Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
AD OGGI “COPERTA” SOLO LA RATA DI GIUGNO, DEL RESTO SI PARLERà€ A OTTOBRE
“Ancora una notte di lavoro e la portiamo in porto”. Gaetano Quagliariello inclinava all’ottimismo nella serata di ieri sulla questione Imu.
Per come sembrano mettersi le cose, però, più che altro il ministro pidiellino avrebbe potuto dire “ancora una notte di lavoro e poi un altro rinvio”.
Il Consiglio dei ministri di oggi — ammesso che si tenga, visto che mentre andiamo in stampa non è stato ancora convocato ufficialmente — dovrebbe sancire infatti l’ennesimo spostamento in avanti del problema.
O meglio: verrà sterilizzata la rata di giugno (che costa 2,6 miliardi di minori introiti) sulla prima casa e i terreni agricoli; per quella di dicembre — altri due miliardi — se ne dovrebbe riparlare invece a ottobre, con la legge di Stabilità , quando saranno definiti anche natura e gettito della famosa service tax che dovrebbe sostituire tanto l’Imu che la Tares (rifiuti e servizi comunali).
Ai sindaci intanto, ieri arrivati allarmatissimi a palazzo Chigi, è stato assicurato che slitterà a fine anno il termine per approntare i bilanci, in modo da avere chiaro quali risorse avranno a disposizione.
Il presidente Anci Piero Fassino ha messo comunque le mani avanti: “Ci è stato garantito che lo Stato coprirà in ogni caso l’intero gettito stimato per il 2013”.
Non solo dell’imposta sugli immobili deve però occuparsi il Tesoro.
Il ministro Fabrizio Saccomanni sta infatti cercando anche di trovare le risorse per “coprire” le missioni militari all’estero (sono finanziate fino a + settembre, servono 400 milioni di euro circa) e l’ultima tranche della Cassa integrazione (altri 600 milioni).
Il nodo, al solito, sono le coperture economiche.
Persino Renato Brunetta all’ora di cena sembrava ammansito: “Ci sono ancora un po’ di problemi, ma pensiamo di riuscirci”.
Come si sa da giorni, al Tesoro stanno mettendo insieme un’operazione di vero e proprio bricolage per arrivare almeno ai tre miliardi e mezzo che servono per arrivare sereni fino a ottobre: i maggiori introiti Iva dovuti al pagamento dei debiti commerciali della Pubblica amministrazione (1,5-2 miliardi), qualche taglio mirato, il solito lavorio su bolli e accise, l’eterna maggiore tassazione sui giochi (le slot machine in particolare) che già fa alzare grida di dolore tra le industrie del settore.
Forse si consoleranno se entrerà nel provvedimento una delle opzioni messe sul tavolo dai tecnici per recuperare qualche soldo.
Tra le ipotesi messe sul tavolo dal Tesoro infatti — spiegano fonti governative — ci sarebbe anche un minicondono mascherato sul contenzioso proprio in materia di giochi.
I dettagli non sono al momento disponibili, ma la previsione sarebbe in singolare coincidenza con la chiusura — attesa a brevissimo — dello storico conflitto tra Corte dei Conti, Monopoli e società concessionarie sulla famosa multa da 98 miliardi.
Quella cifra non esiste più: il ricalcolo dell’infrazione ha portato la magistratura contabile a condannare le aziende ad un risarcimento di tre miliardi (l’80% degli introiti) e i Monopoli ad un danno erariale di 2,5 miliardi.
Ora, però, potrebbe venir fuori il condono mascherato (forse mini, ma magari no)
Marco Palombi
(da “Il Fatto Quotidiano”)
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Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
IL PIANO SALVEZZA CERCA UN VARCO AL QUIRINALE
Commutare solo la pena accessoria. Ossia, solo l’interdizione dai pubblici uffici. 
È questa la carta segreta che gli uomini di Silvio Berlusconi vogliono giocare in queste ore.
Il Cavaliere, impressionato anche dagli effetti rovinosi di una crisi (per ora solo minacciata) sui titoli delle sue aziende quotate in Borsa, ha dato carta bianca a Gianni Letta per verificare se questa strada sia concretamente praticabile.
La “mission” però è piuttosto complicata. E sta irritando il Quirinale.
Che già prima di Ferragosto aveva avvertito esplicitamente che non avrebbe più tollerato forme di pressione su qualsiasi tipo di atto di clemenza
L’operazione infatti consiste non solo nel convincere Napolitano a garantire con quest’ultimo stratagemma “l’agibilità politica” del leader del centrodestra, ma anche nel persuadere Palazzo Chigi e soprattutto il Pd a prendere un po’ di tempo.
E già , perchè per attivare questo «nuovo meccanismo» – che verrebbe avviato con una richiesta formale degli avvocati di Arcore – bisognerebbe aspettare che la Corte d’appello di Milano emetta la sua decisione proprio sull’interdizione.
La sentenza è prevista per i primi giorni di ottobre. Fino ad allora, quindi, gli “ambasciatori” del Pdl devono trovare il modo di non rendere operativa la decadenza in base alla legge Severino. In sostanza allungare i tempi d’esame nella Giunta per l’immunità e nell’aula del Senato.
