Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
TRENTA MILIONI DI ITALIANI RINUNCIANO ALLE VACANZE, SPESA MEDIA DI 670 EURO PER CHI CI VA…CALANO I TURISTI STRANIERI: TARIFFE TROPPO ALTE E SERVIZI SCADENTI… CALA IL VOLUME D’AFFARI DEL 18%
Niente bollini neri sulle autostrade. Pinne, fucile ed occhiali rimangono in soffitta. Nell’estate
2013 più di un italiano su due non è stato e non andrà in vacanza.
Secondo gli ultimi dati raccolti da IPR Marketing, la crisi ha tagliato le ferie del 60% dei nostri connazionali.
Parliamo di oltre 30 milioni di persone che rimarranno a casa e, di queste, il 54% sono costrette a rinunciare alla pausa estiva per motivi economici contro appena l’8,3% che sarà bloccato a lavoro.
Gli altri, circa 27 milioni di italiani, hanno già fatto o stanno per fare una vacanza nel periodo compreso tra giugno e settembre.
Ma c’è poco da stare allegri. Tra i “fortunati” che possono ancora permettersi di partire, infatti, 7 su 10 hanno scelto località vicine con soggiorni brevi e soluzioni low-cost.
Meglio il mare.
In cima alle preferenze rimane il mare con il 60% dei casi, il 20% sceglie la montagna, il 13% va all’estero prevalentemente in una capitale europea e solo il 3% salirà su una nave da crociera.
Un terzo del campione (30,6%) si concederà una pausa relax in alberghi e pensioni, ma la maggioranza – il 33,4% – soggiornerà in casa di amici e parenti o in una casa di proprietà .
Poco più del 9% sceglierà un villaggio turistico, altrettanti affitteranno un appartamento.
Sale la richiesta per i residence (7,1%), e seguono con percentuali minime camping (2,8%), b&b (2%) e agriturismo (1%).
Un altro dato che conferma il clima di difficoltà generale è la durata della vacanza: si attesta in media sugli 11 giorni.
Finiti i tempi delle classiche due settimane di tintarella, la maggioranza degli intervistati (62%) ha ridotto il numero dei giorni rispetto allo scorso anno: il 44% pernotterà per una settimana mentre il 26% per 2-3 notti.
Appena un italiano su cinque godrà dei “canonici” 15 giorni e solo il 7% si fermerà per la terza settimana o più.
Quanto si spende.
Dopo un inizio stagione segnato dal maltempo che ha compromesso maggio e giugno, creando problemi ai balneari e ai lavoratori stagionali, secondo le stime di Unioncamere calano le partenze di luglio (-27,2% rispetto al 2012) e di agosto (-5,3%) che rimane comunque il mese di vacanza per eccellenza, mentre aumentano le richieste per settembre (+18%).
Ma quanto spenderanno gli italiani per le vacanze?
Secondo Federalberghi la media è di 670 euro per chi ha scelto di rimanere in Italia (circa l’80% del campione), e 1062 euro per chi si recherà all’estero.
In generale assistiamo a un calo del fatturato complessivo dovuto ai prezzi ribassati per attirare clienti, anche se l’opinione degli intervistati da IPR Marketing dice esattamente l’opposto: nel 75% delle risposte la percezione è che le tariffe siano aumentate.
Colpa della recessione, del clima di incertezza generale, delle retribuzioni ferme o del calo del potere d’acquisto abbinato all’aumento del costo della vita; le lamentele maggiori riguardano soprattutto l’aspetto economico: strutture che costano troppo rispetto al servizio (52%), che non rispondono alle promesse pubblicizzate (23%), scarsa professionalità del personale (18%).
Meno stranieri.
A tutto questo si sommano i dati negativi sugli arrivi dall’estero.
Secondo la 43esima indagine congiunturale sull’attività turistica in Italia condotta dal Ciset (Centro internazionale studi sull’economia turistica), tra maggio e ottobre 2013 gli arrivi totali segneranno un -1,6% rispetto allo stesso periodo del 2012, già in negativo, mentre le presenze calano in media dell’1,8%.
In dettaglio, aumentano leggermente i turisti provenienti da Germania, Giappone e Stati Uniti ma diminuiscono francesi e britannici.
Ci si aspettano buone performance dai paesi emergenti, i cosiddetti Bric, Brasile, Russia, India e Cina, e segnali positivi arrivano anche da Polonia e Argentina.
Cosa cercano gli stranieri in Italia?
Principalmente le città d’arte con Roma, Firenze e Venezia in cima alla lista, seguite dal turismo naturalistico con passeggiate nel verde, degustazione di prodotti tipici e panorami.
