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MERCEDES, FANGO E BUGIE: IL GIORNALE ALL’ASSALTO DI ESPOSITO

Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile

IL QUOTIDIANO DI FAMIGLIA DEL CONDANNATO DI ARCORE SCRIVE MENZOGNE CONTRO IL PRESIDENTE DELLA CASSAZIONE CHE LO HA GIUDICATO SULL’EVASIONE MEDIASET: ECCO QUALI

Dopo la condanna di Silvio Berlusconi a 4 anni di carcere, Il Giornale di Alessandro Sallusti ha dedicato una ventina di pagine al 72enne presidente della sezione feriale della Cassazione.
Il 3 agosto parte Stefano Lorenzetto con un articolo basato sul suo ricordo di una cena del 2009 con il giudice Antonio Esposito: “Così infangava Berlusconi il giudice che l’ha condannato” è il titolo.
Il pezzo viene pubblicato solo dopo la condanna, nonostante il direttore Sallusti fosse informato da giorni.
Quando il magistrato Ferdinando Imposimato, presente alla cena, dice al Fatto di non aver sentito nulla del genere, Lorenzetto lo fulmina: Imposimato era lontano e poi è troppo amico di Esposito per essere credibile.
La prova? “Una fonte affidabile mi assicura che il figlio fu registrato all’anagrafe con il nome di Ferdinando proprio in onore di Imposimato”.
La fonte è attendibile perchè intrattiene ‘relazioni confidenziali ‘ con Esposito.
Peccato che non abbia svelato a Lorenzetto un altro segreto: Ferdinando è il nome del padre di Antonio.
Il Giornale picchia duro anche dopo la pubblicazione dell’intervista di Esposito al Mattino.
Nella sua smentita il giudice nega di avere risposto a una domanda sulla motivazione della condanna di Berlusconi.
La frase “Berlusconi condannato perchè sapeva” effettivamente non è farina del suo sacco e la sua risposta (riportata fedelmente dal Mattino) seguiva una domanda diversa e generale .
Ma per Sallusti è “Il giudice bugiardo”. Dopo l’8 agosto Il Giornale pubblica tre pagine al giorno piene di accuse: Esposito fa il doppio lavoro a Sapri ed è stato trasferito d’ufficio dal CSM.
Esposito accettava Mercedes in regalo e si appropriava di fascicoli sui vip per smania di protagonismo.
Il giudice replica con i provvedimenti del CSM e dei giudici che hanno smontato le accuse riportate dal Giornale.
La lettura incrociata di articoli e comunicati spiega bene come funziona la stampa berlusconiana.
IL CASO ISPI
“Aveva un doppio lavoro, amministrava una scuola”
Il Giornale spara l’8 agosto in prima pagina: ‘Lo strano doppio lavoro del giudice bugiardo’. Nell’articolo si legge: “Quando Antonio Esposito non sta in Cassazione fa un altro lavoro. Un doppio lavoro. (…) Esposito veste i panni del responsabile amministrativo di un pezzo di un’università  telematica. Insieme alla moglie avvocato e alla figlia, il magistrato risulta referente per lo sportello Salerno/2 della Unicusano, ateneo privato romano (…) sul sito web dell’università  come contatto per Sapri c’è proprio il numero di cellulare dell’alto magistrato. Illecito? No, magari no. Magari il buon giudice ha il via libera, l’ok, del Csm. Magari è normale”.
Il Giornale torna sul tema tre giorni dopo per ricostruire il procedimento disciplinare subito dal giudice alla fine degli anni novanta sulla scorta di una relazione redatta da un allora giovane capitano dei Carabinieri della stazione di Sapri: “Alla fine — scrive Il Giornale — è stata proprio la gestione dell’Ispi a determinare il trasferimento.
‘Dovrebbe essere provato — si legge nel provvedimento — che Esposito svolga attività  ulteriori rispetto a quella dell’insegnamento per il quale è stato autorizzato dal Csm’ (…) Esposito — scrivono i consiglieri — poteva essere reperito sistematicamente presso i locali della scuola e i collegamenti con l’Ispi venivano tenuti anche in pretura’”.
IL TRASFERIMENTO
“Rete di affari” e troppo protagonismo, per questo fu spostato
Il titolo de il Gironale dell’11 agosto non lascia adito a dubbi: “La rete di affari di Esposito: ecco perchè fu trasferito”.
Il titolo sintetizza così la motivazione del trasferimento: “Con la sua scuola guadagna centinaia di milioni che gli permettono di avere una Jaguar, una villa a Roma e un motoscafo”.
Secondo Il Giornale: “Il 7 aprile del ’94 il plenum del Csm approvava a maggioranza la proposta di trasferimento d’ufficio dell’allora pretore di Sala Consilina, che venne destinato alla Corte d’Appello di Napoli”.
Il Giornale entra nei dettagli: “Sulla scuola di formazione i consiglieri si soffermano a lungo, ipotizzando che il particolare tenore di vita del magistrato che risultava ‘proprietario di un villino a Roma, di una Jaguar e di un motoscafo avallassero l’ipotesi che l’Ispi avesse consentito la realizzazione di guadagni nell’ordine di centinaia di milioni’”.
Inoltre, secondo Il Giornale, Esposito era accusato di avere “gravemente mancato ai propri doveri”.
Il CSM, lo aveva trasferito perchè “aveva celebrato nel ’91 un procedimento penale contro Maria Pia Moro per interruzione di pubblico servizio ‘senza che tale procedimento fosse compreso tra quelli a lui assegnabili’”.
CAMERA
L’interrogazione del Pci lo accusa di “faziosità ”
Anche una interrogazione parlamentare comunista è stata riciclata a distanza di 33 anni e promossa a sentenza sotto il titolo de Il Giornale: “Il magistrato inchiodato pure alla Camera”. Gli inviati a Sapri di Sallusti hanno recuperato il testo dell’atto del 1980 firmato dai deputati PCI Alinovi, Amarante e Vignola: “L’operato di Esposito è oggetto di universale riprovazione da parte della popolazione del mandamento per i comportamenti asociali e per la faziosità ”.
MERCEDES
Cene a sbafo e un’auto di lusso in regalo
L’accusa più velenosa contro Esposito è quella del sottotitolo del Giornale dell’11 agosto: “Spuntano una Mercedes gratis e le cene a sbafo”.
Nell’articolo si ricostruiscono le accuse rivolte da un consigliere del CSM a Esposito: “Sarebbe stata portata, per conto della ditta Palumbo (un costruttore della zona, ndr), una Mercedes di colore beige acquistata” da un direttore romano di banca “con chiavi nel cruscotto, sotto l’abitazione del dottor Esposito”.
IL GIUDICE REPLICA PUNTO PER PUNTO E INCHIODA I FALSARI

