Destra di Popolo.net

PDL, GUERRA PER BANDE: SCHIFANI, GASPARRI, MATTEOLI CONTRO LA SANTANCHE’

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

“STA DANNEGGIANDO L’IMMAGINE DEL PARTITO, LA NOSTRA ADESIONE NON E’ STATA A FASI ALTERNE”…”CERCA SOLO VISIBILITA'”

L’intervista a “Repubblica” di Daniela Santanchè ha scatenato le logiche reazioni di chi è stato da lei citato
Il capogruppo al Senato Renato Schifani attacca duramente: “E’ davvero molto grave che si provi a dividere il Pdl in buoni e cattivi, in chi è sempre e comunque con il leader Silvio Berlusconi e chi manifesta dubbi e perplessità  sulla strada da percorrere. Il comunicato del segretario del Pdl Angelino Alfano avrebbe dovuto sconsigliare l’onorevole Daniela Santanchè dal fare affermazioni inopportune che possono danneggiare l’immagine unitaria del partito e rischiano, peraltro, di incidere negativamente sulle vicende che coinvolgono il presidente Berlusconi”, ha dichiarato.
“Ritengo – continua – che si debba evitare esternazioni inappropriate ed avere rispetto per chi, sin dalla nascita di Forza Italia, venti anni fa, ha scelto convintamente di condividere un percorso politico in modo sempre coerente, e non a fasi alterne, a fianco e con Berlusconi”.
Anche al vicepresidente del Senato Maurizio Gasparri le parole della Santanchè non sono piaciute: “Di tutto hanno bisogno l’Italia, la politica e il Pdl tranne che della gara a chi fa il primo della classe” ha commentato, e aggiunto “è buona regola non farsi usare dai nemici ma spesso in politica alcuni cadono in questo errore e poi ne pagano sempre le conseguenze”.
Il coro di dissensi si allarga: “Non abbiamo bisogno nè di falchi nè di colombe, nè di vincitori nè di vinti, ma solo di un partito coeso attorno a Berlusconi. Attendiamo da lui la linea da seguire e da nessun altro che voglia crearsi uno spazio inutile se non controproducente per Berlusconi e il PdL”, dice in una nota la senatrice del Pdl Elisabetta Alberti Casellati.
“Alimentare inutili divisioni in questo momento è controproducente e non rispetta la realtà  dei fatti”, dichiara il vicepresidente dei senatori del Pdl, Giuseppe Esposito.
“Che ci sia qualcuno, alla ricerca di visibilità  fine a se stessa, che prova a dividere, è disdicevole e serve solo a complicare le cose”, parole di Altero Matteoli.

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NEL PDL SCOPPIA LA “GUERRA DELLE STANZE”: BERLUSCONI COSTRETTO AD INGRANDIRE LA SEDE

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

LITE TRA FALCHI E COLOMBE SU SPAZI E ARREDI LUSSUOSI DELLA NUOVA SEDE… AFFITTATO UN ALTRO APPARTAMENTO IN PIAZZA SAN LORENZO PER 20.000 EURO AL MESE

La notizia è stata tenuta nascosta fino ad ora.
Ma adesso ci sono conferme che arrivano direttamente dall’amministrazione del Popolo della libertà .
Come se non gli bastassero le ansie in vista della sentenza della Cassazione, attorno al 20 luglio scorso – per tentare di placare sul nascere un’autentica «guerra delle stanze» che stava iniziando a tormentare il gruppo dirigente del partito – Silvio Berlusconi è stato costretto a dare il via libera all’affitto di un altro appartamento del palazzo di piazza San Lorenzo in Lucina 3 che ospiterà  la sede nazionale della nuova Forza Italia.
Un altro assegno staccato, questa volta di 20.000 euro al mese, che si andranno ad aggiungere ai 60.000 dell’affitto del primo piano.
Un assegno con cui il Cavaliere pagherà  anche un appartamento di 800 metri quadri, che si trova al terzo piano dello stesso palazzo e che sarà  verosimilmente destinato agli uffici che non hanno direttamente a che fare con la politica.
I lavori sono già  in corso. E adesso c’è anche la data in cui il trasloco da via dell’Umiltà  dovrebbe cominciare. Il 2 settembre prossimo.
Riavvolgendo il nastro e tornando a quei fatidici giorni di luglio, c’è un Berlusconi ansioso ma tutto sommato sereno.
I giorni tristi di giugno, quando aveva dovuto inghiottire un doppio boccone amaro dal Tribunale di Milano (condanna in primo grado nel processo Ruby 1) e dalla Corte costituzionale (il ricorso respinto sul legittimo impedimento), sembrano lontani.
A giugno, una sera, aveva detto ad alcuni dei suoi: «Da adesso, dovrete imparare a fare senza di me perchè io non vi potrò più proteggere».
Ma a luglio l’umore, che derivava dalla fiducia che si respirava nel collegio di difesa, era molto migliorato. Tanto che qualche volta ci scherzava su: «La Cassazione opterà  per l’annullamento con rinvio? Ma quando mai, io sono sempre stato promosso a luglio…».
È in quei giorni che Verdini racconta al Cavaliere della «guerra delle stanze» in corso. Le colombe si domandano quante stanze avranno a disposizione i falchi Santanchè e Capezzone.
I falchi cominciano a porre la questione di quanto spazio avrà  nella sede Alfano, «che pure ha a disposizione anche Palazzo Chigi e il Viminale».
Berlusconi, che pensava di aver concluso la questione «nuova sede» coi complimenti al tandem Verdini-Abrignani per la scelta («Il posto è bellissimo»), capisce che è l’ora di riaprire i cordoni della borsa.
L’addetto della società  Tirrena Immobiliare quasi non crede ai suoi occhi quando si ritrova davanti la coppia di tesorieri formata da Rocco Crimi e Maurizio Bianconi.
«È ancora libero l’appartamento al terzo piano che ci avevate proposto all’inizio?».
La risposta è affermativa. Il prezzo, altri ventimila euro, è giusto. L’affare va in porto.
Peccato che la «guerra delle stanze» non sia finita. Anzi.
Berlusconi ha aumentato lo spazio ma la distribuzione degli uffici – che circondano i due mega saloni (uno sarà  per le conferenze stampa) – non è ancora operativa. «Verdini farà  le consultazioni. Ma poi, se non si trova un accordo, deciderà  il presidente», sussurrano dall’amministrazione.
Non è tutto.
Pare che alle colombe del partito non sia andata giù la scelta «troppo lussuosa», soprattutto «in un momento di crisi», della sede.
Come se fosse un pessimo segnale in vista di una possibile campagna elettorale.
La risposta dei falchi rimanda al risparmio («Paghiamo meno della metà ») rispetto al quartier generale di via dell’Umiltà .
Ma una vittoria, per adesso, l’ha portata a casa Daniela Santanchè. Su sua indicazione Berlusconi ha ordinato ai suoi di «non portare nella nuova sede neanche uno spillo del vecchio Pdl».
Solo, è l’ordine da Arcore, bandiere e gadget di Forza Italia. Solo quelle.
«Il Pdl non esiste. È morto» .