In effetti la procedura già prevede delle tappe che non possono essere bypassate e che di fatto portano al voto finale, quello in aula, per metà ottobre. Ma potrebbe non essere sufficiente.
Per questo l’intero centrodestra sta insistendo per il ricorso alla Corte costituzionale sull’interpretazione delle norme varate dall’ex Guardasigilli.
Ipotesi che già in tre precedenti occasioni la Giunta di Palazzo Madama aveva teoricamente ammesso pur bocciandola al momento del voto.
Al di là del giudizio di merito che la Consulta darebbe sul ricorso, comunque, si prenderebbe tempo.
«E se il Quirinale decidesse nel frattempo di poter concedere la grazia o la commutazione della sola pena accessoria – chiedono gli uomini di Berlusconi – come farebbe il Senato a esprimersi poi contro una scelta del presidente della Repubblica anche se in riferimento ad un’altra legge?». Ossia, come potrebbe la Giunta votare per la decadenza se il Colle fosse intervenuto nel frattempo a favore della cosiddetta “agibilità politica”?
In quel caso, infatti, Berlusconi sconterebbe la pena principale agli arresti domiciliari – e questo secondo le colombe berlusconiane potrebbe convincere il Pd – ma continuerebbe la sua attività di parlamentare
Questa soluzione però impone alcune precondizioni.
A cominciare dal fatto che il Pdl non dovrebbe staccare la spina al governo Letta.
Non è un caso allora che lunedì il leader del centrodestra abbia dato un bel colpo di freno ai “falchi” del suo partito.
Anche perchè il pressing della famiglia (che ieri sera ha visto a cena), di Fedele Confalonieri e di Gianni Letta sta incrinando alcune delle certezze del Cavaliere. L’andamento in Borsa del titolo Mediaset ha confermato le paure di Marina, del presidente del Gruppo e pure di Ennio Doris
Non è nemmeno un caso che nelle ultime ore Enrico Letta sia tentato di accedere alle richieste del Pdl sull’Imu.
Abolirla per tutti (almeno per quest’anno) ad eccezione degli immobili di lusso. Perchè la partita Imu è ormai strettamente intrecciata alla decadenza del Cavaliere. Sarebbe insomma un altro modo per prendere tempo
Per il Partito democratico, però, la partita rischia di essere scivolosissima.
A meno che non sia il capo dello Stato (che però nel comunicato del 13 agosto aveva riferimento solo alla pena principale) a offrire un gancio cui appendere il “salvataggio” del Cavaliere.
Il presidente del Consiglio, d’intesa con Napolitano, ripete da giorni che «sarebbe una follia andare a elezioni in autunno». Anzi, per l’inquilino del Colle è impossibile
Ma sia il premier sia il segretario Pd non sono disposti ad accettare trattative su «percorsi opachi». Solo alcune voci «autonome» tra i democratici si sono dichiarate disponibili a un dialogo.
Anche la suggestione di una nuova maggioranza non persuade del tutto il Colle e nemmeno il segretario democratico Epifani.
Il M5S non viene considerato affidabile e debole la pattuglia dei presunti dissidenti Pdl.
Il capo del governo e il leader pd temono che i venti senatori di cui si parla in queste ore, al momento della verità si riducano drasticamente non ottenendo, in cambio del «tradimento», garanzie su una futura rielezione.
E comunque si tratterebbe di una maggioranza ingestibile e risicatissima, costretta a far convivere Pd, Scelta civica, Sel e i fuorisciti del centrodestra.
«A quel punto – dicono a Largo del Nazareno – meglio votare». Mettendo in campo Matteo Renzi
Semmai qualcuno, anche dentro il Pdl, si sta interrogando sulla possibilità di sfruttare ora la situazione per dare corpo ad un nuovo centrodestra “deberlusconizzato”.
Ma le paure che attraversano quel partito sono spesso insormontabili e soprattutto manca, al momento, un leader che si assuma la responsabilità di dire – come qualche ministro di centrodestra ha fatto riservatamente in questi giorni – «tra Berlusconi e l’Italia, questa volta scelgo l’Italia»
La soluzione alternativa dunque è prendere tempo.
Far passare i giorni significherebbe spostare l’asticella del voto del prossimo autunno. E a Palazzo Chigi fanno già di conto: perchè la data ultima per sciogliere le Camere e aprire le urne nel 2013 è stata già fissata nei colloqui informali avuti dalle massime istituzioni: il giorno limite è il 15 ottobre.
Se lo si supera, la consultazione elettorale deve in ogni caso slittare al 2014.
C’è già chi invoca un precedente – molto lontano – di voto congiunto per le europee e per il parlamento nazionale (3 e 10 giugno 1979).
La partita è ancora lunga, e l’arbitro più importante resta il presidente della Repubblica.
Claudio Tito
(da “La Repubblica“)
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Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
MARIO MONTI E LAMBERTO DINI S’AGGIUNGONO ALLA COMPAGNIA DI GIRO CARA AL COLLE CHE VA OFFRENDO SALVATAGGI A BERLUSCONI A MEZZO STAMPA
Capito che Giorgio Napolitano è della partita, ora scendono in campo le riserve della Repubblica. Era fatale.