Un pizzico di superbia.
I numeri vanno ad aggiungersi a quelli del 2012, anno in cui il settore aveva già subito un calo del volume di affari del 15%, registrando addirittura un -18% di turismo interno, con forti ripercussioni su fatturati e occupazione.
Una contrazione che fa anche rabbia: un paese come il nostro potrebbe vivere di solo turismo.
Basti pensare che il comparto vale attualmente circa il 10,3% del Pil e potrebbe arrivare a superare il 15%, creando posti di lavoro e facendo da traino per uscire dalla crisi.
Siamo seduti su una miniera d’oro e non abbiamo i mezzi per scavare.
Tra le cause dell’insuccesso della ricettività italiana ci sono scarsa attenzione da parte delle istituzioni, mancanza di coordinamento, carenza delle infrastrutture, disorganizzazione, improvvisazione di molti piccoli operatori.
Ma in cima, come osserva Magda Antonioli, docente della Bocconi, un “pizzico di superbia”.
(da “La Repubblica”)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
I CINQUESTELLE CHIEDENO LE SUE DIMISSIONI, MA LUI REPLICA: “E’ UNA CARICA PER CUI NON E’ PREVISTO COMPENSO”
Bufera all’orizzonte tra i Cinque Stelle di Treviso.
Colpa, questa volta, di una storia di nomine e fidanzate.
Già , perchè ai grillini trevigiani non è piaciuta la decisione del loro consigliere comunale Alessandro Gnocchi di candidare per l’Ente Parco del Sile tre colleghe. Nella rosa dei nomi, c’è finita anche la fidanzata dello stesso Gnocchi.
Una scelta che agli intransigenti pentastellati non è andata proprio giù.
«Non entriamo nel merito delle competenze tecniche. Ma proporre la propria compagna per un posto di lavoro ci sembra eticamente discutibile. Il tutto anche se la persona in questione ha un buon curriculum», tuona l’ex consigliere comunale del M5S David Borrelli, considerato uno dei fedelissimi di Beppe Grillo e Gianroberto Casaleggio.
CURRICULA
Così, in un’assemblea che gli attivisti stessi definiscono parecchio tesa, mercoledì scorso Gnocchi è stato messo alla graticola.
E il 90 per cento dei presenti gli ha chiesto le dimissioni. Richiesta che lo stesso Gnocchi ha respinto.
Racconta ancora Borrelli: «Il Movimento Cinque Stelle elegge dei rappresentanti il cui dovere è quello di rispettare il mandato dei cittadini. Quindi se i cittadini ti chiedono di lasciare, tu devi rispettare questa volontà ».
Ma chi sono queste tre donne che il consigliere ha proposto per l’Ente Parco?
«Si tratta di tre colleghe della provincia, di cui una Enrica De Luchi, la sua fidanzata. Ma quando gli abbiamo fatto notare che dal punto di vista etico candidare la propria compagna è tipico di un modo di fare politica contro la quale ci battiamo, Gnocchi ha fatto spallucce».
Parole dure, insomma, confermate anche da un comunicato del gruppo nel quale si legge: «Il Movimento 5 Stelle è sempre stato contro i nepotismi, clientelismi e poltronifici. Avremmo preferito candidati altrettanto qualificati ma non così vicini al punto di essere colleghi del consigliere».
LA REPLICA
Da parte sua Gnocchi però controribatte alle critiche: «Si tratta di una carica per la quale non è prevista remunerazione. È dunque volontariato».
Niente interessi economici, dunque. E non solo.
Gnocchi spiega anche di aver girato quei nomi e quei curricula. Ma poi di averne presentato in consiglio solo uno. «E non era quello della mia morosa», spiega. Nessuna sponsorizzazione, insomma. «Piuttosto ho messo a disposizione i curricula di persone preparate».
ESPULSIONE E SIMBOLO
Sia quel che sia è abbastanza facile prevedere cosa succederà ora. Se infatti – come pare – Alessandro Gnocchi non sembra intenzionato a tornare sui suoi passi, partirà la procedura di revoca del simbolo.
«Vedremo cosa succederà a ferie finite», continua Borrelli.
«E nel caso chiederemo allo staff di Grillo di avviare la procedura di consultazione online per decidere l’espulsione e per tutelare il simbolo. Poi, come sempre, l’ultima parola spetterà alla Rete».
(da “il Corriere della Sera”)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
“LA GIUNTA DELLE ELEZIONI AL SENATO VOTERA’ SULLA DECADENZA ENTRO OTTOBRE”
«No, non si arriverà a novembre, l’aula del Senato voterà sulla decadenza di Berlusconi
entro ottobre, ce la faremo».