(da “il Corriere   dela Sera”)

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IPOCRISIA PDL: LEGGE SEVERINO, GIA’ 37 I DECADUTI, MA E’ INCOSTITUZIONALE SOLO PER BERLUSCONI

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

BEN 17 CONSIGLIERI REGIONALI E 20 PROV. E COMUNALI HANNO DOVUTO LASCIARE LA VITA POLITICA, A SEGUITO DEI DECRETI FIRMATI DAL PREMIER… NESSUNO HA PRETESO DI SALVARLI IN NOME DELL’AGIBILITA’ POLITICA, DELLA ILLEGGITTIMA RETROATTIVITA’ O DELL’INCOSTITUZIONALITA’

Un   insopportabile affronto per un Berlusconi ormai sul punto di rottura, se solo sapesse. Mentre falchi e colombe del suo partito si affannavano a bombardare la legge Severino Enrico Letta, senza troppa pubblicità , la applicava a pieno regime, firmando di suo pugno i decreti previsti dalla norma che è ormai l’incubo del suo principale alleato di governo.
Eh sì, perchè mentre la decadenza dalle cariche elettive di consiglieri comunali e provinciali è automatica, la sospensione dei consiglieri regionali richiede un apposito decreto del Presidente del Consiglio.
E Letta, dal giorno dell’insediamento, non s’è mai tirato indietro.
Per 15 volte ha firmato, di suo pugno, i decreti sanzionatori della legge che dovrebbe essere applicata anche al senatore Berlusconi. E nessuno, tantomeno dal Pdl, ha sollevato dubbi su retroattività  e legittimità  della legge accampando pretese sull’“agibilità  politica” dei decaduti.
Non un falco, non una pitonessa. Neppure i destinatari dei provvedimenti hanno protestato.
La fabbrica delle sospensioni non s’è interrotta neppure quando la bomba a orologeria della sentenza in Cassazione sui diritti Mediaset si è pericolosamente avvicinata allo zerbino di Arcore.
Il 18 luglio, a due settimane dal verdetto che inchioda definitivamente il leader del Pdl, Letta firma il decreto che colpisce il consigliere della Campania Sergio Nappi (Pdl).
Era finito ai domiciliari il 18 aprile a seguito dell’inchiesta sui rimborsi con l’accusa di peculato e tornato in libertà  a metà  maggio con il solo obbligo di firma.
Ma il premier si ritrova sul tavolo l’ordinanza con le misure cautelari e applica l’articolo 8 della legge Severino.
Nessuno solleva la questione della retroattività  che, di lì a pochi giorni, avrebbe invece occupato giornali e pensieri degli uomini di Berlusconi e perfino di esponenti-mediatori del Pd.
Il 5 agosto la sentenza in Cassazione è definitiva da quattro giorni, impazzano gli altolà  del centrodestra ma Letta firma ancora e nessuno solidarizza col sospeso.
Il decreto colpisce stavolta Giampaolo Lavagetto, consigliere Pdl in Emilia Romagna. Sul suo capo pesa una condanna del 2010 per peculato a uno anno e sei mesi di reclusione.
Era subentrato da qualche settimana a Luigi Villani, altro sospeso Pdl per la Severino (ma con decreto di Monti) dopo esser stato arrestato per l’inchiesta parmigiana Public Money.
Lavagetto, secondo i giudici, aveva usato il cellulare di servizio in maniera impropria, non aveva certo creato società  offshore per frodare lo Stato come il leader del suo partito.
Ma la legge è legge, e la sospensione è scattata a tre anni dalla sentenza.
Neppure in questo caso vengono sollevati dubbi sul valore retroattivo dell’anticorruzione.
Giusto l’interessato obietterà , a caldo, che “è un provvedimento ingiusto” cercando d’accodarsi ai big del partito che sono però raccolti intorno al Capo e non guardano altrove.
Non troverà  nessuno disposto a spender per lui gli stessi funambolici argomenti che vengono compulsati da avvocati e big del partito a caccia di un salvacondotto per il leader.
Del resto quando Mario Monti ha sponsorizzato la legge, in un clima di generale rancore verso sprechi e ruberie nei consigli regionali di mezza Italia, aveva incassato voti e plauso anche del Pdl, azionista della strana maggioranza.
Nessun problema per l’approvazione, nessuno per l’applicazione. Ed è così che dal 5 gennaio 2013, quando è entrata in vigore e per i successivi otto mesi, i decreti sono fioccati in ogni regione d’Italia colpendo 17 consiglieri di ogni colore politico.
E nessuno, tantomeno nel centrodestra, si è stracciato le vesti.
Lo sa bene il primo che ne ha fatte le spese, il presidente del Molise Angelo Iorio.
La sua carriera è iniziata nel ’75, è stato deputato e cinque volte candidato alla presidenza del consiglio regionale.
Ma la sua carriera politica finisce il 28 marzo per effetto della condanna a un anno e sei mesi per abuso d’ufficio, non certo per una frode miliardaria al fisco.
Monti ha sulla scrivania tre documenti: la sentenza del Tribunale di Campobasso datata 22 febbraio, la nota della prefettura del 18 marzo che indica Iorio nuovamente tra gli eletti dopo la tornata del 16 marzo, una nota del Viminale che ne suggerisce la decadenza a partire da quella data.