Da ieri il reparto “Scudi umani” della nuova Guardia repubblicana, oltre alla solita compagnia di giro in vorticoso scambio di interviste incrociate, può schierare a difesa di Silvio Berlusconi anche Mario Monti e Lamberto Dini, due economisti-politici a loro agio nelle meglio sale convegni europee e non solo.
È curioso perchè entrambi, sfruttando un senso di superiorità impermeabile ai risultati elettorali, mettono giù la faccenda con un’impudicizia a suo modo deliziosa.
Sono gli alfieri del realismo e del pensiero mainstream: per i nostri Candide questo è il migliore dei mondi politici possibile, salvaguardarlo vale qualunque prezzo, anche quello del ridicolo
IL DINI
L’ex direttore generale di Bankitalia porta nel dibattito in corso il dono di una razionalità superiore: “In questo momento la priorità è evitare la crisi di governo. Se questo è l’obiettivo, guadagnare tempo è essenziale. Avere sei mesi-un anno di tempo in più è importantissimo per mettere l’Italia al riparo dalle speculazioni finanziarie”, ha spiegato all’AdnKronos.
D’altronde, è la chiusa filosofica, “talvolta, in politica, guadagnare tempo è una variabile importantissima che può fare la differenza”.
Stabilito questo, come farlo è un problema, diciamo, secondario: Dini propende per il ricorso alla Consulta, opzione che avrebbe anche il vantaggio che alla fine l’ex Cavaliere sarebbe comunque finito (“dopo, se le norme sono applicabili, a Berlusconi non resterà che ritirarsi in buon ordine”)
IL PATRIOTA
La lunga intervista di Mario Monti al Foglio, come certe Bibbie medievali, avrebbe bisogno di un commento più lungo del testo stesso.
Lo spazio, però, è quel che è, dunque tradurremo subito brutalmente le dodicimila e dispari battute del pezzo: se vi serve un leader per il centrodestra post-berlusconiano, eccomi.
Ovviamente , il professore non è così volgare e magnanimamente aspetta di venire invocato, intanto si esercita a parlare di “sinistra illiberale” e invoca il “lascito di Berlusconi alla politica”.
Ma lui, ci si chiederà , cosa ha da offrire? Semplice.
Lui ci mette una buona parola per la grazia con Giorgio Napolitano e per il rinvio in Giunta col Pd e poi mette a disposizione di tutti quel pò-pò di credibilità internazionale.
E se Silvio dice no? Catastrofe: “Se non riusciremo a disintossicare la leadership politica del paese, non credo che l’opinione pubblica salverebbe qualcuno, falchi o colombe che siano”.
Difficile? Macchè. Io, dice Monti, ho imposto a milioni di italiani la recessione e nessuno ha detto niente, qua si tratta solo di convincere un po’ di parlamentari. Che sarà mai?
I TEATRANTI
In tournèe nei migliori quotidiani italiani c’è una straordinaria compagnia di giro: recitano con grande convinzione , va detto, variazioni attorno al tema del perdere tempo.
Umberto Ranieri, assai appetibile per via dei suoi legami col capo dello Stato, ieri si esibiva sul Foglio dopo il fortunato debutto sul Mattino.
La tesi era la solita — la legge Severino va mandata alla Consulta — con aggiunta di minacce di sfracelli elettorali per chi volesse arrivare alla rottura, Pdl o Pd che siano, e di un’esca profumata per Berlusconi: nel tempo che guadagniamo, butta là il nostro, dovremo “condurre una battaglia politica e culturale sulla riforma della giustizia”. Grande ascesa, invece, per Pier Ferdinando Casini, che passa dai palcoscenici di provincia del Nuovo quotidiano di Lecce alla ribalta nazionale di Repubblica: rinvio alla Corte costituzionale pure lui.
Piero Ostellino, che s’esibisce stabilmente sul Foglio, costruisce una mitopoiesi su Tangentopoli e pare sostenere che Berlusconi, come Craxi, sia stato “condannato perchè non poteva non sapere”.
Il che dimostra che la registrazione del giudice Antonio Esposito è tanto citata quanto non ascoltata: “È ‘na stupotaggine”, aveva spiegato nella sua lingua.
Il Corriere della Sera, invece, ieri mandava in scena Giampaolo Galli, deputato Pd ed ex Confindustria .
Forse è stato un errore dei responsabili del cartellone visto che Italia Oggi aveva già lanciato con successo il quasi omonimo e altrettanto deputato Pd Carlo Galli.
Il risultato è lo stesso: rinvio alla Consulta o alla Corte Ue della Severino.
Il socialista Enrico Buemi, invece, si rivolge direttamente alle agenzie di stampa, mettendosi per questa via a disposizione di tutti i media. La tesi pare già sentita: Consulta
LO ZIO
Ha il pregio della nettezza la posizione di Maurizio Paniz, avvocato del Pdl che occupa un posto d’onore nella storia parlamentare per come spiegò alla Camera come e quanto Ruby Rubacuori, showgirl sbarazzina, fosse nipote di Mubarak, statista eccentrico.