Lo dice a Radio Capital Dario Stefano, presidente della Giunta per le elezioni del Senato. «I tempi della Giunta dipendono dalle decisioni del relatore, ma questo cambierà di poco, una settimana in più o in meno, a settembre. Poi l’aula voterà entro il mese di ottobre», assicura.
Ma se il governo cadesse prima del voto del Senato, Berlusconi potrebbe candidarsi alle prossime elezioni?
«Assolutamente no – risponde Stefano – la Giunta decide sulla decadenza dall’attuale mandato. In ogni caso la legge Severino introduce un argomento che sarà ineludibile e a me sembra impossibile che gli organi preposti alla validazione del risultato elettorale, in primis la Corte di Appello, possa validare l’elezione di uno incorre nelle prescrizioni della legge Severino. Alle ultime amministrative la legge è già stata applicata, vedi il caso di “Tarzan” (Andrea Alzetta, di Sel, dichiarato non proclamabile dopo l’elezione in consiglio comunale a Roma)”, ricorda il presidente della Giunta per le elezioni del Senato.
(da “La Stampa“)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
VUOI UNA VECCHIA SEDE DI AN? HAI TEMPO FINO AL 30 SETTEMBRE… IL SENSO DEL RIDICOLO: SOMMACAMPAGNA E VIA MANCINI POSSONO DIVENTARE UN NEGOZIO DI ESTETISTE E DI MASSAGGIATRICI (PURCHE’ NON DI SINISTRA)
AAA, destra vendesi. Anzi, affittasi per la precisione.
Non è l’ennesima critica alla difficoltà dei conservatori italiani di costruire un soggetto politico che prescinda da Silvio Berlusconi, ma quel che ha deciso la Fondazione Alleanza Nazionale, quella che gestisce ancora il patrimonio del defunto patito di Gianfranco Fini.
Scomparso il leader, sparpagliatisi i colonnelli, sul groppone della Fondazione sono rimaste una cinquantina di sedi inutilizzate.
Costituendo un costo niente male, come spiega al Corriere della sera l’ex senatore Franco Mugnai, che di quel che rimane di An è presidente: “Negli ultimi anni tra tasse, manutenzione ordinaria e straordinaria, la spesa è stata di 1,3 milioni di euro, 480mila solo nell’ultimo anno”.
Così fino al 30 settembre è aperto un bando per la “manifestazione di interesse all’utilizzo di immobili rivolto ad associazioni e/o partiti che perseguono finalità in linea con quelle della fondazione”.
Si salverà solo la storica sede di via della Scrofa, dove ha sede la Fondazione.
Le altre, dalla gloriosa via Sommacampagna dove per decenni ha avuto sede il Fronte della Gioventù, a quella milanese di via Mancini 8, finiranno in mani straniere.
È Ignazio La Russa a spiegare che “pur di non lasciare vuote quelle stanze potremmo darle anche a qualche negozietto”.
C’è solo un veto: “A un partito di sinistra no, neanche per tutto l’oro del mondo”. Mugnai ci ragiona su: “Certo, ci sono alcune sedi che hanno rappresentato un evidente punto di riferimento nella storia della destra: in via Sommacampagna è difficile che ci vada un’estetista. Ma insomma staremo a vedere”.
Dipende dal prezzo, come sempre…
(da “L’Huffingtonpost“)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
I BERLUSCONES VOGLIONO PROCESSARE ESPOSITO, VOGLIONO IL NASTRO COMPLETO DELL’INTERVISTA MA RISCHIANO DI SFRACELLARSI…DAL MATTINO: “E’ STATA MONTATA UNA CANIZZA INUTILE, NON CI PRESTIAMO AI GIOCHI DI NESSUNO”
“Processare” subito Antonio Esposito al Csm. Già dalla prossima settimana. Anticipare
l’anticipazione.
Alla pattuglia dei berlusconiani — Zanon, Palumbo, Romano — cui si associa anche il leghista Albertoni, non basta la già anticipata data del 5 settembre. I tempi stringono, bisogna colpire immediatamente il giudice che ha presieduto il collegio del processo Mediaset in Cassazione e che ha condannato l’ex premier a 4 anni per frode fiscale. Per questo i quattro vogliono che la prima commissione, incaricata dei trasferimenti d’ufficio, cominci a lavorare al più presto.
Addirittura prima di Ferragosto. La richiesta è già stata rivolta, se pur in maniera informale, ad Annibale Marini, il quinto laico del centrodestra al vertice della commissione, che non sembra però “in sintonia” con gli altri quattro.
