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AL QUIRINALE SENZA TESTIMONI

Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile

OGGI NAPOLITANO DEPONE, ESCLUSI I GIORNALISTI… NESSUN FILMATO, L’AUDIO LO REGISTRERà€ IL COLLE

Si conosce solo l’orario d’inizio. Le dieci di stamattina, nella sala del Bronzino nota anche come “sala oscura”, perchè non ha finestre sul mondo esterno.
Poi tutto quello che accadrà  al piano nobile del Quirinale sarà  ignoto, in una sorta di blackout di stampo nordcoreano.
Persino la disposizione di persone, una quarantina, tavoli e poltrone non è ammesso sapere.
Giorgio Napolitano testimonierà  al “buio” sulla trattativa tra Stato e mafia. Fino all’ultimo si sono moltiplicati gli appelli per dare trasparenza all’esame davanti alla Corte d’Appello di Palermo, in trasferta eccezionale a Roma.
Il più autorevole ieri sul Corriere della Sera, a firma del quirinalista di via Solferino, Marzio Breda. Sembrava così che in giornata si fosse aperto uno spiraglio, ma alle sei di sera dagli uffici del consigliere per la stampa e per la comunicazione la risposta è stata laconica: “Non sono ammessi giornalisti”.
Stop.   Il grande nemico: le telecamere
Al di là  della rabbia e del fastidio con cui Re Giorgio ha seguito e subìto la drammatica escalation della sua testimonianza di oggi, a blindare come un’aula cieca e sorda la sala oscura del Quirinale è stata la grande paura dello staff di Napolitano. Quella riguardante la “tenuta psicofisica” del capo dello Stato.
Un timore nato esattamente un mese fa, quando al Colle fu recapitata l’ordinanza della Corte per l’esame. Quello stesso giorno a Palermo fu sentito, sempre nel processo sulla trattativa, Ciriaco De Mita e Napolitano rimase colpito dal “modo sprezzante” in cui, a suo giudizio, sarebbe stato trattato l’ex premier ed ex leader della Dc.
Da quel momento in poi, al Quirinale hanno avuto una sola priorità : preservare il Re dalle telecamere per evitare anche “eventuali manipolazioni o strumentalizzazioni” di singole immagini, che magari possono essere isolate e dare l’impressione di un Napolitano in difficoltà .
È il rischio che ieri sul Corsera, Breda ha chiamato “spettacolarizzazione” del processo.
Il presidente impegnato   a studiare le carte
Ma a far pendere per la blindatura dell’udienza di oggi nella sala del Bronzino è stata la “condizione di stanchezza” del capo dello Stato (che nonostante tutto, in ogni caso, non sarebbe più intenzionato a dimettersi a gennaio).
Ed è per questo che dallo staff del Quirinale trapela la speranza che l’esame di oggi non sia estenuante e possa concludersi nell’arco di mezza giornata, a fine mattinata. Al contrario, un allungamento fino al pomeriggio potrebbe far tendere i nervi ancora di più a Napolitano.
Il quale oggi si presenterà  nel suo consueto stile: gelido e pignolo. Ieri ha trascorso parecchie ore nel suo studio a studiare e rileggere le “carte”, a partire dalla questione centrale delle telefonate di Nicola Mancino, in cerca di sponde per evitare il processo, e dalla famosa lettera del suo consigliere giuridico poi morto per infarto, Loris D’Ambrosio.
Il piano del presidente, messo a punto con i suoi consiglieri, è quello di ripetere le risposte già  mandate per iscritto e comunque di “uscirne bene dopo il calvario di questi mesi”.
L’amico Macaluso: ”Bisognava evitare”
In particolare, in questa vigilia descritta come “relativamente tranquilla”, l’attenzione del capo dello Stato si è concentrata soprattutto su “un’enorme mole di carte” che riguarda il biennio 1992-1993 e le conseguenti domande dei magistrati sull’allarme attentati diramato dai servizi segreti.
All’epoca, Napolitano era presidente della Camera e in questi giorni ha cercato di fare “mente locale” su episodi e dettagli di quell’anno e che possono essere al centro di questa parte dell’esame.
Ieri all’agenzia LaPresse, Emanuele Macaluso, uno degli amici più fidati del capo dello Stato, ha mostrato uno stato d’animo decisamente preoccupato: “Questa cosa andava evitata. Sarebbe stato meglio che non fosse stato chiamato a testimoniare”. Alla fine il grande giorno della testimonianza di Napolitano è arrivato.
Nel buio mediatico, in una sala oscura al piano nobile del Quirinale.