Paniz ha studiato, ha riflettuto e ora annuncia che “la soluzione c’è: Berlusconi può continuare a essere senatore, perchè l’interdizione e la decadenza non sono efficaci nei confronti dei parlamentari”.
Ci voleva tanto?
Marco Palombi
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 28th, 2013 Riccardo Fucile
DEDICATO ALLE MACCHIETTE DI OGGI CHE PARLANO DI VALORI IDENTITARI, SALVO INDOSSARE LA LIVREA DA MAGGIORDOMO ALLA CORTE DI UN PREGIUDICATO
L’immagine della destra farlocca berlusconiana è tutta nella tragicomica farsa che sta andando in
scena da giorni: il Cavaliere pareggia le elezioni promettendo di restituire l’Imu del 2012 e di eliminare la tassa per il 2013.
Otto milioni di italiani si fidano e lo votano: non vedranno mai la somma versata per il 2012, nonostante la promessa “piuttosto ve la restituisco di tasca mia”, e per ora non hanno pagato solo la prima rata del 2013.
La media pro-capite della tassa è di circa 200 euro a testa, basterà aumentare l’accise sul tabacco o sugli alcolici, oppure inglobare l’Imu nella nuova Tarsu e la somma risparmiata da una parte gli sarà fottuta dall’altra.
Contenti loro, contenti tutti?
Manca un piccolo dettaglio identitario della destra farlocca: la battaglia dei 72.000.
Di che si tratta?
In soldoni il governo propone di eliminare l’Imu, salvo a chi possiede case di lusso, in pratica l’85% sarebbe esente, il 15% pagherebbe.
Giustamente qualcuno a sinistra si ricorda per una volta le proprie origini e si chiede per quale motivo uno che ha un mega-attico in centro non dovrebbe pagare l’Imu.
E sapete quante sono, secondo i dati ufficiali comunicati dal ministro Dal Rio, le case di lusso in Italia? Appena 72.000, appunto.
La destra farlocca che ha preso 8 milioni di voti (come la sinistra patacca) invece che considerare equa la soluzione che fa?
Dice no perchè deve tutelare i 72.000 milionari, alla faccia dei poveracci che l’hanno votata.
E chi rappresenta questa destra farlocca meglio di un frodatore del fisco condannato in via definitiva a 4 anni di galera?
Facciamo un salto nel passato, primi anni del fascismo, siamo a Genova dove opera Gerolamo Gaslini, il re degli oli vegetali, il cui nome è legato alla costruzione dell’ospedale pediatrico intitolato alla figlia Giannina, morta undicenne nel 1917.
La storia è poco nota ai non genovesi: dal 1927 al 1942 Gaslini dichiara al fisco 37 milioni di utili in totale.
Poco più di due milioni l’anno nei primi dieci anni.
Quando Mussolini seppe che un controllo fiscale aveva accertato una enorme evasione fiscale da parte dell’imprenditore, lo convocò e gli offrì una sola alternativa.
Costruire a sue spese un ospedale per bambini all’avanguardia nel mondo per curare i piccoli senza distinzione di fede, razza (meditate, razzistelli, meditate…) e classe sociale (riflettete pseudo-fascistelli da bar…), per fare ricerca scientifica e formare medici e infermieri a quel compito particolare.
Il tutto al “modico” costo di 64 milioni dell’epoca, il doppio degli utili dichiarati (non delle tasse pagate) in 16 anni da Gaslini, cifra che dovette cacciare sul’unghia.
E la struttura venne inaugurata nel 1938 (non come gli ospedali che il Cavaliere da dieci anni ci racconta di voler costruire in Africa, tanto per capirci).
Ah già , dimenticavamo: Mussolini, primo in Europa, costruiva le case popolari, non tassava i poveri per esentare i ricchi.
Forse la differenza sta qua.
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
SULLA CARTA IL CENTROSINISTRA POTREBBE GIA’ AVERLI PER UN LETTA BIS ANCHE SENZA L’APPORTO DI TRANSFUGHI BERLUSCONIANI
I senatori tracciano diagrammi a torta o a colonna sulla spiaggia.
Fanno i conti, ora che di colpo si moltiplicano retroscena sull’uscita del Pdl dal governo, e sulle maggioranze alternative a Palazzo Madama.
Valutano la tenuta morale dei colleghi, la posta in palio, le offerte sul piatto.
La domanda che tutti si pongono è: chi saranno i traditori nel partito di Silvio Berlusconi?
Ricominciamo da capo: al Senato servono 159 voti per tenere su l’esecutivo.
Pd più Scelta civica più il gruppo delle autonomie fanno 138.
Ne servono altri ventuno.
Dal misto (che contiene sette vendoliani) ne può arrivare una decina.
Quelli di Sel si pensa che accetterebbero per portare a casa qualcosa con la Finanziaria e soprattutto per ottenere una riforma della legge elettorale da costruire senza che i berlusconiani ci mettano becco.
Poi c’è il gruppo Gal (Grandi autonomie e libertà ), nato perchè il Pdl gli ha prestato alcuni parlamentari al di sopra di ogni sospetto, per esempio un vecchio gentiluomo liberale come Luigi Compagna.
Ma anche lì dentro tre o quattro che non hanno voglia di tornarsene a casa si dovrebbero scovare.