Il premier, all’epoca transitorio fino a nuove elezioni, non ha dubbi e il 28 marzo firma la sospensione. La notizia è un lancio d’agenzia.
Non provoca boatos sugli spalti del centrodestra. Gli esponenti Pdl si tengono alla larga, neppure uno che si sogni di mettere in dubbio la legge e tantomeno la tenuta di un governo ormai a termine.
Alla prima prova, dunque, l’anti-corruzione della Severino tiene.
Dalle consultazioni esce il nuovo governo di larghe intese sostenuto ancora da Pd e Pdl, Letta diventa premier ed eredita l’onere di firmare i decreti di sospensione. E l’ex responsabile economico della Margherita va avanti come un treno sulla strada della Severino e anzi accelera: in un solo Consiglio dei ministri, quello del 21 maggio, decreta la sospensione di 11 consiglieri della Basilicata, tutti travolti dall’inchiesta sui rimborsi gonfiati che aveva portato all’arresto di due assessori e un consigliere, mentre per altri otto era scattato l’obbligo di dimora.
Tutti insieme, uno dopo l’altro, devono lasciare i loro scranni di ogni colore politico: il capogruppo Nicola Giovanni Pagliuca (Pdl), Rocco Vita (Psi), Alessandro Singetta (Misto), Mariano Antonio Pici (Pdl), Paolo Castelluccio (Pdl), Antonio Autilio (Idv), Vincenzo Edoardo Viti (Pd), Agatino Lino Mancusi (Udc), Rosa Mastrosimone (Idv). Nessuno li rimpiange, nessuno apre un “caso”.
Neppure quando il reato è bello e che prescritto, come accaduto al consigliere regionale di Fratelli d’Italia in Sicilia, Salvino Caputo, condannato a un anno e cinque mesi per un tentato abuso d’ufficio: da sindaco di Monreale provò a far cancellare due multe all’autista del vescovo.
L’ultimo decreto Letta che applica la Severino è del 26 luglio e colpisce Roberto Conte, ex consigliere dei Verdi e poi del Pd, transitato nel centrodestra dopo una serie di vicende giudiziarie.
All’ultima tornata elettorale aveva sfidato la sorte e si era candidato nonostante una sospensione per una condanna ricevuta nel 2009 a due anni e otto mesi per concorso esterno in associazione camorristica.
Nel 2011 Conte torna alla ribalta grazie a un decreto firmato da Berlusconi che ha revocato la sospensione consentendo a un condannato di tuffarsi in campagna elettorale a caccia di voti. Conte, del resto, è un campione ante litteram dell’idea del centrodestra per cui gli unici giudici dei politici sono gli elettori.
I campani, infatti, non restano impressionati dalle sue pendenze giudiziarie e gli regalano 10.400 preferenze.
Ora è un decreto di Letta a cancellare quello di Berlusconi.
Grazie all’odiata Severino.
Anche gli amministratori locali vengono sospesi o dichiarati decaduti, spesso per reati di poco conto, magari prescritti.
Il provvedimento per loro, articolo 11 della legge Severino, non passa per Palazzo Chigi ma viene disposto automaticamente dalle Prefetture. Che finora hanno applicato la 235 una ventina di volte, senza ritenere sussistente la questione della retroattività  che anima avvocati e politici.
Quanti consiglieri comunali, provinciali e sindaci siano stati espunti dai loro municipi per effetto della legge anti-corruzione esattamente non si sa. Repubblica riferisce di una ventina di casi.
Certamente sono in fase di istruttoria altri provvedimenti di decadenza.
Le prefetture hanno chiesto ai tribunali i carichi pendenti dei vari amministratori.
Di sicuro è già  incappato nella Severino Luigi De Filippis, ingegnere, allontanato dal consiglio comunale di Serino (Avellino) per una condanna in primo grado per abuso d’ufficio, pur essendo i fatti ampiamente prescritti.
A Parabita, provincia di Lecce, si è creato un caso sulla sospensione per 18 mesi del consigliere comunale d’opposizione Stefano Prete.
Il sindaco Pdl Alfredo Cacciapaglia aveva sollecitato la prefettura a pronunciarsi contro il consigliere colpito da una condanna per abuso d’ufficio. Ma nella sua giunta resta in carica un assessore, Biagio Coi, colpito da una più dura condanna a due anni di reclusione per truffa aggravata ai danni dell’Europa.
La scure ha poi colpito Vincenzo Vastola, ex sindaco di Poggiomarino (Napoli), fino a qualche mese fa capo dell’opposizione: a febbraio è stato sospeso dalla carica di consigliere per via di una condanna del 2012 per aver firmato un ordine di servizio privo di protocollo che stabiliva l’installazione di cinque lampioni nella strada in cui abita mentre per regolamento avrebbe dovuto procedere a una gara d’appalto.
“Credo che molti amministratori si trovino nella sua situazione, per questo chi lo ha sospeso dovrebbe accelerare la raccolta di documentazione ed emanare analoghi provvedimenti”.
Parola di Francesco Nitto Palma, ex ministro della giustizia del Pdl e coordinatore del partito in Campania.
Partito che ora chiede esattamente il contrario, di invalidare la legge.
E non per cinque pali della luce.