IL CASO ISPI
“Insegnava gratuitamente, il Csm lo aveva autorizzato”
Il Giornale omette di dire — replica Esposito — che tutte le dichiarazioni di questo ufficiale (il capitano dei Carabinieri, ndr) più volte “rettificate e parzialmente difformi” tra di esse erano state smentite addirittura da numerosi militari della sua stessa compagnia e da un militare della Guardia di Finanza.
Così conclusivamente motiva il CSM: “(…)contrariamente a quanto affermato dal capitano l’Ispi non era una società  di capitali, il cui amministratore unico era la moglie del dr. Esposito, ma era un’associazione culturale senza scopo di lucro.
A proposito dell’attività  svolta dal dr. Esposito presso l’Ispi non è stato confermato quanto riferito dal teste, sia pure sulla base di notizie informalmente acquisite, di “impressioni”, di “conclusioni personali” in merito al ruolo di direttore, amministratore o organizzatore di Esposito, a un suo asserito potere di stabilire chi doveva essere ammesso e chi non doveva.
È emerso, infatti, che “il magistrato svolgeva esclusivamente attività  d’insegnamento, non si occupava in alcun modo direttamente o tramite la moglie dei profili gestionali dell’istituto, non ha mai fatto parte del consiglio d’amministrazione dell’ISPI”.
Inoltre l’incarico era “ritualmente comunicato al Csm, autorizzato ed espletato gratuitamente”.


IL TRASFERIMENTO

Accuse smentite dagli organi competenti già  tredici anni fa
Il trasferimento d’ufficio da Sala Consilina a Napoli del 1994 venne annullato dal Tar del Lazio nel 1996 per “un progressivo sfaldarsi delle tesi accusatorie”.
Nel 1998 il Giudice della Sezione Disciplinare del CSM dà  ragione di nuovo a Esposito e nel 2000 il CSM torna sulla materia e sostiene che l’attività  di Esposito presso l’ISPI è di “esclusivo impegno didattico, senza interessi patrimoniali, regolarmente autorizzata e di nessun intralcio per il normale svolgimento delle funzioni giudiziarie”.

Anche sulla questione della “smania di protagonismo”, Il Giornale fa un buco nell’acqua.
Il Csm così afferma: “Conclusivamente la celebrazione dell’udienza del 12/11/91 — Procedimento Fidia Moro — da parte del Dott. Esposito ebbe a rappresentare un atto di doverosa assunzione di responsabilità  del dirigente di un ufficio giudiziario in assenza di un collega e non certo una disdicevole forma di protagonismo di cui manca in atti qualsiasi prova. Anzi gli elementi probatori raccolti sono di segno esattamente opposto in quanto i testi hanno univocamente riconosciuto l’imparzialità  e la correttezza del Dott. Esposito”.

MERCEDES
Fu comprata nel ’77, era del ’71 Aveva fatto 300mila km
Esposito ricorda che “la Mercedes 220D del 1971 è stata acquistata regolarmente nel 1977 con 300 mila km percorsi”.
La vicenda “è stata archiviata perchè “si è accertato, con prova orale e documentale, l’assoluta legittimità  dell’acquisto”.
Esposito ha rinunciato alla prescrizione ottenendo l’archiviazione del Gip nel 1996.
Mentre il CSM ha archiviato nel 1997 sulla base di “univoche acquisizioni documentali” come “l’assegno bancario di Esposito”.

CAMERA
Il Consiglio superiore scrisse: “Un complotto contro di lui”

Il Giornale omette: “L’inchiesta apertasi a seguito delle interrogazioni venne archiviata dal Csm”.
La motivazione descrive “un vero e proprio complotto contro Esposito (…) oggetto di un attacco scorretto nelle forme e illecito nei contenuti da parte di un gruppo di persone che per soddisfare un loro sentimento di vendetta (…) non hanno esitato a costruire a tavolino gli elementi di accusa ed a coinvolgere nell’operazione anche rappresentanti del Parlamento”.

Marco Lillo
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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MARCO TRAVAGLIO: CSM: CIECHI, SORDI E MUTI

Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile

DI FRONTE AL LINCIAGGIO ILLEGALE DI ESPOSITO, IL CSM NON FA IL PROPRIO DOVERE: TANTO VALE SCIOGLIERLO

Quando il giudice Mesiano, reo di aver condannato il gruppo Berlusconi a risarcire De Benedetti per lo scippo Mondadori, fu pedinato e linciato da Canale5 e dagli altri house organ della ditta per i suoi calzini turchesi, il Csm intervenne in sua difesa con una pratica a tutela contro attacchi “che possono condizionare ciascun magistrato, specie quando si tratti di decidere su soggetti di rilevanza economica e istituzionale”.
Il vicepresidente Mancino denunciò il “clima invivibile dove il potere è forte e può intimidire”.
E persino il presidente Napolitano evidenziò “le inquietanti connotazioni della vicenda”.
Era solo quattro anni fa, ma pare un secolo.
Da due settimane, da quando ha letto la sentenza di condanna per B. nel processo Mediaset che gli era toccato in sorte, il presidente della Cassazione Antonio Esposito viene manganellato dal Giornale e altri fogliacci.
Decine di pagine con accuse infamanti fondate sul nulla: tutto falso, tutte menzogne.
Eppure intorno a lui tutto tace.
Tace Napolitano, troppo occupato a riflettere sull’“agibilità  politica”del pregiudicato e a riceverne gli emissari.
Tace Vietti, solitamente così garrulo.
Non tace purtroppo il ministro Cancellieri, che sguinzaglia gl’ispettori come ai tempi di Biondi e Mancuso, mentre il Csm apre un fascicolo disciplinare contro Esposito.
Illegale .
L’ordinamento giudiziario 269/2006 sanziona “le dichiarazioni o interviste che riguardino soggetti coinvolti negli affari in corso di trattazione”, non quelli chiusi da sentenza definitiva. Come il processo Mediaset.
Il giudice Esposito è solo, lasciato in pasto ai linciatori da chi, per legge, dovrebbe difenderlo. Se il Csm, dal presidente e dal vicepresidente in giù, non se la sente di fare il proprio dovere, tanto vale scioglierlo.

Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano“)

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“NON MI DIMETTERO'”: SUMMIT DI BERLUSCONI CON I LEGALI NEL FORTINO DI ARCORE

Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile

E PARTE LA CAMPAGNA D’AGOSTO DI FORZA ITALIA

Con Ghedini e l’intero staff legale – che, come il cliente, non è andato in vacanza – Silvio Berlusconi è assorbito dalla valutazione delle possibili vie d’uscita dal cul de sac in cui è finito dopo la condanna definitiva.
Sono ore in cui la sopravvivenza del governo, le minacce di crisi, passano in secondo piano, primum vivere.
Poche, per non dire nulle, le speranze che ormai l’ex premier ripone in un effettivo «contributo» alla soluzione da parte del Quirinale.
Mentre a breve la giunta del Senato potrebbe conclamare la decadenza e entro il 15 ottobre gli si potrebbero chiudere alle spalle le porte di casa per i domiciliari (se non accetterà  i servizi sociali).
D’umore nero, per nulla confortato dal silenzio del Colle e dalle rassicurazioni di ministri e colombe, il leader della rediviva Forza Italia è intenzionato tuttavia a vendere cara la pelle.
«Non mi dimetterò da senatore, su questo punto non cedo» è una delle conclusioni tratte con gli avvocati proprio alla luce della situazione in cui si trova.
Rinunciare da subito alla carica parlamentare (e alle immunità  che comporta) prima di qualsiasi pronunciamento della giunta farebbe venir meno una posizione di garanzia ma al contempo un potere «contrattuale», è stato il ragionamento maturato con Ghedini.
Già , contrattuale, perchè al pari di una trattativa stanno affrontando l’intera vicenda nel chiuso di Villa San Martino.
Non escludendo a questo punto nulla, appunto.
Sul pessimismo di queste ore di Berlusconi ha avuto il suo peso, raccontano i pochi che hanno avuto modo di parlargli al telefono, le dichiarazioni di giornata di Dario Stefà no, presidente della Giunta per le elezioni del Senato che esclude in modo categorico la possibilità  di una ricandidatura anche dovesse aprirsi la crisi e si dovesse andare al voto anzitempo.
Sebbene su questo punto gli avvocati hanno fornito le loro garanzie, sostenendo che comunque a decidere sulla eleggibilità  sarebbe la Corte d’Appello di competenza e, in caso di esito negativo, resterebbe aperta la via del ricorso al Tar.
Carte bollate su carte bollate, insomma, che non lasciano affatto tranquillo il Cavaliere.
E infatti, mentre i promotori della nuova campagna di comunicazione, da Verdini alla Santanchè, festeggiano da ieri l’avvio del battage in tutta Italia, lui è assai meno entusiasta, sembra: «Tutto rischia di essere vanificato, campagna compresa, se mi impediscono di correre ».
Perchè è tutta centrata attorno alla sua persona, non solo graficamente, la campagna da 1.500 manifesti che da lunedì a giovedì saranno affissi in tutta Italia, con i dieci aeroplani che voleranno sulle località  balneari il giorno di Ferragosto con la scritta “Forza Italia, Forza Silvio”.
Un crescendo anche sul web con un appuntamento forte tra un mese.
«Stiamo organizzando una grande manifestazione a Milano per settembre – racconta Daniela Santanchè – Sarà  la conclusione di questo processo di ritorno alle origini che avviato da Berlusconi dal palco di via dell’Umilità ».
Nei manifesti non compare il nome del leader, sarà  un modo per tenersi aperta l’alternativa della figlia Marina se lo spettro della incandidabilità  si farà  reale?
La presidentessa di Fininvest e Mondadori continua a escluderlo. E così il padre.
«Ha dimostrato di saperci fare come imprenditrice e come donna, la vedrei benissimo – continua Santanchè, di casa ad Arcore – Ma in questa fase il presidente è titolare inamovibile e irrinunciabile per noi, sarà  lui il leader».
In questa fase, appunto.

Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica“)

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NAPOLITANO ENTRO DOMANI RISPONDERA’ AL CAVALIERE

Agosto 13th, 2013 Riccardo Fucile

POSSIBILE INCONTRO CON LETTA, POI LA DICHIARAZIONE UFFICIALE SU COME LA PENSA

Ormai ha messo a punto le sue valutazioni, dopo lunghe giornate di riflessioni, incontri, telefonate, e al massimo fra due giorni Giorgio Napolitano scioglierà  la “riserva” e spiegherà  come la pensa sul braccio di ferro ingaggiato fa Berlusconi per rivendicare un salvacondotto nonostante la sentenza della Cassazione.
E sarà  una dichiarazione ufficiale quella in cui, fra oggi e domani, il capo dello Stato metterà  in fila gli aspetti e le possibilità  formali di sua competenza sul caso, rispondendo così alla richiesta avanzata dal Pdl di un intervento per salvare l’ex premier.
Manca un unico tassello per completare il quadro che il presidente della Repubblica ha ormai quasi definito sul suo tavolo: un incontro a quattrocchi con Gianni Letta, l’uomo di collegamento fra il Colle e il Cavaliere, che con tutta probabilità  varcherà  domani i cancelli della tenuta di Castelporziano, dove Napolitano sta trascorrendo il periodo di vacanze estive.
È possibile perciò che proprio dopo questo incontro decisivo, che fa seguito a quelli con Brunetta- Schifani e con i vertici del Pd, arrivi la tanto attesa nota del Colle.
Il capo dello Stato, stretto fra il pressing del Pdl e il no del Pd, anche dopo aver sentito gli uffici giuridici del Quirinale che gli hanno preparato un dossier, ha deciso dunque di rompere il silenzio e di farlo con una dichiarazione: pubblicamente, per sottrarsi al balletto di indiscrezioni, ipotesi, trame, alle mille voci sulle intenzioni del presidente della Repubblica che scuotono i partiti e mettono in affanno il governo.
Una prima valutazione, magari non risolutiva, in cui il Colle farà  il punto sotto il profilo formale, senza accogliere i diktat del Pdl ma magari rinviando alcuni aspetti a ulteriori approfondimenti.
Con la necessità  politica di tenere il governo al riparo dalle ritorsioni.
Sentiero stretto, col centrodestra che invece minaccia rappresaglie sull’esecutivo in caso di decadenza di Berlusconi (e anche questo aspetto il capo dello Stato vuol chiarire con Gianni Letta), ma al Colle le soluzioni fin qui prospettate per non far uscire di scena l’ex premier apparirebbero non praticabili.
A cominciare dall’arma più forte e definitiva, quella della grazia, che il capo dello Stato può concedere solo in casi ben precisi.
E adesso non è certo quello del Cavaliere, come probabilmente il Quirinale stesso s’incaricherà  di chiarire nelle sue valutazioni.
Tante e troppe, poi, le delicate questioni ancora aperte per non far apparire un intervento pro-Berlusconi come una vera e propria ingerenza di Napolitano sulla magistratura e anche sul Parlamento.
Non sono ancora note nemmeno le motivazioni della Cassazione (con la polemica in corso sul presidente Esposito), resta ancora da ricalcolare la pena accessoria dell’interdizione davanti alla corte d’Appello di Milano, deve riunirsi ai primi di settembre la giunta per le elezioni del Senato sull’incandidabilità .
Ecco perchè, con una situazione “processuale” del Cavaliere non definita e tanto complicata, per il Quirinale metterci la mani appare un’operazione impossibile e fuori dalle regole.
In un contesto giuridico tanto “aperto” e in movimento, al Colle non resterebbe che restituire al mittente le richieste di salvare subito il Cavaliere.
L’agibilità  politica? Non sarebbe nei poteri di Napolitano.