Si calcola che almeno cinque o sei grillini siano disposti a mollare Beppe Grillo, e la maggioranza eccola raggiunta. O a un passo.
Diciamo cinque o sei grillini fidandoci di un leghista che sbaglia di rado: «Ho fatto un’indagine, i numeri per ora sono quelli».
Le previsioni a spanne non tengono conto delle disponibilità che la politica concede ampie.
Siamo soltanto all’inizio e già ieri è uscita la notizia spettacolare di un Domenico Scilipoti pensieroso.
L’ex dipietrista, passato con Berlusconi alla fine del 2010 per compensare la fuga all’opposizione dei finiani, intervistato dall’Espresso ha detto che la squadra di Enrico Letta «sta risollevando il Paese, sta dando prestigio internazionale. Ognuno lavori per creare le condizioni per andare avanti». Avviarsi al voto col porcellum sarebbe inutile, e dunque, se ci fosse crisi di governo, «ogni parlamentare ha a disposizione l’articolo 67 per fare buon uso del proprio mandato: essere responsabili».
Ecco, quello che disse l’altra volta: non c’è vincolo di mandato, ognuno decida per sè. E così Scilipoti ha l’aria di essere pronto a tornare a sinistra pur di non tornare all’opposizione.
La scelta, oltre ad arricchire la figura letteraria di Scilipoti, dà l’idea di come nulla sia sotto controllo, e che di scilipotianamente patriottici non ne mancheranno.
Non c’è nemmeno bisogno dell’epico tradimento alla Dino Grandi, e infatti circolano ipotesi sui soliti notabili siciliani (compreso Salvatore Torrisi, un avvocato catanese sulla cui rettitudine nel Pdl giurano), forse anche con un po’ di pregiudizio antropologico.
Lasciando perdere i pallottolieri, a palazzo si fa una considerazione solida: mollando Letta, il Pdl lascerebbe liberi posti da ministro, ma soprattutto da viceministro e sottosegretario da distribuire a chi desse una mano.
Dice un senatore ex Forza Italia: «Nel Pdl capita sempre qualcuno che arriva in Parlamento un po’ per caso, e che magari non confida molto in una ricandidatura. È gente che conosciamo appena, e che forse spera di portare fino in fondo la legislatura».
Gianfranco Miccichè spiega: «So per certo che nel Pd stanno già lavorando alla campagna acquisti».
Il risultato evidente è che Letta avrebbe l’opportunità di proseguire senza troppe difficoltà . «Credete che ci sfiderebbe così se non avesse le spalle coperte?», dice un senatore pidiellino. La questione matematica lascia dubbi, ma pochi, e molti meno di quelli che sorgono se si pensa a una maggioranza così nuova, così eterogenea e così estemporanea.
Si tratterebbe di mettere assieme i neocomunisti vendoliani con Scilipoti, gli ex pidiellini e con gli ex grillini, e costruire un sostegno all’esecutivo che non avrebbe obiettivi politico, ma soltanto uno scopo tattico: tirare avanti un po’, rispondere a qualche esigenza europea, magari infilare due riforme più popolari che decisive, pensare alla legge elettorale.
Mattia Feltri
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
GLI ENTI LOCALI SONO AUTORIZZATI A INDIRE LA PROVA MA NON AD ASSUMERE I VINCITORI: AUTORIZZATO L’INSERIMENTO SOLO DEL 20% DEL TURN OVER
Vincitori, ma vinti.
Ferdinando, 39 anni di Aversa non lavora da allora o meglio si è buttato nel lavoro nero.
Era il 2008 quando ha cominciato a studiare per il concorso da assistente amministrativo contabile bandito dal ministero dell’Interno.
Nel 2011 escono le graduatorie; risulta idoneo. Cinque vincitori rinunciano e lui pensa è fatta, sono dentro. Invece no.
Oggi disoccupato e senza famiglia, spiega con amarezza: “Ho perso la fiducia nello Stato. I dirigenti del ministero dell’Interno hanno gestito la faccenda come se fosse un’azienda privata”.
Michelangelo, romano di 38 anni, vincitore nel concorso bandito dall’ICE (Istituto commercio estero) nel 2010.
“Ero felice quando è arrivata la raccomandata che ufficializzava il sucesso. Poi, dopo 5-6 mesi, hanno soppresso l’Ente, e da allora è una lotta burocratica: vivere in modo civile significa rispettare i patti. Ma se lo Stato, in questo caso la Pubblica amministrazione, non li rispetta, perchè devo farlo solo io?”.
Sembra assurdo, paradossale.
Ma nell’Italia delle truffe succede così.
Viene bandito un concorso da un’amministrazione pubblica. Un giovane, legge i requisiti richiesti, il ruolo che viene ricercato per l’assunzione di un certo numero di posti nell’Ente indicato.
Decide di partecipare e comincia a studiare le materie richieste, compra i libri, si prepara per mesi, affronta le prove dove si presentano migliaia di persone da tutta Italia.
Supera i test di ingresso, poi anche le prove scritte spesso molto specialistiche, e infine arriva alla prova orale. Passa anche quella. Allora comincia a sperare.