Thomas Mackinson

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I GIORNALI DI BERLUSCONI COME LE BRIGATE ROSSE: LA LISTA DI PROSCRIZIONE DEI MAGISTRATI SCOMODI

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

“PANORAMA” E “IL GIORNALE” PUBBLICANO LA LISTA DEI MAGISTRATI CHE HANNO OSATO INQUISIRE BERLUSCONI: SONO “TOGHE ROSSE”

Il settimanale Panorama (tosto rilanciato da Il Giornale con sincronico gioco di squadra) ha elencato, con foto di gusto segnaletico, 26 magistrati “toghe rosse” che negli ultimi 20 anni “hanno messo sotto accusa Berlusconi e i suoi più stretti collaboratori”, facendo “uso politico della giustizia”.
Quella delle “toghe rosse” è una favola che non regge alla prova dei fatti. Ma le “liste di proscrizione” (in questi termini si sono espressi molti commentatori, a partire dalla Associazione nazionale magistrati) sono ben più di una favola. Perciò conviene parlarne.Innanzi tutto perchè nell’elenco figura un magistrato, Gabriele Chelazzi, morto nel 2003 praticamente “sul pezzo”, mentre era impegnato allo spasimo in un’inchiesta di straordinaria incisività  sullo stragismo mafioso del ’93.
Tutti gli italiani per bene lo ricordano, senza retorica, come idealmente avvolto nel tricolore per i servizi resi al nostro Paese.
Calpestare la sua memoria non è ammissibile.
Tanto premesso, devo dire che anch’io figuro nella lista: e se qualcuno si volesse acrobaticamente aggrappare a un mini-conflitto di interesse, faccia pure.
In verità  non è la prima volta che ricevo un simile “privilegio”.
Già  nel 1994 l’Italia settimanale (diretto da Marcello Veneziani) mi aveva infilato in una grottesca lista di proscrizione con altri magistrati antimafia o di Tangentopoli.
Come si vede, mettere all’indice i magistrati “scomodi” è storia vecchia.
Storia che fin dall’inizio andrebbe riferita al quadro che lo storico Salvatore Lupo (su Questione giustizia 3/2002) delinea: “Già  nella campagna elettorale del 1994, partì un attacco, che allora nell’opinione pubblica nessuno accettava, alla legge sui pentiti” e vi fu un “assalto della magistratura quando la magistratura era sulla cresta dell’onda”.
Se fosse stato soltanto un problema di consenso — sostiene ancora Lupo — nessun uomo politico avrebbe azzardato queste operazioni. Furono dunque operazioni “per il futuro”. Un futuro, all’evidenza, che arriva fino ai giorni nostri.
Ma è la stessa ventennale continuità  dei fatti a dimostrare come le polemiche di oggi (liste di proscrizione incluse) sulle “toghe rosse” che da anni perseguiterebbero il Cavaliere siano un pretesto: per far ingoiare il rospo della rivendicazione di impunità  (che rischia di collocare il nostro Paese in un’orbita premoderna) rispetto a una condanna definitiva confermata in tre gradi giudizio.
Si perpetua — e le “toghe rosse” sono una trovata per distogliere l’attenzione dalla sostanza delle accuse — una delle maggiori anomalie italiane del ventennio: il rifiuto del processo e la sua gestione come momento di scontro per contestarne in radice la legittimità  e gli esiti.
Una sorta di impropria riedizione (con la variante che lo praticano “pezzi” di Stato anzichè sue antitesi) del cosiddetto “processo di rottura” ideato dall’avvocato Vergès scomparso pochi giorni fa.
Per tornare alle liste di proscrizione, è troppo facile (ma è necessario) ricordare anche quelle — ovviamente ben più truci e immensamente più grevi in quanto gravide di micidiali concrete conseguenze — stilate dai gruppi eversivi di ieri e di oggi e dalle organizzazioni mafiose.
Le ricordo soprattutto perchè molti dei magistrati citati da Panorama vivono da anni sotto scorte anche pesanti: perciò meritano rispetto (pur nella critica, sempre possibile) e non quella “radicale, definitiva condanna di quanto non si voglia riconoscere o accettare ” che è appunto la miglior definizione di proscrizione (Devoto-Oli).
Infine, la debolezza delle tesi di fondo che hanno portato alla compilazione della lista di Panorama si può anche evincere dai calcoli che il settimanale dice di aver effettuato.
Ma francamente non si capisce in base a quale criterio si sia concentrata l’attenzione su 26 soggetti, mentre è risaputo che dei processi relativi a Silvio Berlusconi si è dovuto occupare ben più di un centinaio di magistrati.
E — si badi bene — certamente dei più diversi orientamenti culturali.
Mentre l’articolo di Panorama, coltivando la favola delle “toghe rosse”, deve per forza mettere nel mirino delle polemiche un numero infinitamente ridotto di soggetti, estratti dal mazzo per un preteso comune orientamento culturale che avrebbe portato a una stagione di “persecuzioni”: là  dove si è trattato invece del doveroso dispiegarsi del principio di obbligatorietà  dell’azione penale e di un controllo di legalità  diffuso, senza una qualche proterva strategia.
A parte l’eterogeneità  delle 26 figure elencate, spesso diversissime fra loro e talora persino incompatibili.
Un altro monumentale “difetto” di queste strumentali liste di proscrizione.

Gian Carlo Caselli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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CICCHITTO SPARA SULLA SANTANCHE’: “COSI’ SPACCA IL PARTITO, PARLA A VANVERA”

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

“CONTRADDICE IL TESTO USCITO DA ARCORE SULL’UNITA’ DEL PARTITO E FA L’ELENCO DI BUONI E CATTIVI”

Se ieri a Arcore, durante e dopo il vertice, si è consumata la decisione di un aut aut al governo Letta, con essa si sta consumando anche quella dichiarata unità  del Pdl che nei fatti non c’è più. E che vede il centrodestra implodere sotto il peso della condanna del suo leader, Silvio Berlusconi.
La spaccatura è ormai sempre più malcelata.
Tra Daniela Santanchè, “falco” e “pitonessa”, e Fabrizio Cicchitto “colomba”, c’è più di un attrito.
La deputata Pdl in un’intervista a Repubblica, racconta quanto discusso e deciso ieri a Villa San Martino, nelle cinque ore di vertice, e anticipando che il “governo Letta cadrà “, dice: “Le colombe hanno ceduto, non ci sono alternative alla crisi perchè gli altri hanno deciso di negare l’agibilità  politica a un leader votato da milioni di italiani”, dichiara Santanchè, secondo cui “Alfano ha capito che aria tirava e si subito allineato, il più furbo di tutti”.
Invece “Cicchitto, Schifani, Quagliariello, Lupi fanno a gara nel dire che si può mediare, ma sbagliano”.
Un’affermazione che scuote Fabrizio Cicchitto e provoca la sua, stizzita, replica: “L’onorevole Santanchè, che è anche responsabile dell’organizzazione del partito, dichiara di esprimere le posizioni di una corrente di esso, i “falchi”, i cui nominativi elenca ed elenca anche i nomi dei dissenzienti, dei non allineati, dei renitenti e degli incerti. Francamente non ci sembra che abbia scelto il momento più opportuno per fare questo elenco dei buoni, dei cattivi e dei mediocri”, dice il collega di partito che definisce l’intervista “davvero singolare”.
Non solo, prosegue Cicchitto, perchè “contraddice il testo finale di Arcore che afferma che il partito è unito e compatto”.
Ma, perchè “avevamo capito che, ferme rimanendo le libere valutazioni di ognuno, siamo tutti impegnati a respingere l’attacco politico e giudiziario a Silvio Berlusconi e a porre il Pd di fronte alle sue responsabilità  perchè la tenuta dell’attuale governo, che è auspicabile, deve essere affidata al senso di responsabilità  di tutte le forze politiche che lo sostengono”, conclude.