Umberto Rosso
(da “La Repubblica”)

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CECCANTI, INCANDIDABILITA’ BERLUSCONI: “NON PUO’ RICORRERE AL TAR, NITTO PALMA NON CONOSCE LA LEGGE”

Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile

IL RELATORE DELLA LEGGE SEVERINO CASSA L’INTERPRETAZIONE DELL’ESPONENTE PDL

Il presidente della commissione Giustizia del Senato aveva ventilato l’ipotesi che lo stop all’inserimento in lista del Cavaliere in caso di nuove elezioni potesse essere superato da un ricorso amministrativo: “Qualora l’aula non si dovesse pronunciare sulla decadenza in ragione dell’eventuale caduta del governo e dello scioglimento del Parlamento — ha osservato Nitto Palma – la Corte d’appello potrebbe assumere il provvedimento indicato, fermo restando che comunque sarebbe percorribile un ricorso al Tar nel cui ambito si possono sollevare tutte le questioni giuridiche già  sollevate in giunta”.
“Non sa ciò di cui parla”, risponde Ceccanti. Che spiega: “Nel caso delle elezioni politiche conta sempre e solo il testo unico della Camera nel 1957. Dunque, se l’ufficio elettorale circoscrizionale dovesse dichiarare qualcuno incandidabile, l’unico ricorso potrebbe essere fatto all’ufficio elettorale centrale, che deve decidere prima della chiusura delle liste”.
Nel Pdl era circolata un’ipotesi: il ricorso al Tar avrebbe reso intanto Berlusconi candidabile, e la sua elezione sarebbe stata sub-judice in attesa della sentenza, con tempi destinati ad allungarsi anche in virtù di un possibile successivo ricorso al Consiglio di Stato.
Una soluzione priva di fondamento?
“Assolutamente sì — spiega il professore — su questo la legge è chiara”. In effetti il combinato disposto della Severino e del testo unico delle leggi elettorali non sembra lasciare spazio ad equivoci.
Recita l’articolo due, terzo comma, della legge promossa dall’esecutivo tecnico: “Per i ricorsi avverso le decisioni di cui al comma 2 trova applicazione l’articolo 23 del decreto del Presidente della Repubblica 30 marzo 1957, n. 361”.
Che è, per l’appunto, il testo unico di cui sopra. Il quale stabilisce che l’unico ricorso possibile è quello all’ufficio elettorale centrale, che “decide nei due giorni successivi”.
Nessuna scappatoia per il Cavaliere, dunque.
Nemmeno quella prospettata dal vicepresidente del Senato, Roberto Calderoli. “Nel vuoto della legge Severino vale solo l`articolo 66 della Costituzione, che attribuisce a ciascuna camera il giudizio sui titoli di ammissione dei suoi componenti e delle cause sopraggiunte di ineleggibilità  e di incompatibilità  — ha osservato il leghista – Ragion per cui, se dovessimo tornare al voto prima del pronunciamento del Senato, Berlusconi potrebbe candidarsi sia alla Camera che a Palazzo Madama”.
Replica Ceccanti: “Ma il voto del Senato riguarda l’incandidabilità  sopraggiunta dopo le elezioni. Per quanto riguarda la prossima legislatura, la legge stabilisce chiaramente quali siano i margini di candidabilità ”.
“Anche qualora venisse ammessa la possibilità  di ricorso al Tar – chiosa il professore – rimane il fatto che sul piano sostanziale anche la giustizia amministrativa dovrebbe prendere atto della chiarezza della legge”.
Insomma, le scappatoie per il Cavaliere sono assai limitate.
Qualora decidesse di staccare la spina al governo, un suo ritorno in Parlamento sembra assai improbabile, se non impossibile.
Un argomento che potrebbe costituire un deterrente per indurlo a non far precipitare la situazione.
Almeno fin quando la Giunta non ne sancirà  la decadenza.

(da “Huffingtonpost”)

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CON LA CRISI NORD E SUD SEMPRE PIU’ DISTANTI

Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile

IN CINQUE ANNI PERSI 2,6 PUNTI DI PIL IN LOMBARDIA E 11 IN SICILIA… IL RECORD DELL’EXPORT SARDO

La classifica non è per niente incoraggiante, perchè ci sono solo «segni meno».
Eppure, anche questa volta, è la Lombardia la regione italiana in testa alla lista.
Il metro di misura è la doppia, grande, recessione italiana: quella iniziata nel 2008, sospesa con una breve pausa nel 2010, ritornata con la crisi del debito e ora, pare, agli sgoccioli.
Ebbene, nei sei anni «neri» dal 2008 al 2013 – includendo quindi le stime sull’anno in corso – il Pil italiano ha perso più dell’8 per cento, quello lombardo invece «solo» il 4 per cento circa. Insomma, più o meno la metà .
Questa volta, poi, non si tratta di una questione nordista. Ma di un’«eccezione» essenzialmente lombarda.
Perchè, sconfinando a ovest in Piemonte o a est in Veneto, il Pil sprofonda con tassi intorno alla doppia cifra, ben lontani dal calo più contenuto della Lombardia.
Secondo lo Svimez, infatti, il Prodotto interno lordo del Veneto è sceso dell’8,1% tra 2008 e 2012 e dovrebbe perdere un ulteriore 1,7% quest’anno.
Numeri simili in Piemonte: -8,4% nel lustro e -2,6% nel 2013.
Il calo del Pil piemontese previsto nel 2013 – appunto -2,6% – vale da solo tutta la diminuzione del reddito lombardo dal 2008 al 2012. Poi, quest’anno, lo Svimez stima per la regione «locomotiva d’Italia» un ulteriore calo dell’1,5%
Ma l’eccezione lombarda – intesa come una recessione sicuramente pesante ma meno forte che altrove – non si ferma ai dati sul Pil. E riguarda anche l’occupazione.
Come? La classifica questa volta è provinciale.
E in testa ci sono Lecco, Piacenza, Monza-Brianza e Milano: tre province lombarde su quattro, più una – Piacenza – a un tiro di schioppo da Pavia e Milano.
Secondo il sistema informativo Excelsior (Unioncamere e ministero del Lavoro) il saldo occupazionale nel 2013 – vale a dire la differenza tra entrate e uscite nel mondo del lavoro – dovrebbe essere negativo dello 0,9% a Lecco e Piacenza, dell’1% in Monza-Brianza e dell’1,1% a Milano. Sono dati negativi, ma del tipo «zero virgola» o giù di lì, in una classifica che non solo è tutta negativa, ma arriva fino al -5,2% di Ragusa e Nuoro e al -6,6% di Enna.
In mezzo, tra il quadrilatero quasi tutto lombardo e il «podio rovesciato insulare», ci sono tutte le altre province d’Italia, con una media del -2,2%
Eppure, le cose più o meno si capovolgono in un capitolo fondamentale dell’economia italiana: quello dell’export.
Considerando la crescita delle esportazioni nel 2012, in vetta alla classifica ci sono il Sud e le Isole (+7,8%), seguiti dal Centro (+6,3%), dal Nord Ovest (+3,5%) e, ultimo, dal Nord Est (+1,1%).
I dati, raccolti dalla Banca d’Italia, scendono poi nel dettaglio delle singole regioni. Certo, si tratta di variazioni e non del totale dell’export, ma colpisce comunque l’aumento del 21,5% delle vendite all’estero registrato dalla Sardegna, così come il +21,2% della Sicilia. Bene anche Umbria (+7,6%), Marche (+6%) e Lazio (+5,1%). «Benino» Liguria (+4,1%), Lombardia (+3,7%) e Piemonte (+2,9%) .
Ben più modesta, invece, la crescita dell’export veneto (+1,6%) e addirittura decisamente negativo il dato del Friuli-Venezia Giulia (-8,9%).
E adesso? Che cosa succederà  nel 2014?
Qualcuno, come lo Svimez, ha cercato di fare un pronostico sul quadro dell’economia italiana nell’anno che, stando alle stime, dovrebbe essere quello della ripresa.
Il risultato? L’exploit delle esportazioni «sotto la linea gotica» dell’anno scorso non basterà  al Centro-Sud per recuperare terreno nel divario con il Nord. Anzi.
Secondo le previsioni, nel 2014 il Pil crescerà  dell’1% al Nord, dello 0,4% al Centro e di appena lo 0,1% al Sud.
Di nuovo, a guidare la classifica regionale è la Lombardia, ora in compagnia di Emilia Romagna e Friuli-Venezia Giulia: l’economia delle tre regioni dovrebbe crescere dell’1,2%.
Seguono Veneto (+1%) e Piemonte (+0,7%).
Ultime nella lista, e uniche con un tasso ancora negativo, sono Sardegna e Calabria (entrambe in calo dello 0,1%).
La Calabria, tra l’altro, è la regione che nel 2012 ha registrato il Prodotto interno lordo pro capite più basso d’Italia: 16.460 euro, meno della metà  dei 33.443 euro della Lombardia.
Il divario, quindi, è destinato a crescere ancora. In tempi di recessione così come in tempi di crescita.

Giovanni Stringa
(da “il Corriere della Sera”)

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TRA I TESORI PUBBLICI SPUNTANO AUTONOLEGGI E CAMPI DA GOLF

Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile

LE POLTRONE TRA PRESIDENTI, AMMINISTRATORI E CONSIGLIERI DELLE PARTECIPATE SONO OLTRE 2.000 PER UNA SPESA DI 140 MILIONI DI EURO