Al momento, dal suo rifugio in montagna, Marini è tassativo: «Su una questione così delicata io rispondo solo a richieste formali e mi adeguo in presenza di una volontà collegiale della commissione».
L’obiettivo dichiarato dei laici più oltranzisti — il costituzionalista Nicolò Zanon, che fa parte anche del gruppo dei 40 saggi chiamati a riscrivere la Carta, gli avvocati Filiberto Palumbo, Bartolomeo Romano, tutti per il Pdl, ed Ettore Adalberto Albertoni in quota Lega — è quello di acquisire al più presto il nastro dell’intervista di Esposito al Mattino, pubblicata nel numero del 6 agosto.
Lì sono convinti di trovare la “prova” non solo per chiedere il trasferimento di Esposito dalla Cassazione in altro ufficio, ma soprattutto per mettere in crisi il processo Mediaset magari prima delle motivazioni.
Dice ancora Marini, che è stato presidente della Consulta, dov’era entrato in quota An: «Fino a questo momento io non ho chiesto alcun documento relativo al caso Esposito, come questa cassetta, nè avrei potuto farlo perchè si tratta di un atto istruttorio che può essere compiuto solo dopo che la commissione ha cominciato il suo lavoro, mentre prima qualsiasi passo è impossibile».
Ma l’occasione di ascoltare il nastro è troppo ghiotta e a questo punto i berlusconiani del Csm non stanno più nella pelle.
Sono convinti che lì, in quei 34 minuti di conversazione, ci siano elementi sufficienti per “salvare” Berlusconi dalla condanna e quindi per garantirgli anche la sua sopravvivenza parlamentare.
Nella vita di questo Csm, giunto agli ultimi 12 mesi del suo mandato, il caso Mediaset rischia davvero di arroventare il clima.
Il Pdl è deciso a fare la voce grossa, Marini è prudente e pretende la collegialità .
Il prossimo passo formale sarà un’espressa richiesta al vice presidente Michele Vietti perchè trasmetta a Marini la richiesta.
Ma il Pdl cosa si aspetta di trovare nella cassetta del Mattino?
Piccanti rivelazioni di Esposito sul processo o peggio sue considerazioni più che osè su Berlusconi?
La cassetta — 34 minuti registrati dal giornalista Antonio Manzo, il giorno dell’intervista con il suo amico Esposito — per ora è solo nelle mani del direttore Alessandro Barbano, salito al vertice del quotidiano a dicembre 2012 dalla vice direzione del Messaggero.
Ancora nessuno ha chiesto il nastro. Dal Csm non è partito nulla. Ma neppure la procura generale della Cassazione, nè tantomeno gli ispettori di via Arenula, si sono mossi.
Per certo la cassetta può costituire un elemento importante di prova per agire contro Esposito.
Ma essa — dicono al Mattino — non contiene affatto quello che i berlusconiani vorrebbero. Esposito non pronuncia frasi in libertà contro Berlusconi.
«Su questa registrazione si sta montando una “canizza” inutile» dice chi l’ha ascoltato. In stretto napoletano e senza che Esposito ne fosse al corrente, essa prova soltanto — spiegano al Mattino — che il magistrato era perfettamente consapevole di star rilasciando un’intervista e ugualmente sapeva che l’intervista riguardava il processo Mediaset.
Al Mattino la cassetta è stata sentita e risentita molte volte, ne sono stati chiariti punti oscuri, proprio per via del dialetto.
Tra questi uno riguarda il famoso passaggio del “non poteva non sapere”, nel quale Esposito direbbe una frase del tipo «potremo dire che…».
Alla domanda se la cassetta sarà consegnata in caso di richiesta ufficiale la risposta per ora è la seguente: «Vedremo. Noi abbiamo fatto uno scoop e basta, non facciamo il gioco di nessuno. Vedremo da chi verrà la richiesta ufficiale e valuteremo».
Ma per quello che si può capire l’affanno improvviso dei berlusconiani dietro il nastro è mal riposto.
Di certo non sarà quello a mettere nel nulla il processo Mediaset.
Liana Milella
(da “La Repubblica”)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
IL PREMIER E I MINISTRI PD: “NON ESISTE UNA SOLUZIONE POLITICA PER LA CONDANNA”
Sotto «ricatto». Silvio Berlusconi avverte in queste ore di essere finito all’angolo, sotto scopa, in una condizione di estrema debolezza politica, figlia della condanna definitiva.
Perfino sotto «ricatto», appunto, come ormai vanno ripetendo nell’entourage del Cavaliere dopo la sortita da Baku del premier.
