o prosciolto quattordici volte, assolto in otto casi, prescritto in sei, ma condannato definitivamente una sola (il processo di secondo grado sull’intercettazione Fassino-Consorte sancirà una prescrizione e l’appello Ruby non è stato ancora fissato).
Altre inchieste sono in corso e un’ultima potrebbe arrivare in autunno il Ruby ter: perchè entrambi i collegi che hanno giudicato l’affaire delle cene eleganti hanno rinviato gli atti alla Procura per esaminare le dichiarazioni di tutti i testimoni del processo, in maggioranza stipendiati da Berlusconi e Ruby compresa, e le posizioni degli avvocati Ghedini e Longo.
E anche di Silvio Berlusconi: troppe le favole raccontate anche in aula.
Giovanna Trinchella
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
DA CASTIGLIONE A PAGANO COMINCIANO A CIRCOLARE I NOMI DEI PDL MODERATI CONTRARI ALLA CRISI DI GOVERNO E ALLA DERIVA SANTANCHE’
Cominciano a circolare i nomi dei senatori Pdl moderati pronti a impallinare Silvio Berlusconi al
momento del voto del 9 settembre, quando la Giunta per le immunità del Senato sarà chiamata a decidere sulla decadenza da parlamentare del Cavaliere.
Come ha scritto l’Huffington Post, il premier Enrico Letta ha fatto sapere di avere una rosa di 20 nomi disposti a salvare il governo per non portare il Paese a elezioni. Non prima del 2015 almeno.
I primi ad uscire allo scoperto sono i senatori del Sud.
Il sottosegretario Giuseppe Castiglione, uno delle voci più autorevoli del Pdl siciliano ha già fatto sapere ad Angelino Alfano che “nessuno vuole aprire una crisi con una prospettiva assolutamente incerta”. E ha aggiunto: “Non venderemo il nostro futuro a Santanchè e compagni”.
La caduta del governo Letta è un salto nel buio anche per il catanese Salvo Torrisi: “Un governo di larghe intese è l’unica soluzione possibile per l’Italia. Almeno la metà dei senatori sono contrari alla crisi”.
Dello stesso parere anche Francesco Scoma, senatore vicino a Schifani che pur sottolineando che “l’agibilità del Cavaliere va assolutamente difesa” dice che “una crisi di governo potrebbe anche non portare direttamente alle urne”.
Pippo Pagano, di Giarre aggiunge: “La gente non la capirebbe. Non è tempo di mostrare i muscoli. Bisogna essere responsabili”.
Altro nome della fronda pidiellina è Paolo Naccarato, senatore del gruppo Gal. che invia un messaggio chiaro “Se Berlusconi provoca la crisi di Governo, io penso che al Senato verrà fuori una maggioranza silenziosa. E che il Cavaliere in questo caso si troverebbe ad avere a che fare con molte sorprese e moltissime delusioni”, come si legge su La Stampa.
Intanto Renato Schifani si mostra molto preoccupato per le eventuali defezioni che potrebbero esserci al Senato.
Un Pdl sempre più spaccato e litigioso, diviso tra coloro che sostengono la linea dura (Santanchè su tutti) e coloro invece che si mostrano più dialoganti.
“Presidente, fra i nostri c’è chi potrebbe abbandonarti per un Letta-bis. Io non posso più garantire” è l’avvertimento a Silvio Berlusconi del capogruppo al senato per Il Popolo della Libertà .
(da “Huffington Post“)
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Agosto 26th, 2013 Riccardo Fucile
“VOTEREMO SI’ ALLA DECADENZA”… “IL CENTRODESTRA SI ASSUMERA’ LA RESPONSABILITA’ DELLA CRISI”
«IL Pd respinge con forza qualunque ricatto o ultimatum del Pdl. Quella di Berlusconi non è una “questione democratica”. È un caso di assoluto rilievo politico, ma riguarda principalmente la destra. Non tocca a nessun altro risolverlo: nè a Napolitano, nè a Letta, nè al Pd. Il Pdl decida cosa vuole fare, e se ne assuma la responsabilità di fronte al Paese».
Guglielmo Epifani respinge l’editto di Arcore, che può sancire la fine del governo Letta.