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INTERVISTA A SANTANCHE’: “SILVIO HA GIA’ DECISO, ORA FAREMO CADERE IL GOVERNO”

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

CRITICHE ALLE COLOMBE: “FORSE NEL PDL QUALCUNO NON LO HA CAPITO”…. “ALFANO E’ IL PIU’ FURBO E SI E’ GIA’ ADEGUATO”

“È finita, finalmente”. Finita per questo governo, che la pitonessa non ha mai visto di buon occhio, neppure quando Silvio si faceva vanto di averlo immaginato e partorito. Daniela Santanchè lascia la war room di Arcore con l’aria di chi l’ha avuta vinta.
E stavolta esibisce una rabbia sorridente, attribuendosi – senza l’esclusiva: ci sono anche Verdini e Capezzone, anche se lei fa più rumore – una bella di merito per come sono andate le cose a Villa San Marino.
Adesso che cosa succede, onorevole?
“Non l’ha letto il comunicato di Alfano? Durissimo, non ci facciamo più prendere in giro, il governo Letta cadrà “.
Sicura?
“L’ha detto anche il presidente, che non mi è mai sembrato così forte, tranquillo e determinato: non dobbiamo aspettarci niente, perchè da Napolitano, da Letta e dal Pd niente avremo”.
Però c’è chi riferisce che Berlusconi, quando si è alzato dal grande tavolo ovale della sala grande, alla fine della riunione, non aveva ancora deciso del tutto che cosa fare…
“Ah sì? Qualcuno tra noi pensa che lui non abbia ancora preso una decisione chiara e forte? Allora vuol dire che non hanno capito. O forse che fanno finta di non capire”.
Chi?
“Cicchitto, Schifani, Quagliariello, Lupi… Tutti a dire: “Aspettiamo ancora un po’, non decidiamo subito, vediamo; Magari Napolitano concede la grazia, magari Letta convince il Pd a non votare per la decadenza di Berlusconi dal Senato…”. Ma figuriamoci, sono fantasie”.
E lei invece che cosa ha detto al leader del suo partito ?
“Quello che gli dico sempre”
E cioè?
“Presidente, stiamo ai fatti: sono tre anni che ci prendono in giro con i ricatti e con gli imbrogli. E adesso hanno il coraggio di chiederci senso di responsabilità ? Di fermarci perchè se no il governo cade? Impossibile, ingiusto. Per muoverci dobbiamo forse aspettare che ci ammazzino? Neppure per sogno: stavolta agiamo prima noi”.
Dunque hanno vinto i falchi, ha vinto lei, onorevole Santanchè…
“Ha vinto Berlusconi. È lui il primo a capire che non bisogna più perdere tempo. Ne abbiano già  perso troppo”
Berlusconi ha scherzato, anche se non troppo, sulla storia dei falchi e delle colombe: “Più che altro si sta facendo un tiro al piccione contro di me”, ha detto nel suo salotto.
“Non ci sono divisioni. La invito di nuovo a leggere il comunicato del segretario del Pdl. La linea l’ha dettata il presidente del partito, che si chiama Silvio Berlusconi, e siamo tutti tenuti a sostenerla. Non c’è altro da fare. Lo vogliono espellere dalla politica? E noi facciamo cadere il governo”.
Le colombe hanno ceduto.
“Questa è la decisione. Non ci sono spiragli, non ci sono alternative alla crisi perchè gli altri hanno deciso di negare l’agibilità  politica a un leader votato da milioni di italiani”.
Una decisione forse non facile per Alfano, che è il vice di Letta nel governo…
“Alfano ha capito che aria tirava e si subito allineato. È il più furbo di tutti”.

Rodolto Sala
(da “La Repubblica”)

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MARCO TRAVAGLIO: IL GRAN CONIGLIO