Fabrizio d’Esposito
(da “Il Fatto Quotidiano”)

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AL CITTADINO NON FAR SAPERE

Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile

LA TESTIMONIANZA DI NAPOLITANO CON L’ESCLUSIONE DEI GIORNALISTI

L’altro giorno anche i giornali italiani hanno celebrato Ben Bradlee, il leggendario direttore del Washington Post scomparso a 93 anni che era entrato nella storia del giornalismo e della politica pubblicando i Pentagon Papers sulla sporca guerra in Vietnam e poi l’inchiesta di Bernstein & Woodward che scoperchiò lo scandalo Watergate e abbattè il presidente Nixon, sempre in barba alla ragion di Stato e in nome della ragion di cronaca.
Sono gli stessi giornali che da due anni tacciono su uno scandalo che fa impallidire il Watergate e riguarda non la Casa Bianca, ma il Quirinale a proposito della trattativa fra lo Stato e la mafia.
Hanno nascosto il ruolo di Giorgio Napolitano nelle manovre del consigliere D’Ambrosio per sottrarre l’inchiesta alla Procura di Palermo.
Hanno ribaltato la verità , trasformando i pm da vittime in aggressori del Colle.
Hanno chiesto a gran voce la distruzione delle telefonate Napolitano-Mancino, onde evitare il rischio di inciampare in una notizia e di doverla pubblicare.
Hanno sorvolato sulla vergogna di uno Stato che, tramite i suoi massimi rappresentanti, non ha mai solidarizzato con i pm condannati a morte da Riina, depistati e minacciati con pizzini e strane visite in case e uffici da uomini di servizi e apparati (deviati, si fa per dire).
Si sono arrampicati sugli specchi per sostenere l’insostenibile esclusione degli imputati dall’udienza al Quirinale per la testimonianza di Napolitano dinanzi alla Corte d’Assise, ai pm e ai legali degli imputati.
E ora non dicono una parola sull’ultima vergogna: il divieto di accesso e di ascolto in quell’udienza imposto dal Quirinale alla stampa (cioè ai cittadini).
Solo il Corriere e solo ieri è intervenuto per chiedere che i giornalisti possano assistere alla scena, mai accaduta prima, di un capo dello Stato italiano sentito come teste in un processo di mafia.
Una richiesta di trasparenza condivisibile, ma supportata da motivazioni assurde: “conviene alla massima istituzione del Paese” per evitare “interpretazioni strumentali, illazioni fuorvianti, inquinamenti della realtà , suggeriti da una campagna culminata nella morte per infarto di D’Ambrosio e in una sfida tra poteri… in grado di ledere il prestigio e l’autorevolezza del supremo organo costituzionale”.
Cioè: la stampa dev’essere presente non per informare i cittadini di ciò che dirà  o non dirà  il Presidente sulla pagina più nera della storia recente, ma per salvargli la faccia dalla “spettacolarizzazione del processo” (che peraltro, per legge, sarebbe pubblico), da “letture manipolate e virali” dei “professionisti della controinformazione a caccia di scandali, a costo di inventarli”.
Come se ci fosse bisogno di inventarli, gli scandali.
Come se la stampa più serva del mondo (in fondo alle classifiche della libertà  d’informazione) si divertisse a mettere in cattiva luce il Presidente (ma quando mai). Come se il compito dei giornali fosse di surrogare l’ufficio stampa del Colle.
Naturalmente il Corriere ce l’ha col Fatto, che ha il brutto vizio di scrivere quello che gli altri occultano e financo “accostare la testimonianza del presidente perfino al caso Clinton-Lewinsky”.
Già : il paragone è azzardato. Infatti Clinton doveva rispondere dei suoi rapporti orali con una stagista, non degli “indicibili accordi” fra Stato e mafia (orali e scritti in un papello) che il suo consigliere afferma di aver confidato a Napolitano.
Il video dell’interrogatorio di Clinton dinanzi al procuratore Starr fece il giro del mondo, su tutte le tv e i siti Internet, e qualche miliardo di persone potè farsi un’idea della sincerità  del presidente Usa da ogni smorfia e piega del suo volto.
Invece la deposizione di Napolitano non la vedrà  nessuno, perchè non sarà  neppure filmata.
Far notare questo sconcio, per il Corriere, è roba da “quarto potere che gioca sul vittimismo” e “deraglia dalle regole base della deontologia”.
Chissà  come avrebbe reagito il vecchio Ben Bradlee se i nostri maestrini di deontologia gli avessero spiegato il giornalismo come manutenzione al monumento equestre di un presidente.