Che il sogno si avveri? Poi dopo mesi di attesa, a volte anni, arrivano le pubblicazioni delle graduatorie e la raccomandata dove si legge: Vincitore numero 95.
È andata. Festeggiamenti, progetti, possibilità . Ma siamo in Italia. Vincere un concorso pubblico non è sinonimo di assunzione.
Un esercito di 100 mila invisibili, vincitori e idonei di concorsi indetti da enti della P. A. non ha ancora mai visto quel posto di lavoro nè ha mai visto riconosciuta la sua vittoria. E magari l’ente ha assunto altre figure in altri ruoli.
In Sicilia, un caso record: 97 restauratori vincitori di un concorso all’assessorato dei Beni culturali della Regione siciliana aspettano da 13 anni di vedere riconosciuti i loro diritti.
Alcuni di loro, nell’attesa, sono invecchiati.
Le storie dei vinti, più che dei vincitori, hanno sigle diverse: gli invisibili popolano le graduatorie dei concorsi indetti da vari enti, ministero dello Sviluppo Economico, INPS, INAIL, ministero dell’Interno, Vigili del Fuoco, tanto per citarne alcuni.
“È un’anomalia tutta italiana”, spiega Michele Gentile, responsabile dipartimento Funzione Pubblica della CGIL, “quello che succede è dovuto a un misto di discrezionalità , burocrazia e politica, unico e senza precedenti negli altri paesi dell’Unione Europea”.
L’articolo 97 della Costituzione Italiana, (ultimo comma) recita: “Agli impieghi nelle pubbliche amministrazioni si accede mediante concorso, salvo i casi stabiliti dalla legge”.
“Ma questo non assicura nulla”, continua Gentile, “perchè nel nostro sistema c’è un vizio di procedura. Alcune pubbliche amministrazioni devono chiedere due autorizzazioni, una per bandire un concorso e l’altra per assumere e a volte vengono autorizzate a bandire un concorso per mettiamo 100 posti per contabili ma dopo non vengono autorizzate ad assumerli perchè ci sono vincoli di spesa e ogni amministrazione può assumere solo fino al 20% del turnover. Quindi non c’è una politica programmatica sul fabbisogno ma tutto è determinato da un vincolo economico. È una seria priorità da affrontare, sarebbe necessario azzerare il turnover e riaprire una sana prospettiva occupazionale nelle P. A. che oggi non esiste altrimenti è inevitabile che le due categorie più deboli, precari e vincitori di concorsi entreranno presto in serio contrasto”.
“Questa è una storia che grida vendetta”, spiega Alessio Mercanti, promotore e ideatore del Comitato XVII Ottobre (dalla data della prima protesta) che raggruppa tutti i Comitati di vincitori e Idonei di Concorsi della Pubblica amministrazione. “Purtroppo, però, grida sottovoce perchè il vincitore idoneo non lavora, non è iscritto al sindacato e non vota le RSU (Rappresentanze Sindacali Unitarie) e quindi come ci disse un segretario di sindacato, è politicamente perdente. Ma in un paese normale il nostro comitato non dovrebbe neanche esistere. Questa è un’ingiustizia colossale che va sanata. Ci hanno sempre detto di premiare il merito, e allora? Ci hanno detto, come recita la Costituzione, che alle Pubbliche amministrazioni si accede per concorso pubblico e quindi, che fanno ora regolarizzano i precari? La pazienza sta finendo, abbiamo sempre cercato di non fare muro contro muro ma se questo decreto D’Alia non dovesse contenere delle garanzie anche per i vincitori e idonei scenderemo in piazza e faremo sicuramente qualche azione forte. Lo dobbiamo a questi ragazzi che ci credevano, che hanno studiato, che si sono messi in gioco e hanno vinto un concorso e come si fa oggi a chiamarli invisibili, è un’offesa alle brave persone e un’istigazione alla delinquenza”.
Sul tema, sono state presentate due proposte di legge una a firma di Cesare Damiano la 635 che ancora non è calendarizzata ed un’altra a firma dell’onorevole Baldelli. Damiano, ex titolare del Lavoro in sostanza propone il loro riassorbimento nelle Pubbliche amministrazioni e la proroga dell efficacia delle graduatorie fino al 31 dicembre 2015 con conseguente impegno da parte delle amministrazioni ad assumere nel triennio 2013 2015 i vincitori e gli idonei secondo le graduatorie con principi di trasprenza e imparzialita.
(da “La Repubblica“)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
150 o 300 METRI QUADRI? DIECI VANI O PIU’? CON PISCINA O PORTIERE?
Una girandola di incontri tra governo e partiti di maggioranza per provare a trovare la quadra sull’Imu.
La trattativa ormai è ristretta a due punti: le coperture per tagliare la tassa e la platea di coloro che continueranno a pagarla sulle prime case.
Ed è proprio su questo secondo punto che si sta discutendo molto, ossia quali case debbano essere considerate di lusso.
Con le attuali classificazioni catastali solo poche migliaia su oltre 30 milioni di abitazioni sono classificate di pregio.