Un esclusivo golf club e la farmacia comunale. L’ente di ricerca internazionale e il macello pubblico. La Rai e il noleggio di automobili.
La partecipazione di un piccolo Comune nelle terme locali e le migliaia di quote possedute dalle Università  italiane in consorzi e società  di diversa natura.
Ma non è la varietà  a colpire, quello che sorprende sono i numeri e la loro incertezza. Nessuno, nemmeno il governo, sa con esattezza quante sono.
Quelle classificate sono 7.287, ma è poco più di una stima, perchè più di tre amministrazioni su dieci non rispondono al ministero, incuranti degli obblighi di legge.
Alla fine potrebbero essere tranquillamente più di 10 mila, ma nessun ufficio può attestarlo con certezza: si sa che le srl sono più di 2 mila, le società  per azioni più di 1700, le fondazioni più di 400, i consorzi alcune migliaia.
Sono le partecipate delle amministrazioni pubbliche, quelle dei ministeri più importanti e quelle dell’ultimo Comune d’Italia.
Dentro ci sono i campioni nazionali dell’industria tricolore, dall’Eni a Finmeccanica, ma vi si trovano anche i consorzi boschivi, le assicurazioni delle Province, le quote negli ordini professionali da parte degli enti locali.
Una società  partecipata dalla pubblica amministrazione ogni 6 o 7 mila abitanti.
E’ una fetta corposa di spesa pubblica che negli ultimi anni si è dilatata a dismisura, talvolta senza alcun controllo: 22 miliardi di euro sono gli oneri a carico delle casse di enti locali e statali, almeno quelli dichiarati (oneri da contratto di servizio o da trasferimenti); ma se fossero molti di più, quelli reali, al ministero diretto da Giampiero D’Alia nessuno si stupirebbe.
Se invece delle partecipate si analizza l’elenco delle partecipazioni il numero lievita ulteriormente: due Comuni possono avere quote della stessa società , dunque il numero delle prime è superiore a quello delle seconde.
Quante sono? Vale quello che si è detto sopra: esattamente nessuno può dirlo, con un tasso di errore di almeno il 30% le partecipazioni sono addirittura 40 mila, tante quante sono le comunicazioni che sono giunte al ministero della Funzione pubblica per la raccolta della banca dati Consoc.
Dati che restano parziali anche per il costo del personale.
Solo il 58% dei Comuni lo ha comunicato, per circa 13 miliardi di euro.
Mentre per le retribuzioni dei vertici (presidenti, consiglieri e amministratori, circa duemila «poltrone») la cifra complessiva di cui dispone il ministero supera i 140 milioni di euro.
In media 70 mila a carica.
Si sa anche che i Comuni con più di 50 mila abitanti hanno in media più di 11 partecipazioni in Spa e più di 7 in Srl
Entro il 30 settembre di quest’anno (termine già  prorogato) i Comuni con popolazione inferiore ai 30 mila abitanti dovrebbero per legge dismettere tutte le partecipazioni, al netto di alcune eccezioni, peraltro piuttosto ampie: ultimi tre bilanci in utile, perdite recenti ripianate dal Comune, riduzioni di capitale conseguenti a perdite.
Lo stanno facendo? Lo sapremo, forse, nel 2014, quando gli enti dovrebbero comunicare al governo i dati.
Gli oneri complessivi e la cifra dei dividendi che queste partecipate garantiscono definiscono in modo più completo la cornice: spesso in perdita, assorbono molto più di quanto siano in grado di produrre secondo logiche di mercato
Non tutti i servizi pubblici possono o debbono essere gestiti secondo regole di redditività , ma almeno nel settore comunale il rapporto fra dividendi e oneri è di 1 a 10, ulteriore materia di riflessione per il governo.
La metà  dei dividendi comunali è prodotta in Lombardia, che ha anche il maggior numero di partecipate comunali fra le Regioni italiane.
Negli ultimi anni il legislatore nazionale ha posto un freno alla proliferazione: il boom di costituzioni iniziato negli anni 90 (250 società  e organismi all’anno dal 2000 al 2009) si è attenuato, grazie all’introduzione di vincoli e divieti molto rigidi.
«Il ricorso ad organismi partecipati al fine di gestire funzioni e servizi dei Comuni è stato accelerato per finalità  elusive dei vincoli di finanza pubblica (patto di Stabilità  interno) e dei limiti di assunzione del personale», si legge nell’ultimo rapporto del ministero della Funzione pubblica.
Che mette a fuoco un’altra dinamica: «Al crescere della quota di proprietà  pubblica della società  il risultato economico tende a diminuire».
Il ministro D’Alia sta per far partire un ulteriore censimento: numero e costo esatto del personale.
Per discutere in modo più accurato di dismissioni pubbliche occorrerebbe una ricognizione finalmente precisa anche di questo settore.
Non sarà  facile.

Marco Galluzzo
(da “il Corriere della Sera”)

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CONTO ALLA ROVESCIA PER IL PORCELLUM

Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile

I PARTITI CERCANO LA MEDIAZIONE SULLA RIFORMA

Per mandare in soffitta il Porcellum le due date chiave sono il 2 settembre e il 3 dicembre. A settembre la commissione Affari costituzionali del Senato comincerà  a esaminare con procedura di urgenza un testo che modifica un meccanismo su cui grava il sospetto di incostituzionalità .
Il 3 dicembre è fissata l’udienza della Consulta che dovrà  giudicare appunto la legittimità  della legge elettorale
La questione è quanto mai attuale perchè spesso si parla di ricorso anticipato alle urne, cosa che, come ha più volte ribadito il presidente della Repubblica Napolitano, non sarà  possibile se prima non verrà  cambiato il sistema di voto.
Questo tema è stato oggetto, nei giorni scorsi, di una messa a punto del ministro per le Riforme, Gaetano Quagliariello. il quale ha osservato che «il giudizio pendente davanti alla Corte costituzionale rappresenta un elevatissimo ostacolo dal punto di vista politico-costituzionale affinchè la legge in vigore possa regolare eventuali nuove elezioni». Valutazioni meramente tecniche, ha tenuto a precisare il ministro, che nulla hanno a che vedere con le «determinazioni che spettano a chi detiene il potere di scioglimento delle Camere», un potere in capo al presidente della Repubblica.
Quagliariello ha poi ricordato che lo stesso governo «già  nel vertice di Spineto del 12 e 13 maggio aveva sollecitato, in attesa di una legge elettorale definitiva che dovrà  accompagnare le riforme costituzionali, un intervento di salvaguardia per mettere il sistema oggi in vigore al riparo da possibili vizi di costituzionalità ».
In questo quadro la decisione del Senato di adottare la procedura di urgenza è stata giudicata «quanto mai opportuna»
Ricorrervi significa ridurre i tempi di discussione, che da due mesi passano a uno. In altre parole, se l’esame comincia il 2 settembre in commissione la nuova disciplina elettorale potrà  andare in Aula per il voto definitivo a ottobre, poi sarà  trasmessa alla Camera, dove, con ogni probabilità , anche lì sarà  adottato il metodo accelerato
L’obiettivo è varare una legge prima che la Consulta si pronunci.
L’accordo è unanime.
I problemi nascono quando si comincia a entrare nel merito perchè su questo Pd e Pdl, la pensano in modo diverso, se non addirittura opposto.
Il Pd agita lo slogan «mai più col Porcellum». E come è stato affermato da molti esponenti (da Roberto Speranza a Roberto Giachetti, da Luigi Zanda alla presidente della commissione Affari costituzionali del Senato Anna Finocchiaro) si vuole reintrodurre il Mattarellum, cioè il vecchio sistema (maggioritario con correzione proporzionale) sostituito nel 2005 proprio dal Porcellum.
E proprio per questo , alla fine di luglio, è stato presentato in entrambi i rami del Parlamento un progetto per ripristinare il Mattarellum.
Il Pd, cioè, ha intenzione di intervenire in profondità  sul meccanismo elettorale e di non limitarsi a una semplice manutenzione.
Tale orientamento è stato ribadito ieri dalla stessa Finocchiaro: «Non basta correggere il Porcellum, è necessario sostituirlo con una nuova legge».
Ed è appunto su questo che si è aperto un fronte polemico con il Pdl. Il Popolo della libertà , al contrario, è fermo all’intesa di governo (quella richiamata dal ministro Quagliariello), secondo la quale la correzione si deve limitare a una «clausola di salvaguardia».
Interventi minimi, giusto il necessario per togliere ogni dubbio di incostituzionalità , lasciando però la definizione del nuovo modello elettorale al processo di riforme costituzionali.
Solo dopo, quando si sarà  decisa la forma di governo sarà  possibile adottare una disciplina coerente con l’assetto prescelto.
E che questo sia l’indirizzo lo conferma Maurizio Gasparri, vicepresidente del Senato: «Le modifiche urgenti riguardano soltanto gli aspetti all’attenzione della Consulta, cioè la soglia minima di accesso per avere diritto al premio di maggioranza, come ricorda opportunamente Schifani nell’intervista al Corriere».
In ogni caso, prima che le posizioni si cristallizzassero la discussione aveva individuato alcuni possibili campi su cui concentrarsi: agire sul tetto o abolire il bonus di maggioranza. Il Porcellum, che è un sistema proporzionale con premio di governabilità , prevede due diverse discipline per Camera e Senato.
Per eleggere i deputati la soglia di sbarramento delle coalizioni è del 10% su base nazionale.
Se un partito corre da solo deve superare il 4% per accedere al riparto dei seggi.
Basta avere un voto più degli altri per conquistare il premio, che fa ottenere il 55% dei seggi della Camera.
In Senato il computo va fatto regione per regione.
La soglia di accesso è dell’8% per le coalizioni e del 3 per i partiti che non sono parte di una alleanza.