Per il leader Pd sull’«agibilità politica » del Cavaliere non si tratta
Berlusconi e Alfano considerano «impensabile e costituzionalmente inaccettabile» la decadenza di Berlusconi. Dunque, se il Pd la vota, il governo cade per colpa vostra. Cosa risponde?
«L’unica cosa davvero inaccettabile, in tutta questa vicenda, è la motivazione che spinge Berlusconi a far saltare il tavolo. Vorrei dire una volta per tutte che in gioco non c’è alcuna “questione democratica”. C’è solo da uniformarsi alle regole dello Stato di diritto, rispettando la separazione dei poteri, se non vogliamo diventare una Repubblica delle banane»
Lei sta dicendo che il Pd dirà sì alla decadenza, quando si arriverà al voto in Giunta e poi in aula al Senato?
«Il Pd rispetterà la legge. Ma è chiaro che voteremo sì. Io non ho mai avuto dubbi, nè per il voto palese in giunta nè per il voto segreto in aula. Tra di noi non ci saranno franchi tiratori. E questa decisione non nasce dal fatto che vogliamo “eliminare per via giudiziaria un avversario politico”, cosa che in via di principio va sempre esclusa. Lo facciamo invece perchè è giusto così e perchè questo è ciò che ci impone il principio di legalità . Nessun giustizialismo da parte nostra, ma nessun salvacondotto per chiunque. Ed è la stesa cosa che abbiamo fatto quando si è trattato di valutare i comportamenti della nostra parte».
Quindi lei chiude le porte alle varie ipotesi di cui pure si parla, dalla grazia all’amnistia alla commutazione della pena?
«Tentativi affannosi, scorciatoie impercorribili. Nel metodo, non si affrontano temi così delicati sull’onda delle urgenze personali di un singolo. Nel merito, la grazia va chiesta, e sui requisiti giuridici il presidente della Repubblica, cui spetta questo potere esclusivo, è stato chiarissimo. Per l’amnistia, che sarebbe l’ennesimo provvedimento ad personam e che la destra ha sempre avversato, non ci sono i numeri in Parlamento. Il voto in Giunta sulla decadenza ha le sue regole e i suoi tempi, che non si precipitano nè si diluiscono, fermo restando che in quella sede Berlusconi ha il diritto di difendersi. Ma insomma, qui l’unica cosa che conta è ancora una volta il rispetto della legge, che impone soluzioni limpide, nel solco della nota di Ferragosto del Capo dello Stato, nella quale il Pd si riconosce in pieno».
Il Pdl esige un «ripensamento», visto che qualche giurista ipotizza l’incostituzionalità della legge Severino. Lei che ne pensa?
«Un tema di questa natura ha ovviamente un profilo che va soppesato, anche se personalmente non ne ravvedo le condizioni. Ma in ogni caso, non può essere il Parlamento a sollevare questo rilievo».
Berlusconi e Alfano, di fronte a queste sue chiusure, le risponderanno che il Pd affossa il governo Letta.
«Questo è un rovesciamento della verità . Berlusconi è stato condannato in via definitiva, deve scontare una pena principale e la pena accessoria dell’interdizione. E ora viene a dire a noi che il Pd deve trovare una soluzione? Ma ci rendiamo conto dell’assurdo salto logico e politico? Questo non è un problema del Pd, è un problema di Berlusconi e del Paese, al quale il Cavaliere deve rendere conto di cosa è successo nella vicenda che lo porta alla condanna, e al quale deve spiegare perchè nel caso intende porre fine al governo e alla sua funzione di servizio nella crisi drammatica che ancora viviamo«.
Il Cavaliere dice che se due amici stanno in barca e uno dei due butta l’altro in mare è chiaro di chi è la colpa se poi la barca affonda…
«In questa storia evocare la categoria dell’amicizia è solo un diversivo. Per noi, quando c’è in ballo la legalità , vale un altro principio: “Amicus Plato, sed magis amica veritas”. E non c’è altro da aggiungere».
A questo punto il governo Letta è al capolinea?