Marco Travaglio
(da “il Fatto Quotidiano“)

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PER CHI SUONA LA FANFANA: LA BOSCHI PREFERISCE AMINTORE A ENRICO

Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile

IL CLAN RENZI E IL RITORNO DELLA BALENA ROSA

L’aretina Maria Elena Boschi ha confessato in tv di preferire il concittadino Fanfani all’icona rossa Berlinguer per ragioni territoriali.
La motivazione è risibile: come se una milanese di sinistra dichiarasse di prediligere Salvini a Che Guevara perchè il primo è di Milano.
Ovviamente Fanfani non è Salvini e la Boschi non è milanese: resta da capire se sia di sinistra.
Di sicuro è una donna che non perde mai il controllo di sè, perciò la battuta non può venire relegata nel ghetto delle gaffe.
Chi l’ha pronunciata sa benissimo cosa rappresenti Berlinguer per la base del suo partito.
E anche cosa rappresenti Fanfani: l’uomo del referendum contro il divorzio, il poster di una Democrazia Cristiana riformista in economia ma fieramente conservatrice in tutto il resto.
Nel vuoto attuale delle ideologie, questi giochetti sui padri nobili della politica fungono da bussola.
La scelta della Boschi conferma l’estraneità  del clan Renzi alla tradizione cui fa riferimento una parte consistente dei suoi elettori: Veltroni, che certo non è un pericoloso estremista, ha realizzato un film su Berlinguer, mica sull’inaffondabile toscanaccio che Montanelli ribattezzò «Il Rieccolo».
È anche da questi piccoli segnali che traspare la strategia di costruire una nuova Balena democristiana: non più bianca, semmai rosè.
Una Dc moderna, digitale, che rinuncia ai rullini ma non ai Fanfani, e che attraverso il giovane erede fiorentino realizza il progetto dei democristiani più astuti del passato: svuotare la sinistra tradizionale dal di dentro, governando con i suoi voti però non con le sue idee.

Massimo Gramellini
(da “La Stampa)

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‘NDRANGHETA E POLITICA, MANI SULL’EXPO: 13 ARRESTI IN LOMBARDIA E CALABRIA

Ottobre 28th, 2014 Riccardo Fucile

OPERAZIONE IN CORSO: “CONTATTI CON POLITICI MILANESI E IMPRESE”

I Carabinieri stanno eseguendo in Lombardia e Calabria 13 arresti, su richiesta della Procura distrettuale antimafia di Milano, nei confronti di altrettanti indagati per associazione di tipo mafioso.
L’indagine è diretta dal procuratore aggiunto Ilda Boccassini.
Gli arresti sono stati eseguiti nelle province di Milano, Como, Monza-Brianza, Vibo Valentia e Reggio Calabria.
I 13 indagati sono accusati di associazione di tipo mafioso, detenzione e porto abusivo di armi, intestazione fittizia di beni, reimpiego di denaro di provenienza illecita, abuso d’ufficio, favoreggiamento, minacce e danneggiamento mediante incendio.
Al centro delle indagini del Ros dei Carabinieri due gruppi della ‘ndrangheta radicati nel Comasco, con infiltrazioni nel tessuto economico lombardo.
Accertati, secondo le indagini, gli interessi delle cosche in speculazioni immobiliari e in subappalti di grandi opere connesse ad Expo 2015.
Gli arrestati avevano con esponenti del mondo politico, istituzionale, imprenditoriale e bancario da cui ottenevano vantaggi, notizie riservate e finanziamenti.
In particolare avevano rapporti con un agente di polizia penitenziaria, un funzionario dell’Agenzia delle Entrate, un imprenditore immobiliare, attivo anche nel mondo bancario e con dei consiglieri comunali di comuni nel Milanese.
I particolari dell’operazione saranno resi noti in una conferenza stampa alle 11 negli uffici della Procura.

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