Dunque si stanno cercando nuovi parametri “oggettivi”, come per esempio i metri quadri (150 o 300 sono il limite del “pregio” sul quale si ragiona”, o la presenza di alcuni elementi (piscine, portieri, etc.), che possano aiutare a definire una casa “lussuosa”.
Intanto si è chiuso l’incontro tra Guglielmo Epifani e i ministri del Pd e arriva il comunicato: “Le priorità riguardano la scuola, il rifinanziamento della Cassa integrazione guadagni, il tema degli esodati. In una fase di drammatico calo dei consumi interni sarebbe utile evitare il previsto aumento dell’aliquota Iva”.
Attorno al tavolo di via del Nazareno, oltre al capogruppo al Senato Luigi Zanda e al responsabile economico del partito Andrea Colaninno, l’intera compagine governativa: da Dario Franceschini a Graziano Delrio, da Cecile Kyenge a Maria Chiara Carrozza, da Massimo Bray ad Andrea Orlando.
Tutti insieme mettono i puntini sulle “i”: il risanamento del paese non passa per l’abolizione dell’Imu, i problemi sono altri.
Ma, ovviamente, il piatto forte è stato quello: “Il tema del superamento dell’Imu, come previsto dal programma di governo — prosegue la nota – dovrebbe essere affrontato attraverso soluzioni eque e che siano nel contesto di un riforma federale”.
Schermaglie utili al Pd per dimostrare di non aver ceduto completamente il passo alle richieste del Pdl (“Non accettiamo ultimatum, non c’è solo l’Imu”, ha ribadito Epifani), ma l’accordo sembra ad un passo, in vista dell’incontro tra il segretario del Pd ed Enrico Letta previsto per il pomeriggio.
Delrio aveva fornito un’indicazione di massima: le abitazioni di lusso sarebbero solamente 73mila su oltre 33milioni.
Il Pdl è intenzionato a restringere il più possibile la platea degli interessati, per il Pd quel numero sarebbe proprio esiguo.
La partita si gioca tutta sull’altezza su cui verrà fissata l’asticella.
Ma, nonostante le incertezze che ancora rimangono sul piatto, la strada imboccata in vista del Consiglio dei ministri di domani è quella di un sostanziale accordo: nelle more delle diverse ipotesi ancora al vaglio, l’abolizione (o la sostanziale rimodulazione) riguarderà il solo 2013. Dal 2014 , a sostituirla, arriverà la service tax, che verrà definita nella legge di stabilità .
(da “Huffington Post“)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
TRA GLI ELETTI A PALAZZO MADAMA MOLTI NON SONO D’ACCORDO CON GRILLO… CRITICHE ANCHE A MESSORA: “CHI E’ LUI PER DIRCI COSA FARE?”
Si rivedranno solo tra una settimana. 
Ma i senatori Cinque Stelle hanno già (ri)cominciato a litigare.
Tutta colpa di un post scritto da Claudio Messora (responsabile della comunicazione a palazzo Madama) sul suo blog, byoblu.
Dalle vacanze, ha lanciato l’accusa agli eletti che giocano a fare il “piccolo onorevole”.
Ovvero, colpevoli di tradire uno dei punti cardine del Movimento, il principio del portavoce: non sei lì per ragionare con la tua testa, pensare strategie o elaborare teoremi.
Uno vale uno, si fa quel che dice la base.
Ad alcuni degli eletti, l’affondo del comunicatore non è piaciuto. Chi è Messora per dirci cosa dobbiamo fare? Così, chi pubblicamente — come Francesco Campanella e Elena Fattori — chi nelle segrete stanze di WhatsApp, hanno cominciato a chiedersi cosa volesse quel blogger che per di più è “pagato da noi”.
Tutto poteva finire lì, nelle beghe che già in passato hanno movimentato i rapporti tra i comunicatori (scelti da Grillo e Casaleggio) e i parlamentari Cinque Stelle.
Se non fosse che le parole di Messora sono state riprese e benedette dal capo del Movimento in persona. E così, la lista dei contestatori di Messora finisce inevitabilmente per trasformarsi in una pattuglia di senatori in rotta con il leader.
Oltre a Campanella e alla Fattori ci sono Maria Mussini, Alessandra Bencini, Monica Casaletto, Luis Orellana, Lorenzo Battista e Fabrizio Bocchino.
Da sempre considerati i più “dialoganti” del gruppo, ora finiscono all’indice come i papabili transfughi nell’ipotesi della fine delle larghe intese.
Loro sono convinti che prima di tornare a votare, si debba a tutti i costi cambiare la legge elettorale.
Anche con un altro governo. Esattamente il contrario di quello che da qualche giorno va sostenendo Grillo: l’odiato porcellum, d’un tratto, è diventato il male minore; servono elezioni subito anche perchè — è la tesi M5S — se la legge elettorale la rifanno Pd e Pdl, noi siamo tagliati fuori per sempre.
“Gradirei un feedback da chi ha creduto in noi”, dice la senatrice Alessandra Bencini. È una di quelli che non ha gradito le parole di Messora e raccontano che il suo messaggio su WhatsApp sia stato tra i più duri (di Grillo ha detto: “Da comico erudito, è diventato ero-udito”, a sottolineare il calo di appeal del leader M5S).
Ora spiega che non sono loro ad aver tradito il principio del portavoce.