«Solo un cieco non vede che il governo vive ore critiche. Il Pd ha fatto e continuerà a fare ogni sforzo perchè il governo vada avanti. Se guardo all’interesse del Paese, e a quello di chi in questi mesi ha sofferto di più, i giovani, le famiglie e le imprese, sono sicuro che lo sbocco peggiore sarebbe la caduta del governo e la corsa ad elezioni anticipate. Letta sta facendo un lavoro prezioso, in pochi mesi ha ricostruito la credibilità dell’Italia, i prossimi impegni sono gravosi, dall’Imu all’Iva, dalla scuola ai precari, dalla revisione del Patto di stabilità interna alla legge di bilancio. Una crisi al buio, adesso, ci farebbe riprecipitare nel caos: i costi sociali sarebbero enormi, i mercati ci punirebbero ancora una volta».
E’ tutto vero. Ma come se ne esce, se il Pdl scioglie il patto, in nome dalla mancata «pacificazione » che lo giustificava?
«La “pacificazione” è stato un tema usato dal centrodestra, ma non certo da noi. Non ho mai pensato che il governo dovesse essere utile a qualcuno, ma sono sempre stato convinto che dovesse e dovrebbe essere utile solo all’Italia. Per questo, adesso, di fronte agli ultimatum del Pdl rilanciamo noi l’appello a loro: in nome dell’interesse del Paese, non staccate la spina. La strada maestra, per quanto tortuosa, è far proseguire il governo Letta, perchè questo chiede la stragrande maggioranza dei cittadini »
Siamo al solito gioco del cerino: a chi lasciarlo in mano, additandogli la colpa della crisi?
«A questo gioco non ci stiamo. Il Pd ha sempre avuto come stella polare il valore della responsabilità : verso l’Italia e verso tutti gli italiani. In nome di questa responsabilità abbiamo accettato e sostenuto il governo Monti, finendo per sopportare da soli il peso di scelte che non sempre condividevamo, perchè alla fine, anche in quel caso, Berlusconi ha rotto il patto, ci ha portato al voto e si è presentato agli elettori “vergine”, rinnegando le scelte che aveva appoggiato fino a pochi giorni prima. In nome di questa responsabilità abbiamo accettato e sostenuto il governo Letta, una scelta non certo ottimale per noi, ma necessaria per il Paese. Ogni volta abbiamo pagato e paghiamo un prezzo, per questa nostra responsabilità …».
E’ quello che vi rimproverano i vostri elettori.
«Lo capisco, e per questo dico “adesso basta”. Di fronte alla condanna definitiva di Berlusconi, non si può chiedere a noi ancora “responsabilità ”. E’ un problema della destra, se ne faccia carico la destra. Scelga quale strada vuiole imboccare: quella della responsabilità e della stabilità , o quella del “tanto meglio, tanto peggio”. Poi la spieghi agli italiani, a viso aperto».
Inutile illudersi. A questo punto si torna alle urne?
«Lo ribadisco: una crisi adesso sarebbe un danno per l’Italia. Sullo scioglimento delle Camere la parola spetta al Capo dello Stato, ma certo tornare alle urne con il Porcellum sarebbe una follia».
Allora è possibile fare un altro governo con le colombe del Pdl che si staccano dai falchi? O si può riaprire un dialogo con M5S?
«Sono scenari insondabili, oggi come oggi. Non so di faglie interne al Pdl, Quanto ai 5 Stelle, devo constatare purtroppo che l’ultima uscita sul ritorno al voto con il Porcellum conferma che Grillo punta solo al tatticismo, e gioca solo allo sfascio del Paese».
Ma Letta può andare avanti a qualunque costo, compreso quello del galleggiamento? Ha ragione D’Alema, a dire che questo governo è una parentesi che non sarà riaperta?
«Certo, il rischio del galleggiamento c’è e va scongiurato, ma questo Letta è il primo a saperlo. Dobbiamo aiutarlo noi, a fare le cose di cui c’è bisogno per rilanciare la crescita e il lavoro. Quanto alla “parentesi”, Letta e i suoi ministri si sono assunti un compito enorme, e lo stanno portando avanti con forza e con dignità . Qualunque uscite volta a indebolire Letta non servirebbe e sarebbe ingenerosa».
Veltroni sostiene che il Ventennio berlusconiano è finito, e che questo impone una svolta non solo al Pdl, ma anche al Pd. Lei che dice?