Enrico Letta lascia intendere che la responsabilità di una crisi e il pagamento della doppia rata Imu ricadrebbe per intero su di loro, se il Pdl pensasse davvero di rovesciare il tavolo.
E su Letta e sul governo, la nascitura Forza Italia fa scendere il gelo.
Berlusconi annulla lo spostamento previsto ieri a Villa Campari, a Lesa, sulla sponda piemontese del lago Maggiore.
Le frasi del presidente del Consiglio hanno contribuito a rendere ancora più amara una giornata già nera trascorsa ancora ad Arcore, stando a chi lo ha sentito.
«Nel Pd ormai c’è la corsa a chi la spara più grossa per metterci in difficoltà – è stato il ragionamento a caldo del leader – ma Enrico ricordi che è lì anche coi nostri voti». A fargli perdere la pazienza è la percezione crescente che una via d’uscita immediata per lui non c’è.
Il Colle si è trincerato dietro un «riflessivo» silenzio, comunque per nulla intenzionato a forzare le regole pur di salvarlo.
Gianni Letta con molta probabilità cercherà di incontrare per gli auguri il presidente Napolitano nel suo ritiro a Castel Porziano, forse anche prima di Ferragosto, ma a ieri non si aveva conferma di un incontro in agenda.
Difficile che un responso dal Quirinale comunque maturi a breve, come sognano i falchi pidiellini.
«Continuano propormi di lasciare il seggio e di accettare la condanna – ripete un Berlusconi sempre più irritato – con la prospettiva di un salvataggio a patto che inizi a scontare la pena. Ma non accetterò mai. E soprattutto dimenticano che il problema sarà pure mio, ma rischiano di trovarsi senza rappresentanza dieci milioni di italiani e senza leader un partito che sostiene il governo ».
Il messaggio è chiaro: se cado io, resta acefala Forza Italia e viene meno il patto che regge l’esecutivo.
Il clima è quello che è, se un senatore che ha un filo diretto col capo, come Augusto Minzolini, si lascia andare senza peli sulla lingua: «Come previsto, Letta ricatta, senza governo si paga l’Imu. Rinvierà a dicembre, allungherà il ricatto».
Per chiudere la finestra elettorale, sottinteso.
Ma sono giorni in cui ormai nel partito non c’è più distinzione tra colombe alla Cicchitto e falchi alla Santanchè, tutti avvertono Letta a stare «attento a non andare a sbattere »
Quel che è certo è che premier e ministri Pd non hanno alcuna intenzione di togliere le castagne dal fuoco a Berlusconi. L’uno e gli altri considerano impraticabile qualsiasi soluzione politica per garantire una exit strategy al leader condannato. Il ministro per i rapporti col Parlamento, Dario Franceschini, lo ripete da giorni a suoi colleghi di partito: «Ci mancherebbe altro, per quanto ci riguarda, non imboccheremo mai quella strada».
Il presidente del Consiglio Letta, nei colloqui avuti a margine della visita di ieri a Baku non è da meno: «Di queste cose io non intendo occuparmi, se lo facessi poi dovrei rimanere in Azerbaigian».
Che poi è il concetto che, pur con toni più diplomatici, ha ribadito in conferenza stampa («Pensiamo al Paese»). Nelle ultime 24 ore è circolata voce che lo staff legale del leader forzista sia al lavoro sulla richiesta di grazia.
«Non è affatto vero» smentisce in serata l’avvocato Niccolò Ghedini. Per concederla, legge alla mano, occorrerebbe che la condanna fosse comminata integralmente, mentre deve essere ancora rideterminata in appello l’interdizione.
E il condannato dovrebbe aver iniziato a scontare la pena, ma per Berlusconi domiciliari o servizi sociali scatteranno solo dopo dal 15 ottobre e lui non intende accettare nè gli uni nè gli altri.
Mancherebbero perfino i presupposti, ma il Cavaliere pretende un salvataggio qualunque sia.
Un quadro assai complicato, in cui ai vertici berlusconiani iniziano a saltare i nervi. Stato d’animo diametralmente opposto nella segreteria Epifani e nella squadra democratica di governo.
«Loro non hanno via d’uscita, mentre noi, due o tre carte da giocare le abbiamo, anche se si precipitasse verso elezioni anticipate», ragionano tra Palazzo Chigi e Largo del Nazareno.
Letta potrebbe prendere atto dello stallo e staccare lui la spina e ricandidarsi in autunno, se la situazione precipitasse.
Ma il Pd potrebbe anche puntare su Matteo Renzi.