Lorenzo Fuccaro
(da “il Corriere della Sera“)

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“VI RACCONTO CHE COS’E’ LA GALERA IN KAZAKHSTAN”

Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile

UN GIORNO A CASA SHALABAYEVA: “QUI IO E ALUA ABBIAMO PAURA, IL NOSTRO SOGNO E’ TORNARE A ROMA”

C’e’ una vita di prima, dovrà  esserci una vita dopo.
C’è un tratto comune nella vicissitudine di Alma Shalabayeva. Lei non è esistita se non come “moglie di”.
La polizia italiana, spinta dall’eccesso di zelo dei suoi responsabili politici, cercava il marito, non l’ha trovato, e ha raccattato con le brutte lei e la bambina.
Per consolazione, come in un inventario di reperti: “Documenti cartacei, un computer, banconote, la moglie e la figlia piccola…”.
Poi è toccato alle autorità  kazake che, per risarcimento della caccia all’uomo provvisoriamente mancata, hanno incamerato “la moglie di”, con l’altro accessorio, la figlia piccola, che fino ad allora non si erano sognati di cercare, improvvisando un’imputazione qualunque.
La “moglie di” e la bambina acclusa diventavano una carta da giocare nella caccia all’uomo
L’opinione italiana si è indignata e commossa per la deportazione.
Ma anche allora Alma Shalabayeva (e bambina) è rimasta essenzialmente “la moglie di”, e buona parte dei sentimenti manifestati al suo riguardo si è improntata al giudizio sul marito: oligarca, dissidente, truffatore, crapulone o braccato.
Lo “scoop” sulla bionda avvocata slava voleva rendere più che mai Alma Shalabayeva “moglie di”: in quella specie di antonomasia maschile che è la moglie tradita.
Come se la deportazione illegale e brutale di due persone fosse attenuata o aggravata dalla loro eventuale felicità  famigliare.
Catturato Ablyazov (sul cui destino peserebbe comunque in patria una giustizia gregaria: e Nazarbayev graziò Ablyazov, già  suo pupillo, facendolo tornare agli affari alla condizione che non si occupasse più di politica, impensabile in una democrazia) si poteva pensare che trattenere Alma fosse ormai una seccatura superflua per il governo kazako. Però la “moglie di” può restare una carta pregiata nella pressione per l’estradizione dell’uomo.
C’è una sola persona che possa guardare a Alma come “la moglie di”: lei stessa.
Il ministro degli esteri kazako, Erlan Idrissov, ha detto che «Alma Shalabayeva è libera di andare dove vuole». Bisogna pur credere alle parole di un ministro, e lui per primo.
«Azhezh, il paesino in cui sono nata, nella regione di Karaganda — racconta Alma Shalabayeva — faceva così freddo che se sputavi quando atterrava era già  ghiaccio. Ho trascorso lì i primi 17 anni, con due sorelle e due fratelli. Mio padre era tipografo, mia madre dottore del pronto soccorso».
Siamo nella casa dei suoi genitori, un po’ fuori Almaty, al bordo di un quartiere che si è intitolato “felicità “, e lo inalbera anche in caratteri latini. Alua ha sei anni e ci saluta in inglese e in italiano.
Ha un coniglietto bianco, uno vero, si chiama Sasha, fanno un piccolo spettacolo.
Alua ci canterà  anche a memoria una canzoncina italiana: “Era una casa molto carina, senza soffitto senza cucina…”. Non credo che ne colga l’allusione, e nemmeno nel finale, in via dei Matti, al numero zero
Guardiamo un video su Zhezdy oggi, in abbandono, ci sono restati solo un uomo e una donna anziani, sulla parete diroccata della casa di lei sono appese due foto di famiglia e un profilo di Stalin.
C’era una miniera di manganese, è stata dismessa. Allora era un posto grazioso, si piantavano alberi, c’è anche un fiume, si pattinava.
E a ballare andava? «Ah no, il padre era severo, e col bel tempo si lavorava alla verdura e la frutta per l’inverno. La cosa più bella era quando andavamo fuori con tutta la famiglia e gli animali, dormivamo nella yurta, la mamma faceva la panna con le sue mani. Avevo paura dei cavalli, quando ero piccola un cavallo all’improvviso mi starnutì addosso, e non mi è passata…».
«Andai all’università  ad Almaty, abitavo in un ostello, mi sono laureata in matematica. Ero forte a scacchi, ma non sono mai riuscita a entrare in nazionale.
Mukhtar Ablyazov l’ho incontrato così, lui però era in cima alla classifica.
C’era un torneo, finiva a notte, sarei tornata sola al buio, lui mi accompagnò. Ero al terzo anno, ne avevo 20, ci siamo sposati il 1° settembre del 1987.
Non avevamo dove andare se non nella mia stanza al collegio, ma quando arrivammo era chiuso. Siamo entrati dalla finestra, eravamo giovani e agili.
Le belle case londinesi erano lontane.
Quando ero già  incinta andammo a stare nel suo collegio, che ospitava le coppie, a un’ora da Almaty: la stanza in verità  era di 6 metri quadri, bagno e cucina comuni. Poi arrivammo a 9 metri, e l’ultimo anno a 20.
Lui si era laureato in fisica a Mosca, ed era assistente ad Almaty. Quando perse il posto bisognò cavarcela con le lezioni private.
A quel tempo il commercio tirava, e si mise a vendere macchinari elettronici. Provò anche con le mele, ma il primo carico arrivò che erano già  marce.
Capitò l’occasione di un piccolo bungalow, senza allacci, tutto andava con la benzina. Tutti quelli che incontrava gli dicevano: Sai che puzzi di benzina. Traslocammo in un appartamento. C’era ancora l’Urss, penuria di merci, si mise a vendere zucchero, sale, fiammiferi.