«Un ciclo finisce quando termina, e lo scopriremo tra poco. Per quello che ci riguarda, il Pd deve essere ancora più unito, e mi pare che in queste settimane abbia dato prova di esserlo. Ci aspettano scelte importanti, e dobbiamo dimostrarci all’altezza del compito. Il cammino è tracciato e, se non ci saranno fatti traumatici, siamo a un passo dalla definizione delle regole per il congresso. Il 20 settembre, all’assemblea nazionale, tutto sarà chiaro. Non ci saranno rinvii, nè tatticismi ».
Ma lei è davvero convinto che sia giusto separare la leadership del partito dalla premiership?
«Si, io penso sia giusto che non ci siano automatismi».
Renzi continua a scalpitare, su data del congresso e regole. E’ davvero il candidato più forte, secondo lei?
«Il Pd spesso, in tutti questi anni, ha dato di sè il volto delle divisioni. Ora è tempo di una nuova unità , anche come base di un maggior consenso nel Paese. Renzi ha in sè due forze: il rinnovamento e il consenso. Le primarie per la leadership decideranno il candidato della coalizione, e quello sarà il candidato che tutto il Pd sosterrà ».
Massimo Giannini
(da “La Repubblica“)
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Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile
SCHIFANI: “SE ANDIAMO ALLA ROTTURA, IL GRUPPO CHI LO TIENE? NON C’E’ PIU’ LA COMPATTEZZA DI UNA VOLTA”
In pubblico uniti, dietro le quinte tutt’altro. 
Adesso neanche più così. volano schiaffoni.
Falchi e colombe del Pdl, al di là della linea unitaria dettata dal segretario Angelino Alfano dopo il vertice di Arcore, continuano a dirsene di santa ragione.
All’indomani del summit in cui sono state decise le azioni del partito sul futuro politico del Cavaliere, nel Popolo della Libertà c’è chi continua a marcare le differenze, interpretando le decisioni di Berlusconi come un successo della propria corrente interna.
“E’ finita. Il governo cadrà ”, annuncia trionfante Daniela Santanchè.
Ma le preoccupazioni restano sui banchi di Palazzo Madama dove i traditori potrebbero essere più di venti: “Se si rompe tutto”, commenta il capogruppo Renato Schifani, “chi terrà il gruppo?”.
Tra i sospettati ci sono i volti nuovi, chi è stato infilato in lista all’ultimo minuto e chi il posto da senatore non potrà più averlo: una lista di nomi sempre più concreta e che preoccupa il Cavaliere.
Ha vinto apparentemente la linea dura, ma la compattezza continua a preoccupare il Cavaliere. Se Enrico Letta dovesse arrivare in Senato a chiedere i voti per restare, tutto il Pdl gli volterà le spalle?
Non ne è così convinto il capogruppo a Palazzo Madama Renato Schifani. ”Io”, ha spiegato a il Messaggero, “guido il gruppo dei senatori. E voglio dirvi che non abbiamo un gruppo compatto come quello del 2006. Se andiamo alla rottura e non c’è la sicurezza dell’esito elettorale, il gruppo chi lo tiene?”.
Non ha fatto i numeri Schifani, ma sono circa venti i politici “ballerini” che potrebbero sostenere un Letta bis.
Tra questi gli eletti a sorpresa, quelli che sono arrivati all’ultimo momento a sedere sui banchi del Senato e quelli che una posizione come quella, se si torna alle urne non la potranno più avere.
E secondo il Messaggero, c’è pure una lista dei nomi sospetti: Giovanni Billardi, senatore calabrese finito nel gruppo Gal che difende l’importanza di non far cadere il governo, o il pugliese Pietro Iurlaro, Pippo Pagano, Salvatore Torrisi, Francesco Scoma, Antonio Milo, Vincenzo D’Anna, Pietro Langella, Ciro Falanga o Giuseppe Ruvolo.
Senza dimenticare i siciliani inseriti all’ultimo momento nelle liste campane dopo il caso Cosentino.
Ipotesi che girano nei corridoi di palazzo Madama, ma che Berlusconi sa che deve tenere bene in conto.
Soprattutto una volta che Napolitano farà l’appello all’unità nazionale e alla responsabilità delle larghe intese.