In ogni caso, Forza Italia in questo momento sarebbe senza leader eleggibile, senza un candidato premier, all’angolo, appunto.
Carmelo Lopapa
(da “La Repubblica”)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
LA DECISIONE SPETTA AI MAGISTRATI DELL’UFFICIO ELETTORALE CIRCOSCRIZIONALE
«Berlusconi non è più eleggibile ». Dice così il costituzionalista Stefano Ceccanti, relatore
della legge Severino al Senato
Lei è proprio sicuro di questo?
«La risposta è chiara ed è sì. La si ricava con certezza dall’articolo 2 del decreto legislativo 235/2012 che attua la legge Severino. Lì è scritto che, in caso di condanna oltre i due anni, sei incandidabile per sei anni. Ciò vuol dire che non puoi stare in lista»
Ma chi stoppa una candidatura “sporca”?
«Il cosiddetto ufficio elettorale circoscrizionale, organismo composto da magistrati e previsto dalle legge elettorale. Tu puoi fare ricorso all’ufficio elettorale centrale, a livello superiore, che decide rapidamente. Si fa fatica a capire questo meccanismo perchè fin qui era previsto solo per le elezioni amministrative e non per quelle politiche».
La legge Severino innova il sistema e crea uno sbarramento definitivo per chi è stato condannato, togliendo l’ultima parola al Parlamento?
«Esattamente. È uno sbarramento rafforzato. Perchè fin qui, se eri ineleggibile, in lista ci potevi anche andare, e poi era la Camera di appartenenza che, a proclamazione avvenuta, decideva a maggioranza se eri ineleggibile o no. L’incandidabilità , invece, è un’ineleggibilità rinforzata. Il problema del voto del Parlamento si pone solo quando l’incandidabilità è scoperta o matura dopo che sei già stato eletto, come sta avvenendo per Berlusconi».
Questa è la sua opinione, ma tra i costituzionalisti, come nel caso di Piero Alberto Capotosti, c’è chi ritiene che la parola definitiva spetti alle Camere.
«Qui dobbiamo stare alla legge Severino. L’articolo 2 è chiarissimo ed è stato scritto proprio per riproporre pari pari il meccanismo dell’incandidabilità prevista per le amministrative anche per le politiche. In sede di legge e di parere sul decreto nessuno ha sostenuto che violasse l’articolo 66 della Costituzione. Peraltro l’articolo 51 consente al legislatore di porre limiti significativi all’elettorato passivo».
Facciamo il caso di Berlusconi. Se si votasse in autunno, non fosse ancora matura l’interdizione dai pubblici uffici e il Senato lo avesse mantenuto al suo posto, che cosa accadrebbe?
«Sarebbe incandidabile perchè per la legge Severino la sanzione scatta a prescindere dall’interdizione e perchè il voto del Parlamento attuale si riferisce al problema dell’incandidabilità sopravvenuta e non a quella futura»
Potrebbe fare di nuovo il premier o il ministro?
«No, questo è esplicitamente escluso dall’articolo 6 della stessa legge».
Nessun dubbio che la Severino copra anche i vecchi reati?
«Assolutamente no, perchè non si tratta di una sanzione penale per cui vale l’irretroattività , ma una norma che limita il diritto di elettorato passivo, tanto più che abbiamo fatto una corsa contro il tempo per far entrare in vigore le norme pochi giorni prima della chiusura delle liste. Se fosse vera la tesi che la legge non si applica ai vecchi reati, vorrebbe dire che la nostra sarebbe stata una gigantesca manfrina perchè la legge non si sarebbe potuta applicare a nessuno».
E che pensa sull’indulto che ha ridotto la pena di Berlusconi a un solo anno?
«La ratio della legge è legata alla pericolosità del condannato che si riferisce alla sentenza di condanna. Che poi sconti meno anni di quelli inflitti non è rilevante».
Liana Milella
(da “La Repubblica“)
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Agosto 12th, 2013 Riccardo Fucile
RENZI DISSE “LE SENTENZE VANNO RISPETTATE” E PER BATTISTA DEL “CORRIERE” ANCHE LUI DIVENTA UN ESTREMISTA
Odo Augelli far festa. “Se stiamo facendo melina? Mi sento di escluderlo. Ieri sera abbiamo iniziato la discussione alle 20.15 e alle 21.45 era già chiusa”
Andrea Augello, Pdl, relatore sulla decadenza e l’incandidabilità di Berlusconi nella giunta per le elezioni del Senato, il Messaggero, 9-8).