Gli affari crescevano, finchè qualcuno riuscì a portargli via quell’attività .
Allora decise di impegnarsi nella finanza. Nella prima banca, la Kazkommerz, si accorge in tempo che lo statuto di fondazione è stato manipolato facendone scomparire il suo nome, così ne esce, a mani vuote, e fonda la sua, la BTA».
«Quando i bambini erano più piccoli (dopo la femmina è nato un maschio, nel 1992) lui se ne occupava, e anche della casa. Ora che gli affari assorbono tutto il suo tempo vuole che io ne resti fuori, per non espormi ai rovesci che il successo si porta dietro.
Solo a 32 anni mi iscrissi alla Scuola Nazionale di Management, un corso annuale, poi all’Accademia Diplomatica, due anni. In verità  stavo sempre coi figli, cucinavo, mi piace fare i dolci, anche se il mio tiramisù non assomiglia mai abbastanza al vostro: era un bel tempo.
Nel 2001 un gruppo di giovani progressisti, alcuni avevano lavorato nel governo, fondarono il partito della Scelta Democratica, Ablyazov era il leader.
Ci fu un gran meeting pubblico, la tv TAN lo trasmise in diretta, finchè qualcuno distrusse a fucilate l’alimentazione elettrica. Dopo, Ablyazov e Galymzhan Zhakiyanov furono arrestati».
«Il presidente Nazarbayev aveva apprezzato Mukhtar, che parlava chiaro sulle questioni economiche ma anche politiche.
Dopo la fine dell’Urss la condizione dell’energia era rovinosa, le amministrazioni pubbliche credevano di non dover pagare bollette. Mukhtar impose che pagassero. Il presidente lo convocò per riferire le lamentele dei notabili, lui gli chiese se preferisse che le cose funzionassero o che smettessero le lamentele, e Nazarbayev si mise a ridere e gli disse di andare avanti.
Fu nominato ministro dell’economia e del commercio, si impegnò a promuovere l’energia per l’agricoltura.
Si attirava malumori e invidie. Intanto la BTA era cresciuta molto.
Il pretesto dell’arresto fu che si fosse servito del telefono del ministero… Fu condannato a 6 anni.
Mi ricordo la prima prigione, quell’orrore di ferri battuti. Portavo le cose più buone, era una festa per i detenuti. Anche in galera lui provava a far funzionare le cose.
Ottenne una bilancia, per verificare che non si imbrogliasse sui pasti. O la doccia due volte alla settimana invece che una. E le pulci: non sai che cosa sono le pulci in galera. Lo trasferirono.
I compagni gli volevano bene, alcuni per protesta si tagliarono. Nella nuova prigione lo mettono in mezzo al cortile, fanno venire fuori i detenuti e li picchiano dicendo che devono ringraziare lui per il trattamento.
Stava in una cella così fredda che si forzava a non addormentarsi, per paura di morire, si ammalò, fece uno sciopero della fame.
Si è persuaso che la sua vita era in pericolo. Gli hanno proposto di incontrare la stampa, di dichiarare che non si occuperà  più di politica, e l’ha fatto. Amnesty e Human Rights Watch hanno riconosciuto che la sua era una prigionia politica».
«In molti avevano smesso di frequentarmi, allora. Quando andò in carcere mi chiese di andare via, a Londra. Anche ora qui sono isolata, e anch’io evito i rapporti, non voglio nuocere a nessuno.
Per fortuna ho i miei parenti. Non vedevo madre e padre da cinque anni. Mio padre era un uomo sportivo, amato dai ragazzi. Ha 72 anni, da quando ne aveva 65 è malato. D’un tratto mi domanda: Ma come mai sei qui? Perchè non sei con tutta la tua famiglia? Allora io gli dico: Papà , non vuoi che stia con te?, e si accontenta.
Ho avuto tanta paura la notte in cui sono venuti a prenderci, ma sono grata agli italiani che ci hanno difese.
Ringrazio tutti, ne ho molto bisogno. Mi colpisce Emma Bonino, con quell’aspetto così fragile e una volontà  così coraggiosa: vorrei trovarmela di fronte.
L’ho detto, vorrei tornare dove stanno i miei, mi mancano tanto, mi manca la mia figlia grande, e io a lei.
Le donne capiranno: grazie a lei sono diventata nonna, e ha con sè il fratellino di dodici anni. Capisco quello che dici, che si parla di me solo come “la moglie di”: sono una donna, una persona, però io lo posso dire che sono la moglie di, e che lo amerò sempre. Una moviola che ci riporti indietro a una sera di Roma, senza che nemmeno dobbiamo voltarci, è un sogno impossibile.
Il ritorno è la mia speranza, e faccio tutto quello che occorre, passo dietro passo. Ho firmato un impegno a non lasciare Almaty, lo rispetto. Abbiamo chiesto al magistrato di sospendere il procedimento aperto contro di me lo scorso 30 maggio. E ho chiesto di poter espatriare, per ricongiungermi con la mia famiglia di cui sento tanto la mancanza, e per la nostra sicurezza»
Abbiamo parlato di molto altro, ma i giornali ne sono già  pieni, e poi toccherà  ai tribunali. Anche Alma è minuta e ha un aspetto fragile e molte notti senza sonno.
Anche lei è coraggiosa, però non bisognerebbe chiedere troppo alle persone.
A Ciampino, nelle ore in cui aspettavano, un impiegato gentile le ha detto: “C’è un mucchio di persone armate: ma che cos’ha fatto?” “Sono la moglie di un oppositore kazako”, ha risposto. “Tutto qui?”, ha chiesto lui.
Ho imparato tre o quattro parole di kazaco. Una è alma, vuol dire mela, il nome di Alma Ata viene da lì.
Però, in memoria del paradiso perduto, vuol dire anche, letteralmente, “Non toccare”.

Adriano Sofri
(da “La Repubblica“)

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