E le accuse scatenano subito le prime smentite di D’Anna, Milo, Langella e Falanga. Tutto secondo la prassi, insomma.
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Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile
IN ITALIA QUELLE CHE PESANO SONO LE IMPOSTE SUL LAVORO CHE UCCIDONO L’OCCUPAZIONE E SOFFOCANO LA RIPRESA
Quel che fa più impressione, ma suscita anche una certa dose di rabbia, è l’enorme spreco di tempo e di intelligenze.
Enrico Letta, Fabrizio Saccomanni e Ignazio Visco sono – ciascuno a suo modo – uomini sagaci, navigati, certo non digiuni di economia politica.
Vederli ancora impegnati a spremersi le meningi per trovare una via d’uscita sulla questione dell’Imu è uno spettacolo piuttosto sconfortante.
Tanto più dopo che il premier e il ministro del Tesoro hanno annunciato che l’economia italiana si appresta, entro l’anno, a rialzarsi da una recessione che la tiene in ginocchio ormai da parecchi anni.
Difficile soppesare quanto siano affidabili i segnali positivi da cui Letta e Saccomanni traggono buoni auspici per il futuro prossimo.
Al 30 giugno le statistiche hanno certificato una caduta del Pil ininterrotta negli ultimi otto trimestri, mentre qualche indicazione di ripresa sta ora venendo sul doppio fronte della produzione industriale e della domanda interna.
Sono piccoli indizi ma dicono che qualcosa, in effetti, si sta muovendo. Se ne può volenterosamente dedurre che forse il paese abbia toccato il fondo della crisi e possa da qui in poi cominciare una risalita.
Ma se è proprio così – e conviene sperarlo caldamente – a maggior ragione oggi la missione cruciale di governo e autorità monetaria dovrebbe essere quella di concentrarsi su misure in grado di incoraggiare e irrobustire la maturazione della così tanto attesa svolta economica.
Non c’è nemmeno da dubitare che a Palazzo Chigi e in Via Nazionale si ignori quali siano i nodi prioritari da sciogliere per aiutare il ritorno della crescita. Sul terreno fiscale si tratta di impegnare ogni pur minima risorsa disponibile per alleggerire il peso delle tasse sul lavoro e sulle imprese, al duplice scopo di ridare ossigeno alla domanda interna e alla ripresa degli investimenti.
Sul terreno monetario si tratta di indurre le banche a un bilanciamento dei loro impieghi che, fra acquisti di titoli del Tesoro e crediti al sistema produttivo, sia un poco più favorevole a quest’ultimo.
Operazioni certo non facili, ma sulle quali sarebbe giusto attendersi il massimo di impegno da parte di chi governa debito e moneta.
E invece no: a più di cento giorni dalla nascita del governo Letta, ancora tutto è bloccato dalla bomba politica e contabile dell’Imu.
Il buon Saccomanni ha cercato di disinnescare l’ordigno mostrando, conti alla mano, limiti e sostanziale irrazionalità di un’abolizione dell’Imu.
Ma il fatto è che Silvio Berlusconi ha fatto di questa ipotesi la carta vincente della sua campagna elettorale e ora la condizione vitale del suo sostegno al “governo di necessità “.Al novello Ghino di Tacco non interessa che in tutti i Paesi civili sia in vigore un prelievo fiscale sulle case, non importa che questo tributo tenda a riequilibrare in senso patrimoniale un sistema fin troppo sbilanciato a danno dei redditi da lavoro, tanto meno si cura della perdita di gettito e del conseguente buco nei conti.
Ancorchè certificato ora come delinquente fiscale dalla Cassazione, Berlusconi esige che questa tassa sia tolta di mezzo perchè lui così ha promesso.
E dunque, come minacciano i suoi bravi: o via l’Imu o via il governo.
Dinanzi a simili ricatti, che impongono di compiere una scelta economica sbagliata pur di tutelare un puntiglio politico di parte, ce n’è abbastanza perchè a Palazzo Chigi si ritrovi il coraggio di recuperare una gerarchia più seria delle cose da fare.
Il dossier Saccomanni con i suoi conti accurati ha spianato la strada.