Beh in effetti, con ben un’ora e mezza di discussione al giorno, melina è la parola sbagliata. Quella giusta è parèsi.
Stefano 1 a Stefano 2. “Nessun rinvio per favorire il Cavaliere” (Dario Stefano, Sel, presidente della giunta per le elezioni del Senato, la Repubblica, 9-8).
“In giunta non faremo gli ultrà ” (Dario Stefano, Sel, presidente della giunta per le elezioni del Senato, Corriere della sera, 9-8).
Chissà che dirà quando lo intervisterà il Giornale.
Samsonite. “I giudici di Cassazione hanno violato tutti i protocolli, hanno chiamato i giornalisti ad assistere allo show, per spettacolarizzare la sentenza e la propria affermazione di potere… La condanna di Berlusconi — assolutamente discutibile sul piano giuridico — rappresenta anche sul piano simbolico la sconfitta e l’umiliazione della politica. Da oggi il potere della magistratura non ha più nemici. Nella magistratura è la completa vittoria della componente — come dire — ‘religiosa’. Composta da quei magistrati che profondamente e in buona fede ritengono di avere avuto un mandato da Dio: punire Berlusconi. L’errore di Berlusconi è stato fatale: non c’è dubbio che è lui, molto più della sinistra, il responsabile della mancata riforma della Giustizia. Nel ’97 la riforma era pronta, elaborata dalla bicamerale di D’Alema: Berlusconi la fece saltare per miope calcolo politico. E commise lo stesso errore nel 2008, quando lasciò che De Magistris silurasse il governo Prodi affondando il ministro Mastella” (Piero Sansonetti, 1-8).
A parte il fatto che Mastella nel 2008 fu inquisito dalla procura di Santa Maria Capua Vetere e non da De Magistris, che stava a Catanzaro, il compagno San-sonetti ci dà una notizia preziosa: la riforma della giustizia della Bicamerale di D’Alema vietava ai giudici di condannare i politici colpevoli di frode fiscale.
Non è meraviglioso?
Accanimento. “Un piano per il Fisco: dichiarazioni dei redditi a domicilio” (Corriere della sera, 9-8).
Oh no, proprio adesso che B. va ai domiciliari! Non gliene va più bene una.
L’estremista. “Renzi sfodera un linguaggio (‘le sentenze vanno rispettate’) che assomiglia molto a quella parte della sinistra contro cui ha combattuto e che ha sempre auspicato la soluzione per via giudiziaria del problema berlusconiano” (Pierluigi Battista, Corriere, 9-8).
In effetti la frase “le sentenze vanno rispettate” è un po’ fortina.
Nemmeno Che Guevara avrebbe osato tanto.
Veda Renzi di temperarla aggiungendovi un’espressione a caso fra le seguenti: “quasi”, “per così dire”, “talvolta”, “forse”, “eventualmente”, “si fa per dire”, “con rispetto parlando”, “stavo scherzando”, “se Battista è d’accordo”.
Il moderato. “Berlusconi attacca la magistratura: ‘Regime’” (la Repubblica, pag. 1, 5-8). “Napolitano apprezza il sostegno” (la Repubblica, pag. 7, 5-8). Basta così poco per farlo contento.
Ponzio Pelato. “Sull’agibilità politica di Berlusconi non ho preso alcuna posizione” (Giorgio Napolitano, la Repubblica, 7-8). E se ne vanta pure.
Top secret. “Da Craxi a Berlusconi… Vorrei conoscere la segreta legge in base alla quale chi si oppone alla sinistra è sempre un delinquente” (Marcello Veneziani, il Giornale, 5-8).
Magari si potrebbe provare a opporre alla sinistra uno che non rubi.
L’equivoco. “Gli amici del Fatto, dell’Unità , dell’Espresso e di Repubblica sembrano terrorizzati all’idea che Silvio possa solo mettere un piedino dentro una cella… Perdonate la volgarità della questione, cari amici del Fatto: lo volete dentro o fuori?” (Francesco Borgonovo, Libero, 7-8).
La prima che hai detto Borgonovo. Ma, se possibile, non chiamarci amici: l’idea che qualcuno ti creda è l’unica che ci terrorizza più di Silvio in cella.
Sing-Sing. “Silvio prepara il tour delle spiagge” (Libero, 7-8).
Ecco perchè il governo vuole riaprire l’Asinara.
Marco Travaglio
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 11th, 2013 Riccardo Fucile
IN CASO DI INSOLVENZA A PAGARE SARANNO CONTRIBUENTI E RISPARMIATORI POSTALI
Costruttori in difficoltà per il crollo del mattone che rischia di travolgere anche le banche che
li hanno finanziati?