Semmai, è il contrario: “Io la voce la porto volentieri — dice la Bencini — però quando ci sono decisioni da prendere sarebbe bello consultare la base…io se c’è più concretezza la porto ancora più volentieri”.
A lei piacerebbe poter avere il riscontro degli 8 milioni e passa di italiani che hanno messo la croce sul simbolo Cinque Stelle, ma si accontenterebbe anche degli iscritti che rappresentano lo “0,5 per cento” degli elettori, magari arricchito dai nuovi attivisti dei meetup, ancora non certificati sul portale.
“Bisogna tracciare una linea politica — insiste capire dove si parte e dove si può arrivare. Io quando facevo l’attivista lo sapevo bene. Ora che sono lì, se avessi il conforto di una consultazione, sarei più tranquilla nelle scelte da fare. Avevamo detto che la legge elettorale andava cambiata per forza, anche solo quella. Invece adesso vedo che non è più così. Ma chi l’ha deciso? E perchè non lo chiediamo a chi ci ha votato?”.
Paola Zanca
(da “il Fatto Quotidiano“)
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Agosto 27th, 2013 Riccardo Fucile
LA DENUNCIA DI CONFARTIGIANATO: A RISCHIO PIZZE AL TAGLIO, PASTICCERIE E PANIFICI
Una `stangata’ da 9,2 miliardi quella che gli imprenditori hanno pagato nel 2012 sotto forma di Imu sugli immobili. Stangata che oltretutto è anche già diventata più pesante `grazie’ ad un meccanismo di rincaro automatico.
I conti, alla vigilia del Cdm che dovrà rivedere l’intera materia, li fa Confartigianato che lancia anche un ulteriore allarme: con l’arrivo della Tares alcune piccole imprese artigiane si troverebbero a pagare il 300% in più.
Come le pizzerie al taglio, i panifici (93%) o le pasticcerie (181%). Con effetti prevedibili sulle stesse aziende.
Nel 2012 – spiega Confartigianato – gli imprenditori italiani per l’Imu sugli immobili produttivi hanno pagato 9,3 miliardi, il 39,1% dei 23,7 miliardi di gettito.
Ma da gennaio 2013 l’imposta sui capannoni è anche più costosa: l’aumento automatico del moltiplicatore da applicare alle rendite catastali per gli immobili produttivi, ha fatto lievitare il prelievo dell’8,3%, cioè +491,2 milioni per le aziende.
Non solo: con la Tares le tasse su imprese e famiglie cresceranno del 17,6%.
E si scopre che, rispetto all’Ici, l’Imposta municipale sugli immobili ha generato un maggiore prelievo fiscale di 14,5 miliardi sui contribuenti italiani.
A pagare di più, nel passaggio da Ici a Imu, sono stati gli imprenditori. Infatti il 50,6% dei Comuni italiani ha aumentato l’aliquota base da applicare agli immobili produttivi, il 47,9% ha mantenuto l’aliquota base del 7,6 per mille e soltanto l’1,6% dei Comuni l’ha ridotta: con il risultato che l’aliquota media applicata agli immobili produttivi è pari al 9,4 per mille, a fronte del valore base del 7,6 per mille.
Se l’Imu ha aumentato il prelievo fiscale sulle imprese, le cose non sembrano migliorare con la Tares.
Secondo Confartigianato, l’applicazione del nuovo tributo su rifiuti e servizi provocherà un aumento medio di 26 euro per abitante, pari al 17,6% in più rispetto a quanto avviene con l’applicazione degli attuali tributi sui rifiuti: Tarsu e Tia.
I rincari derivanti dalla Tares andrebbero a sommarsi ai continui aumenti registrati in questi anni dalle tariffe dei rifiuti: tra marzo 2012 e marzo 2013 sono cresciute del 4,9%, tra marzo 2008 e marzo 2013 gli aumenti sono stati del 22,1% e, addirittura, negli ultimi 10 anni hanno raggiunto il + 56,6%.
Per alcune tipologie di imprese, l’applicazione della Tares sarebbe un vero e proprio salasso: è il caso delle attività artigiane di pizza al taglio operanti in piccoli Comuni che attualmente applicano la Tarsu e che, con l’introduzione della Tares, subirebbero rincari del 301,1%.
Non andrebbe meglio per i laboratori artigiani di pasticceria che pagherebbero il 181,7% in più. Aumenti significativi anche per i piccoli produttori di pane e pasta che nel passaggio da Tarsu a Tares sarebbero costretti a sborsare il 93,6% in più.
«Gli imprenditori – commenta il Presidente di Confartigianato Giorgio Merletti – non possono sopportare ulteriori aumenti di pressione fiscale, nè l’incertezza su tempi e modalità di applicazione dei tributi. Per quanto riguarda l’Imu non è giusto che gli immobili produttivi siano trattati alla stregua delle seconde case: i nostri laboratori vanno esentati dall’imposta perchè sono la nostra prima casa. In definitiva, su Imu e Tares vanno trovate soluzioni che, oltre ad evitare l’inasprimento della tassazione, siano capaci di garantire la semplificazione impositiva e amministrativa».
argomento: economia | Commenta »