Per esempio: già oggi è prevista una franchigia di 200 euro, la si porti a 400 e non se ne parli più.
Almeno fino a quando – opera di equità questa sì indispensabile – saranno stati aggiornati i valori catastali.
Chi guida il Paese avrà così più tempo e più risorse per aiutare imprese e lavoratori ad agganciare la sperata ripresa.
I berlusconiani faranno saltare il banco? Data la posta in gioco, val la pena di vedere se lo faranno.
Massimo Riva
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Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile
VIA LE PROSTITUTE DALLE STRADE: UN REFERENDUM VUOLE ABROGARE LA LEGGE MERLIN
«Salviamo i nostri marciapiedi». La crociata parte dal Veneto e arriva in Abruzzo. Tanti piccoli comuni,
un unico obiettivo: liberare le strade dalle lucciole.
Come? Non a suon di multe e ordinanze, ma riaprendo le case chiuse.
Sul tavolo un referendum abrogativo pronto a rottamare, dopo 55 anni, la legge Merlin. La missione pare quasi impossibile: 500 mila firme entro fine settembre.
La carica dei comuni è partita in piena estate da Mogliano Veneto (Treviso): il sindaco leghista Giovanni Azzolini ha infatti promosso un referendum pe
abrogare parzialmente la legge Merlin.
L’obiettivo è cancellare gli articoli che impediscono l’apertura di case di tolleranza, senza toccare le norme che puniscono il reato di sfruttamento della prostituzione.
La campagna si è rapidamente diffusa a livello nazionale, con centinaia di punti attivi per la raccolta firme.
Tutti uniti i promotori nel rivendicare la loro missione: «Restituire decoro alle strade cittadine».
Gli ultimi in ordine di tempo a sottoscrivere il referendum sono il sindaco di Miane (Treviso), Angela Colmellere, quello di Calalzo (Belluno), Luca De Carlo e il primo cittadino di Montesilvano (Pescara), Attilio Di Mattia, che nei giorni scorsi aveva proposto anche l’istituzione in città di “box del sesso”, sul modello Zurigo
Al centro della crociata, il mercato del sesso in Italia: un business che muove 9 milioni di clienti (tra occasionali e abituali), 5 miliardi di euro e 70 mila prostitute. Ciclicamente si prova a regolamentarlo a suon di leggi, ordinanze comunali e multe. A partire dalla legge Merlin, che nel 1958 ha chiuso le case di tolleranza.
Risultato? Negli anni le lucciole si sono riversate sui marciapiedi. Non solo.
Nel nostro Paese i bordelli non hanno mai davvero chiuso, semmai hanno cambiato nome (sexy disco, centri massaggi) o collocazioni (alberghi, appartamenti)
“Outdoor” e “indoor”, così gli analisti distinguono il mercato da marciapiede rispetto a quello tra quattro mura.
Ed è proprio quest’ultimo in espansione, soprattutto dopo le ordinanze comunali antilucciole del 2008.
Tanto da avvicinarsi nei numeri al mercato su strada. Tradotto: delle 70 mila prostitute stimate in Italia (dal Gruppo Abele), sempre più oggi hanno un tetto sulla testa.
Altro che abolizione delle case chiuse: le cronache raccontano il ritorno ai cinema, la novità delle sale Bingo e slot machine, la diffusione di centri relax (specialità di cinesi e thailandesi) e il boom di appartamenti.
Senza dimenticare i locali mascherati da innocui night club. Sono i bordelli del 21° secolo. E non è una buona notizia: «Sembra paradossale, ma la strada è più sicura – spiega Vincenzo Castelli, presidente di On the road, associazione di sostegno alle vittime della tratta – per noi è più difficile intercettare le ragazze sfruttate al chiuso». E legalizzare i bordelli? Le associazioni frenano: nei Paesi dove sono stati riaperti, non si è risolto il problema della tratta, nè quello dello sfruttamento.
La via referendaria viene liquidata da Pia Covre, del Comitato per i diritti civili delle prostitute, con poche parole: «È un’iniziativa poco seria, che non coglie la complessità del fenomeno e rischia di risolversi in un ennesimo spot politico. Ne riparleremo quando arriveranno a 250 mila firme».
Vladimiro Polchi
(da “la Repubblica“)
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