Nessun problema, dopo le ultime esitazioni Palazzo Chigi è quasi pronto per sfornare la sua soluzione per andar incontro a entrambi.
Si tratta di una rivisitazione della norma già proposta dal ministero delle Infrastrutture e dei trasporti di Maurizio Lupi quando il decreto Fare e il ddl Semplificazioni erano in gestazione e che prevedeva una modifica sostanziale allo statuto della Cassa Depositi e Prestiti per permetterle di fornire alle banche la liquidità necessaria “per l’erogazione di mutui ipotecari per l’acquisto di abitazioni principali”.
Una proposta che, quindi, avrebbe visto paradossalmente i soldi dei risparmiatori depositati in posta e gestiti dalla Cassa controllata all’80,1% dal ministero delle Finanze e al 18,4% dalle Fondazioni bancarie, ritornare agli stessi risparmiatori dopo un breve transito presso le banche ridotte così al mero ruolo di mediatori retribuiti.
La norma ipotizzata era arrivata fino alle ultime bozze discusse in Consiglio dei ministri a giugno, salvo poi scomparire nei testi definitivi.
Forse anche alla luce del fatto che qualcuno aveva obiettato che sarebbe stato più semplice e meno oneroso tagliare un passaggio — quello in banca — e permettere alla Cdp di prestare direttamente il denaro ai cittadini senza l’intermediazione bancaria. Magari a condizioni agevolate.
Un’ipotesi che però non sarebbe senz’altro piaciuta ai gruppi del credito italiano.
Ai quali invece non dispiacerà affatto l’ultima norma in arrivo via decreto lanciata in questi giorni prima dal Sole 24 Ore e poi dal Corriere della Sera.
Quella che prevede per le banche l’emissione entro l’autunno di obbligazioni garantite dalla Cassa Depositi e Prestiti.
I soldi raccolti andrebbero a finanziare i mutui alle famiglie e i prestiti alle imprese. O almeno, stando al Corriere, quelle “di costruzione schiacciate dalla crisi”.
Questi titoli, continua il quotidiano di Ferruccio De Bortoli “avrebbero un rendimento non alto, ma sicuro, e potrebbero così attirare l’attenzione anche di altri investitori”. Attenzione confermata non da un esperto di finanza, bensì dal vicedirettore dell’Associazione Nazionale Costruttori Edili (Ance), Antonio Gennari, secondo il quale “molti fondi pensione sono già interessati”.
E cosa succede al garante pubblico se i debitori non pagano le rate dei prestiti?
La lobby della banche, sempre dalle colonne del Corriere, si affretta a spegnere sul nascere ogni preoccupazione circa la solvibilità delle famiglie finanziate, legata al fatto che la garanzia sulla puntualità dei pagamenti in cima alla piramide è fornita dai risparmi postali dei contribuenti.
“In realtà le sofferenze, la percentuale di mutui scoperti, è piuttosto bassa fa sapere l’Abi — continua il quotidiano milanese — è passata dall’1% dell’anno scorso all’1,5-1,8% di quest’anno”.
Anche se la crescente disoccupazione (12,1% il dato di giugno) alimentata dalla spirale dei fallimenti d’impresa non fa ben sperare per il futuro.
Tanto che l’eventualità dell’insolvenza dei debitori è stata presa in seria considerazione anche dal governo che “pensa a un fondo di garanzia statale“.
Quindi in pratica per le banche che dovessero decidere di tornare a fare il loro mestiere di prestatori di denaro, è in arrivo un doppio paracadute, mentre non è chiaro chi garantisce il garante.
Cioè, in ultima istanza, il contribuente.
Ma Letta guarda già oltre. Stando sempre all’autorevole quotidiano “l’endorsement del presidente del Consiglio, Enrico Letta, al piano industriale di Cdp fa profilare all’orizzone un’ulteriore chance, per ora allo studio: la Cassa ampliando il suo raggio d’azione da 80 a 95 miliardi, potrebbe acquistare i mutui cartolarizzati dalle banche per liberare risorse degli istituti di credito, da destinare a nuovi mutui”.
Tradotto in soldoni, per le banche alle prese con la scadenza della restituzione dei prestiti agevolati ricevuti dalla Bce e l’arrivo dei nuovi e stringenti criteri comunitari di patrimonializione di Basilea III, si profila anche la possibilità di liberarsi dei vecchi prestiti trasformandoli in prodotti finanziari per i quali ci sarebbe già un acquirente certo.
Lo Stato via Cdp.
Gaia Scacciavillani
(da “il Fatto Quotidiano”)
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