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

ARCORE, LE ULTIME VOLONTA’: SALVATE IL PREGIUDICATO

Arcore (Brianza), villa San Martino, interno giorno.
S.B. Bene, amici carissimi — in tutti i sensi —, vi ho convocati qui per discutere delle sorti del governo del Paese, cioè del mio culo.
Quagliariello. Suggerirei di chiamarlo agibilità  politica, sennò il nonnetto lassù mangia la foglia.
B. Vabbè, come vuoi. Idee? Angelino diceva di averne un sacco.
Alfano. Sire, ne avevo un paio, ma ora così, su due piedi, a bruciapelo, sarà  l’emozione, non me le ricordo più. Quanto tempo ho?
B. Ma figurati, fai con comodo, ci mancherebbe, tanto chi sta per finire al gabbio sono io… Dio mio in che mani sono, se penso che questo è vicepremier, ministro dell’Interno e segretario del partito… Fortuna che almeno non lo pago io, ma gli italiani.
Santanchè. Io avrei un’idea meravigliosa.
B. Sentiamo, vai Daniela.
Santanchè. Ho trovato! Tu vai in galera, così imparano quei comunisti rottinculo, e poi ci divertiamo. Mica male, eh?
B. Ma certo, come no: e se mi scivola la saponetta nella doccia, chi si china a raccoglierla? Tu? Tutti bravi a fare i detenuti col culo, pardon con l’agibilità  politica degli altri.
Verdini. Tranquillo, capo, se finisci dentro noi ti veniamo a trovare tutti i giorni, e le saponette nuove te le portiamo noi.
Schifani. Giusto, e poi gli amici di giù dicono che al 41-bis non si sta poi così male: cella singola, niente sovraffollamento.
B. Intanto è meglio che alle carceri non vi avviciniate proprio: una volta dentro non uscite più. E poi, nel caso, niente visite: l’unico vantaggio dell’arresto è che almeno non vi vedo più per un po’.
Gasparri. Ma scusate, non s’era detto di impugnare la condanna alla Corte di Edimburgo?
Matteoli. Ma quale Edimburgo: di Salisburgo.
L. Comi. Ma non era Friburgo? O Amburgo?
F. Pascale. Buoni gli hamburger, vero Dudù?
B. Han parlato i principi del foro! Avvocato Coppi, la prego.
Coppi. Veramente sarebbe Strasburgo, ma non è questo il punto. Lei deve accettare la condanna, proclamarsi colpevole, assumere un’aria contrita e penitente, scusarsi col capo cosparso di cenere, flagellarsi pubblicamente ai piedi di un pm a scelta, chiedere l’affidamento al servizio sociale, iniziare a scontare la pena…
Voce femminile dalla stanza della lapdance. Qualcuno ha detto pene?
B. No cicci, si parlava di pena. Torna giù, Katiusciah, non è ancora il tuo momento… Mi scusi, Coppi, lei sarà  anche un principe del foro, ma qui il foro me lo gioco io. Possibile che, con tutto quel che la pago, non le vengano in mente idee più brillanti?
Ghedini. Scusi, maestà , se il collega consente io un’idea ce l’avrei.
B. Sarebbe la prima volta, comunque sentiamo, spara!
Ghedini. Sto elaborando un lodo infallibile in base al quale il decreto Severino si applica soltanto su base volontaria, su richiesta del parlamentare condannato (e noi naturalmente siamo furbi e non facciamo richiesta), altrimenti è incostituzionale: qualche giurista di sinistra che se la beve lo troviamo sicuro, così mandiamo tutto alla Consulta e guadagniamo un paio d’anni.
B. Sì certo e il lodo chi ce lo vota? Tua zia? Per carità , ricordati che fine han fatto gli altri lodi infallibili: Schifani, Alfano ecc. Capace che li scrivete così bene che in galera ci finisco sul serio.
Alfano. Mi avete chiamato? Scusate, stavo cercando di ricordare quelle mie due idee strepitose.
B. Come non detto, Angelino: con le tue idee geniali riusciresti a farmi dare l’ergastolo.
Longo. Eh no, per l’ergastolo ci sono già  io. Sennò che ci sto a fare?
B. Ecco, appunto, lei parli solo quando la interpello. Cioè mai.
Brunetta. Ribadisco la mia idea di mettere i tornelli fuori dai tribunali: basta estenderla alle carceri, rubare tutte le chiavi a scheda, e il gioco è fatto.
B. Va bene, Renato, ora però torna a giocare al piccolo economista che qui s’è fatta una certa… Se solo ci fosse Dell’Utri, lui aveva sempre buone idee: ma ormai s’è dato. Vabbè, lo capisco, lui sta peggio di me, non me l’avete neppure fatto riportare al Senato. Fedele, tu come la vedi?
Confalonieri. Non so perchè, è triste dirtelo in un momento così, ma gli esperti mi garantiscono che se vai dentro il titolo sale in Borsa, se fai cadere il governo le azioni precipitano. Vedi tu.
E. Doris (traccia un cerchio nella sua aiuola di sabbia portatile). Da assicuratore,assicuro.
Marina. Se lo dicono loro, lo dico anch’io.
B. Grazie tesoro, sei la solita leonessa, senza di te non so come farei. Quindi mi faccio arrestare?
Capezzone. Mi oppongo fermamente, sarebbe un vile cedimento al golpe delle toghe rosse nell’ambito della ventennale guerra civile fra magistratura ideologizzata e politica indebolita che…
B. Ma questo chi l’ha fatto entrare?
Cicchitto. È pur sempre il nostro viceportavoce. S’è pure pagato il viaggio.
B. Ah ciao, tessera 2232, ci sei pure tu? Scusa, ma senza cappuccio non ti riconosco mai.
Cicchitto. Figurati, tessera 1816. Daniele ha ragione: occorre spezzare il circuito mediatico-giudiziario con una solenneriaffermazione del primato della politica…
B. Per favore, siamo fra noi: queste cazzate vanno bene per i talk show e i giornali che si ingoiano tutto. Torniamo al punto.
Massimiliano Allegri (al telefono). Presidente, stasera il Milan vincerà  per lei, e se l’arbitro non ci dà  almeno due rigori per garantirci l’agibilità  sportiva , mi farò sentire nelle sedi opportune.
B. Grazie, caro, ora però vai a giocare a palla, chè i grandi han da fare… Allora, altre idee? Altri ministri? Dispersi?
B. Lorenzin (da dietro una fioriera). Sono qui, padrone. Come ministro della Salute potrei ottenere un certificato medico che ti dichiari inabile al carcere e ai domiciliari. Che dici, provo?
B. Vabbè, grazie del pensiero. Maurizio?
M. Lupi (da sotto il tappeto). Scusa, Signore, stavo facendo le prove di indipendenza da te, come richiestomi da Enrico Letta.
B. Ecco, ce ne siamo perso un altro. Scusa Gianni, ma a che gioco gioca il nipotino?
G.Letta. Tranquillo, Silvio, ci parlo sei volte al giorno e cinque con Napolitano. Tutto sotto controllo, sei in una botte di ferro.
B. (piange) La conosco la tua botte di ferro: quattro muri di un metro per due con le sbarre alla porta… Paolo, Mariastella, Sandro, aiutatemi almeno voi.
Bonaiuti. Sto vergando un vibrante comunicato contro l’irresponsabile atteggiamento del Quirinale e del Pd, insensibili alle istanze…
B. Sì, bravo, mentre tu verghi io finisco in galera. Mariastella?
M. Gelmini. E’ una vergogna, uno scandalo, ma mi mancano le parole.
B. E ti pareva. Meglio così. Da quando hai tirato fuori il tunnel dei neutrini, meno parli meglio è per tutti. Sandro?
Bondi. Eminenza Reverendissima, si ragionava appunto con la mia meravigliosa Emanuela (Repetti, che annuisce, ndr) che l’ora è grave e s’impone uno scatto d’orgoglio acciocchè…
B. Sai dove te lo devi ficcare il tuo scatto d’orgoglio… Ok, basta. Qualcuno ha un revolver?
F. Pascale. No, puccipucci, non farlo, lo sai che senza di te non vivo più. Non è il momento di farla finita, non prima del testamento almeno.
B. Ma che hai capito! Non è per me: è per voi, razza di mangiapane a ufo.
Dudù. Baubau.
Dudi (detto Piersilvio): È quel che dico sempre anch’io, il collega che mi ha preceduto mi ha tolto le parole di bocca.
Primo carabiniere dietro la finestra. A rega’, cheddite? Famo ‘na retata e li ingabbiamo? Quanno ce ricapitano tutti insieme?
Secondo carabiniere in giardino. Zitto che ce tocca pure faje ‘a scorta.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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GRAN CONSIGLIO DEI DISPERATI: “ORA IL PD CI DIA UN SEGNALE”

Agosto 25th, 2013 Riccardo Fucile

IL VERTICE DEL PDL AD ARCORE CHIUSO DAL VICEPREMIER ALFANO CHE DICHIARA: ”LA DECADENZA DI B. È IMPENSABILE E COSTITUZIONALMENTE INACCETTABILE”

“Hai perfettamente ragione tu, è inutile continuare così, a farci prendere per i fondelli…”. Alla fine, hanno vinto i falchi.
Perchè è stato proprio in chiusura di un appassionato, quanto duro, intervento di Denis Verdini che il Cavaliere ha sciolto quelle che ai presenti erano sembrate riserve sul da farsi.
Se il Pd — questa la sintesi — voterà  senza indugio la sua decadenza da senatore , allora non ci sarà  più alcun motivo per sostenere il governo.
Numeri alla mano, non ci sarebbe — almeno secondo i calcoli pidiellini — la possibilità  di formare un governo diverso dall’attuale, anche solo per cambiare la legge elettorale. “Anche Grillo, d’altra parte — ha sottolineato Daniela Santanchè, che ha chiesto di parlare per ultima — ormai sta dalla nostra parte, anche lui vuole andare a votare con questa legge elettorale, voglio proprio vedere dove pensano di trovarli questi che s’immolano per sostenere Letta…”.
È andato a finire così il summit di “guerra” di ieri ad Arcore, presenti tutti i ministri, i capigruppo, i falchi e le colombe del partito.
Angelino Alfano, il segretario che ha più volte ribadito, durante la riunione, di voler bene a Berlusconi come a un padre (e per questo si è beccato da Verdini un secco “ma va, va…”) alla fine ha parlato a nome di tutti, con una dichiarazione che non lascia molto spazio alle interpretazioni. La decadenza di Silvio Berlusconi “dalla carica di senatore è impensabile e costituzionalmente inaccettabile”.
La posta in gioco, quindi, è la tenuta del governo: il Pdl chiede al Pd (ma, in qualche modo, anche al Colle) il rispetto degli “impegni programmatici assunti, a partire dall’Imu sulla prima casa” senza più “rinvii e dilazioni” per i quali “non c’è più tempo”.
“Il Popolo della Libertà  — giura Alfano — è come sempre unito, compatto e deciso, a fianco del suo presidente, a cui è molto legato da indissolubili vincoli di affetto e di condivisione politica. Tutti insieme rivolgeremo alle massime istituzioni della Repubblica, al primo ministro Letta e ai partiti che compongono la maggioranza, parole chiare — dichiara Alfano — sia sul diritto alla piena rappresentanza politica di Berlusconi sia sugli impegni programmatici del governo” .
Nel concreto: se entro un tempo ragionevolmente breve non arriveranno dal Pd (o dal Quirinale) segnali inequivocabili sulla scelta di non far decadere Berlusconi dalla carica di senatore, il governo potrà  dirsi spacciato.
“Non abbiamo nulla da perdere, checchè ne dica qualche collega di partito — commentava, a caldo, rientrando in auto a Milano sotto una pioggia battente, un partecipante al summit — Berlusconi si è preso qualche ora di riflessione, attende di vedere che cosa risponderà  il Pd a questa nostra presa di posizione. È chiaro che vogliamo la voce di Letta o di Epifani, è evidente…”.
La crisi di governo pare ora più vicina.
Anche se l’incontro, in verità , era cominciato sotto auspici totalmente diversi.
Ad aprire i “lavori” è stato Altero Matteoli, con un lungo intervento in cui ha chiesto al partito, ma anche a Berlusconi, una riflessione profonda anche sullo stato del Paese, prima di intraprendere qualunque strada.
Di seguito è stata la volta di Cicchitto, poi Brunetta, Lara Comi e Quagliariello, le cui parole di “speranza” sull’atteggiamento del Quirinale e dei Dem — almeno a sentire i testimoni — avrebbero fatto imbestialire Berlusconi al punto da farlo platealmente ribollire di rabbia.
Quindi Alfano, con un intervento cerchiobottista, “ti vogliamo bene, ma… il governo…”, rimbrottato da Verdini soprattutto quando il segretario ha commesso l’errore di fare il nome di Marina Berlusconi.
A quel punto, il Cavaliere ha fermato tutti con un secco “alt! Non voglio che mettiate in campo i miei figli, che non c’entrano nulla, questa è una faccenda che riguarda me, non loro!”.
Silenzio di tomba. Solo Sandro Bondi ha rotto l’incantesimo con una frase delle sue: “Io se fossi in lei non sarei così coraggioso…”.
Quindi l’ultimo intervento, quello della pitonessa, che è servito solo a dare la sponda a un Verdini ieri in grande spolvero, capace di convincere tutti con uno slogan: “Il governo resiste solo se Silvio non decade”.
“Bravo, mi hai convinto”, ha risposto il Cavaliere. Tutti i presenti hanno fatto quadrato. Alle 17:30 era tutto finito, Berlusconi aveva promesso ad Allegri che avrebbe visto il Milan e così è partito.
E adesso? Che cosa si attende ad Arcore?
Per adesso Berlusconi sta valutanto anche di tornare in televisione a spiegare “le sue ragioni”.

Sara Nicoli
(da “il Fatto Quotidiano“)

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IL PDL ALZA SOLO LA VOCE, LE CARTE LE HA IN MANO LETTA

Agosto 24th, 2013 Riccardo Fucile

IL PDL NON PUO’ FAR CADERE IL GOVERNO PERCHE’ LETTA HA VENTI SENATORI PRONTI A SOSTENERLO… E IL PDL SI TROVEREBBE SENZA POLTRONE E CON IL CAVALIERE A RISCHIO MANETTE

L’ultimatum è affidato alla penna di Angelino Alfano: “La decadenza dalla carica di senatore di Silvio Berlusconi è impensabile e costituzionalmente inaccettabile”.
Parole recapitate “alle massime istituzioni della Repubblica, al primo ministro Enrico Letta e ai partiti che compongono la maggioranza di governo”, ai quali si precisa inoltre che “non c’è più tempo per rinvii e dilazioni” anche sul versante degli impegni assunti dal governo, a partire “dall’abolizione sulla prima casa e agricoltura”.
Era tempo che il Cavaliere non radunava l’intero stato maggiore del partito nella sua villa di Arcore sotto il sole agostano.
Un vertice durato cinque ore, ma che se non fosse stato per la promessa fatta a Massimiliano Allegri di vedere l’esordio in campionato dell’amato Milan, si sarebbe protratto ben oltre.
Presenti i ministri (oltre ad Alfano Maurizio Lupi, Gaetano Quagliariello, Beatrice Lorenzin e Nunzia De Girolamo), i capigruppo Renato Brunetta e Renato Schifani, Denis Verdini, Lara Comi, Anna Maria Bernini, Niccolò Ghedini, Barbara Saltamartini, oltre agli immancabili Gianni Letta e Daniela Santanchè.
“Vi ho voluti qui per ascoltare il vostro parere sulla difficile situazione che stiamo vivendo – ha esordito il Cavaliere – anche per fare il punto dopo qualche polemica che c’è stata fra di noi”. C’è poco spazio per falchi o colombe di turno.
Al cospetto del leader le posizioni si riallineano, unanimi nel considerare il voto del 9 settembre come il discrimine tra la permanenza del Pdl nell’esecutivo e l’apertura formale di una crisi di governo.
È solo Schifani, che pure era intervenuto al Meeting di Rimini con toni tutt’altro che concilianti, che prova a frenare la china che porta a quella che sembra una vera è propria dichiarazione di guerra.
Chi era presente al vertice fa notare che non è un caso che la firma in calce alla nota conclusiva sia quella di Alfano e non dei capigruppo. “È segretario del partito – spiegano – vicepremier, ma soprattutto il capo-delegazione dei nostri ministri”.
Una missiva imbucata in direzione di Palazzo Chigi da un mittente non qualunque.
Perchè negli ultimi giorni Berlusconi si è convinto: “Non mi posso fidare nè di Letta nè della strada che ha indicato Napolitano”.
Una sola voce si alza in difesa del Colle: è quella di Quagliariello, che invita ancora una volta a guardare ai segnali di apertura e rilancia la possibilità  di prendere un po’ di tempo sull’applicazione della legge Severino facendo ricorso alla Corte costituzionale.
Ma non è questa la giornata da dedicare a sofisticati studi sui rivoli giuridici nei quali tentare di far impantanare la questione della decadenza del Cav.
Lo stesso Alfano, per allontanare i sospetti di chi guarda a lui come il principale pompiere sul fuoco che rischia di divampare sul governo, fa un intervento durissimo, “da falco in tutto e per tutto”.
“Se il Pd vota per l’incandidabilità  la crisi è nelle cose” è la posizione unanime presa dai colonnelli berlusconiani, impegnati in una prova di fedeltà  assoluta al proprio capo carismatico, al quale sono legati da un “indissolubile vincolo d’affetto” prima ancora che dalla “condivisione politica”.
Il leader ascolta, parla poco, alla fine si prende “qualche ora, forse un paio di giorni” per decidere il da farsi. Sa che se pronunciasse qualche parola risolutiva, filtrerebbe fuori dalle pareti della villa.
Non è ancora il momento per passare il Rubicone.
Berlusconi è ormai convinto della necessità  di passare comunque all’opposizione, ma è diviso fra due considerazioni.
La prima è quella che ha ripetuto Ghedini: “La decadenza è un falso problema, perchè sarebbe poi scavalcato dal ricalcolo dell’interdizione, che la supererebbe”.
Un motivo in più per andare verso le urne.
Ma c’è la seconda.
Fonti bene informate infatti riferiscono che Alfano avrebbe comunicato ai commensali che durante l’incontro di mercoledi, il presidente del Consiglio lo avrebbe avvertito di avere 20 carte coperte. Venti senatori – traducendo – disposti a salvare il governo per non portare il paese a elezioni.
Non prima del 2015 almeno.
Che sia un bluff o meno, lo stato maggiore del Pdl ha drizzato le antenne: le parole del segretario hanno risvegliato l’antico e infondato timore del Cav di venire strangolato da un abbraccio letale fra il Pd e il Movimento 5 stelle.
È su quel versante che si guarda con preoccupazione, anche se qualcuno sussurra della forte irritazione di Berlusconi nei confronti della pattuglia ciellina: l’ovazione delle larghe intese celebrata al Meeting non è stata ben digerita in quel di Arcore.
Al netto del pallottoliere, la questione di sostanza rimane, ed è l’unico (debole) freno che provoca remore all’idea di far saltare il banco il prossimo 9 settembre.
Se Letta e Napolitano riuscissero a far andare avanti il governo anche senza il Pdl, agli azzurri non rimarrebbe che l’Aventino, al Cavaliere la (metaforica) camicia a righe.

(da “Huffington Post”)

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